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in archivio dal 06 apr 2010

Marina Bertagnolli

07 novembre 1968, Gorizia
Segni particolari: Nessuno
Mi descrivo così: Osservatrice di ciò che mi circonda.

elementi per pagina
  • 14 marzo 2013 alle ore 10:42
    Spring

    Come comincia: La primavera giunge in anticipo e porta con se il cinguettìo degli uccellini, lo sbocciare dei fiori e le foglie verdeggianti delle chiome degli alberi. Sono una writer o scrittrice. Vendere i miei racconti è stato abbastanza semplice, ho trovato un editore e sono subito diventata ricca e famosa. E’ una mattinata soleggiata e mite, mi sono appena svegliata, dolcemente  mi rigiro nel letto e scopro che ho voglia di indugiare ancora per poco, che cosa farò oggi? È un periodo di creatività questo, scriverò di amori felici e penserò di andare in vacanza e di trascorrere giornate perfette passeggiando in riva al mare, mi sento in forma fisica, ben radicata nel mio corpo e con una bella tranquillità mentale. Ieri ho cucinato una cena gustosa, ho avuto successo con i miei amici, mi fa piacere cucinare per loro, ricorrere a ricette che trovo su libri o giornali e poi realizzarle a modo mio. Ci vuole un tocco personale, quindi se anche la ricetta non è eseguita alla lettera poco importa, anzi meglio, sono convinta che mettere “del nuovo” sia sempre gradito e sorprendente perché ciò che differenzia ognuno di noi dall’altro è proprio il fatto che tutti abbiamo qualcosa di positivo da dare ed è sempre ben accetto. Che dire quindi, ovviamente a volte si ricorre a questa espressione del “non so che cosa dire o non so che cosa fare”, la verità è che si può sempre dire qualcosa, si può sempre correggere, rivedere, riprovare e per una come me che vede il mondo rosa e farcito di buoni propositi, mi appresto a scrivere questo racconto. Un racconto che probabilmente non dirà nulla che non sia già stato detto ma certo è speranzoso, pacato, dolce. Lettere azzurre per dedicare un messaggio di salute e gioia, per vivere a pieno la vita, fitta di incontri, parole, senza metafore ma schietti colloqui intrisi di bellezza. Un luogo dove il lavoro è impegnativo e piacevole, dove ognuno segue le proprie attitudini e non si consuma nell’ambizione.  Concludere la giornata dedicando tempo ed energie agli affetti, in un continuo movimento di elargizione di positività.
    Ed ecco che nasce un personaggio da fiaba, preciso nelle movenze ad un cavaliere errante che dopo aver trovato la sua principessa vivono felici e contenti nel loro castello. Scontato? Può essere, ma perché non desiderare che si realizzi, come i giorni che scorrono possono sembrare uguali a se stessi così si può decidere di gestire la propria esistenza priva di pericoli, contornata da benessere e ricchezza. I desideri si realizzano perché lo vogliamo intensamente, perché crediamo in noi stessi e come uno scritto benefico tale da sembrare una brezza primaverile, sappiamo che è così. Un focolare inteso come in seno alla famiglia ma anche come il calore di una stufa a legna che, di sera viene accesa per riscaldare ciò che rimane dell’ultimo scorcio di freddo. Ripenso ora a questo, mentre mi vesto, tra un po’ farò colazione poi controllerò la lavatrice e programmerò l’asciugatura che segue il lavaggio fatto ieri. Un bucato profumato, è un gesto di benevolenza come lo sono le pulizie della casa e l’adornare il tutto con delicati gesti femminili che colorano e allietano, non so per esempio dei soprammobili scelti con cura e posizionati proprio dove stanno bene: arredano. Sembra essere una caratteristica tutta delle donne, quel gusto impeccabile di rendere la propria dimora un posto piacevole dove trascorrervi il tempo, dove ricevere gli ospiti, fare telefonate, e perché no chattare. La casa, incantevole cantuccio di abitudini, di caffè che gorgoglia e aroma che pervade le pareti e sembra uscire anche dopo, quale lieta novella si espande e trova spazio per unire la convivialità, lo sappiamo che l’unione fa la forza ed e questa che abbiamo assodato e continuiamo ad avvertire, in un’emozionante passare di mano in mano, ci sentiamo bene,  guariti grazie alla bellezza delle giornate. E se l’amore tutto può, sapremo sempre che in quell’angolo che ci permette di ritrovare noi stessi, la gioia è presente e nulla ci turba. Conosciamo il denaro e lo spendiamo per compere che ci gratificano, ciò mi ricorda che frequento spesso i negozi di scarpe e di abiti, adoro guardarli e acquistarli, tornare a casa con confezioni regalo, vistose e allegre. Fare regali e riceverli, anche senza ricorrenze speciali, solo per scorgere la felicità nelle persone, per aprirmi a loro e lasciare che mi corrispondano è un’altra delle tante note che rendono ogni più minimo movimento un qualcosa che prosegue verso la completezza. E’ un puzzle preparato con cura pezzetto dopo pezzetto, unito con pazienza, accorgendosi dell’avanzare della figura. Un paesaggio naturale, montano, campagnolo che prende forma, praticamente è come se si costruisse da sé, in realtà segue un dettame preciso, la mia volontà, la mia perseveranza, il mio impegno. Next: prossimo e avanti fino ad un quadro. Ecco, questo volevo scrivere, come una scrittrice che si rispetti, anche buona lettrice, del quale stile si potrebbe anche obbiettare, nella scrittura intendo, qualcuno potrebbe chiedersi come mai alcune parole inglesi interrompano il normale proseguo del racconto. Niente di tanto incredibile, boh.., così, semplicemente un accattivante inserto che attiri l’attenzione, che crei un’interruzione, una pausa, tra un concetto e un altro. Una versione gentile e innovativa, un rapportarsi alla letteratura che si esponga, che non rimanga ferma a ciò che è già certo e quindi ripetitivo, quindi se la narrazione è giunta ad un punto in cui ci si interroga sull’argomento di cui scrivere, io mi interrogo invece sul comprendere come rinnovare lo stile, spunti provengono da ogni “dove”, la strada, per esempio, fulcro della società, in un andirivieni di persone e situazioni diverse, mi accorgo che il mondo racchiude proprio in questo la sua bellezza. 

