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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 04 settembre 2012 alle ore 16:37
    L'oscena sensazione

    Come comincia: Forse non potete immaginare l’oscena sensazione del medico, che, dopo complesse analisi e meditazioni, ha la certezza del vostro male. Non sempre le cose, in medicina, si svolgono con la linearità degli schemi che si rinvengono nei trattati. Il male è sempre, il più delle volte, oscuro e gioca una partita astuta e disperata di propria sopravvivenza con il medico. Io mi trovo spesso, di fronte al malato, come a cercare una soluzione di un romanzo giallo, dove l’assassino è la malattia. Il male sa nascondersi, mutare volto. Se lo stai per afferrare, a volte, una prova, analisi o sintomo, ti svia e ti ritrovi a vagare per un labirinto. Il paziente ti osserva, attende, valuta il tuo agire. Vuole la risposta, la esige. Se tu, medico, stai tardando, spesso non hai il coraggio di guardarlo negli occhi. Ed ecco che un giorno, improvvisamente, il male ti compare davanti, chiaro, nudo. Finalmente lo hai braccato, gli dai un nome, valuti le sue possibilità distruttive. –“Cazzo, ti ho preso, dove ti eri cacciato?”- Si scatena, allora una sensazione endorfinica di scoperta, di vittoria, di trionfo della tua perspicacia diagnostica. Sei attraversato da un brivido di onnipotenza. Hai in mano il male, quel che siano le sue future possibilità. Sensazione oscena, avevo detto? Spesso il tuo intimo, serpiginoso piacere non è lo stesso del tuo paziente, anzi…

  • 01 settembre 2012 alle ore 17:09
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 30 agosto 2012 alle ore 18:54
    Anime morte

    Come comincia: Il Nevskij Prospeckt, un fiume pedonale di una cittá russa, un fiume di anime morte e vive, disperate e non. Penso che ogni luogo possieda questa via, non solo S.Pietroburgo. Riflettevo questa mattina passeggiando su quest´ísola, senza strade, dove il pedone cammina su viottoli di sabbia o sull´immensitá della riva abbandonata dalla bassa marea. L´uomo si deve ritrovare, si deve esporre,deve giudicare e farsi giudicare per esistere. La miseria dello spirito cerca nell´incontro, un´assoluzione qualsiasi, fors´anche l´indifferenza che allevi quel senso di colpa, che deve pur esserci in alcuni. Mi camminava davanti, aveva forse la mia etá, capelli bianchi, alto, un andatura agile, maglietta, calzoni a mezza gamba, piedi scalzi. Al suo fianco, una bambina di 12, 13 anni, minuta di altezza, con un tanga scomparso tra le pieghe di due glutei neri come il carbone. Il reggiseno raccoglieva seni immaturi. Un volto di putto negro, tra bagliori di pupille e di lacca su riccioli crespi. Un sorriso affiorante, indeciso. Quella mano che scende dalla vita lentamente e si posa sui glutei in movimento. Li possiede entrambi. Lui avverte il mio sguardo. Per un attimo ci guardiamo da uomini. La mano si ritrae.

                       Morro de S.Paulo

  • 21 agosto 2012 alle ore 7:13
    Che ne sarà di noi?

    Come comincia: “ Mi ricordi papà, quando ogni mattina, lo vedevo attraversare Piazza degli Artisti con due valige, per traslocare i suoi libri, nella nuova abitazione; noi tutti si rideva, ben lontani da dargli una mano.” Avevo dimenticato questo quadro, che la voce di mia sorella, al telefono, ricrea. E dire che mi ritrovo a compiere, da qualche giorno, lo stesso rito, con la medesima sacralità, che lui dava al possesso dei libri. Già..ma che ne è stato della sua biblioteca? A ben pensare ho solo una sua Letteratura Italiana, rilegata in pelle, a lettere d’oro. Quale distratta vita ho mai condotto da non chiedermi, almeno una volta e solo ora, a tarda età: -“ I libri di papà, dove sono finiti?”-  Quale frettolosa pulizia, alla sua morte, l’ha scacciato di casa con tutti i suoi libri? Distratti dalle onde della vita, perdiamo i punti cardinali dell’esistere. Eccoli, ora, i miei libri, trasportati a mano, uno per uno, collocati al loro posto nella nuova biblioteca. A guardarli, in questa varietà di toni e di grandezze (non amo geometrie né tonalità di colori) fanno parte di una rappresentazione, la mia vita. Basterebbe soffermarsi sui titoli, le date, le sottolineature, le note, scritte a matite, per comprendere ciò che è stato, ciò che è avvenuto negli anni. Li ho portati qui, in questa nuova dimora, come a sembrare un tappeto su cui riposare; tappeto anziano, polveroso, macchiato dall’uso. Una quotidianità nel nuovo incerto mondo che mi attende e ancora non mi appartiene. Ora che vi guardo, miei cari libri, sento il vostro sguardo di cose che hanno anima. Ed è come se mi chiedeste:-“ Che ne sarà di noi ? ”-

  • 19 agosto 2012 alle ore 9:16
    Savina

    Come comincia:      Una mattina d’estate ligure, quando i raggi del sole possiedono vibrazioni musicali, tanto da accenderti note inusitate nell’animo. Il mare, un azzurro stanco e fermo, lo s’intravvedeva dalle sberciature delle creuse diroccate, oltre gli orti. Il basilico, raso a terra, inaspriva le narici. Passeri, a stormi, facevano retrocedere rari gabbiani, intraprendenti. Era l’anno del congedo dalla scuola. Un esaltarsi di mille desideri trattenuti, per anni, tra i libri. La voglia di essere uomini e non fanciulli. Nel buio di quel magazzino, noi a recuperare remi e scalmi per armare il nostro vascello, una lancia ligure, scolpita nel legno di faggio. Vedo i volti di voi compagni, solcati dai raggi che entrano dalla porta socchiusa. Sorrisi, risa, lazzi, volti a ignorare il tanfo di umido e marcio che regnava tra cumuli di oggetti lasciati lì, per disuso. Nel ricordo, i volti più vivi, più accesi da una luce, che li delimita con cura, sono quelli di due compagni, che la vita ha portato via da tempo. Tremenda e salutare inconsapevolezza del proprio destino. Il mio sguardo è fermo sulla lama di luce che penetra dalla porta. Hai il profilo di un cammeo, inciso, con arte, in una conchiglia di mare. Il rosso crespo dei tuoi capelli, annodati dietro la nuca, scende sulle spalle scoperte. La linearità del tuo corpo snello, veloce, accompagna la verticalità accesa dell’ombra, scura, della porta. Sorridi, trattenendo una timidezza che ti si confà. Una polvere di lentiggini s’intrattiene sul tuo volto. Da dove vieni?  Forse, docili desideri ti hanno creata dal mare.  Note bitonali di un antico dialetto ligure ti donano il suono. Nella vita, sappiamo scegliere, ma anche perdere.                    

  • 10 agosto 2012 alle ore 7:08
    Gli aquiloni

    Come comincia: Ricordo quella cicatrice sulla tua fronte. Un verme pallido, che veniva giù, perpendicolare alla radice del naso, infrangendo le rughe orizzontali, vere onde, fatte dai tuoi pensieri, mi dicevi. Quando mi tenevi in braccio, padre, ne toccavo la dura consistenza. Mi piaceva quel racconto di te, bambino, che t’eri illuso di far alzare in volo un aquilone, nel corridoio di una vecchia e buia casa di via Assarotti. Ne avvertivo l’epos dell’avventura spietata dei bimbi. L’infrangersi della porta vetrata, nel tuo incauto tentativo. A te ho pensato, da grande, alla tua cicatrice sulla fronte, quando ho incontrato gli aquiloni. Nella mia adolescenza postbellica, a Genova, non ne avevo visti, neanche ai compagni ricchi di via Crocco. Solo da adulto, un autunno di Berlino, in un tramonto di fosche nubi, coriandoli colorati, altissimi, flottanti nel vento, anelavano di oltrepassare un muro invalicabile. Ero a est, una landa povera e spenta che guardava, con meraviglia, le luci sfolgoranti di un mondo libero, aldilà del filo spinato. Sulla deserta piazza Tienanmen, tra lo sguardo amimico delle guardie rosse, in una notte di pece, lanterne di favole antiche, portate da un vento di libertà, volavano alte, in un silenzio duro a sentirsi. Ai bordi delle favelas di Baìa, ragazzi nudi, dalle carni crostose, avevano piedi scalzi, tra lame di vetri di una discarica; davano strappi rabbiosi ad aquiloni ruggenti nel vento dell’oceano. Sento ancora le loro grida, nella lotta impari. Ne acquistai uno, da un cinese, anni fa, su di una spiaggia del nostro litorale. Andava montato e fatto volare. E’ rimasto nella vecchia casa, al trasloco. E’ mai consentito, a un vecchio della mia età, di far volare un aquilone, senza suscitar scalpore? Non credo.      

  • 04 agosto 2012 alle ore 8:27
    L'albero antropofago

    Come comincia: La Toyota ha dei sussulti che non riesco a prevedere. Mi allaccio le cinture. Fuori la foresta equatoriale si bagna di pioggia calda,fumosa. Il tergicristallo ha un rumore metallico. Le spazzole di gomma, dure di sole, lasciano solchi sul vetro. Il sentiero ha tracce di ruote fangose. Viaggiamo tra due muraglie dai verdi cupi. Mi mancano i nomi di questa flora non abituale. Le mie narici avvertono odori nuovi, incerti da definire. Gran parte delle nostre piante esotiche ornamentali , qua, parassitano gli alberi. Le scorgo, esuberanti, negli incavi dei rami. Tralci di orchidee scendono, a tratti, da tronchi spugnosi d’umidità. Amid, il mio autista e guida, mastica rumorosamente qualcosa . –“ Ho portato l’onorevole Fini e sua moglie, una settimana fa”- Alle mie ovvie domande, curiose, risponde laconicamente, da professionista. –“ Lui ha taciuto per tutto il tragitto, sembrava assorto. La moglie era attenta e interessata. Faceva molte domande. “ - La vettura ora scende la collina. Avverto il suo slittare nel fango. Ha cessato di piovere. Raggi improvvisi cadono dall’alto, tra i rami, e accendono di colori le gocce ancora sospese nell’aria. Viaggiamo fasciati da un arcobaleno. Amid ferma l’auto e mi fa scendere. Mi sorprende il silenzio che ci circonda. Le mie nozioni sul Borneo risalgono ai magici clamori delle foreste di Salgari. –“ Vi stupite del silenzio? Il vostro inquinamento è giunto anche qui…eccone i risultati!”- Taccio, colpevole. Il mio sguardo è catturato da un albero, immenso come una cattedrale. Amid mi fa segno di avvicinarmi e di guardare attentamente la corteccia . –“Vede queste toppe nella corteccia? Fanno parte di un rito animistico di questa popolazione. Gli aborti e i nati morti vengono inclusi in nicchie scavate nello spessore della corteccia, che, col tempo,pensa a cicatrizzare, inglobando il corpicino. “- Provo uno strano sgomento nell’osservare, in questo immenso tronco, un’infinità di porticine, alcune fresche, altre completamente riassorbite dalla corteccia. Quest’ albero antropofago, cosparso di cicatrici,mi incute un riverente timore. Mi sfugge un gemito:-“ Perché, Amid?”- -“A primavera, quest’ albero è tutto un fiore. Le madri vengono a cogliere la vita dei loro figli non nati. “-
    Da un ricordo

