username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Lucio Paolo Raineri

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Lucio Paolo Raineri

  • 05 luglio 2007
    Il dolce volto del nemico

    Come comincia: Li aspettavamo a Villa Adela un giorno o l’altro. Ci eravamo rifugiati sulle colline di Serravalle Scrivia. Una villa padronale affittata da mio nonno nella fuga dai bombardamenti di Genova.
    Avevo cinque anni. Li temevamo. Ascoltavo i discorsi dei grandi nel buio della cucina, quando dopo cena, per l’oscuramento imposto, ci si radunava attorno alla stufa e si attendeva il segnale dei tamburi di radio Londra al riflesso della brace. Si parlava di loro con circospezione, abbassando la voce.
    Veniva a trovarci la Nuccia con il suo setter da una casa vicina, oltre il vallone e ci portava le ultime notizie sulla guerra.
    Una sera arrivarono due ragazzi vestiti da montanari, con cappelli tirati giù sul viso. Infilati alla cintola i manici di legno delle granate;  restarono ad ascoltare le notizie della radio, in silenzio;  solo qualche ammiccamento tra loro, un bicchiere di vino e fuggirono via nella notte.
    “Sono partigiani”- sembrava rassicurarmi mamma. Ma aleggiava un’ aria di preoccupazione, sia per loro che per noi. Sino a quel momento dopo la fuga da Genova, avevamo ritrovato la calma di un vero rifugio. A volte preceduto da un rombo assordante si oscurava il cielo.
    “Vieni a vedere le “fortezze volanti” “! - Mi diceva mamma, mentre il cielo era un disegno di infinite croci nere, altissime che volavano in direzione del porto di Genova.
    Scendeva una pioggia di coriandoli luminosi: erano strisce di stagnola per ingannare i radar. Me ne riempivo le tasche. Scomparsi gli aerei all’orizzonte, tornava il silenzio della campagna. Stentavo a credere che quegli uccelli neri fossero i liberatori. Perché mai dovevano distruggere la mia città?
    "Il nemico" lo avevo intravisto dal finestrino del treno: un cannone enorme dalla canna lunghissima posto su carrelli ferroviari. Faceva parte di un convoglio militare: "La Berta"- gridava emozionata nonna Olga che credeva di riconoscere il cannone che tuonava sulle alture di Monte Moro a Genova a difesa del porto. Ricordo soldati a cavallo del fusto. Avevano capelli biondi e ridevano.
    Quelli i nemici? Il naso incollato al finestrino, il tempo dello scorrere veloce di un attimo. Il nemico perché? - mi chiedevo con la logica del bambino - se fuggivamo dalle bombe dei "liberatori". Che strano modo di liberarci, poi avevano questi. U
    scendo dal rifugio, a Genova, il palazzo affianco al nostro, era una buca. Nel fango si aggiravano ombre alla ricerca di qualcosa. I nemici li aspettavamo a Villa Adela e un giorno arrivarono.
    Caro Franz, ricordo quel giorno. In fondo al viale, c’è nell’aria la luce della primavera, un frastuono di motori e di carri cingolati. Il cancello della villa che cade a terra. La colonna sale verso l’aia ghiaiosa della villa. Io non ho mai compreso dove fossero i miei. Non li sento vicino a me nel ricordo o forse l’importanza del momento li escluse dalla realtà. Sento di guardare con intensità ciò che sta avvenendo. Per un bambino di cinque anni è senz’altro un’emozione fuori del comune. Un’auto precede carri cingolati su cui sono seduti ai bordi, soldati con elmetto e fucile. Sopraggiungono sul piazzale antistante a villa Adela e si dispongono a cerchio. Dall’auto scende un superiore che comincia ad urlare ordini in una lingua metallica, roboante. I soldati scendono dai carri, hanno con loro uno zaino, oltre al fucile. Ora sorridono, parlano tra di loro, si scoprono il capo. Il superiore continua a dare ordini. Una bottiglia di vino viene fatta girare. L’atmosfera perde di drammaticità. Qualcuno mi scorge e viene verso di me.
    Sei tu Franz, ricordo il tuo volto di ragazzo vicino alla mia fanciullezza; mi sorridi e mi sollevi in aria. Pronunci parole che non capisco. Mi colpisce la tua croce nera ornata d’argento sul colletto della divisa, contrasta con l’oro dei tuoi capelli. Poi i ricordi si perdono in inquadrature di un film. Mi chiami: - Luccio - insistendo sulla consonante. A sera il tuo bussare alla porta e ritrovarti con noi come in famiglia. Nonno Angelo mette per te sul grammofono “Lily Marlen”. E una marcia di guerra; i tuoi occhi non mi vedono mentre io gioco con la tua catena d’argento al collo. La voce della cantante è rauca, calda. Pensi ad altro... la tua famiglia... i giorni di guerra che ti attendono.
    Ricordo una frase di papà: - "Poveri ragazzi, sono reclute di marina inviate quassù, lontano dal mare, chissà mai perché?"
    Una mattina vengo alla tua tenda: corpi nudi alla cintola che si lavano in una tinozza. Un teschio è l’emblema impresso sul panno scuro della tenda. Lo stesso teschio lo ritrovo su insegne di legno dove è tracciato con pittura nera “achtung minen”. Tu mi confesserai che è falso, in quanto di mine non ne avete più.
    "E’ arrivato il tuo amico fedele" –qualcuno già trova da ridire sul nostro legame insolito. Un giorno di vento mi ospiti nella trincea dove avete posto il cannone antiaereo. Mi fai sedere sul seggiolino che è simile a quello del trattore. Mi dai un colpo e giro, giro... che strana giostra quella.
    Ma un mattino: "Sono fuggiti" - qualcuno urla e ti perdo per sempre.
    Mamma scolla nell’acqua la pasta cotta che avete lasciato nella frettolosa partenza vicino al camino. Si pregusta un pranzo inatteso. Ti ricordo ancora Franz dopo una vita trascorsa. Nessuno mi ha mai convinto che tu fossi veramente il nemico.