     
  • 01 marzo 2013 alle ore 14:43
    Centro

    Come comincia:

     
  • 08 agosto 2012 alle ore 19:38
    Di rosso e di giallo in acqua trasparente

    Come comincia: Irlanda e scogliere a picco, immagino che un mare grintoso denso di salsedine fino ad impregnare l’aria possa rendere l’idea di come un cuore selvaggio decolli al solo pensiero della danza.
    Di rosso e di giallo sono le vesti, di acqua e di cielo lo sfondo e l’espressione di una strega colorata che espande il suo essere e il mondo di un potere benefico e altruistico. La musica, anzi le note scritte di nero veleggiano in una melodia turbinante che dona movimenti sinuosi a corpi sudati, la liberazione dei sensi che sottoforma di gesti antichi e tribali ritorna. Lo spirito si appropria di ciò che gli spetta, arti e tronco al suo servizio per la libera espressione di se. Non è una magia, è una religione e mentre penso a te non ho ancora finito. Sono in Africa, fletto le gambe più in basso, sempre più in basso, bruciano e ora ho il ventre forte, le braccia tese, ogni muscolo parla dell’anima, ogni sorriso apre il viso. Se i miei capelli si sollevano con il vento e viaggiano urlando  è solo l’inizio. “The village” è il suo nome, questa congrega di rosso e di giallo, questa euforia, questo discorso privo di parole che come uno slogan reclama il suo esserci, sono qui anch’io.
    Ne faccio parte e mi piace, manchi solo tu. Ho il potere di slegare le anime dalle loro manette e  dono gioia, guarisco. Dio è noi, noi siamo Dio perciò deve essere così.
    Se lo spirito è vivace, unico nella sua diversità in ogni essere umano ti amerò per sempre.
    Deciderò se è giusto o sbagliato o forse mai lo farò perché non mi importa, so che un corpo è sano se lo spirito lo vivifica fino all’ultimo centimetro di pelle, ed è proprio di questo che ti voglio parlare. Di Pelle di Luna.
    Era lei che aveva vinto la lotteria e si era comprata un’auto rossa con la quale sfrecciare attraverso le montagne in cerca del puma. Puma non era un animale ma un uomo.
    Il Puma era stato soprannominato così perché rispondeva a monosillabi bassi e con un leggero graffiante ringhio alle domande di chicchessia. Viveva solitario in una baita di legno che si era costruito e adorava starsene seduto sul gradino davanti alla porta ad attendere l’alba. Non che di notte dormisse, come i felini che si rispettino era la caccia il suo scopo principale notturno.
    Comunque, Pelle di Luna aveva comprato il biglietto della lotteria e il giornale lo stesso giorno, il biglietto era finito in fondo alla borsa e il quotidiano davanti ai suoi occhiali. Aveva letto di Puma proprio lì e nella sua espressione persa nel grigio della nebbia di novembre, uno spiraglio di luce aveva disegnato un sorriso sul suo volto. Perciò l’estrazione che avvenne per l’esattezza la vigilia di Natale fu per lei una gioia sconfinata che nulla riuscì a quietare. Acquistò immediatamente l’auto e si mise sulla strada alla ricerca di Puma, ignorando richiami, reclami, dettami, legami.
    Valicò ogni valle e si spinse a gran velocità sulle impervie curve frettolosa di giungere alla meta, lui non sapeva del suo arrivo chissà come avrebbe reagito.
    Puma che stava sistemando le sue prede con grande fierezza si complimentò con se stesso per il gran numero di esse e intuì che si trattava di un presagio.
    Era un uomo terribilmente spirituale dal fisico massiccio ed elevato. Un amore.
    Con un certo nervosismo avvertiva nell’aria quel sentore profumato, quel suono indefinito di foglie e fiori, quello senso di novità, verità, animosità. Nella foresta non trovò il benché minimo conforto, la sua solitudine gli piombò addosso come il più grave dei crolli pietrosi, lo sconquassò tutto, senti cedere se stesso in una bolgia squamosa e soffocante.
    Si gettò a terra, affranto, in un miscuglio di mani che afferrano il petto e un dolore paralizzante.
    Era lei, Pelle di Luna che già era diventata un’attesa ancor prima di manifestarsi. Mancavano pochi chilometri ormai, aveva superato ogni automobilista un po’ lento, sfidato divieti, confini, permessi.
    Si infilò una mano tra i capelli e sospirò tra una marcia e l’altra. Aveva chiuso con i pantaloni, d’ora in poi solo gonne svolazzanti, acerbe e gialle. Pomodori, limoni e bicchieri d’acqua fresca. In un infinito mondo trasparente di luccichii e diamanti vide la baita e mollò l’auto nel primo spiazzo disponibile. Lì tutto era disponibile. Gli alberi, i prati, le farfalle gialle screziate di nero e bianco, i leprotti che jump and jump fra i cespugli palpitanti sorpresi dall’affanno.
    Lei che lanciò le zeppe su un ramo e corse, si, non con l’auto ma con le gambe, i piedi, le braccia, i capelli all’indietro, la maglietta blu appiccicata alla schiena per il sudore e i denti stretti. Lui che improvvisamente si vide nello specchio, bello per la prima volta e non  come se l’immagine di rimando risultasse demoniaca. Sollevò il colletto della camicia e si apprestò ad uscire. Divino segno della provvidenza, il sole sembrò farsi più vicino, gli angeli varcarono questo mondo e posero se stessi, gentili e premurosi  in un andirivieni felice e celestiale. Non ci fu bisogno di nulla: si videro da lontano e seppero.
    Si strinsero l’uno all’altra come se si conoscessero da sempre appoggiando i profili, naso a naso, bocca a bocca, fronte a fronte. Si mossero impercettibilmente scivolando l’una sull’altro, bisognosi  di avvertire le rispettive essenze, miracolosamente soli. Giovinezza, salute, armonia, l’arte dell’istinto. Rimasero avvinghiati sazi e addormentati tra fiori bianchi e piccole api invaghite di nettare, un dipinto su una parete che fa sognare. Poi lei disegnò per lui e scrisse la loro storia mentre lui le medicò le ferite e la nutrì di pace, amore, bellezza. La posizione geografica di questo luogo non so quale sia, non è l’Irlanda ma nemmeno l’Africa, non è qui ne lì. Non è ne magia ne religione, è ancora altro, come il cosmo, i numeri, una cosa che fa parte di un’altra e un’altra ancora, una linea retta che non incontra mai un’altra linea retta, perché l’universo è questo, sorprendente, rivoluzionario, pazzesco. E se io sono te e tu sei me non possiamo evitare di danzare.