  • 04 luglio 2012 alle ore 17:30
    Il book della prima comunione

    Come comincia: La mamma fa posare alla bimba lo zainetto vicino al mio tavolo. Il sole è quello di aprile, in una domenica di mare ventoso. Un gruppetto di ragazzi si danno da fare a montare un kai surf dai colori dell’iride. Scherzano rumorosamente, pur lavorando. Una gioventù forte, coraggiosa. Mi piace osservarli nelle fredde mattine d’inverno, nella spuma del mare agitato, farsi trainare da quell’enorme e nervoso aquilone. Oggi il vento promette evoluzioni. –“ Mamma mi spoglio qui?”- La bimba, un frugoletto magro, di otto, nove anni. Solo una pennellata di biondo ai capelli, che le arrivano alle spalle. –“ Sì, dai, sbrigati, che staranno qui tra poco.-“ La bimba si sfila i jeans e la felpa. Con cura li piega e li passa alla mamma. Un corpicino impubere, bianco latteo, un costumino di marca, un reggiseno quasi vuoto e un tenue slippino che le scopre un culetto da bimba. Ha estratto dallo zainetto un kinder e lo dosa con cura.
    -“ Eccoli, sono là, non li vedi. Il signor Peppe e i suoi aiutanti.-“. Li vedo arrivare dal mare. Hanno scavalcato la staccionata, che li separa dall’altro stabilimento. Tre uomini in nero, camicia e pantaloni. Solo il risvolto della camicia ha un colore candido. L’uniformità crea una divisa. Hanno scorto la piccola e la madre e, con cenni, le hanno invitate a raggiungerle, in riva al mare. Un Kai surf vola a pochi metri dalla riva. La muta nera del ragazzo contrasta con la spuma bianca delle onde. L’enorme vela nel cielo azzurro lo trascina, quasi rubandolo agli altri.
    La bimba ora è stata deposta sul ventre di una barca rovesciata. Due dei figuri hanno in mano due grosse macchine fotografiche professionali. Il terzo regola gli obiettivi di una cinepresa. Si scattano foto. La bimba assume pose spontanee o suggerite con cura dagli individui. Un po’ è Marilyn di altri tempi, un po’ è una piccola puttana di un locale asiatico. La madre corregge con mano le posizioni e i livelli dei minimi indumenti. Un figuro invita la piccola a protendere un pube che non c’è, allargando le cosce. La mimica della bimba è coerente. Sorrisi ambigui, già maturi, mi sorprendono.
    -“ Non sarebbe il caso di chiamare i Carabinieri-“ Mi sfugge, forse più per difendermi da un turbamento maschile.
    -“ Lei, non è aggiornato, mio caro signore!-“ Dal tavolino affianco, il volto di una signora di mezza età, caschetto biondo di cortissimi capelli. Mi sorride, sorbendo un caffè.
    - “ E’ il book della prima comunione. Non ne è al corrente? "-

  • 04 luglio 2012 alle ore 7:58
    I leoni che non vidi

    Come comincia: Una giovane cameriera di colore è entrata nella tenda. Ha in mano un peluche colorato a forma di scimmietta. Mi alza il bordo della coperta e me la pone vicino ai piedi. Curiosa boule di acqua calda, che si confà alla ricercatezza di quest’accampamento, per turisti bene, in mezzo alla savana. Nonostante i brividi di freddo che mi attraversano il corpo, guardo l’eleganza di linee del volto di questa ragazza dal tratto serio, irraggiungibile. Ha gesti lenti e studiati, come se li avesse a memoria. Scioglie la bianca zanzariera sopra di me e la fa scendere. Lei resta oltre, ombra scura, sinuosa. Abbassa la fiamma della lanterna. Il mio cuore,  batte extrasistoli, con mia preoccupazione. Vorrei chiedere un termometro per misurarmi la febbre.  “In caso di febbre alta –dice il manuale turistico- doppia dose di antimalarico e rientro, in Italia, immediato”- Ma  io non ho la malaria, di questo ne sono sicuro. Andar via da qui è impossibile. Ho compiuto, come medico, un errore di valutazione. Viaggio in Sud Africa, in pieno agosto, tutte le profilassi d’obbligo; ma ho dimenticato che era inverno.  A due giorni dal mio arrivo a Città del Capo, l’autista del pulmino, sbanda su un tornante e si ferma in bilico su di un precipizio. La guida, una giovane studentessa, prende lei il comando dell’auto. -“E’ influenza, qui c’è una brutta epidemia! Siamo in inverno, ovviamente.”- mi dice. Non ci avevo pensato; non si valuta mai che in Africa ci possa essere l’inverno! Per cui, sono senza vaccinazione antinfluenzale.  Nei giorni successivi, tutti i miei compagni di viaggio, sei, sono colti da febbre alta, a turno. Per ultimo, è toccato a me, stasera, nel posto più sperduto del Parco Kruger, lontano da ogni assistenza e soccorso medico-cardiologico. Abbiamo fatto in questi giorni varie uscite nella savana con i ranger. Ho rivisto gran parte degli animali della mia infanzia, quelli dell’abbecedario, Z…come zebra, G…come giraffa, R ..come rinoceronte. Li ho visti all’alba, infreddolito dall’aria gelida della 4x4, scoperta, e di notte alla luce dei fari. La voce metallica della guida bianca, che sembra snocciolare un rosario a memoria. - “ No, niente elefanti: di questa stagione sono a 400 Km da qui, irraggiungibili.” Mi delude con quest’ affermazione. – “I leoni sono qui, attorno, ma vanno cercati”- Stasera al tramonto, non mi sentivo bene. I primi brividi. –“Dottore non viene con noi? Si va per leoni. Le guide li hanno segnalati a pochi chilometri da qui.”- I due ranger vestiti con una scenografia cinematografica, fucile possente, ben visibile, sono già sul predellino della  Rover. Abdico e resto solo in quest’ accampamento fatto di lussuose tende sopraelevate su di una struttura di pali, accuratamente circondata da fili ad alta tensione. Ho il cielo stellato che si apre fragorosamente sopra di me e alcune lanterne che delimitano il salotto all’inglese, con comode poltrone di pelle. I camerieri sono spariti, non  ne individuo la presenza. Suoni che non conosco, versi di animali che ignoro, fruscii, zoccoli timidi, oltre la palizzata. Ben presto mi coglie la noia. Sento il bisogno di camminare, di sciogliere i muscoli. L’uscita è di fronte a me. Non c’è porta, ma  un fossato di tre metri, attraversato da una serie di aste di ferro con la superficie superiore a lama, in modo che le zampe degli animali ne avvertano il pericolo. Poggiando la scarpa su tre lame, contemporaneamente, a ponte, si può camminare, solo con un leggero fastidio. Decido di uscire. Solo quattro passi, in questa strada che si perde nel buio stellato. Uscire da una prigione fa sempre piacere. Risento scorrere le forze nelle mie gambe. Un tratto di strada, come se fosse un viale di Calabria. La volta celeste preme su di me. Uno spolverio di luci che mi affascina. I bordi della strada hanno cespugli neri. Mi sento guardato, ma non vedo.  So che non mi devo allontanare. So di aver fatto un’imprudenza e ritorno. Riprendo la mia poltrona. I brividi di febbre iniziano. Una coperta su di una mensola mi soccorre. Un rumore di auto fuori, fari come lame nel buio. Mi devo essere addormentato. Fasci di luce gialli disegnano linee nella notte. Il rombo dei motori si confonde col pulsare del sangue nelle tempie. La febbre sta salendo. Eccoli sono di ritorno. I fari mi abbagliano. -“ Dottore, abbiamo cercato tanto i leoni, ed erano qua fuori!”-
    Da un ricordo dell’estate 2001. L.P.R.

  • 10 maggio 2012 alle ore 16:14
    La rivolta delle parole

    Come comincia: Mi capita, quando quassù, in questa villetta,  siano tutti al loro lavoro e il  silenzio si riprende i remoti suoni della campagna; …mi capita, dicevo, di  dare libertà, di far pascolare, ecco il termine appropriato, l’indicibile.
    In una cassaforte del mio io, stanno racchiuse parole, da anni, tra neuroni edelettroni, prigioniere di un’educazione ottocentesca, che distratta, perlavoro, non ha saputo, nel 68, trovare la via della liberazione, che altri purtrovarono. Sono suoni fantasiosi, alcuni sono fatti di note ricercate, fiorite
    da strumenti persi nella notte dei tempi.
    Ogni parola, prigioniera, ha una sua storia nella mia vita personale. Ricordo il primo incontro. L’emozione violenta del suono, la profondità chiara del significato. Il rossore delle mie gote di bimbo. Rammento il volto di chi mi fece rinchiudere quella parola, il suono della voce, imperioso di un famigliare o di un educatore.
    Da allora, stanno  lì, apparentemente rassegnate, ma in realtà pronte alla rivolta, al miraggio di  un pertugio dell’anima, per poter evadere. Ed ecco che io, da poco tempo, le libero qualche mattina, portandole all’aria di questa campagna contaminata, di  una prossima periferia, dove tutto è abusivo, le mura, le tartarughe, nella vasca, i cavalli da corsa, nel recinto, i maiali, i cinghiali, lassù, tra lasterpaglia. Vivono per un attimo, respirano il profumo degli ultimi gelsomini eil tanfo dello sterco. Cercano invano l’altro, per cui sono nate, nelloscandalo del loro significato, ma non trovano che me. Rassegnate, ma purriconoscenti, mi tornano dentro.

  • 24 aprile 2012 alle ore 7:19
    Il calore della vita

    Come comincia: Immerso tra i raggi del sole e le righe di “Aracoeli”, quassù, sul mio terrazzo, un coccodè, stamane, mi svela un quadro trascorso di bimbo. Nonna Amina trasaliva a queste note, qualunque cosa facesse. –“ Ha fatto l’uovo”- Il suo timbro forte di donna meridionale. Il volto, di natura gioioso, diveniva serio. Se si era all’impasto del pane o, sciolta, la ciocca dei suoi capelli, al lento passare del pettine sulla lunga chioma, tutto cessava. -“Ha fatto l’uovo”- Non mi meravigliava quest’aggiudicare, verbalmente, a una conoscenza particolare, quest’atto creativo, tra una quantità di polli. A sera, avevo assistito a una manovra indaginosa che suscitava sempre, in me bimbo, una strana curiosità. Afferrando la gallina starnazzante, nonna Amina se la poneva sotto l’ascella. Con un gesto senza esitazione, infilava l’indice nel sedere del povero animale. -”C’è!”- Era una sicurezza che le dava la possibilità di una previsione infallibile. La mattina seguente, sapeva dirigersi verso quell’angolo del pollaio, tra quel pugno di paglia, dove avrebbe trovato l’uovo. La seguivo, tra uno smarrimento di polli nelle gambe, in quel sentore che mi è rimasto nelle narici, negli anni. –“ Tocca, com’è caldo!”- Quel gesto di offerta, quella mano sospesa nell’aria, quell’oggetto sferico che mi attendeva; la mia ritrosia al nuovo, al timore infantile di un calore non sopportabile. Conservo ancora il piacere di quel tepore nella mano, un tepore di carezza, d’amore, fascinoso e tenue come la vita.

  • 03 aprile 2012 alle ore 19:51
    Quella strana sensazione

    Come comincia: Mi ha sempre raggiunto,nella vita, un aurea affiorante, che mi ha allarmato, quando mi sono trovato in un ambiente, a me, non coerente. Ben più difficile sarebbe chiedersi quale sia la definizione di ambiente coerente. Qui entra la genetica, la famiglia, l'educazione, la tana o cuccia, in cui noi si è cresciuti. E' un vestito, quindi che ci cala a pennello, quest'ambiente coerente. E se ci tira da qualche parte, un tantino di maniche, un cavallo, un po' stretto, allora il disagio di vita ci allarma e ci si sta male, tanto da volerne uscire. Questa sensazione la provo maggiormente quando altri sono già radunati tra loro, e affiatati, per loro conoscenza, sono costretti a ricevermi per evenienze di vita. Qui ne intravedo la somiglianza con un evento musicale, in quanto ogni nota, non a tono, ogni suono scivolato via, viene afferrato dalla rete del mio cervello, dove s'impiglia .

