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Racconti di Lucio Paolo Raineri

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  • 19 settembre 2007
    Io e la tigre

    Come comincia: Ricordo quella sera brumosa, fredda. Il castello, bianco dal recente restauro, sembrava finto. Come finti, quasi pupazzi, due enormi scozzesi in kilt, che suonavano cornamuse nell’androne. La luce della sala d’entrata penetrava nel buio del giardino. Le voci del gruppo, i flash delle macchine fotografiche.
    Il conte di Mansfield, vestito di scuro, ci attendeva sulla soglia. Dietro di lui, una schiera di cameriere dalla divisa nera con la cresta merlettata sui capelli, frenava risatine nei nostri confronti.
    Il sorriso bonario e accogliente, sotto i baffi, ampi e ritorti, del conte ci introduceva in un’ampia sala dal tetto a botte. Un enorme camino rischiarava la sala con l’aiuto di torce fumose alle pareti. Altre comparse scozzesi, in costume nazionale, suonavano cornamuse ai lati del fuoco. Una passamaneria rossa sospesa su pilastrini mobili di legno, divideva la parte del castello affittata al tour operator dal conte, dalla sua abitazione abituale. Infatti, oltre questa effimera linea, in fondo ad un corridoio, una signora con bambini a lato, ci osservava. I  loro vestiti erano quelli di tutti i giorni.
    Ci introdussero nella sala da pranzo di stile quattrocentesco. Quadri di severi antenati alle pareti e armi rugginose si alternavano su muri di mattoni rossi. Fu un pranzo con un menù scozzese, dove ciò che ti ricorda qualcosa che conosci, ha un sapore tremendamente diverso, a volte opposto alle tue aspettative, ingoiabile.
    Le cameriere restavano, durante il pasto, con le spalle contro i muri della sala, immobili, quasi cariatidi. Ad un segnale convenuto della caposala, si precipitavano sulla tavola e cambiavano stoviglie e vivande. Quasi una danza. Rientravano subito al loro posto, riacquistando l’immobilità di prima.
    Ricordo che quella sera non ero di umore abituale; forse il clima, forse quello scenario falso, fatto per noi, turisti. Ad un cero punto mi alzai e lasciai i convitati alle loro libagioni. Me ne tornai nella grande sala ad osservare il grande falò che ardeva nel camino. I suonatori di cornamuse avevano deposto gli strumenti e seduti su panche di legno conversavano, non occupandosi di me. Fu lì che accadde uno strano fenomeno, un pugno di minuti che mi hanno lasciato sempre sgomento a ricordarli. Al di là del cordone di velluto, si vedeva una porta socchiusa che dava nello studio del conte. L’enorme scrivania e la poltrona dai fregi dorati la indicavano. Avvertii uno strano e inconsueto impulso. Sollevare il cordone di velluto e passare oltre, fu un attimo. Non l’avrei mai fatto, per carattere, sono un timido. Attraversai la porta socchiusa. Ricordo una foto sulla scrivania. Doveva essere la moglie giovane del conte, immersa nella vasca da bagno con tutti e tre i pargoli, aggrappati a lei, nell’acqua schiumosa. Sentii un senso di disagio per quella intimità non dovuta. Ma il mio sguardo finì sulla parete, al lato sinistro, che sovrastava un enorme divano damascato. Una quantità di teste impagliate di tigri erano affisse come trofei di vecchie cacce in India. Erano teste impagliate, dagli occhi di vetro e dalla dentatura vera. Tutte uguali ad uno sguardo sommario. Qui iniziò il secondo ed ultimo tempo di quella strana sera. Attraversai tutto lo studio, quasi chiamato da una targa apposta sotto di una delle teste di tigre. Avevo difficoltà alla messa a fuoco di quelle poche lettere, che sembravano attrarmi. Mi avvicinai e le lettere si fecero chiare.
    La data e il luogo di uccisione di quella tigre: Sawua - 8 Dicembre 1938. La mia nascita.