     
  • 12 febbraio 2012 alle ore 21:56
    Micheal

    Come comincia: Per mano, entrambi con l’alone di luce, vivido. Piegato sul ventre ascolti parole fendenti, guardi incomprensibilmente distante e ti muovi. Stringo il tuo ventre e ti impedisco di rialzarti, ricevo lettere con disegni colorati e cuoricini, senza timbro e penso che nel tuo mondo le regole sono diverse. Guardi sopra, in alto, oltre me e sorridi. Sono lì vero? Gioiosi e presenti nei tuoi sogni come nella realtà eppure quando te lo chiedo non rispondi, non ricordi.
    Esistenza inafferrabile di cose colorate e aria, protendi le tue braccia in alto tanto, sempre, continuamente fino al respiro stanco che  ti scurisce le labbra.
    Sono qui, per te. Dici che sono bella e fai come voglio, cammini dietro a me dritto se non mi va di sorreggerti tanto sai che mi fermerò, riderò e riderai. Siamo soli in mezzo a creature chiuse, come gusci di noce secchi. Parole rimbalzano da una parte all’altra ma siamo protetti, qualcuno li distrae i demoni, il nostro nucleo è forte e ci tiene accoccolati così posso curare le tue ferite, sentire il tuo lamento, lascia che la tua verità sprigioni all’esterno tutta l’energia di cui è capace, non ci sarà più una festa come questa e se anche ti hanno detto che tu non sei adatto e a me hanno massaggiato le spalle, credimi questo tramonto è per noi. Per te che sposti il cappello a destra e a sinistra per farmi rimanere. Per me perché ho scritto e disegnato per te.
    Canteremo se vorrai e non abbassare gli occhi, me lo puoi dire. Io so, sento.. immagino dove vai quando non ci sei, non importa se urli o se cadi. Ti osservo per ore, immobile e non mi stanco.
    Sposto il tuo viso ogni tanto, ti sollevo e ti chiamo ma attendi che se ne vadano. Solitudine, freddo, mi stringo nelle braccia e non posso evitare di posare il mio sguardo sulla posizione delle tue mani, delle tue gambe, nulla si desta. Lentezza e ghiaccio.
    Portami con te se non vuoi che conosca la verità dalle tue parole, non sono in grado di vedere ma so che c’è allegria, spensieratezza, come la nostra quando ritorni o forse meglio.
    Non raccogliere pietre, modella con le mani lumache e gigantesche mante, scrivi il tuo nome su una targa, imprimi il tuo colore e mostra che ci sei. Importante e piccolo infante dagli occhi innocenti ispirami, trova la porta del mio cuore e non scappare perché io sono il tuo guardiano, mi hanno donato spada e armatura, agilità e forza, ho affrontato altre battaglie, ho scacciato angeli ingrati fino al centro della terra e se ora vesto questo corpo femminile è perché così posso elargirti anche quel senso materno di cui sono portatrici le donne. Dammi più tempo, il mio compito è questo: farti conoscere questa dimensione, questa carne, questa terra. Ti strapperò dal distante, divino esistere nel quale ti rifugi il più possibile. Rimani qui. Facciamo qualcosa ti va? Operazioni? Esercizio di scrittura? Leggiamo? Ma ti prego non posso essere più veloce di così. Un giorno avrò di nuovo le mie ali, si spiegheranno e saliremo dove vorrai, ti porterò con me e sarà lontanissimo, più dei desideri e dei sogni. Calma e dolcezza, calore dovrei darti, ma come faccio? Sento il  sangue rigido, fermo, le lame di quei coltelli hanno annerito la mia spada e sono inerme stretto dalla tristezza, provo nostalgia e rimpiango di aver accettato la mia missione, prego e rivendico rabbiosamente la libertà di cui godevo. Perché dunque, questa miseria? Questa vita limitata dove non ho forza nemmeno per aiutarti? Immobile guardo dalla finestra gli alberi senza foglie e la rugiada brillante sull’erba. Non mi importa della bella figura, vago riflettendo sul “forse”. Forse che il mio compito sia solo questo? Tenerti qui per quanto mi sarà possibile? Pecco di superbia se pretendo di più? Ingiustizia per un figlio di questa terra, chi eri prima, perché questa punizione? Inesprimibile emozione che pervadi il mio corpo, sai che intravedo tra i suoi spessi capelli le sue tempie? Pulsano come le mie, il suo capo e rotondo e ben fatto, le ciglia si curvano e il naso è preciso con qualche lentiggine. Dico! è perfezione. Disegno di Dio e allora perché questo sonno? Questa fatica? Sassi giù per il dirupo che rotolano mentre si allontanano, giocherei a calcio assieme a te e già non li scorgo, la mia mente vagheggia altrove e loro scivolano addosso come viscidi vermi ammassati l’uno sull’altro nel tentativo di farsi posto.
    Non è magia è puro spirito, niente da spartire con l’indifferenza, la stoltezza. Di quale paura cianciano? Il loro morire ogni giorno è terrificante. Questo terreno rimarrà incolto, abbandonato a se stesso, tutto il silenzio e la meraviglia non li tocca affatto. La tua semplicità non li tocca, la tua bontà. Svegliati, ti prego, hanno lasciato del cibo,
    Eravamo tristi e impoveriti, sapevamo che la loro mancanza avrebbe cambiato i nostri compiti qui e su. Ma era scritto che alcuni avrebbero percorso la via opposta. Energia, anime, pensieri. Trasformano il bianco in nero, il sano in marcio, l’amore in odio. Ho donato profumo, primavera, calma, arcobaleni.  Le voci mi dicono di lasciare, di unirmi, di trasformare la mia luce in tenebra. Dicono che cambierà, che potrò riposare, nutrirmi, compiacermi di me stesso. Vedo immagini in cui spendo denaro, possiedo vesti lussuose, abitazioni preziose e tanti.. servitori. Il mio potere ora è rinchiuso in un respiro  corto. La mia nobile aurea è sparsa e condivisa tra i giusti. Ma tu? Dunque quale significato nascondi e perché le nostre strade si incontrano. C’è un posto in questo mondo affinchè possiamo acquietarci e contemplarci l’un l’altra, si perché oggi io sono femmina, dea di questo corpo armonico e in salute. Portatrice di lunghi, lisci e castani capelli. Orsù parla, dammi un giudizio, il più elementare. Vedimi mio esile fauno dei boschi, apprezza le castagne a terra, gli scoiattoli dietro al cespuglio e la nostra quercia. I colori vivono anche qui, li puoi toccare e odorare, puoi dar loro un’immagine. Credimi fa tutto parte di quel che conosci, come io devo aprire la mia mente all’esistenza dello spirito tu apri la tua e posa i piedi al suolo. Svegliati, parlami. Siamo parte di questo ora, non ci è concesso alcuna velleità, è concreto tutto ciò, ha spessore, forma, calore o brivido della pelle. E’ stomaco vuoto, arsura, muscolo gonfio. Sangue fluido contenuto in un involucro, sostanze che circolano, grosse, esili, liquefatte, acide.. fino alla più minuta e invisibile da cui proveniamo io e te, perciò svegliati mio buon compagno e conoscimi, sentimi e riverbera di tutto perché sarà breve, ricordi l’abbiamo accettato e ora si compie, mancava solo questo per raggiungere la completezza, poi non sarà più necessario, riavremo quel che ci spetta e ci siederemo accanto a lui pieni di grazia e felicità. Prodighi a non desiderare più nulla, gioiosi dell’universo.