    CUS GENOVA RUGBY dice la targa. Busso. Mi apre un ragazzo della mia età, ma nudo. L'odore di piscio e di sapone da doccia è intenso.
    -” Sono Lucio, sono amico di Alberto Scottoni. Mi ha detto di venire oggi. Per via di un giocatore nuovo da introdurre in squadra.-”
    -” Entra, ti aspettavamo, Alberto è già in campo -” In una nuvola di vapore intravedo altri corpi nudi seduti su una lunga panca scura. Cumuli di vestiti e di scarpe trovano spazi provvisori. - “ Bacci, ghe n'è uno nevu-” Mentre mi coglie la delusione di non trovare il volto amico di Alberto,  l'ombra di una montagna umana mi raggiunge alle spalle. Ne sento il peso della mano sulla spalla. Deve essere il Bacci, l'allenatore, 120 kg di muscoli e di ciccia a contrappeso. In questo sport la mole d'urto è fondamentale.
    -” Dai, ragazzo spogliati veloce, che si va in campo”-
    Confesso che lo spogliarmi nudo è una mia tara infantile. Forse perché ho vissuto tra nonne ottocentesche e suore della Beata Cabrini. “ Passerà a militare” mi si diceva. Ma non è passato.
    Il Bacci mi sta guardando. Sono nudo difronte a lui. E non finisce di esplorarmi.
    -” Ma da dove cazzo vieni, con quei muscoli? Gigi, Gigi....vieni un po qui -”
    Dal gruppo ne esce uno, ancora nudo. E' tutto nodi di muscoli. Ha un sorrisetto di scherno nei miei confronti.
    -” Gigi, salta sul tavolo, presto. Fai vedere a questo qui, come deve essere un uomo-”
    Il Bacci solleva con un braccio il Gigi, quasi fosse un monile e lo depone sul tavolo, sotto una lampadina penzolante, l'unica che scenda dal soffitto.
    Il Gigi sembra un galletto da fiera, sta su, tra gli schiamazzi dei suoi compagni. Inarca muscoli a volontà, li fa scoppiare sotto la pelle.
    “Così devi essere, come il Gigi, se vuoi giocare al Rugby”-
    “ Sissignore..ci proverò”- La mia nudità è anche morale. Ma chi ho frequentato sino ad oggi, femminucce?
    …......
      ...Il sudore mi cola a fiotti, gli occhi vedono e non vedono. Ho le gambe a pezzi. Abbiamo fatto già quattro volte il campo, in lunghezza, in gruppo. Ci si passa la palla ovale, improvvisamente, a turno. E' un colpo al torace quando arriva. Urla da battaglia, imprecazioni.
    -“ Via, via....non fermarsi. Passa...dai...veloce. Che cazzo la trattieni..passala, porco d...-” Il Bacci è instancabile nella sua mole sovrumana. La sua voce rimbalza sulle gradinate . -” Vienimi dietro, corri. Sono l'avversario. Veloce, più veloce... prendimi.”- Ora il Bacci sta dando il meglio di se. Sembra un bisonte in corsa. Sento il suo passo pesante sull'erba. L'aria gli esce dai polmoni con il rumore di uno sfiatatoio. Gli tengo dietro a fatica. Il cuore mi batte nelle orecchie. -“ Attento al “frontino”, ora te lo faccio!”-
    Il terribile “frontino”, al primo giorno di allenamento! Il Bacci , che corre davanti a me, si è arrestato improvvisamente,  e ha steso il braccio sinistro con la mano aperta.
    La mia fronte, che sembra volare,  trova questo ostacolo inaspettato, la sua mano, ampia e ferma. Un muro. Intuisco appena che questo sia il “frontino”, mossa tremenda di difesa dall'avversario che insegue.  Mi ci frantumo dentro e svengo.

  • 29 marzo 2012 alle ore 13:02
    Chiamala bandiera rossa.

    Come comincia: Si, la mia generazione ha visto nascere il comunismo, anche se l’origine storica andava ben più indietro. Ricordo il primo bagliore di rosso, intravvisto una sera, a Villa Adela, sulle alture che arginavano lo Scrivia. Si stava nella grande cucina a piano terra, dopo cena, tutti attorno alla sola luce della stufa, che trapelava da uno sconnesso sportello. Tra parole che rimbalzavano nel buio, solo occhi e qualche sorriso rasentato da una luce sanguigna. L’attesa era il cuocersi delle patate nella cenere. La fame era insaziabile, a quei tempi. Una patata stava per un dolce. La Guerra era nelle parole e nei racconti che salivano lassù, in collina. Ai colpi sul portone verde di casa qualcuno rispose con un timoroso “Chi è?”. Entrarono in tre. Volti bui, vestiti di lane grosse. Odoravano di neve e fumo. Non fucili, solo infilati alla cintola, mozziconi di scopa che affondavano in scatolette di metallo. Bombe a mano, precarie. Parlavano veloci, dialetti che non capivo. Scorsi, con stupore di bimbo, per la prima volta, un fazzoletto rosso al collo, logoro, unto di sudore. I volti con la mimica delle allusioni, forse per non spendere troppe parole. Quel buttare giù, di un solo sorso, bicchierini colmi di grappa che nonno gli riempiva. “Bevete ragazzi..venite dal gelo”. Si ascoltava radio Londra. La sigla, con i tamburi, la ricordo, posso ancora rabbrividire. “La coperta, la coperta!” –invocava nonna Amina. Si creava, stendendola, una barriera, affinché il suono non uscisse di casa e ci denunciasse al passante. Uscirono, veloci, senza parole e senza preavviso al gesto di uno di loro, forse il capo.
    -“ Vedrete che ci libereranno dalla guerra e torneremo alle nostre case”- ci rassicurava nonno Angelo.

  • 28 marzo 2012 alle ore 14:35
    Tudo bem

    Come comincia: Mi sento stupendamente bene! Sì, quella sensazione unica di euforia che ti attraversa d’improvviso corpo e mente, frutto di un’unicità di elementi positivi che mi sono piovuti addosso, per caso, in una giornata insolita. Il posto non è comune: è il momento del tramonto, a Ponta Negra, un quartiere della periferia di Manaus, sulla riva del Rio delle Amazzoni. Seduto al tavolino della Choparia San Marcos, osservo il mio brumoso e invitante bicchiere di capirina ghiacciata. Il Rio scorre immenso, in un ritmo non percepibile a vista d’occhio, quasi un vasto lago. I trentadue km di separazione, tra le sponde, sono inconsueti per noi italiani. Una linea verde, la foresta amazzonica, è la riva di fronte, laggiù, nel controluce di un tramonto dai colori di vampa. Rari bianchi battelli, a due piani, scendono, sfiorando un cristallo che prende gli ultimi raggi del sole. Al tavolino affianco, una famiglia d’indios, divora rumorosamente bolinhos de bacalhau, polpettine adorabili. Due fidanzati si tengono per mano attraverso lattine di birra vuote, lasciate sul tavolo. Prostitute bambine attraversano gli spazzi, con eleganza felina, guardando e facendosi guardare dagli avventori maschi. La litania calda e monotona di una canzone portoghese si contrappone alle note aspre del traffico dell’Avenida che lambisce il bar. Una vettura si è fermata ed ha parcheggiato con cura. Ne è sceso un elegante ragazzo di colore. Capelli lucidi di fissatore, una corporatura insolita. E’ il vestiario a colpirmi: una casacca bianca e pantaloni della stessa tela. Ne riconosco la divisa degli infermieri ospedalieri del Nord America. Ha le mani dietro la schiena e osserva con attenzione scrupolosa noi avventori, dal ciglio della strada. Sento che il suo sguardo si è posato su di me. Ne avverto il peso e l’invadenza. Non sembra lasciarmi. E’ come se mi avesse scelto, come se avesse riconosciuto qualcosa di me. Si dirige lentamente tra il sentiero dei tavoli verso il mio posto. Ora il suo sguardo l’ho addosso.  Mi fa un leggero inchino, il sorriso è invitante. Dalle sue mani, tenute sino ad ora, dietro la schiena, ora appaiono uno sfigmanometro e un fonendoscopio. E’ leggermente chino su di me. Lo sguardo è intenso.  Sento il suo fiato vicino al mio orecchio, poi il suono della sua voce :          
    -“ Tudo bem?”.