  • Come comincia: Un Natale molto diverso da  quelli attuali, molto diverso…
    Si abitava con la mia famiglia a Serravalle Scrivia, in una villa padronale in cima ad una collina. Si era fuggiti dai bombardamenti di Genova e grazie a mio nonno materno che aveva conoscenze ad Alessandria,  avevamo trovato questa abitazione, che per me resta nella memoria come una dimora fantastica. Arrivato a cinque anni, i miei ricordi di vita iniziano da quel posto.
    Campagna attorno, con tutti i suoi misteri di vita, animali da cortile da vedere e vivere. Meraviglie come le notti buie illuminate da lucciole, o grandinate con palle di ghiaccio grandi come il pugno del nonno Angelo.
    Ricordo ancora il rumore delle tegole del tetto frantumate e mio nonno in controluce sulla porta che tiene in mano questi misteriosi proiettili venuti dal cielo.
    Primavere con esplosioni di gemme fiorite che volavano nel vento.
    Zia Maria che mi insegna a trovare sotto le foglie secche del bosco, le viole. Quel profumo intenso.
    Il ghiaccio degli inverni che entrava in casa. Il catino dell’acqua per lavarci nella stanza da letto e la voce di mia zia che urla meravigliata: -“Guardate, si è ghiacciata l’acqua nel catino”.
    Mamma che scende nel giardino vestita di scialli con un secchio di acqua bollente per sghiacciare la pompa del pozzo.
    I ricordi dei bambini sono piccole sequenze indelebili per tutta la vita. Il buio di quelle sere attorno alla brace della stufa. I grandi che parlano tra di loro. Nonna Amina con l’attizzatoio gira le patate nella brace. L’attesa e il sapore…
    Sere? Magari si sarà stati lì al buio, alle 7 di sera, altro che le lunghe notti di adesso. E i grandi che parlavano e si parlavano. Quanto abbiamo perso, abbagliati da uno stupido schermo, di conoscenza fra noi. Me ne sto andando dietro i ricordi che si affollano in fila per affiorare.
    Natale, dunque.
    Mamma in attesa di mia sorella, il pancione e la preoccupazione di papà di dover percorrere due chilometri nel buio e nella neve alta in un inizio del travaglio di notte. Circondati da una guarnigione tedesca che aveva montato una batteria contraerea per la protezione del ponte sullo Scrivia, i nostri rapporti erano buoni con loro.
    Spesso, a sera, ci venivano a trovare: un bicchierino di rosolio del nonno, due chiacchiere difficoltose dei grandi con quella lingua ostica, molti sorrisi. Fu durante una di quelle visite che papà riuscì ad avere la promessa che non gli sparassero addosso in un’inattesa uscita da casa.
    Di quel Natale ho solo due sequenze indelebili. Lo svegliarci a notte fonda da un rumore improvviso, un fragore. Qualcuno batte sulle persiane del pianoterra, in cui erano sistemate le camere da letto, in un modo forsennato, risa, schiamazzi. Tratti di periodi tra i miei genitori. “Non accendere” - “Sono loro, sono ubriachi”.
    Sento la sicurezza di mio padre e il timore in mia madre. Registro il tutto a quasi sei anni nel buio fitto. Altra sequenza. Ci siamo spostati al primo piano, evidentemente perché vedo che mio padre accende la luce e apre le persiane guardando in basso. La voce di mamma che mi tiene in braccio e dice a papà: “Via di lì, ti sparano”. Papà,sicuro, che grida a voce alta: “Chi siete? Che volete?”.
    Per magia il silenzio ritorna. Ultima sequenza natalizia e questa me la sono portata dietro tutta la vita a ricordarmi in quali natali si può imbattere un bimbo. Mi sveglio di nuovo a piano terra, nel letto dei miei genitori. Mamma non c’è, ma nel letto c’è zia Maria, la sorella, impiegata a Genova. Deve essere arrivata nel frattempo, se sta nel letto sotto le coperte con me. “Mamma è andata a partorire in ospedale, per la paura di stanotte le si sono rotte le acque e sono usciti tutti anche i nonni  per accompagnarla. Buon Natale nipote mio. Ti hanno lasciato sul comodino da notte i regali, un piatto di canditi e alcuni fogli di cartone da cui ritagliare le forme degli aerei tedeschi e ricostruirli con la colla. Staremo a letto tutto il giorno per salvarci dal freddo, in quanto da buona impiegata, non so come si accende un camino. Ti dispiace se mangiamo i canditi che ti hanno regalato?”