     
  • 28 ottobre 2011 alle ore 14:10
    Sgrano il melograno

    Come comincia: Occhi del mare,  pesci grigi e lucenti, meduse, ricci e polipi. Il mare pieno che chiude un universo segreto, trasparenza di fondali, coralli rossi, e tu. Alghe, fiumi di melma e un luccio con la bocca aperta. Uccio.. Uccio.
    Che mangia. Si nutre di minuscoli insetti, vorace e famelico. E tu.
    Medusa, svolazzante e leggera appari rosata tra le acque, trasparente e tonda, perfetta, ti seguirei nel tuo pellegrinaggio. Ahi.. Ahi.
    E tu. Piccolo, erede di Atlantide che sai da prima. Il ricordo invade la tua vita di oggi e non è speciale. Intrecciamo fili colorati, arancione, giallo, rosso. Un drago? Setosi e lucenti, formiamo una ruota e afferriamo le pietre calcaree.. grande, medio, piccolo.
    Ancestrali vicissitudini di uomini antichi arrivano attraverso la tua testimonianza, il tuo indice indica ogni figura, ogni situazione che si ripete. Attenti a voltare pagina, saltiamo coccinelle e prati per incantarci davanti alle anatre che si bagnano e starnazzano. E tu e io.
    Raccogliamo erbe per loro e spazzoliamo gli asini. Si. Con la testa.
    Il libro dei pesci rimane sul tavolo. Patatine bianche e profumate per merenda e scarpe infangate.
    Corriamo. Strappi bulbi dal terreno, fiori gialli a terra, salvia sulle labbra stritolata dalle dita e dai denti, un rametto esile e striminzito è “lisca” di pesce. Verde.
    Sorridi e non mi spingi più. Ti abbraccio e rientriamo. Fa freddo.
    So molto di te ora, più che di altri. La tua verità, schietta, non mi spaventa.
    Alla faccia della razionalità e della tua condizione, io voglio saperne di più. Voglio esplorare, voglio arrivarci. Portami con te, fammi entrare nel tuo silenzio, nelle tue delicate mezze parole, toccami le mani per afferrare la mia attenzione.
    Trascinami, spalanca la porta, fa si che io corra, che salti i gradini, sudata e con i capelli scompigliati dal vento.
    Apri l’armadio e infila il portapenne, così, tanto per fare, perché te l’ho chiesto. Con me puoi. Non ti costringerò a rimanere qui, verrò io da te e ascolterò tutto ciò che vorrai, rumori e sapori, storie antiche e popoli sconosciuti, irreali. Giusti.
    Nuoterò, mi immergerò, pescherò e farò fatica. Sarò amica di chi vorrai e avrò oro colato per lacrime, giungerò fino al colosso e rimarrò esterrefatta dal simbolo della sua onnipotenza. Mi alzerò fiera e dritta. Proseguirò dietro a te e alzerò gli occhi. Tu sarai pronto e aprirai la tua conoscenza a me. Chi sarò mai? La tua musa, la tua giovane creatura da plasmare a tua immagine? E sia..
    Non vi sono certezze, ne prove, nulla da confutare. Tu sei un uomo del mare, lo sei stato e il ricordo ti disturba perché qui, ora, sei diverso. Il tuo destino non è quello che volevi, qui ti è impossibile insegnare, mostrare le meraviglie che conosci. Nessuno ti ascolterà, non sono svegli, dormono in un sodalizio di ricchezza e distrazione apatica, fatta di cibo e poltrona. Chiacchiere insulse e schermi piatti. Denaro e creature demoniache, si dice che il male sia stupido. Uccide in maniera ridicola senza poesia. La nascita e la morte hanno una dignità superiore, densa di uniche possibilità . Mentre bevo tutto ciò dalle tue parole, avvampo di calore e vergogna, non per me, oddio non per me, ma perché sento la realtà riversarsi su di me come olio bollente.
    Vorrei impedirmi di guardare attorno, sono per te e tu per me.
    Ho sognato un mostro con un cane. Scodinzolava, la povera bestia, intrecciando con la coda le caviglie del padrone. Egli indossava un cappello nero e occhiali scuri, un mantello e i tacchi delle sue scarpe battevano su di un pavimento marmoreo. Sembrava totalmente indifferente a quelle moine. Era diretto, veloce e più mi allontanavo più sentivo prossimo il suo respiro. Ho deciso di affrontarlo e voltandomi ho udito dei suoni che forse volevano essere parole di ammonimento, urla assurde, prive di significato. Parlava di leggi, regole ferree che conducono la nostra vita, le danno la direzione corretta. Mi chiedo di quale correttezza stesse parlando. La noia luciferina che ci distingue dagli animali?
    Stanchezza, inedia, infinita tristezza. E tu.
    Disegno divino, figlio di Dei dell’amore e della guerra, dell’orgoglio  e della passione.
    Siamo soli. Vittime e potremmo sottometterli tutti.
    Ma in fondo cosa importa, che faremmo di un esercito di sordi, muti e ciechi?
    Che cosa mai potremmo conquistare?
    Il panino Macdonald’s?
    E tu, la tua dieta a base di gallette e salame, uvetta e melograni.
    Ti aiuto? Me ne darai un po’? Di chicchi intendo, rossi e sanguigni. Li succhieremo insieme, avidi di vitamine, acqua e polpa. Usciranno dalla buccia gialla che li contiene e saranno tutti ammucchiati come perle, vicini. Ad uno ad uno li ingoieremo, piano perché ognuno di loro ha il suo senso di esserci, naturale e regalato. Eccoci, sgraniamo ora, mani nelle mani. E tu. Con me.