  • Come comincia: Un sabato mattina di sole e di azzurro come solo Napoli sa dartelo. Quella cartolina gialla, che mi è arrivata in settimana, la sento ancora in tasca. – ‘Stazione Polizia ***** – comunicazione licenza collezionista d’armi’ - Forse sarebbe il caso di fermarmi un attimo e vedere cosa vogliono - mi dico.
    Gareggio con il desiderio di continuare la passeggiata o fermarmi. Decido per andare a conoscere di che si tratta. Mi viene ad aprire un poliziotto. Gli mostro la cartolina e mi fa strada in un ufficio. Mi sorprende vedere due poliziotte sedute a due scrivanie. La femminilità a parer mio alleggerisce il posto in cui mi trovo.
    “Si accomodi” - Mi invita una longilinea creatura con un sorriso rassicurante.  Devo ammettere che è carina, ha capelli castani lisci sino al collo, la cravatta le dona. Le porgo la cartolina e chiedo spiegazioni dell’invito.
    “ Lei ha un permesso di collezionista di armi ? “
    “ Sì, lo richiesi negli anni 70 a seguito di una legge, per una collezione di armi antiche ereditata da mio nonno materno…sono archibugi ad avancarica e spade.”
    Mi accorgo che estrae dalla cartella una copia del documento che ho a casa e me lo porge.
    “ Sono queste?”-
    “ Esattamente queste”- le rispondo.
    “Dove si trovano?”
    Mi accingo a spiegarle che nel frattempo mi sono separato da mia moglie e che nella divisione della ‘roba’ sono comprese anche le armi.
    Qui la poliziotta ha un sussulto, si sposta una ciocca di capelli dal viso e si rabbuia in volto.
    “Lei mi vuol dire che ha spostato delle armi senza il permesso della Questura Centrale?”
    “Armi ? Ma sono archibugi arrugginiti ad avancarica e spade da cavalleria dell’ottocento, non le definirei vere armi”
    “Per la legge sono armi” interviene dalla scrivani accanto la collega, un tipo dimesso, casalingo.
    Comincio a sentirmi in difficoltà. Le sento avverse ed eccessivamente scrupolose .
    “ Quindi, adesso le sue armi dove sono ?”
    “ A Marano, abito sulla collina del Pigno, in una villetta di un contadino che mi ha affittato un appartamento”
    La ‘Bella’, consentitemi di chiamarla così, si è irrigidita notevolmente. Giocherella con una penna sulla scrivania.
    “Quando si è trasferito a Marano ha provveduto ad una nuova denunzia ai carabinieri di quel luogo?”
    “No, nessuno mi ha mai detto questo” mi sento con le spalle al muro. L’atmosfera si fa via via più elettrica.
    Vedo la poliziotta sempre più cupa. Si alza con la mia cartella per andare in un altro ufficio. Resto con quella che io penso sia la sua segretaria: la ‘Casalinga’ per intenderci. Infatti, questa telefona alla figlia che ha lasciato a casa e le dà gli ordini della prima mattina , poi si preoccupa di un suo disturbo e vedendo la mia borsa da medico mi coinvolge nelle cure. Il tono sembra diventato famigliare.
    Intanto è tornata la ‘Bella’: “Quindi la collezione, a parte la divisione, è ancora completa?”
    Mi viene in mente una serata a casa mia. Una cena con amici, tra cui un vero collezionista, Fabio Manzo, si accorge che io possiedo una baionetta sabauda, ottima da inserire in un suo fucile che ne è sprovvisto. Staccarla dalla vetrina e dargliela è un attimo. Mi piace donare.
    “Manca solo una baionetta sabauda, regalata ad un amico”, soggiungo.
    Nuovo sussulto della ‘Bella’, la ciocca di capelli le ritorna sul volto.
    “Lei ha avvisato la questura di questo passaggio?”
    Mi trovo oramai con le spalle al muro. Possibile che sono così superficiale. Le leggi non sono il mio forte e poi dove le trovo, visto che nessuno me ne ha mai informato all’atto di rilasciarmi il documento.
    “ No, confesso che non l’ho fatto” Mi sento un bandito, la mia mimica si adatta al senso di colpa.
    La ‘Bella’ si alza e scompare per la seconda volta. Restiamo in silenzio con la ‘Casalinga’ che ritelefona alla figlia: l’argomento è stavolta il gatto di casa. Guardo fuori della finestra, la giornata azzurra di sole oramai  non mi appartiene più.
    Ritorna la ‘Bella’; si deve essere consultata con un superiore. Ha in mano un codice. Lo sfoglia attentamente.
    “Senta,” - mi guarda freddamente negli occhi - lei è incappato in tre articoli del codice penale, quindi è mio dovere dirle di chiamare il suo avvocato”.  Ma che succede, sono forse finito in un telefilm americano? Mi sento in pieno panico tanto che mi vien fuori un mesto sorrisetto e d esclamo “Ma mi volete arrestare?”
    Dico ciò per pura iperbole, solo per avere una risposta rassicurante. Ma mi riprendo e ostentando coraggio affermo a voce alta che non ho bisogno di nessun avvocato, non ritenendo di aver fatto nulla di male.
    “E’ un consiglio dovuto” mi risponde seccamente, per riuscire nuovamente con il codice.
    Ritorna il silenzio. Vorrei andar via. Tra l’altro devo fare delle visite mediche domiciliari. Dico ciò alla ‘Casalinga’.
      “ Le farà dopo, non le faremo perdere tempo”. Caspita, ma sono trascorse già due ore.
    Rientra la ‘Bella’. Ha stavolta un passo veloce tanto da urtare contro la scrivania.
    “La informo che dovremo fare un sequestro”
    Se si tratta di prendere, le armi, lo trovo anche un atto liberatorio, dopotutto se tenerle è così complesso, alla mia morte creerei seri problemi agli eredi!
    “Le vado subito a prendere. Tra un attimo sono qui”. faccio con tono conciliante.
    “No, lei viene con noi sino a casa sua”
    “Va bene, allora siccome ho parcheggiato la macchia lontano da qui, la vado a prendere e vi accompagno”-
    “No, lei viene con la nostra auto” Il tono è secco, sembra un comando militare.
    Improvvisamente mi si apre dinanzi agli occhi il quadro della situazione: arriverò nel cortile di casa in mezzo a due poliziotte. Cosa penseranno di me i vicini? Sono piombato in un cattivo sogno o in un incubo?
    Cerco di spiegare la situazione imbarazzante in cui mi andrò a trovare per colpa loro. Sono un medico dopo tutto!
    “Dottore ma non pensa al piacere di essere scortato da due belle donne!”: sorridono entrambe, ma non certo io.
    “Purtroppo dovremo aspettare le 13 a fine turno, per avere la sostituzione qui.” Non mi resta che attendere su quella sedia che si fa sempre più dura. Vorrei telefonare a mio figlio, dirgli di correre in mio aiuto, ma conosco il suo carattere, temo una sua reazione eccessiva. Sono claustrofobo e il mio subconscio avverte la situazione ‘chiusa’. Per un attimo penso d’infilare la porta e scappare. Poi rifletto sull’inseguimento, sulla cattura, sulle manette. Desisto! Resto in quella camera per quattro ore. In realtà, mi dico, sono trattenuto dalla giustizia, sono un fermato. Alle 13 rientrano entrambe: hanno il cappello calzato sul capo.
    “Andiamo”-
    Fuori vi sono loro colleghi che smontano da una volante e la lasciano alle mie compagne. Io vengo fatto accomodare dietro. Ma non mi fanno abbassare la testa con le mani come vedo fare in tv. Non ho mai capito il perché.
    Nella strada v’è il solito traffico del sabato nel Vomero Alto, un traffico denso, quasi al passo. Dalle altre auto si sporge lo sguardo dei curiosi. Speriamo di non incontrare volti conosciuti. Mi sorprendo a trovarmi in una situazione che non avrei mai immaginato. Vorrei tanto porre fuori dal finestrino  un foglio del mio ricettario con su scritta una spiegazione del tipo ‘Non sono quello che pensate’; mi basterebbe!
    All’arrivo nel cortile della villetta in cui abito, il proprietario che ha problemi di abusivismo, appena scorge la volante, si mette in macchina e scappa. Una sola coppia di sposini giovani mi scorge uscendo e mi toglierà il saluto per sempre.
    Una volta a casa le due poliziotte fanno l’appello delle armi. Manca, notano, la vetrina con chiave e l’allarme per una custodia sicura. “Sarà un altro capo di imputazione”, mi dico. Mi chiedono un sacco della spazzatura grande per introdurre il tutto ed usciamo così: io, la ‘Bella’, e la ‘Casalinga’, con questo grosso sacco nero che cela l’incelabile, forse refurtiva o droga per gli altri.
    Tornati intanto in  auto la ‘Bella’ mi dice sorridendo: “Lei dottore non è di Napoli; sa cosa si dice delle donne a Napoli?”
    Al mio mutismo soggiunge: “ Le donne ‘fetano!’; capisce il significato?-” Resto in silenzio, stupito.
    Rientrati in stazione, si affollano i colleghi delle poliziotte che vogliono vedere le armi. Alcuni ne restano affascinati e asseriscono che devono essere messe in cassaforte non in un semplice armadio.
    Ma non è finita. Dopo varie consultazioni, mi avvisano che dovrei andare con loro, alla mia ex-casa dalla mia ex-moglie per recuperare il resto delle armi.
    Mi rifiuto nettamente e devo attendere un’altra ora il loro ritorno. Mentre si rifà capannello attorno ai nuovi pezzi, la ‘Bella’ esclama che non ha trovato una spada spagnola. Mi attende un altro articolo del codice. Ricordo quella spada comprata in un negozio di souvenir a Barcellona durante il viaggio di nozze. Non era una vera spada, ma l’avevo inclusa nella lista.
    Vengo fatto accomodare al piano superiore al tavolo del commissario. La ‘Bellaì gli sta a destra in piedi e gli indica tutti i miei reati. Sembra compiaciuta del suo lavoro e ne attende i complimenti. Discutono sui numeri degli articoli da imputarmi. Poi battono a macchina un documento che mi fanno firmare. Sono le 16, sono entrato in quella stazione alle 9 di mattina. Mentre guadagno l’uscita guardo la quantità dei numeri degli articoli del Codice Penale che ho infranto e mi soffermo sulla dizione “IN LIBERTA’ PROVVISORIA”.

    Ps: mi permetto di raccontare quanto accadutomi in quanto il giudice esaminando il caso non ha ritenuto di procedere nei miei confronti.

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:10
    Una notte con Ginger di Positano