  • 05 luglio 2007
    Il dolce volto del nemico

    Come comincia: Li aspettavamo a Villa Adela un giorno o l’altro. Ci eravamo rifugiati sulle colline di Serravalle Scrivia. Una villa padronale affittata da mio nonno nella fuga dai bombardamenti di Genova.
    Avevo cinque anni. Li temevamo. Ascoltavo i discorsi dei grandi nel buio della cucina, quando dopo cena, per l’oscuramento imposto, ci si radunava attorno alla stufa e si attendeva il segnale dei tamburi di radio Londra al riflesso della brace. Si parlava di loro con circospezione, abbassando la voce.
    Veniva a trovarci la Nuccia con il suo setter da una casa vicina, oltre il vallone e ci portava le ultime notizie sulla guerra.
    Una sera arrivarono due ragazzi vestiti da montanari, con cappelli tirati giù sul viso. Infilati alla cintola i manici di legno delle granate;  restarono ad ascoltare le notizie della radio, in silenzio;  solo qualche ammiccamento tra loro, un bicchiere di vino e fuggirono via nella notte.
    “Sono partigiani”- sembrava rassicurarmi mamma. Ma aleggiava un’ aria di preoccupazione, sia per loro che per noi. Sino a quel momento dopo la fuga da Genova, avevamo ritrovato la calma di un vero rifugio. A volte preceduto da un rombo assordante si oscurava il cielo.
    “Vieni a vedere le “fortezze volanti” “! - Mi diceva mamma, mentre il cielo era un disegno di infinite croci nere, altissime che volavano in direzione del porto di Genova.
    Scendeva una pioggia di coriandoli luminosi: erano strisce di stagnola per ingannare i radar. Me ne riempivo le tasche. Scomparsi gli aerei all’orizzonte, tornava il silenzio della campagna. Stentavo a credere che quegli uccelli neri fossero i liberatori. Perché mai dovevano distruggere la mia città?
    "Il nemico" lo avevo intravisto dal finestrino del treno: un cannone enorme dalla canna lunghissima posto su carrelli ferroviari. Faceva parte di un convoglio militare: "La Berta"- gridava emozionata nonna Olga che credeva di riconoscere il cannone che tuonava sulle alture di Monte Moro a Genova a difesa del porto. Ricordo soldati a cavallo del fusto. Avevano capelli biondi e ridevano.
    Quelli i nemici? Il naso incollato al finestrino, il tempo dello scorrere veloce di un attimo. Il nemico perché? - mi chiedevo con la logica del bambino - se fuggivamo dalle bombe dei "liberatori". Che strano modo di liberarci, poi avevano questi. U
    scendo dal rifugio, a Genova, il palazzo affianco al nostro, era una buca. Nel fango si aggiravano ombre alla ricerca di qualcosa. I nemici li aspettavamo a Villa Adela e un giorno arrivarono.
    Caro Franz, ricordo quel giorno. In fondo al viale, c’è nell’aria la luce della primavera, un frastuono di motori e di carri cingolati. Il cancello della villa che cade a terra. La colonna sale verso l’aia ghiaiosa della villa. Io non ho mai compreso dove fossero i miei. Non li sento vicino a me nel ricordo o forse l’importanza del momento li escluse dalla realtà. Sento di guardare con intensità ciò che sta avvenendo. Per un bambino di cinque anni è senz’altro un’emozione fuori del comune. Un’auto precede carri cingolati su cui sono seduti ai bordi, soldati con elmetto e fucile. Sopraggiungono sul piazzale antistante a villa Adela e si dispongono a cerchio. Dall’auto scende un superiore che comincia ad urlare ordini in una lingua metallica, roboante. I soldati scendono dai carri, hanno con loro uno zaino, oltre al fucile. Ora sorridono, parlano tra di loro, si scoprono il capo. Il superiore continua a dare ordini. Una bottiglia di vino viene fatta girare. L’atmosfera perde di drammaticità. Qualcuno mi scorge e viene verso di me.
    Sei tu Franz, ricordo il tuo volto di ragazzo vicino alla mia fanciullezza; mi sorridi e mi sollevi in aria. Pronunci parole che non capisco. Mi colpisce la tua croce nera ornata d’argento sul colletto della divisa, contrasta con l’oro dei tuoi capelli. Poi i ricordi si perdono in inquadrature di un film. Mi chiami: - Luccio - insistendo sulla consonante. A sera il tuo bussare alla porta e ritrovarti con noi come in famiglia. Nonno Angelo mette per te sul grammofono “Lily Marlen”. E una marcia di guerra; i tuoi occhi non mi vedono mentre io gioco con la tua catena d’argento al collo. La voce della cantante è rauca, calda. Pensi ad altro... la tua famiglia... i giorni di guerra che ti attendono.
    Ricordo una frase di papà: - "Poveri ragazzi, sono reclute di marina inviate quassù, lontano dal mare, chissà mai perché?"
    Una mattina vengo alla tua tenda: corpi nudi alla cintola che si lavano in una tinozza. Un teschio è l’emblema impresso sul panno scuro della tenda. Lo stesso teschio lo ritrovo su insegne di legno dove è tracciato con pittura nera “achtung minen”. Tu mi confesserai che è falso, in quanto di mine non ne avete più.
    "E’ arrivato il tuo amico fedele" –qualcuno già trova da ridire sul nostro legame insolito. Un giorno di vento mi ospiti nella trincea dove avete posto il cannone antiaereo. Mi fai sedere sul seggiolino che è simile a quello del trattore. Mi dai un colpo e giro, giro... che strana giostra quella.
    Ma un mattino: "Sono fuggiti" - qualcuno urla e ti perdo per sempre.
    Mamma scolla nell’acqua la pasta cotta che avete lasciato nella frettolosa partenza vicino al camino. Si pregusta un pranzo inatteso. Ti ricordo ancora Franz dopo una vita trascorsa. Nessuno mi ha mai convinto che tu fossi veramente il nemico.