     
  • 09 ottobre 2011 alle ore 13:07
    Travel

    Come comincia: Oggi, per colazione latte e biscotti, Beatrice non deglutisce e non si nutrirà, così estranea da questa carnalità che ci infonde un grande piacere. Beatrice è perfetta per la comunicazione che loro vogliono, un sottile e sottinteso messaggio che traspira dai suoi fragili polmoni, da quel respirare quieto e instabile. Da quel guardare nel vuoto che ogni tanto si accorge che esisti, viva in questo contesto diverso, strano, vacuo.
    Gli alieni, saranno grigi? Abitano la luna senza dircelo oppure marte. Disegnano simboli mistici sui campi di grano: un uomo vitruviano contornato di infiniti mondi stranieri, sembra abbracciarli tutti o forse solo attenderli. Dimensioni sconosciute si apriranno a noi semplici, comuni esseri umani. Ora che siamo pronti, ora che il nostro grado di coscienza ha raggiunto un livello adatto. Adesso che  aspettiamo un attimo e ci fermiamo, cogliendo gli occhi di chi ci sta vicino. Ora che vediamo. Ora che capiamo. Ora che andiamo oltre.
    Beatrice è lì, con il suo taglio corto, sbarazzino. Unica fra tante identità uniche. Colori verdi e blu, languidi in uno specchio che ci riflette insieme. Potremmo immaginare di prenderci per mano e sentirci meno soli, in acqua trasparente e pura che avvolge il nostro pianeta.
    Amore tra di noi e per loro che arriveranno e apriranno le nostre anime. Beatrice, ricurva su se stessa guarda sempre avanti, alza lo sguardo sopra di me e in questo scritto senza testo, lei solo lei. Sorride e sa prima di me quello in cui non voglio credere. Lei si innalza ogni notte rapita da una luce, trasportata attraverso la notte svanisce nel nulla e non la trovo. Mi rigiro nel letto e non sopporto la solitudine. Non so se è inquietudine o mancanza, brama di conoscenza o verità, gelosia o speranza. Non dormo fino al suo rientro.
    Le stringo la mano e mi abbandono al sonno, subito. Felice di condividere il suo viaggio mentre sogno di volare anch’io, consapevole attraverso lei. Esseri trasparenti svolazzano vicino e non ho paura, avverto carezze, mani tese mi attendono e io con il cuore gonfio mi avvicino senza dubbi, opinioni contrarie, dibattiti, congetture. Il mio pensiero è in pace, senza torture, fiducioso. Non è reale ma mi sento nuovamente un infante, gioioso senza scopo, privo di obiettivi ma vivente solo per un interminabile e meraviglioso momento. Non ho fame, non ho sete, non ho voglia di sesso, ne sudo, ne soffro... Sono. Me lo sussurrano in un orecchio e mentre rispondo sento che la mia voce è cristallina, vivace, talmente eterea che potrei ascoltarla per sempre. Volo leggero e innocente, veloce e so di dire il giusto, il sacro, il vero. Biondi riccioli vibrano e creano una brezza nella luce fra gocce di rugiada fresca. Non avevo idea, giuro non avevo idea. La trasparenza, il colore, l’essenza profumata, mani affusolate e bianche, braccia esili, spalle e sorrisi. Tanti o uno, creature che si uniscono e si sovrappongono. È dunque questa la gioia di Beatrice? Beatrice dei desideri, Beatrice dei miei pensieri. Beatrice degli angeli.
    Commuovimi, strappami lacrime, gesti, palpiti del mio cuore, riflessioni.
    Questa è la notte che volevo, dove le stelle ci illuminano e un vortice intenso e giovane ci conduce dove tu vuoi andare, vibro per te, amo per te.
    È un’isola di sabbia gialla e vegetazione smeraldo, loro sono ovunque, intensi, accoglienti. È  il tuo mondo, fa di me il tuo allievo, istruiscimi, trascinami e convincimi. Uccidi il mio lancinante dubbio prima che io venga risucchiato di nuovo, ti prego non voglio tornare indietro. Afferrami e resisterò, proverò ad allontanare le mie convinzioni e mi avvicinerò alla tua saggezza.  Beatrice che abbracci e avvolgi, che leggi i pensieri, nella tua preveggenza, assillami, riportami all’ovile. A me che non ho mai desiderato stare in un ovile, nel mio vagabondare per strade desertiche fiancheggiate da cactus e cespugli spinosi, con il clima secco, i piedi gonfi e un orizzonte tanto lontano che non ho mai raggiunto. Ora so che è stato inutile il mio affanno, il mio destino aveva in serbo questo significato. Ogni particolare fisico e spirituale si condensa in tale sorprendente rivelazione dall’alto, fa apparire il quaggiù uno squallido ripetersi di eventi, fotocopie l’uno dell’altro in un infinito trascorrere del tempo che ingrigisce i capelli dei più stanchi. Ci si guarda indietro sapendo di non aver fatto abbastanza, scontenti, ansiosi di un qualcosa di spettacolare che scuota questa noia indifferente e rabbiosa. Non esiste. È immaginazione. Finalmente vengo costretto a fare attenzione, a lasciare il mio mostruoso ego chiuso nell’armadio. Cieco e sordo al tuo meraviglioso silenzio, credevo fosse scontato, eri una inevitabile espiazione, un bisogno di santità che attingevo da te, un abominevole modo per ripagare tante mancanze.
    Beatrice mi lascia la mano e spalanco gli occhi, mi accorgo che il suo viso è chino, l’ultima rispettosa lacrima scende e riga i segni del passato impressi sulla mia pelle.
    Non ho nostalgia, sono qui, ora. Non voglio essere altrove, solo in questo placido nulla avverto la linfa preziosa di Beatrice, Beatrice che illumina, Beatrice che rigenera. Beatrice del mio io, che entri e conficchi le tue radici, così strette, così salde.