    Come comincia: Mi ha sempre suscitato meraviglia quel legame improvviso, che si instaura tra te ed un essere, sia animato che non. In meno di una frazione di secondo, la tua attenzione scarta, dal panorama immenso del tuo sguardo, una miriade di superflui per focalizzarsi sull’uno, che ti prende, come se lo riconoscessi o l’attendessi da sempre.
    L’avevo incontrata forse due o tre volte, in maniera casuale, forse in piazza o in un vicolo. Giruzzo o’ scartellato, per quel suo gibbo, nato da una caduta infantile, mal curata, quella mattina che si evidenziò ai miei occhi, la seguiva a pochi passi, per non turbare l’immagine della sua bellezza. La natura disegna linee e forme, a volte in maniera lontana dalla nostra estetica, o ci viene incontro, ci aiuta, ci fa tremare, godere per le sue creazioni: un fiore, un tramonto, un essere.
    La Ginger di Positano era tra queste meraviglie. Oltre al gioco delle masse e delle linee, lo stupore dell’eleganza del procedere, che dal movimento di queste, si generava. Giruzzo ne era pienamente cosciente e sembrava che volesse trarre beneficio alla sua bruttezza da quella contiguità incessante.  Si era accorto del mio interesse e salutandomi da lontano con “Salve, dottò” si avvicinava a me, lentamente, come se mi desse tempo per ammirare la sua Ginger. Mi sentivo gli occhi addosso, mentre io la guardavo attentamente. Fu un attimo, e fu allora che si instaurò quel legame di cui vi parlavo.
    Il giorno seguente, entrò, da solo, in ambulatorio, tra una visita e l’altra, creando lo scompiglio nella sala d’attesa. “ Ho capito che vi piace la Ginger.  Se la volete, ve la do per un milione e mezzo, ne vale molto di più, ma per voi…..” Un sorrisetto, accattivante era presente sul suo volto.
      Non mi aspettavo quest’offerta che sconvolgeva tutta la mia vita e l’immediatezza del fatto fu un anestetico agli infiniti problemi che avrebbe comportato questa scelta.
    “Giruzzo, quando?”- sentivo che queste parole di assenso uscivano da sole dalla mia bocca.
    “ Domani mattina, a fine ambulatorio, la porto qua”
    “ Non ho liquido, ti faccio un assegno” volavo in piena ipnosi.
    “ Senz’altro, domani, domani” ed uscì di scena, lasciandomi con il cuore in gola e con uno strano tremore.
    Sentii la porta riaprirsi e il suo volto scuro, inespressivo: ”- Ci sta una cosa. Vi dovete prima procurare, per portarvela a casa….”.
    “Cosa, Giruzzo?  Che devo fare?”, chiesi incerto e incalzante.
    “ Una gabbia, una gabbia delle sue dimensioni che stia nella vostra Citroen AX. Trasportarla non sarà cosa facile, vedrete. Andate, adesso, a Secondigliano, da Mimmo ‘Cani e Gatti’ -, è un mio amico, lui vi saprà indicare.”
    A fine studio, mi precipitai da Mimmo, che mi fornì di una cuccia-gabbia, che occupava quasi interamente il vano posteriore della AX, ciotole per alimenti e altro.  La mattina dopo, l’ambulatorio trascorse veloce sino al momento in cui la collaboratrice mi comunicò: “Ci sta Giruzzo c’o’cane lupo, dice che ve lo vulite accattà-” Il tono era di per se stesso già un rimprovero, ma l’entrata di Ginger sciolse ogni dubbio e timore. Era lei, la desiderata, la stupenda Ginger dell’allevamento di Positano, dal pedigree aulico e dalle miriadi di coppe vinte alle più importanti mostre canine. 
    Ginger annusò in lungo e in largo la scrivania, perdendo saliva. Tutti gli oggetti volarono a terra. “Vedete, mi sono distratto un attimo - disse Giruzzo accorciando il lunghissimo guinzaglio di pelle scura - Dovete stare accorto, è come possedere una cavallina di razza.”
    Ricevuto l’assegno, Giruzzo sparì senza voltarsi un attimo verso la sua ex compagna.
    Restammo soli, io e Ginger, per la prima volta. Nella camera, il ritmo veloce della sua respirazione, le pupille che mi seguivano, l’odore forte, acre del pelo. Ci scrutammo per alcuni istanti consapevoli entrambi che la nostra vita stava mutando. La conoscenza reciproca è pur sempre un
    atto imbarazzante anche tra due esseri di razza diversa. “Chi sei?” è un legame muto che sembra restare sospeso nella camera.
    Ricordo perfettamente le ore successive: Prendere Ginger e scendere per le scale,  l’inizio della mia odissea.: il guinzaglio è da concorso, quasi una gomena pesante e lunghissima. Arrivo in Piazza, così con la Ginger a sei, sette metri che mi tira come se dovessi fare dello sci acquatico. Ora sento gli occhi della gente su di me. Visione insolita, il dottore con un cane. Ma è la Ginger ad attirare la maggioranza dei commenti.  Recupero tutta la lunghezza del guinzaglio. Ho la Ginger che mi cammina a destra. La mia immagine ora deve essere molto vicina a quella di Darix Togni con la tigre, di quando andavo al Circo. Ginger dà frattanto strattoni tremendi e riesco con fatica ad arrivare alla macchina. La gabbia ci attende.-”Forza Ginger, dentro!”-.
    Al mio comando Ginger si pianta sulle quattro zampe, immobile e mi guarda. Cerco di indicarle il percorso, ma invano. Provo a tirarla, facendo forza sul collare, ma la sento ringhiare. Si è fatta una piccola folla. Volano i consigli: Ginger balza sul sedile anteriore del passeggero. E’ il caso di rinunziare alla gabbia e di partire. Si procede per un traffico denso di mezzodì, mentre la Ginger si agita, smania, lecca il parabrezza, mi contende la leva del cambio, di cui rode il pomo e per ultimo s’impossessa della mia guancia su cui riversa linguate umide e odorose. Mi compiaccio: possedere un cane è anche questo!
    L’arrivo a casa è sotto gli occhi accorti del padrone di casa, contadino: ” I cani, noi li teniamo all’aperto, a guardia del pollaio, in casa sporcano”  E’ un consiglio, un ordine? Gli spiego che questa non è un cane comune ma una specie di soubrette della sua razza. Sa come comportarsi. Infatti, appena entro in casa con un emozionato pipì mi allaga l’ingresso;  poi inizia a percorrere tutta l’appartamento, ansimando e sbavando. Sembra non vedere i vetri delle imposte, in quanto vi ci sbatte contro con violenza e emettendo poi  un guaito di dolore.
    Non mi degna di uno sguardo. Forse avrà sete, cosicché le riempio una ciotola d’acqua. Beve rumorosamente, spruzzando due terzi del liquido tutto intorno. Riprende la sua corsa disperata tra un estremo e l’altro dell’appartamento. Mi mette un’agitazione tremenda. Altro che la vita col cane dei romanzi. Provo a telefonare a Giruzzo. C’è la segreteria telefonica. Sento un rumore di vetri: ha preso in pieno la vetrinetta delle ceramiche nel corridoio. Provo a soddisfare il suo appetito, ma sparge dappertutto le cento palline del cibo.
    Comincio a pensare che mi attende una vita movimentata. Il suo ritmo non cede alla stanchezza. Mi ricorda i leoni in gabbia. Avanti ed indietro con disperazione. Solo allora comprendo che deve essere vissuta all’aperto e la casa non le sta addosso. La porto nel cortile per i bisogni. Fa di tutto: si avventa sulle tartarughe della vasca che stanno prendendo il sole, identifica i cavalli nel recinto e si avventa pure contro di loro.  Quando la riporto a casa si libera dei suoi biisogni sul tappeto persiano. Povera casa mia, tra palline di cibo sintetico, orina, feci e frammenti di vetro, in poche ore è irriconoscibile. Il sentore, aspro, selvaggio di Ginger si posa su tutto.
    A sera non tocco cibo. Sono estenuato, fisicamente e psichicamente.”Si stancherà bene, ad una certa ora?” mi chiedo. Vado a letto alle 9, confidando nel buio. Ma il ritmo è sempre quello. Il suo ansimare è il solo rumore della notte. Le sue pupille s’intravedono nel buio. Provo a riposare. Non ci riesco. Alle 11 sento che si viene a stendere sul mio scendiletto. Finalmente ! Ecco adesso, l’immagine del cane accucciato vicino a me, che dormo, soddisfa i miei desideri. Mi sporgo per guardarla, ma si alza con le due zampe anteriori sul mio corpo e inizia a leccarmi la faccia. Trovo la cosa affatto piacevole, anche perché non sembra arrestarsi. Ho la sensazione che mi voglia soffocare. Subito dopo, Ginger riprende il monotono ansimare, facendo un rumore metallico con le unghie sul pavimento. Nel dormiveglia, ho la sensazione dell’incubo. A tratti ritorna vicino a me e se si accorge che la guardo mi soffoca di leccate, viscide, salivose. Raggiungo la cucina per prendere un bicchiere d’acqua dal frigo, ma scivolo su pipì ed altro. Capisco che non potrò continuare così.
    La delusione mi coglie all’alba e mi fa arrivare ad una decisione estrema ma vitale. Restituire Ginger a Giruzzo! Alle 6 di mattina sono fuori del suo basso, senza essermi fatto la barba e con una camicia del giorno passato. Devo avere un aspetto consono, se Giruzzo mi chiede: “Che è successo Dottò?”
    “Giruzzo, non è cosa per me, tenetevi Ginger….”
    “Dotto, mi dispiace tanto per voi, ma l’assegno l’ho cambiato.”

  • 23 marzo 2012 alle ore 18:06
    Medicina cinese

    Come comincia: “La prossima fermata è il Cihui Center of  Traditional Chinese Medicine”- dice la guida al microfono del bus, facendoci presagire la fine miracolosa di tutti i nostri mali, per chi ne avesse, s’intende.
    Ci fermiamo di fronte ad un edificio di tipo occidentale. Attendono sui gradini del portone per darci il benvenuto, medici, infermieri, inservienti. Da lontano già scorgo i loro sorrisi. Alla nostra discesa dal bus iniziano ad inchinarsi ritmicamente. Non sono sincroni, mi sembrano tasti di un pianoforte mentre viene sfiorato dalle dita. Veniamo introdotti in una sala di accoglienza con sgangherati tavolini e sedie metalliche che a tratti rivelano macchie di ruggine. Tovaglie di carta rosa con piccoli bicchierini colmi di tè fumante. Sediamo imbarazzati e curiosi. Qualcuno dei nostri commenta a voce alta, sicuro di non essere compreso. L’equipe si è schierata lungo le pareti e continua a sorriderci. Una dottoressa sulla cinquantina, grassottella e baffuta, con un camice liso ci distribuisce un volantino in inglese. Comincia in lingua cinese ad emettere suoni gutturali. La nostra guida traduce. E’ una specie di presentazione: una filosofia millenaria servita in maniera spicciola ad uso turistico, quindi notevolmente riduttiva.
    “Ogni cosa nell’universo - ci dice la grassona - è un misto di due entità, il maschile ed il femminile. Dal suo equilibrio nasce la perfezione e quindi,il conseguente stato di salute, dalla sua rottura l’imperfezione, la malattia. Il medico cinese tradizionalista ricerca e cura questi equilibri.”
    Al termine del discorso ci presenta l’equipe: un anziano medico, un po’ curvo, occhi quasi fessure aldilà di spesse lenti, un fisioterapista, massaggiatore, un tipo etereo, lineare nella sua magrezza che si intravede attraverso un camice non più candido, un agopunturista dal volto globoso, con un sorriso ammiccante. Sembra uno dei tanti budda visti nei templi in questi giorni.
    Ci precisano che la visita medica è gratuita, massaggi e agopuntura, trenta dollari a prestazione. Gridolini e cinguettii delle signore del nostro gruppo. C’è una certa eccitazione. Gli uomini sembrano più timidi. Ben presto si formano piccole code di fronte a diversi ambulatori con cartelli indicativi in inglese. Mi faccio avanti nell’angusto ambulatorio del mio collega medico per curiosare: è alle prese con una signora di Padova di mezza età. Signora, brillante nel comportamento e ricercata nel vestiario.
    Presente la guida come interprete, la porta resta aperta per gli ultimi curiosi. Qui il segreto professionale non deve esistere. La signora si siede di fronte la scrivania e perde il suo sorriso iniziale al cospetto del medico che ha iniziato a scrutarla attraverso le sue fessure a immagine di occhi. Il medico le prende il polso e il ritmo dell’universo sembra perdere colpi per alcuni minuti. Righe di sole filtrano attraverso la serranda abbassata proiettando un alternanza di luce ed ombre sui volti. Le cicale cinesi, una vera esperienza sonora, sembrano perforatrici meccaniche. Hanno crescendi da officina meccanica. Il tempo trascorre. Mi sorprendo in un atto di coscienza a pensare alle mie scarse possibilità divinatorie nella palpazione di un polso. Provo un senso di inferiorità verso il collega. La signora mi lancia uno sguardo smarrito. Il medico non accenna a lasciare libero il polso. La rassicuro con un sorriso.
    Ora il dottor Cihui, dimenticavo, così si chiama, sembra riaversi dalla trance, abbandona il polso e si dirige lentamente a recuperare da un armadietto un vecchio sfigmanometro a mercurio.  Avvolge con circospezione un untuoso manicotto attorno al candido braccio della signora. E’ sicuramente il secondo atto di un movimento drammaturgico. Tempi lunghissimi, esitazioni volute; un volto fermo nei suoi lineamenti tanto da ricordarmi i tratti di una maschera del teatro di Pechino. La mano pompa lentamente aria nel manicotto, lo sguardo è fisso sulla colonnina di mercurio che sale a tratti.  Sgonfia e ripompa per alcune volte, rincorrendo vibrazioni e battiti di cui solo lui è vate. Si alza per riporre l’apparecchio e mi accorgo che i miei sensi cominciano a sopravalutarlo. Mi sembra che leviti sul pavimento. Ma forse sto esagerando. Il silenzio è rotto improvvisamente da un suono gutturale.
    Parla! La guida ha un sussulto e riprende il suo ruolo di traduttrice.“ Il dottore dice alla signora di far vedere la lingua.” La signora ha un movimento di pudore, si ritrae, ci guarda allarmata. Pian piano appare tra le sue labbra appena dischiuse una lingua in tutta la sua consistenza carnosa. Le palpebre di Cihui hanno vibrazioni impercettibili. I tempi sono gli stessi: oramai sono un esperto. Nell’unità spazio temporale la lingua della signora ha spasimi, sembra gonfiarsi, si inturgidisce, si dirige ora a destra ora a sinistra. Un tenue sorriso del medico e un cenno della mano acconsentono al rientro dell’esausto organo. Siamo giunti inaspettatamente all’epilogo. Ora è il momento della riflessione di Cihui. Il suo sguardo ci supera, va oltre i limiti della stanza. E’ una sfinge. Si risente il roco gracchiare. “ Lei signora, soffre di disturbi circolatori”, traduce la guida. Quasi un oracolo. Mi sento un pò deluso, ma la signora riprende la sua iniziale eccitazione, si illumina e salta in piedi: “ Bravo!”, grida.
    Si scambiano sorrisi ed inchini. La visita gratuita deve essere realmente terminata. Cihui scrive in fretta una ricetta e la passa ad un infermiere appena sopraggiunto. Tra sorrisi ed inchini scompare per sempre. Ci ritroviamo tutti ai tavolini per sorseggiare i resti di un tè abbandonato. Ci si scambia impressioni. Resto vicino alla signora di Padova. Dopo qualche minuto riappare l’infermiere con un sacchetto trasparente di erbe secche. Parla miracolosamente italiano: -“Un cucchiaino, come tisana mattino e sera. Quando terminate scriveteci a questo indirizzo. Il prezzo della medicina è centocinquanta dollari”.-.
    I numeri dei dollari volano per la sala. Come visita gratuita non è male! La signora di Padova è entusiasta e con il sacchetto in mano conta i dollari.
     