  • 07 giugno 2007
    Paris, Paris!

    Come comincia: Come poter scrivere di Parigi senza cadere nella tentazione di ricordare le ore trascorse con te.
    “Chi non ama, non dovrebbe mai parlare di questa città” – Sono parole di  Anna Maria Ortese nel “Mormorio di Parigi”. Le ho cercate nella mia biblioteca per trarne la forza a superare quel pudore che mi possiede quando ti penso. La mia incertezza è riconoscere il limite del mio amore tra te e questa città.
    Parigi dietro di te, come un fondale di una rappresentazione, Parigi che ti racchiude, Parigi nel tuo accento musicale, nel tuo vestire, nel tuo venirmi incontro sorridendomi.
    Gli anni sono trascorsi, eppure ti riscopro in una realtà sconcertante ad ogni mio ritorno. Forse perché i ricordi hanno la dimensione del reale sino a quando siamo disposti ad accettarli come tali.
    Vacanze di Natale all’Università. Una notte di viaggio da Marsiglia a Parigi con tuo padre che guidava il camioncino Peugeot. Tutti e tre davanti. Tu  tra me e lui. La nazionale n.7 allagata; i fari scavavano cunicoli di luce nel buio. Sapevi ignorare la presenza di tuo padre in una maniera che mi metteva a disagio. Il contatto delle tue labbra sulla mia guancia.
    Tuo padre ci lasciò a Place Vendome nella solitudine dell’alba. Ad una traversa di Rue de la Paix, il profumo del pane appena sfornato. Il sapore di quei bocconi, intensi come ostie tra una parola, un sorriso, un tuo gesto.
    La città si svegliava lentamente. Un crescendo di rumori, di luce, di movimento ci avvolse.
    La salita a  Monmartre con il sole che forava le nubi e si rifletteva sulle bianche cupole del Sacrè-Coeur. Ci fermammo sui gradini della chiesa con altri studenti americani. Cantammo con loro. Io nascondevo le mie note stonate al riparo del tuo canto. Iniziò a piovere e tu pretendesti di farti ritrarre ugualmente, al riparo di  un ombrello, da uno studente giapponese. Quelle tracce di pioggia sulla carta, con un tuo appunto a matita: “Autoritratto della pioggia” !
    Ci rifugiammo al Lapin Agile, la cave dei grandi della Belle-Epoque. Pranzammo in un angolo, quasi buio, al lume di una candela. I tuoi occhi. Le tue parole d’amore, trascritte in qualche grumo di cellule, mi tengono compagnia negli anni. La certezza di ciò che è stato è un approdo più accessibile.
    Alla stazione del metrò a Pigalle, incontrammo un tuo amico, violinista. Arrotondava l’assegno del padre suonando per i passanti. Il tuo abbraccio, troppo caldo, urtò la mia gelosia.
    Poi, l’attraversata di Parigi a passo svelto, in lotta con il tempo: tuo padre ci avrebbe ripreso a sera. L’Etoile, un gorgo di vita che si placa nei larghi viali degli Champs-Elysèes. Place de la Concorde, l’immensità disegnata in una città. Ti indicai il posto dove era stata eretta la ghigliottina. Immaginammo lo scivolare freddo della lama, il suo lampo, seduti sui gradini di una fontana barocca.
    Giungemmo a Place des Voges che c’era una grande luna. Un unico blocco di edifici, un quadrilatero di portici  che racchiude un verde giardino. Si respira il tempo del Re Sole con le due serie di mansarde di ardesia illuminate da tenui luci.
    Quella panchina freddissima. Solo noi. Io nel tuo cappotto che mi avevi aperto sulle spalle ospitandomi vicino a te. La sensazione di una centralità non solo di posizione ma anche spirituale: la solitudine dell’unicità irrepetibile di un attimo breve come un sentimento d’amore.