     
  • 19 luglio 2010
    Lady of the night

    Come comincia: In questo momento penso solo che devo dimenticarlo e liberarmene.
    Le questioni amorose  attirano l’attenzione della gente,  per non morire di inedia, noia e ripetizione. Sono incostante e pronta a inseguire qualsiasi frase risulti vivace, esplosiva, fantasiosa… che come si sa non porta a niente di pratico.
    Io non voglio finire come una matrona adornata di sana pinguedine, ricca di oggetti, cibo, soliti discorsi,  pulizie e orrendi “già visti”. Trovo affascinanti i murales, gli jumper, gli Oscar Wilde moderni… La verità è che sono totalmente sola  ma non più tanto infelice.
    Ho letto poco fa, la biografia di Frida Kalo. Sfigata cronica, nata con spina bifida e dulcis in fundo vittima di un pauroso incidente su di un autobus, dove nella schiena  le si era conficcato un palo. Sopravvissuta a tutto ciò e accompagnata da dolori lancinanti è riuscita a gestirsi dipingendo. Figure insanguinate che debordano dolore fisico erano la sua arte. Ha amato molto, è stata felice e no ma ha tramandato un segno.
    Vivere a lungo, prendersi cura di se per restare giovani e allontanare il terribile spettro dell’aldilà. E’ possibile ingannare la “signora della notte”?
    Quella che viene a tirarti per i piedi quando è giunta la tua ora?
    Miry aveva escogitato questa filosofia e ogni mattino si ammazzava di esercizi ginnici finché i suoi abiti puzzavano di sudore.
    Era giunta a quell’espediente dopo attenta osservazione dei suoi giganteschi fianchi apparsi su di un impietoso specchio. Specchi che allargano o che snelliscono?
    Nei negozi alla moda, quando ci si prova un fichissimo abito firmato dal prezzo impronunciabile si adocchia una figuretta snella e attraente, non è uguale l’apparizione che si ottiene davanti allo specchio di casa. Sarà l’ambientazione chiassosa e familiare a farti capitolare e sbattere il muso sul pavimento, quella che ti rammenta inesorabilmente e senza mezzi termini o tatto che sei una anonima casalinga che vorrebbe essere diva almeno per una notte. Le nuove Cenerentole? No, Cenerentola sognava il matrimonio.  Ma niente divagazioni, il punto è Miry.
    1,2,3,4 e 5, 6 e 7 e 8, vai con la corsa, i salti, l’allungamento delle braccia, cosce, polpacci… fibre muscolari in regolare tensione, sorrisi, allegria, immersione completa nella musica e nel dvd di quella tipa piccola e mingherlina dell’insegnante, di cui non ricordava affatto il nome ma ne invidiava il portamento.
    Proprio qui apparve il diavoletto, cioè il pensiero provocatore capace di distruggere la volontà di una donna che sta per accingersi a cucinare il pranzo. “La prima ruga”, quel piccolo trattino sulla fronte di una testa capelluta di un vivo castano.  Miry  non vide più se stessa, speranzosa e bella.  Chi cavolo era quella lì? Una fotocopia riuscita male? Quel viso scavato dal tempo che più dimagriva e più sembrava sprofondare nell’abisso delle “cose non realizzate”. E quante ne aveva Miry nel cassetto dei fili da cucito. Una laurea mai presa, un lavoro che si o no non si capiva, magari era un forse.
    Miry decise per il “chi se ne frega” ed entrando in doccia meditò se potesse permettersi le unghie imbrillantinate e disegnate.
    Forse era meglio affidarsi al vecchio smalto rosa che risultava essere ancora buono.
    Così mentre dipingeva cautamente per non uscire dai bordi, le unghie forti che avevano sempre seminato invidia a quelle smangiucchiate delle sue amiche, lo vide.  La prima volta, il mostriciattolo apparve da dietro il frigo, starnutendo. Era coperto di polvere, quella dove non ci si arriva o non si vuole arrivare perché nessuna e nata  “facchino forzuto” e quindi spostare un frigorifero enorme pieno di leccornie risulta, come dire… difficile!
    Era un essere piccolo, dal musetto stretto, labbra sottili, quasi privo di naso e occhi rotondi. Puntò un dito verso di lei e disse: “ alzati o regina della quiete domestica, pentiti del tuo pavoneggiarti e ricorda che sei al mondo per servire”. Miry si pose una mano sulle labbra e sorrise, non sapeva perché ma l’abominevole essere oltre a farle rivoltare le budella per il suo aspetto, aveva un qualcosa di ironico, anzi di assurdamente ridicolo. Il dito bitorzoluto e nodoso si  agitava nell’aria e pareva non avere alcun controllo.
    Scoppiò a ridere tenendosi saldo il ventre.  Lo smalto ruzzolò a terra e le unghie rimasero a metà. Miry si ricompose e raccolse la bottiglietta, quando si alzò il mostro era scomparso.
    Nei giorni successivi Miry si era dedicata a coloratissimi disegni di forme geometriche su tela. Il rosso e il giallo dominavano la scena emanando una inconsueta energia. Erano ingombranti nella stanza da letto, in fondo a che cosa servivano, anzi erano di intralcio al regolare svolgimento delle attività notturne, dormire ovviamente.
    Miry , con infiniti delicatezza e rispetto per quel lavoro, in silenzio, li spostò. 
    Rumore, fracasso, urla, percussioni si affollavano nella sua mente ma nessuno udiva nulla.
    Aveva una soffitta Miry. Salì le scale con il fardello della sua esistenza.
    I gradini erano alti e impervi, ogni tanto si fermava con attenzione ed eccolo... il “patologico”. Così ti chiamerò, pensò Miry, ritrovandoselo innanzi : “ehilà Pato, qual buon vento?”- “vento di disgrazia, mia cara”- “dunque?” – “ti predirò il futuro” – “ oh… che esperienza straordinaria! Vuoi forse dire che cambierà qualcosa?” – “ non ho detto questo. Se così fosse sarei portatore di letizia” –  la bocca gli si apriva in una smorfia crudele e soddisfatta, si intravedevano lingua bluastra  e denti… non curati. Miry avvertì l’esofago contorcersi, un conato amaro e acido si frenò in tempo. Pato alzò la mano nodosa, sembrava che le dita gli si fossero allungate, forse era un’illusione, eppure il suo corpo appariva in inferiorità numerica in confronto. Era corto, avvizzito, stava spegnendosi. Gli occhiacci grigiastri incrociarono intensamente quelli di Miry e pronunciò: “prima di questa sera sarai dalla signora della notte”.
    Miry lo vide finire in una nuvola di fumo e si affievolì con lui, le si incrociarono le caviglie e precipitò languidamente lungo le scale. Il volo la alleggerì, stringeva a se i disegni e chiuse gli occhi, immaginò di passarvi attraverso e di vestirsi di rosso, di giallo, di vita. Il tonfo risultò coperto dai suoni di un terrificante e movimentato film  che sbraitava al di fuori della televisione. Non fu doloroso, Miry si spense velocemente e la signora della notte prima di abbracciarla per sempre le regalò un commovente sorriso.  Miry che tanta passione sarebbe stata in grado di trasmettere al mondo ora giaceva fredda e inerme, incompresa ed eliminata.
    La signora della notte… si era aggiudicata il meglio come sempre.
    Vivere a lungo, fisico sano in mente sana eccetera eccetera…  Fine.