    (Da Medici in vacanza’, prefazione di Ambrogio Fogar – 1995)

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:58
    L'urlo di Tonio

    Come comincia: 2008 Primavera, alture del Pigno, Marano di Napoli. Oggi rientrando nella villetta del mio padrone di casa, ho visto movimento d’uomini lassù, tra gli ultimi alberi ed arbusti di una campagna perdente. Dal ramo forte del ciliegio pendevano corde intrecciate ad una nera carrucola. Poteva essere un’impiccagione d’altri tempi. Fiori di ciliegio volavano nel vento.
    “Venite quassù dottore, accerimmo o’ maiale”, venite! E’ ‘nu spettacolo!”
    Ho risentito la voce di mia zia Maria che prendendomi per mano mi diceva: “Via dall’aia, vieni su con me, qui oggi si uccide Tonio. Non è uno spettacolo per bimbi”.
    Avevo sei anni a Villa Adela, a Serravalle Scrivia. Tonio era il mio amico di guerra, in quella casa di grandi, dove l’unico bambino ero io. Lo aveva portato, un giorno, nonno Angelo, che si occupava dell’approvvigionamento di cibo, in quei momenti di fame. Un pugno di carne rosa, con una simmetrica metà nera . Un germoglio di vita che avevo già appreso nella stalla, alla nascita del vitello o allo schiudersi delle uova dell’oca Santina.
    “Lo chiameremo Tonio” Il nome dato fu il viatico d’entrata in famiglia di un’altra entità. Fu sistemato nel sottoscala e per molte notti ci impedì il sonno. Crescendo, mi fu affidato il suo per il pascolo nei campi, vicino alla concimaia. Per la mia ‘paura dell’acqua’ a lavarmi, qualcuno, in villa, iniziò a darmi del Tonio. E la cosa non mi dispiaceva, ma mi univa maggiormente a questo enorme animale che sentivo amico.
    “Spezza le gambe di un capretto con un solo morso” mi diceva, l’Adele, la cameriera bambina che si aveva lassù. Ed io ero riconoscente a quel muso rosa, con due buchi carnosi per naso, che mi s’intrufolava, grugnendo, tra le gambe, come se volesse giocare con me. Qualcuno, leggendo, si meraviglierà che noi si potesse convivere con un porcile in casa. Ma non sa cosa può essere una guerra, quale alternativa di costumi può aprire. Vincono le necessità basilari. Vi dirò di più.  Crescendo Tonio, il sottoscala si fece troppo angusto e decidemmo di metterlo nel salottino di vimini, gioiello della casa in affitto. Ovviamente, accatastammo i preziosi mobili della padrona di casa che nulla doveva sapere. Poi arrivarono le armate tedesche e prima che requisissero Tonio si decise di trasformarlo in salami e prosciutti.
    Quel giorno, lo ricordo ancora. Zia Maria che mi porta al primo piano, nella sua camera da letto. Un urlo di dolore, quasi umano, che lacera l’aria.  “Chiudi le orecchie, come quando bombardano” Vedo il volto di zia, che si scherma le orecchie con entrambe le mani, la stessa espressione del bombardamento del ponte sullo Scrivia. Io non sento più nulla, solo il pulsare del sangue. Uccidono l’unico amico che ho. Il volto di zia si decontrae, sorride: “Finito”.
    Scendiamo. Tonio è appeso per un garretto al ramo del pioppo. Dalla sua gola squarciata il sangue cola in un secchio.
    - “Se ne fa sanguinaccio, con quel liquido rosso, vedrai che bontà!”

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:56
    Ricordando odori

    Come comincia: Negli esercizi estremi di memoria, che a volte mi provo a fare, ho cercato di trarre dal magma ignoto dei ricordi tutto ciò che può aver coinvolto l’odorato nei primi anni della mia infanzia. Dietro queste prime esperienze monosensoriali, si sono evidenziati, man mano, quadri di vita che avevo perso.
    Avendo vissuto questo periodo su di una collina, a Serravalle Scrivia, per via della fuga da Genova a causa dei bombardamenti alleati, sorge  naturale che prevalgano gli odori agresti. Odori intensi come quello del letame nelle stalle, con i vapori di ammoniaca che salgono su per il naso a farti lacrimare e ti allarmano il piede che teme il contatto.
    L’odore del fieno fresco, in fermentazione, da portarselo nei panni sino a sera, dopo capriole rissose, stanchi di riso e di pugni. Il pane appena sfornato sul tavolo di cucina al mattino: un odore caldo, quasi dolce che dava l’acquolina in bocca, imponendoti una minima attesa.
    Ricordo quel tavolo, nero di mosche. (il D.D.T. sarebbe venuto dopo, con gli
    americani). Papà apprestava la colazione, facendola precedere con la cacciata
    delle mosche dalla finestra aperta, agitando un tovagliolo. Il nastro giallastro e polveroso della carta moschicida scendeva, accanto al filo dell’unica lampada, dal soffitto.
    L’odore della latrina nell’orto, nauseante e insopportabile ma obbligatorio. Sciami ronzanti di neri mosconi famelici.
    L’odore dell’albero di fico, sotto il sole d’agosto. Un odore avvolgente, dolciastro, colloso come il lattice bianco che colava dal ramo ferito.
    L’odore delle viole, cercate con zia Maria nel declinare umido e ombroso del fitto bosco delle Fate. Un odore nobile, inconsueto, ammaliante come l’intenso colore.
    L’odore della lavanda ‘Col di Nava’ di papà che, di prima mattina, si faceva la barba sul tavolo di cucina, usando un piccolo specchietto dalla cornice celeste. Quante volte ho assistito a quel rito con rinnovata meraviglia.  Il gioco dei muscoli del volto di papà per assecondare la lama. Dargli un bacio era rubargli un po’ di quel profumo, intenso.
    L’odore dei bossoli della mitragliera, fiutato con timore ed orrore al fine  degli scoppi della battaglia.
    L’odore del sapone fatto in casa da nonno Angelo, bollendo ossa e calce in
    un nero pentolone: un sentore disgustoso, tanto che per lavarmi mi dovevano rincorrere tutti.
    L’odore della neve, lieve e pungente come il suo sapore. Mamma la raccoglieva dal davanzale  nel bicchiere: una goccia di dolce caffè e nasceva una delizia per il palato.
    L’odore del fulmine. Quando si usciva dal portone di casa tra l’ultima pioggia e i raggi brillanti del sole. “E’ ozono, senti ha il sapore di una lama” mi spiegava papà.
    L’odore delle bionde trecce di Cristina, prima bimba apparsa nella mia vita. Una visita dei genitori, su alla nostra villa, un tramonto.  L’albero di lillà era in fiore. Tirammo fuori le vanghe dei contadini, cercando di costruire una galleria che potesse unire le nostre
    lontananze.
    Beata, stupenda, tremenda, ingannevole infanzia.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:49
    Appunti dal Brasile

    Come comincia: Salvador de Bahia..una esperienza Brasile? Donne.......No, la prima esperienza e` puramente spirituale e religiosa. Sull´aereo incontro Joao, un giovane seminarista brasiliano di Salvador che rientra a casa dal seminario in Sardegna. Parliamo della teologia della liberazione. Una religione povera per i poveri. Loro non usano l´abito talare, perché sarebbe troppo elegante e inrispettoso per la povertá di qui. Noi cattolici di Roma siamo lontani, in una ricchezza medioevale. Mi parla delle cene col suo vescovo su tavoli di legno senza tovaglia, entrambi in maglietta. Puramente informale. Lui é vestito accuratamente e lo vedo elegante nel suo abito talare. Prima di salutarlo all`arrivo a Salvador gli chiedo se resterá in Brasile. Mi sorprende quando mi risponde che é suo desiderio tornare per sempre in Italia. Stregato pure lui..dal nostro Vaticano. Questa mattina rivedo il Pelhorino, vecchio quartiere di Bahia. Case di due piani, tra il rudere e il ristrutturato. Ma la miriade di colori le contraddistinguono. Azzurro, giallo, rosso....vividi nella povertá del posto. Entriamo in una chiesa barocca, la Chiesa del Carmine...un centinaio di baihani stanno pregando.La chiesa é un trionfo d´oro e di stucchi. Un giovane prete in maglietta parla a voce alta, sorride. Il suo sorriso mi conquista....mette su un cd di musica e iniziano a cantare. Alzano le mani e sorridono. Lui dice che il sorriso aiuta e unisce. É vero...mi trovo ad ondeggiare anch´io le braccia. Ogni tanto si interrompe e risponde al suo cellulare. Da noi sarebbe una scorrettezza, qui non lo avverto. Riconosco solo una preghiera, il Salve Regina..termina cosí tra applausi ed abbracci tra loro. Non sciamano fuori ma restano rumorosamente in chiesa, parlano, si toccano, si abbracciano, sorridono. Risalgo sino al prete in maglietta e mi complimento con lui. "Bravo, questa é la Chiesa che vorrei"! Mi saluta sorridendomi: "Obbrigado". Esco.

    Il Nevskij Prospeckt, un fiume pedonale di una cittá russa, un fiume di anime morte e vive, disperate e non. Penso che ogni luogo possieda questa via, non solo S.Pietroburgo. Riflettevo questa mattina passeggiando su quest´ísola, senza strade, dove il pedone cammina su viottoli di sabbia o sull´immensitá della riva abbandonata dalla bassa marea. L´uomo si deve ritrovare, si deve esporre,deve giudicare e farsi giudicare per esistere. La miseria dello spirito cerca nell´incontro, un´assoluzione qualsiasi, fors´anche l´indifferenza che allevi quel senso di colpa, che deve pur esserci in alcuni. Mi camminava davanti, aveva forse la mia etá, capelli bianchi, alto, un andatura agile, maglietta, calzoni a mezza gamba, piedi scalzi. Al suo fianco, una bambina di 12, 13 anni, minuta di altezza, con un tanga scomparso tra le pieghe di due glutei neri come il carbone. Il reggiseno raccoglieva seni immaturi. Un volto di putto negro, tra bagliori di pupille e di lacca su riccioli crespi. Un sorriso affiorante, indeciso. Quella mano che scende dalla vita lentamente e si posa sui glutei in movimento. Li possiede entrambi. Lui avverte il mio sguardo. Per un attimo ci guardiamo da uomini. La mano si ritrae.