  • 07 giugno 2007
    Paris, Paris!

    Come comincia: Come poter scrivere di Parigi senza cadere nella tentazione di ricordare le ore trascorse con te.
    “Chi non ama, non dovrebbe mai parlare di questa città” – Sono parole di  Anna Maria Ortese nel “Mormorio di Parigi”. Le ho cercate nella mia biblioteca per trarne la forza a superare quel pudore che mi possiede quando ti penso. La mia incertezza è riconoscere il limite del mio amore tra te e questa città.
    Parigi dietro di te, come un fondale di una rappresentazione, Parigi che ti racchiude, Parigi nel tuo accento musicale, nel tuo vestire, nel tuo venirmi incontro sorridendomi.
    Gli anni sono trascorsi, eppure ti riscopro in una realtà sconcertante ad ogni mio ritorno. Forse perché i ricordi hanno la dimensione del reale sino a quando siamo disposti ad accettarli come tali.
    Vacanze di Natale all’Università. Una notte di viaggio da Marsiglia a Parigi con tuo padre che guidava il camioncino Peugeot. Tutti e tre davanti. Tu  tra me e lui. La nazionale n.7 allagata; i fari scavavano cunicoli di luce nel buio. Sapevi ignorare la presenza di tuo padre in una maniera che mi metteva a disagio. Il contatto delle tue labbra sulla mia guancia.
    Tuo padre ci lasciò a Place Vendome nella solitudine dell’alba. Ad una traversa di Rue de la Paix, il profumo del pane appena sfornato. Il sapore di quei bocconi, intensi come ostie tra una parola, un sorriso, un tuo gesto.
    La città si svegliava lentamente. Un crescendo di rumori, di luce, di movimento ci avvolse.
    La salita a  Monmartre con il sole che forava le nubi e si rifletteva sulle bianche cupole del Sacrè-Coeur. Ci fermammo sui gradini della chiesa con altri studenti americani. Cantammo con loro. Io nascondevo le mie note stonate al riparo del tuo canto. Iniziò a piovere e tu pretendesti di farti ritrarre ugualmente, al riparo di  un ombrello, da uno studente giapponese. Quelle tracce di pioggia sulla carta, con un tuo appunto a matita: “Autoritratto della pioggia” !
    Ci rifugiammo al Lapin Agile, la cave dei grandi della Belle-Epoque. Pranzammo in un angolo, quasi buio, al lume di una candela. I tuoi occhi. Le tue parole d’amore, trascritte in qualche grumo di cellule, mi tengono compagnia negli anni. La certezza di ciò che è stato è un approdo più accessibile.
    Alla stazione del metrò a Pigalle, incontrammo un tuo amico, violinista. Arrotondava l’assegno del padre suonando per i passanti. Il tuo abbraccio, troppo caldo, urtò la mia gelosia.
    Poi, l’attraversata di Parigi a passo svelto, in lotta con il tempo: tuo padre ci avrebbe ripreso a sera. L’Etoile, un gorgo di vita che si placa nei larghi viali degli Champs-Elysèes. Place de la Concorde, l’immensità disegnata in una città. Ti indicai il posto dove era stata eretta la ghigliottina. Immaginammo lo scivolare freddo della lama, il suo lampo, seduti sui gradini di una fontana barocca.
    Giungemmo a Place des Voges che c’era una grande luna. Un unico blocco di edifici, un quadrilatero di portici  che racchiude un verde giardino. Si respira il tempo del Re Sole con le due serie di mansarde di ardesia illuminate da tenui luci.
    Quella panchina freddissima. Solo noi. Io nel tuo cappotto che mi avevi aperto sulle spalle ospitandomi vicino a te. La sensazione di una centralità non solo di posizione ma anche spirituale: la solitudine dell’unicità irrepetibile di un attimo breve come un sentimento d’amore.