     
  • 15 giugno 2010
    Bambola non sa di niente

    Come comincia: Avete mai provato a bordare le labbra con la matita? Cambiano. Sono gonfie e l’effetto visivo
    comprende due strisce di carne morbida ma non diritte come vermi. Sono formate da colline e avvallamenti, soprattutto il labbro superiore. Il labbro inferiore invece, circa a metà si abbassa e poi si rialza.. sembra che lasci lo spazio affinché vi si appoggi un qualcosa.
    Poi è la volta del rossetto, in commercio se ne trovano di vari colori: rosso classico, rosa cipria oppure varie gradazioni di marrone che rammentano l’autunno. Lucidi oppure opachi.. certo che il lucido è di alta qualità.
    Avete mai provato ad uscire di casa con tale profumata delicatezza sulle labbra?
    Si ha una sensazione di leggerezza, benessere e come se fossimo le sole ad avere una bocca.
    A parte l’uso comune e concreto a cui la bocca è sottoposta tutti i giorni come mangiare e bere, si può tranquillamente desumere che esista un uso ben più sublime per cotanta sporgenza femminile: BACIARE.
    Bambola era infelice, aveva tutto. La salute, la bellezza, l’amore e una professione appagante. Quel giorno però l’inquietudine regnava padrona. Lo shopping del giorno prima non era valso a mutare il suo umore. Scelse tra un corsetto di pizzo bianco con fiocchetto e un reggiseno a balconcino nero. Optò per il reggiseno. Slip coordinati e calze. Un tailleur chiaro e foulard fantasia in seta. Scarpe di vernice tacco dodici e occhiali da sole scuri, ovvio. Raccolse i capelli sulla nuca. La giornata soleggiata sottolineava la sua andatura, l’incidere dei suoi passi era reale, vivo, in mezzo alle impersonali tute da ginnastica, jeans, divise. Lei sola era Bambola, il resto non aveva faccia. Camminò a lungo senza meta. Si accorse di una libreria dietro l’angolo, decise di visitarla. Karen Blixen era incastrata tra gli scaffali della sezione “letteratura inglese”, la vide roteare verso il pavimento e veloce si affrettò ad afferrarla. Non da sola. Un distinto signore di nome Franz le porse la mano. Caspita! Rifletté Bambola, dove lo aveva già visto? Aveva una copertina grigia e il suo cognome faceva Kafka. Una caricatura distinta degli occhi di lui pulsavano oltre il muro di carta sul quale in chiare lettere troneggiava il titolo di: “la metamorfosi”. Bambola l’aveva letto un anno or sono con il sottofondo dei Linkin Park, spietati musicisti che avevano sottolineato tenacemente la trasformazione del povero signor Gregor Kamsa, commesso viaggiatore.
    Franz però sembrava supplicarla : “comprami”.
    Bambola non seppe dir di no. Era l’ultima copia, svelta pagò e lo infilò in borsa. Corse verso il parco, aveva già in mente dove sedersi. Una panchina che si trovava solitaria in un lembo di prato un pochino distante da bambini,  animali e confusione generale faceva per lei. Con un rito di reverenza assoluta verso la propria perfezione sistemò la gonna, accavallò le gambe e si sedette.
    Balzò all’interno della storia in pochi secondi e quel poveraccio di Gregor subito le strizzò lo stomaco. L’incipit del caro Franz era diretto, incisivo, addirittura banale: “Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Kamsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto.” Pietrificata innanzi all’immagine di Gregor, Bambola non seppe resistere.. iniziò a grattarsi. “Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza..”, Bambola si voltò e inarcò le braccia all’indietro in una posizione inverosimile per assicurarsi che il tailleur fosse intatto. Franz proseguì con innato talento a descrivere le poco invitanti caratteristiche di Gregor, parole decise, chiare senza mezzi termini. Parole talmente veritiere che non lasciavano spazio ad alcun dubbio. Gregor era un insetto anche se tuttora non voleva accettarlo. Mentre Gregor si stava chiedendo che cosa gli fosse accaduto durante la notte, Bambola si rese conto di avere caldo. Sfilò la giacca scordandosi totalmente di avere addosso solamente quel fichissimo reggiseno di pizzo nero. Franz, oltre il muro del titolo strabuzzò gli occhi e proseguì: “tentò di uscire dal letto dapprima con la parte inferiore del corpo: ma quella parte, che egli non era ancora riuscito a vedere e di cui non poteva neppure farsi un’idea, si dimostrò troppo difficile da smuovere”. “Oh Greg.. quanto mi dispiace, come vorrei essere lì e aiutarti! Prenderei ciò che resta di te e lo accompagnerei qui su questa panchina! Forse riuscirei a bloccare la tua trasformazione!”. Franz che non difettava di fantasia ed eloquenza , notando l’evidente e sensuale abbattimento di Bambola infilò le dita tra i suoi capelli e li sciolse lungo le spalle. Bambola si adagiò piano sullo schienale della panchina e sospirò, Franz ebbe tutto il tempo di scrutare ogni centimetro della sua pelle: “ io ci sto bene Franz.. nella mia pelle intendo…” –
    Franz la vide dimenarsi, spostarsi in una frenesia tale che “il raccontare” ammutolì.
    Maledetto volume, pensò... accidenti a te, alla tua rilegatura, alle tue pagine in carta stampata a tutto quello che sei. Sono prigioniero dell’ingenuità di Gregor, del suo sciocco amor proprio, della sua mediocrità. Lasciami andare Gregor, io sono Franz, ti ho creato! Posso eliminarti come e quando voglio. Bambola sorrise e sfilò la gonna, apparvero gli slip coordinati e le calze. Franz si agguantò al muro ma le lettere del titolo gli si avvinghiarono contro. Prima la emme, gigante e onnipotente lo attanagliò alla gola, poi seguirono la e, ti, a… oddio sfigato d’un Franz.
    Bambola lasciò andare i suoi capelli al vento  e rientrò a casa di Gregor. “Gregor sotto il divano amareggiato e immobile..”- basta non c’è la faccio! Vengo io da te. Un filo di rossetto rosso lucido e pluff.. un tuffo. Sulla panchina giacevano gli abiti di Bambola, la sua borsa e il libro. Franz sprizzante gioia da tutti i pori la avvolse in un abbraccio. Bambola aveva scavalcato il muro e ora due paia di occhi famelici stavano per saziarsi della sua bellezza, li baciò entrambi con quelle labbra che non sono diritte come vermi ma…