    lucio da Morro de S.Paulo

    Scritto da lucio

    venerdì 03 agosto 2007
    chiedo a Mario che mi accompagna su per la strada che porta alla favela, dove lui si è costruita una casa " Avete la luce, qui?"  Mario si dirige verso un palo, da dove pende un interruttore a peretta, quello dei nostri comodini di una volta. Lo preme e si accendono lampadine a distanza di cento metri su pali precari. "Chi passa, accende..lo stato non vuole che si sprechi energia". Isola di Morro. arcipelago delle tinharé.
    Scritto da lucio

    lunedì 13 agosto 2007
    breve cenni storici.... Capitale dello stato di Amazonas, 1.400.000 abitanti, posta sull´argine settentrionale del Rio Negro a 10km dal punto di confluenza con il fiume Solimoes dando origine, insieme, al Rio delle Amazoni. 1865 avanposto commerciale, mercanti , schiavi neri, indios e soldati. Piantagioni inutilizzate di alberi della gomma. 1842 Charles Goodyear elabora il processo di vulcanizzazione della gomma. 1888 John Dunlop brevetta i pneumatici. Nel successivo ventennio diviene la seconda cittá del Brasile con elettrificazione e teatro dell´Opera 1920 Gli inglesi rubano le piantine dell´albero della gomma e le trapiantano in Malesia con coltivazioni razionalizzate e maggiormente produttive. Crollo del mercato della gomma brasiliano. ............................................ Oggi Manaus é un inferno: metti un groviglio di strade a ridosso del porto fluviale galleggiante; le case sono fatiscenti, unite da un cielo di grovigli di cavi elettrici. I marciapiedi sono occupati da migliaia di piccole bancarelle multicolori che vendono tutta la povertá possibile in un modo ripetitivo, allucinante. Ferramenta essenziale, reggiseni, telefonini, batterie per cellulari, chincaglieria di pessima qualitá. Si interpongono venditori di alimenti: frutta esotica, spiedini di carne, di formaggio e di gamberi. Alcuni abitanti portano, in contenitori di polistirolo, cibi preparati a casa e li offrono ad acquirenti di passaggio. Gli stretti marciapiedi accettano in piú mercazie leggermente piú nobili dei negozi precari adiacenti. Gli stereo di quest´ultimi lottano tra di loro per un dominio sonoro. Dimenticavo i pedoni, un flusso solido, inestricabile, che serpeggia e fa da collante tra negozi e bancarelle. Nelle strade file di vecchissimi bus strapieni inquinano il tutto ruggendo una prima lamentosa e fumosa. L´umiditá e i 36 gradi sono un ulteriore coibente. Mi lascio trascinare tra volti di indios alcuni dalle fattezze eleganti, altri deformati dagli incroci precari. Storpi, zoppi si alternano a bambine incinte. C´é un odore di fogna tra tombini intasati da rivoli nerastri che non vogliono scendere al fiume. I turisti opportunamente consigliati dalle guide evitano questo centro unico e fantasioso. Mi attardo, in coda, mentre una vecchia arrostisce sulla brace uno spiedino di carne viola. Che sará mai? Assaggiare per valutare. Ottimo! Dopo che, bruciacchiato e immerso in un liquido vischioso, é cosparso di farina gialla. Ritorno alla fermata del mio bus 120, altamente sconsigliato. Centinaia di persone lo attendono al centro della strada. Usciró mai da questo inferno? Manaus, 13 agosto 2007
    “Quale piacere ricordare, tra i crepacci dei nostri umori, alle tre di un pomeriggio, in cui la pigrizia e la disperazione incombono, che c’è sempre un aereo pronto a decollare per un altrove” (De Botton).

    L’Altrove questo magico lenimento che ci viene incontro, quale sirena ammaliatrice, a consolarci dell’oggi infruttuoso e monotono. “L’altrove” ha fattezze e contorni diversi per ognuno di noi. Può essere un luogo d’infanzia, un riposo sognato o trasognato in un posto appreso per caso, la pagina di un libro, un manifesto in una stazione ferroviaria, un opuscolo di un’agenzia di viaggi. Ma è opportuno che per noi rappresenti l’altrove, quasi una simmetria lontana dal punto dove ci troviamo a vivere. L’altrove non ha connotazioni negative, ma racchiude tutte le proiezioni positive possibili che noi possiamo dargli. L’altrove non ricorda la parte negativa della nostra fisicità, con i mille segnali di disturbo quotidiani che ci invia il nostro corpo, dalla bollicina in bocca al bruciore di stomaco o altro. L’altrove ci aspetta, validi, forti, di ottimo umore, pronti a superare le angustie e i pericoli di un viaggio. E, infatti, l’altrove nasce improvviso un giorno di tetra depressione, forse tra la pioggia di una strada tormentata, pozzanghere vere e di vita. Uno di quei giorni in cui qualcosa ci avverte che siamo al limite, un limite precario, oltre al quale c’è il buio. L’altrove sorge in un angolo oscuro della nostra mente e si evidenzia lentamente, fantasma consolatore. “Non importa dove!” diceva Baudelaire. La sua era una fuga da, senza meta. L’importante era uscire, scappare purtroppo da se stessi. Questa pesante chiocciola, casa e sentimento, che non si stacca da noi per nessuna ragione. “Devo andare”- è la frase di un personaggio di romanzo d’appendice o la frase di un Marco Polo o di un Colombo. Questa catapulta che si materializza dentro di noi e ci proietta chissà dove. La motivazione dichiarata copre ben altro.
    l.p.r.

    Scritto da lucio

    domenica 05 agosto 2007
    Salvador - Domenica 4 - Eglesia do Carmo. La signora é in prima fila. La scorgo da dietro. La messa é iniziata. É vestita elegantemente, i capelli bianchi hanno una acconciatura accurata. Un giro di perle al collo. La visuale della sua maglia di lino mi é coperta in parte. Porta una scritta sul dorso..forse una preghiera. Inizia con: "Nada te pertube...." Le prime dieci file hanno un recinto di ferro battuto e terminano con un cancelletto, ora aperto. Un segno di casta. Dietro, il popolo bahiano, su panche comuni, prega. Il prete, sull’altare, ha iniziato la predica. Parla delle virtú teologali: fés, esperanza, caritá. Io, sono invece molto turbato. Ho visto, nel 2007, gli schiavi. Esistono ancora, immutati come nella "Capanna dello zio Tom". Li vedi scaricare, all’alba, i vascelli dei possidenti. In fila, sotto il sole, non balle di canne da zucchero, ma casse di Coca Cola, frutta, bombole di gas. Hanno la corporatura delle novelle della nostra infanzia. Enormi di fisico, la muscolatura affiorante, lucida al sole. Muscoli che nascono non in palestra, per un fine estetico, ma muscoli che servono per portare di piú del tuo vicino, in modo da essere competitivo sul lavoro. Muscoli per trascinare carriole, per sollevare tronchi, per zappare la terra. Il padrone é quello di sempre, un bianco che ordina. Ha lo stesso volto, gli stessi poteri, la stessa arroganza. Ora non appartiene piú al Re, ma é un politico. Mette tasse, gabelle. Dona magliette col suo nome per creare vassalli.  Forse anch´io sono uno schiavo, a ben pensarci. Quanti padroni ho? Un´infinitá.
    Scritto da lucio

    giovedì 26 luglio 2007
    Ieri sera al tramonto ritorno al Pelourinho, antico quartiere nero di Salvador. Cerco una chiesa visitata tre anni fa in fretta con una guida locale. Ora sono libero e solo e "lecco le pietre" come uso dire per confrontarmi con un turismo fuori dalla fretta delle guide. Cerco l´Iglesia de Nossa Senhora do Rosario. É dell´inizio del 700, ed éél´ unica chiesa costruita dagli schiavi per gli schiavi. Le altre sontuose e ricche dei padroni portoghesi erano proibite a loro. Qui si adora nel piccolo cimitero la tomba di una schiava, l´Esclava Anastasia dell´ Angola raffigurata sulla tomba con una maschera di cuoio sulla bocca che le impediva di parlare come era l´usanza dei tempi. Trovo la chiesa ed entro. La funzione sembra essere giá iniziata. Il prete sull´altare veste questa volta i paramenti sacri, non la maglietta della precedente chiesa. Mi rassicura una preghiera in latino. Sono a casa? Ma improvvisamente un suono di percussioni attraversa la chiesa. Il suono é crescente, ritmato. Scorgo quattro suonatori anziani in un altare laterale che suonano bongos e maracas. Il ritmo sta crescendo...scandisce un ritmo che conosco giá..La ragazza che prega in piedi, fronte a me, camiciola dorata, jeans, smuove con un colpo di nuca i capelli sciolti sulla schiena. I capelli ondeggiano...la schiena inizia ad ondeggiare. Il fondo schiena ora attira il mio sguardo...ma é samba, questo motivo. Un vecchio signore esce dai banchi, alza le braccia e inizia a ballare, cosí la vecchietta settantenne. Io continuo a guardare il fondoschiena della ragazza di fronte a me. Fantastico. In un minuto stanno tutti danzando la samba. Il prete sull´altare é volto verso di noi e sembra dare il tempo, o benedice? non so. Mi trovo ...meraviglia ad accennare anch´io a passi di samba. Chi applaude, chi canta, chi prega....sono felici.. sí almeno questo sembrano. lucio

    Scritto da lucio

    giovedì 02 agosto 2007
    L’inquinamento atmosferico forse ci allontana anche da Dio, oltre che dalla salute. Trovarsi in una notte di stelle è sempre una esperienza spirituale intima, puramente religiosa. Mi torna una frase di uno scrittore di cui non rammento il nome: - " La superbia dell’uomo si evidenzia nella sua affermazione che Dio si sia manifestato solo per lui, tra miliardi di pianeti."- Stanotte guardo questo soffitto ghirlandato di luci e penso che Dio sia tutto questo, un Dio senza barba, senza famigliari. - Una sera d’agosto, i miei due ragazzi, su di un cavalcavia deserto ( la via privata, appena costruita di un noto ministro, il raccordo stradale tra l’Autosole e la sua villa). La vallata oscura per l’assenza della luna e noi tre, stesi sulla striscia bianca di divisione delle due corsie. Niente tra noi e le stelle. Il piccolo Matteo : " Papà sto cadendo nel cielo!" - Deserto sull’altopiano iraniano, un’uscita dopo cena, con Shara, la guida, per visitare tombe reali del X sec. d. c. Il disco pieno della luna aveva Giove come brillante monile. Camminando, noi si faceva ombra sulla sabbia, come in una giornata di sole. Gli oggetti venivano illuminati da un riflettore di una luce fredda, metallica. Il riverbero sulla sabbia completava i particolari. -" Ciro per evitare il caldo alle truppe, le faceva viaggiare alla luce della luna"- mi raccontava Shara. Per un attimo vidi quelle schiere di uomini camminare dinanzi a me. Morro ore 6,38

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:46
    Partendo da Salvador de Bahia

    Come comincia: Dovunque tu sia, il partire, il lasciare, il perdere ti mette sgomento. Forse il distacco dal tuo, sia pur momentaneo, rifugio, a cui devi la sopravvivenza biologica del momento. Forse il timore del tempo ignoto che ti sta davanti e ti cela un sicuro ritorno. "C´é una porta che non riapriró...uno specchio in cui non mi vedró.." mi tornano questi versi di Borges che condivido nel loro tragico annuncio. Cosa lascio tra poche ore, rientrando in Italia? Un cielo azzurro contornato da nuvole sorprendentemente candide alfine di un rovescio improvviso, fatto di rivoli incerti, di odori salmastri di fogne. Suoni di percussioni africane che sbucano da vicoli colorati dall´arcobaleno. Uno sciamare distratto e sbracato di turisti ansiosi di vedere e di non capire. Lascio il volto di Davide, bambino di strada, magrissimo sino alle ossa, un cespuglio di capelli crespi, impastati di sporco e di acqua ossigenata; occhi adulti, profondi, dolenti. Il suo non chiedere soldi, portandoti a comprare un pacco di biscotti per i suoi. Il suo modo di lasciarti, con un disattento saluto, quando gli hai dato quel che voleva. Il suo futuro, la sua etá a rischio. Lascio il mosaico di colori vivi di queste case disfatte dal tempo, i viola, i rosa, il turchino, il verde bandiera. Assurdi altrove, ma intonati qui. Lascio le onde immense e fragorose dell´oceano, domate da ragazzi impavidi su tavole di legno. Lascio un caffé appena iniziato sotto un´ombrellone ,ad Itapuá, mentre all´orizzonte si profila l´imbuto nero del tornado. Lascio il mio posto vuoto sulla sedia della scultura raffigurante Vinicius De Moraes seduto ad un tavolino, in tua attesa. Lascio volti bellissimi di uomini, donne e bambini. Lascio volti bruttissimi di uomini, donne e bambini. Lascio il suono del canto brasiliano a sera tra le note di una chitarra, mentre i sorsi di capirina ti bruciano dentro. Lascio costumi fantasiosi e opulenti di bahiane che si danno al tuo obiettivo. Lascio sapori di erbe e aromi sconosciuti su braci di carne e di pesce. Lascio una notte che non si spegne nei suoni, nelle luci e nel mio ricordo. Partendo da Salvador 18 agosto 07 . h 14,45 

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:40
    Banana Boat

    Come comincia:           “Ti ho inviato quel brano di quel disco di Vinicius, che cercavi. Scaricati  il file e mettilo nella discoteca di Tunes”.
    E’ vero: l’adattamento è un processo lento e non uniforme per ogni essere  umano. Io sono tra i più lenti a recepirlo.
    “ Ma di un file, che cazzo me ne faccio? Scusa l’irruenza e forse la, non  mia, perfetta educazione, venutasi a corrompere con gli anni”
    “ Te lo scarichi sull’I pod e te lo senti quando vuoi.”

