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Autore

Lucio Paolo Raineri

in archivio dal 07 giu 2007

08 dicembre 1938, Genova

mi descrivo così:
Amo il bello dovunque e comunque

27 ottobre 2012 alle ore 9:19

Una ricerca su Facebook

Il racconto

Bonjour, Je ne connais pas cette personne. Bonne recherche.
Mi trovo questo messaggio su Face Book. Un altro, la foto è quella di una bimba, mi dice che lei non è l'Hélène Auriach, che io cercavo. Poche parole nette, taglienti. Se avrà scorto la foto del mio profilo, confrontandola con la sua età, avrà pensato ad un approccio pedofilo nel web. Arrossisco interiormente. Tutti si cercano, con facilità e successo, su questo motore idilliaco di amicizia ed anch'io, vetusto essere, ci ho provato.
L'equivoco è nato da un inganno della nostra psiche. Tutto invecchia con noi, nella vita, fuorché il volto di chi abbiamo conosciuto in gioventù e poi smarrito, per il corso della vita. Ci ribelliamo che possa essere accaduto questo assurdo misfatto.
“ Hélène"?, una vecchiarella...stai sicuro!”- Mi sorride, la mia, più giovane, compagna. Ne resto infastidito e quasi offeso. Hélène aveva 17 anni, quando mi accompagnò, una sera, alla Gare de Marseille. In mattinata mi aveva fatto la sorpresa di farmi trovare un totem nero africano di pesante ebano. Era tra gli oggetti di un antiquario sotto casa. Mi ci fermavo, ogni volta che passavo. Mi sta guardando, ora, lassù, dall'ultimo piano della libreria. Solo una tacca, in un angolo, ricordo del terremoto di Napoli. La superficie, lucida, della vernice nera, crea lampi nell'incavo degli occhi. Da un senso di protezione, la figura. L'addio di quella sera, dei miei diciott'anni. Quando, solo, lente lettere univano gli amanti. Le telefonate? Era inimmaginabile chiederne il pagamento ai genitori.
Hélène era stata una dei primi scambi studenteschi in famiglia, una cosa inconsueta, ardita per una donna. Una lunga corrispondenza, in liceo, tramite la professoressa di francese. Lei ,educanda di un collegio di Dreux, nell'Eure et Loire. Arrivò un pomeriggio a Genova, a Via Acquarone, dove abitavamo. Tutta la famiglia in attesa alla finestra. Una Peugeot ,enorme, per noi ,si fermò sotto casa. I genitori ci lasciarono questa ragazza “francese” e ripartirono dopo brevi convenevoli. Caschetto biondo, magrissima, calzoni attillati alla pescatore, ballerine ai piedi. 16 anni francesi, che ridevano dei miei 17 anni italiani. La mia famiglia ebbe difficoltà, a tavola, a star dietro alla sua preparazione collegiale, nel sapersi destreggiare tra le regole del Galateo. Io vi aggiunsi le mie arretratezze sessuali, tanto da esserne frequentemente beffeggiato. L'anno successivo, toccò a me raggiungerla a Aix. Mi arrampicavo su un mondo che non mi apparteneva. Si era nel 57. I ragazzi francesi erano entrati, da tempo, nel nostro futuro, 60. Le feste in casa, i genitori in vacanza. Sacchi a pelo, a notte, per terra. La droga non era arrivata, ne l'alcool. Non ne ho traccia.
Si era discusso sulla vetustà del mio pigiama, alla partenza, con i miei genitori. Mia madre aveva risolto, brillantemente, il risparmio da un nuovo acquisto, col riprendere da un fondo di cassetto, il pigiama cinese di seta, che avevamo ereditato, alla morte di zio Enrico, navigante. Pur non convinto dal ricordo della mole dello zio e da quell'enorme drago variopinto, ricamato sulla schiena, accettai, ben sapendo che non avrei avuto altra scelta. Non potrò mai dimenticare quella sera. “Ci si vede sul terrazzo, appena i miei genitori, si addormentano”. Héléne mi aveva dato la mia prima occasione di sesso. Non potevo far altro che indossare il pigiama di seta di zio Enrico. I pantaloni erano enormi in vita e avevano una fettuccia di 2 metri, come cintura. Ci potevo fare due giri attorno alla mia vita, cosa che feci, nascondendo il tutto con un rabbocco. La giacca aveva il taschino ricamato con un drago, lo stesso, immenso che mi pesava sulla schiena. Le maniche, larghe ed abbondanti. La vergogna, sì, miei cari genitori, la vergogna, passò, anzi la dimenticai subito, grazie ad Hélène.

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