     
  • 06 aprile 2010
    Venerdì 19

    Come comincia: Mi sento piccola, indifesa. Accendo la luce, ore sei. Valigia pronta. Documenti sistemati. Abiti firmati: cardigan lavorato all'uncinetto verde scuro, dolcevita fasciante nera, gonna a tubino e leggins. Calzini caldi e stivalata fin sotto al ginocchio. Mi guardo allo specchio, mi spazzolo i capelli, non posso truccarmi né mettermi lo smalto alle unghie. Così ha sentenziato ieri l'infermiera. Niente colazione e via. Salgo in macchina, avvio il motore. Mi tremano le mani. Accendo le luci, allaccio la cintura e vedo il mio ciuffo castano cadermi sulla fronte. Mi sono preparata per una settimana intera e ora ci siamo. Ho respirato a gambe incrociate, ho posizionato pollice e indice a cerchio e ho meditato. Le tecniche di rilassamento dovranno pur funzionare. Si chiama training autogeno. Strada, grigia, asciutta di vento, siepi, giardini, case, spazzini e altre auto, mi chiedo se all'interno c'è almeno qualcuno come me. Le lacrime salgono, arrivano al livello di guardia, socchiudo le palpebre e ricadono. Guido piano, credo che se questo percorso non terminasse mai potrei trascorrere il resto della vita così. Non sarebbe poi tanto male. Niente più di cui occuparsi ma solo un lungo interminabile giro fino allo scadere di tutti i pensieri.  Il semaforo, rosso per fortuna, quindi mi resta ancora qualche secondo per accoccolarmi nell'illusione.
    Ora non ho scusanti, devo proprio.
    Via ed eccomi nel parcheggio.
    Scendo, chiudo. Clic.
    Ascensore, primo piano.
    Surgery-day, con 'sta mania dell'english. Chirurgia cavolo!
    Persone come me finalmente. "Buongiorno" un filo di voce da me, da loro. Donne sono, come spauriti cuccioli di bosco, ordinate, pulite dentro e fuori, magiche e perfette donne. Mi vedo in loro e loro in me. Siamo ferme. Zitte. Labbra bianche, screpolate e mento all'ingiù.
    Insieme ci chiediamo senza dirlo come sia possibile. Che cosa ci facciamo qui, tanto giovani, tanto belle, tanto amate. Eppure.
    Abbiamo amato troppo e perciò abbiamo dato la vita adoperando il nostro corpo come un contenitore.
    Il contenitore è un poco stanco tutto qui.
    Si entra. Sono la prima.
    Tolgo i miei abiti e indosso la camicia bianca con i lacci che ti copre minimamente. Sotto non ho nulla, solo io con il mio corpo. Per la prima volta sento di dovermi scusare con lui. Non l'ho mai apprezzato per ciò che è, con le sue forme arrotondate, la sua morbidezza, il suo calore e anche se non gliel'ho mai confessato non lo voglio perdere.
    Benvenuto dottore. Mi dici con la tua maniera a modo e ovviamente dandomi del lei che mi sbrighi subito perché poi hai un impegno. Ok, ottimo, quindi ci sarà un dopo, grazie.
    Bicchiere con il calmante, lo ingoio.
    Mi gira la testa, parecchio. E' quasi allegra la faccenda. Mi trasportano per i corridoi, distinguo luci, camici verdi.
    Eccomi, calzo le scarpine trasparenti, arrotolo i capelli e infilo la cuffia, qualcuno mi saluta dice di conoscermi, boh. Sono da un'altra parte. Mi accompagnano, mi stendono, mi coprono, si presentano. Sono buoni e cortesi.
    Ago in vena, flebo, misura della pressione e battito cardiaco... tum... tum... tum. E tu dottore che inaspettatamente mi dai un buffetto sulla guancia, che dolce, ti rendi conto che mi fai sorridere in un momento in cui dovrei disperarmi? Solitamente funziona così, ovviamente per me no.
    " Ora sentirà un bruciore".
    E' vero, il polso è in fiamme.
    Sopra di me strani tubi grigi che non c'erano ora appaiono, dritti, lucenti, d'un tratto si piegano, sono gommosi, mi travolgono... poi niente.
    "Marina"- "sì". Sono ritornata. Rido a denti scoperti, ricordo il buffetto. Ho le braccia e le gambe pesantissime. Sono in reparto come avevi detto tu dottore il giorno prima. L'immagine della mia compagna di stanza attraversa velocemente lo spazio davanti a me, piange e non posso fare niente.
    Vorrei dirle che mi dispiace di essere passata prima di lei ma sono anche contenta di aver già fatto.
    Dormo e dormo. Non so quando sei tornata Anna, sei inerte e ti guardo il viso, stiamo bene. Le nostre anime hanno viaggiato oggi, non ricordiamo per dove o con chi. Se hanno riso, se hanno pianto. Ora si sono ricongiunte ai nostri corpi, al sicuro.