    Barbera, quella mattina, era venuto nella 3° C, al Colombo, indossando una  tuta nuova. Era della Genova bene, lui. Il padre era nei tessuti. Lo ricordo,  lungo e biondo. Un sorriso aiutato da lampi azzurri dei suoi occhi.
    “Ieri sera, su Radio Montecarlo, ho sentito una musica fatata…un certo  Harry Belafonte. Mi sembra che il disco si chiamasse ‘Banana Boat’. Ragazzi  dovreste cercare di sentirlo. E’ un deliquio!“
    A casa, si traduceva Senofonte con la radio, in sottofondo. La voce  femminile, nell’eloquio musicale francese, presentava le novità discografiche. La vicinanza della Costa Azzurra, la foto, pseudo autografata, della Bardot,  sulla spalliera del letto, creavano un ambiente di fuga, per noi ragazzotti di  buone maniere. Poi l’annuncio interrompeva ogni libresca  attenzione:  Banana Boat par Belafonte, c’est pour vous!”
    L’Anabasi era dimenticata. L’urlo senofonteo delle schiere greche, alla vista  del mare, “Tàlata, Tàlata” faceva posto ad un nuovo suono gutturale, che sapeva  di foresta sudamericana, di sole, di donne mulatte, dalla pelle lucida di  sudore.
    “Vai su Montecarlo, sintonizzati, sbrigati…senti un po’?”
    Era una catena velocissima di telefonate. Per giorni ci si accontentava di questa parentesi sonora. “Da Ghio, al grattacielo, è arrivato il disco. Un 45 giri che va a ruba. Bisogna prenotarlo…”
    In realtà la prenotazione serviva a coprire il tempo per accumulare i soldi  per l’acquisto del disco. Un pomeriggio era dedicato a questo. L’inserviente, esperto di Ghio, alla tua richiesta, prelevava il disco dalla copertina  multicolore dal reparto ‘Novità’. Ti accompagnava alla cabina , lasciandoti  solo all’ascolto. Harry, foresta, isole, mari, mulatte ti avvolgevano in un suono, che non era realtà. Il ritorno a casa aveva la consapevolezza di un possesso. Una tattilità, tra le mani, che ti dava promesse. L’arrivo, era  chiudersi in camera a risentire quel motivo per ore intere. Forse i giovani d’ oggi devono iniettarsi eroina, per raggiungere il nostro sballo d’allora.
    “ No, ascolta…non mandarmi il file. Ti ringrazio, ma non saprei cosa farne…“

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:30
    N.Y.

    Come comincia: Prime ore del mattino. Sono appena uscito sulla Broadway, sto percorrendo un largo marciapiede. Uno strato di lattine e di bottiglie crea problemi alla stabilità del mio passo.
    A terra il resto di un colossale bivacco: contenitori di patatine, resti di panini, bicchieri di carta. I bidoni dell’immondizia sono punti di riferimento per altri cumuli di rifiuti. E’ appena trascorso da poche ore il sabato notte ed io mi rammarico di non averlo potuto vivere. Ho un tramonto sul Bosforo in debito con me stesso per la stessa ragione: la stanchezza del viaggio. A mia difesa posso dire di essere arrivato alle due di notte dopo un volo di dodici ore, attese comprese. Il taxi mi ha lasciato stanotte di fronte all’albergo, un grattacielo di sessanta piani. I marciapiedi erano densi di folla. Luci violente, lampeggianti a volte, da ogni dove. Un caos di auto, un intreccio insolubile, immoto, tra un suonare di clakson. Un muro di vetri illuminati che tocca il cielo nero, ai lati della strada: i grattacieli visti dal basso ti incutono angoscia, ti schiacciano. Sull’entrata mi hanno accolto due gorilla in doppio petto blu e cravatta argentata. Un’ombra, piccola e nera mi ha preso le valige e mi ha proceduto: un ragazzino di non più di tredici anni. Hall deserta, i radiotelefoni dei gorilla hanno chiesto mie notizie a qualcuno che non vedevo. Su uno schermo televisivo è apparso il mio nome con una serie di dati dell’ufficio immigrazione. Acconsentono a che io possa salire in camera. All’entrata dell’ascensore trovo altri due giganti neri con manette penzolanti alla cintura e maniche della camicia arrotolate sui bicipiti che mi esaminano attentamente, non sorridono. Attendo l’aprirsi delle porte e due specchi sulla parete di fronte negli angoli mi rassicurano che nessuno è nascosto nei due spazi bui, ai lati dell’entrata. Saliamo io e il ragazzo, muti, guardandoci negli occhi a tratti. Un sibilo ed uno strusciare di corde che mi preoccupa. Il corridoio è in penombra, solo luci di emergenza. L’odore di una moquette impolverata. Scarpe da pulire e vassoi con resti di cena fuori delle porte mi costringono ad un accurato slalom. La stanza è molto dimessa. Il condizionatore ha una vibrazione che mette in forse il mio futuro sonno. Il ragazzino attende. Non ho spiccioli, gli do un biglietto da mille lire. Lo guarda poco soddisfatto. Lo prendo per le spalle e lo spingo fuori. Un odore di muffa, luci tenui sul comodino mi intristiscono. La finestra riflette una luce giallognola esterna. Intravedo un baratro di grattacieli. In fondo, i fari delle macchine creano un fiume luminoso. Mi arriva il suono delle sirene delle macchine della polizia. Mi ricorda i film della mia infanzia. Guardo la vita nelle finestre illuminate del grattacielo confinante. Un signore in mutande beve birra di fronte ad un televisore e si gratta la pancia. Una donna si aggira riordinando una camera. E’ in sottoveste, ma non è affatto attraente. Il sonno tarda e resta superficiale per tutta la notte, rotto dalle sirene delle auto della polizia. Un carosello continuo.
    L’aria della mattina ha cancellato gli incubi. Sono raggiunto da quella strana euforia che mi pervade ogni qual volta inizio a conoscere, per la prima volta, una città o una persona. C’è pochissimo traffico. L’aria è frizzante, mi penetra nella camicia. Solo pochi passanti. E’ domenica mattina. Due ragazze in tuta mi sorpassano correndo. Non si parlano. Auricolari alle orecchie. Mi arriva la vibrazione della musica tenuta al massimo volume. Un gruppo di schettinatori vola al centro della strada, sembra non toccare il suolo. Mandano suoni gutturali, preoccupanti. Mi ricordano i Sioux dei film. Le vetrine dei negozi chiusi sembrano non attirare lo sguardo. Negli atri di alcuni negozi stanno ancora dormendo barboni alcolizzati. Si muovono lentamente tra mucchi di cartoni come grossi vermi. Hanno anemie tremende nei volti spenti. Guardo a tratti il cielo azzurro e lontano in questo abisso di cemento e vetro. Vorrei raggiungerlo, elevarmi, togliermi da questo strisciare in un fondo. Da un portoncino in ombra esce un braccio. Sento improvvisamente la morsa sulla mia spalla. Mi fermo. Ora i miei occhi sono entrati nel buio e ne hanno ravvisato l’immagina di un negro. Il viso è lucido di sudore, la barba lunga è intrecciata allo sporco. Gli occhi sono di luce. E’ vestito di stracci. Mi guarda immobile non mollando la presa sulla mia spalla. Vedo uscire dal suo fianco l’altra mano, bianca, magra. Mi indica una grossa chiazza rossa di sangue che sto calpestando. Mi stupisco a non essermene accorto.
    “American Kaputt” mi urla nell’orecchio. E’ un suono rauco, frammentato da un ansimare. Sento il suo fiato di alcol sul mio volto.
    “American Kaputt” ripete ancora, in un tono di vittoria su qualcuno che non immagino. Dò uno strattone e mi libero. Ho i piedi impantanati in un rosso viscido. E’ una colla densa. I piedi sono pesantissimi. Affretto il passo evitando la traccia lasciata di fronte a me sul marciapiede. Ora sono piccole sfere rosse, spruzzate qua e là. Sembrano rotolare davanti ai miei passi.
    “American Kaputt” continua ad urlarmi alle spalle. Ed è un urlo di vittoria certa.

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:27
    La sfantasia

    Come comincia: Se è pur vero quel principio, in fisiologia, che una funzione, non esercitata, si estingue, penso che la fantasia andrà a sfumare nelle generazioni future. Noi, bimbi, si viveva in un mondo nostro, creato da noi e non indotto dai programmatori di video giochi. E' di pochi giorni fa, la mia visione sconcertante di un padre che aveva accompagnato i suoi due figlioli alla Reggia di Capodimonte. Questi, seduti su di una panchina avevano lo sguardo ed entrambe le mani incollate a due piccoli giochi elettronici. Attorno a loro, la Reggia, il Parco, l'esuberante e varia flora, gli uccelli. Non vedevano. Il padre, rassegnato o forse contento per quella calma indotta, aveva gli occhi spersi nel vuoto. Noi, figli della guerra, non si aveva nulla di comprato. Tutto veniva creato, costruito a casa, dal padre o da un parente. Il primo pallone fu di pezze e segatura, era più soffice della lattina di metallo, schiacciata sotto le rotaie del tram, che era proibita dai genitori, in quanto rovinava le scarpe. Con la fantasia diventava un vero pallone. La spada di legno dello zio Enrico, falegname. La cerbottana, un pezzo di tubo dello stagnaro. Chi aveva visto un film, cosa improbabile per quei tempi, per il costo, lo raccontava, con dovizia di mimica e di rumori. Nanni, il mio amico del cuore, era un artefice in queste descrizioni. “ Dai Nanni, raccontamelo ancora una volta....” E lui ricominciava....” Clap, clap, un cavaliere si profila all'orizzonte...”. Ed io, non solo, vedevo quel film, ma c'ero dentro fisicamente, in una suggestione mai più avuta nella vita. Basti pensare che quando, sotto il tavolo di cucina, si ricreava la giungla dei film di guerra americani, ricordo l'implorazione: -” Fermiamoci un attimo, è troppo spaventoso.” E si prendeva fiato dalla suggestione, per poi riimmergerci nella fantasia della creazione, che era di gruppo, miracolosamente, avvolgente. La lettura incontrata con gli anni ci portava nella giungla del Borneo con Sandokan o sotto i mari con Verne. Ricordo quelle notti, quelle avventure, nel buio della mia camera, spossato da quelle righe di vita avventurosa. Ci sono stato in quei posti, in un miraggio fantasioso di creatività. Vado chiedendo, ogni tanto, a qualche ragazzo, in studio:-” Ma tu leggi mai un libro?”-
    -”No, ma sto ore al computer.”-

  • 23 marzo 2012 alle ore 17:26
    La Wandissima

    Come comincia: Noi, ragazzi del '30, vedevamo i tuoi spettacoli di varietà dall'ultima fila, con i soldi risparmiati della paghetta settimanale. Era il momento osè della nostra vita di ragazzi di famiglia. La Wandissima, già anziana prendeva tutti gli applausi nella discesa dalle sue famose scale coreografiche. Ma la soubrettina, tutto pepe, eri tu. A gomitate, a fine spettacolo, si scendeva sotto la passerella per guardarti da vicino e applaudirti. Che corpo fantastico...che gambe! Le ricordo ancora, nel bagliore di luci e nel frastuono dell'orchestra. Una sera perdesti una perlina dal costume. La conservai come talismano per la prima gioventù, quella delle fantasie realizzabili.