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Autore

Matteo Lorenzi

in archivio dal 17 dic 2007

10 ottobre 1967, Milano

13 aprile 2011 alle ore 0:32

Borderline

Il racconto

La strada era un tatuaggio inciso sulla schiena cespugliosa del deserto. Mancavano poche miglia alla frontiera quando mi fermai a quella vecchia stazione di servizio, con l’insegna dondolante nel vento e una palazzina fatiscente dove un vecchio dietro a un bancone si mescolava con l’arredamento. Fu lui a farmi notare l’arrivo di una Ford nera dalla quale scesero un gigante dalla pelle nera ed un biondo con la faccia sfregiata. Il primo si mise a curiosare attorno alla mia auto, l’altro con un ghigno compiaciuto, sembrava giocare dando calci alla polvere o a uno scorpione.
“Il negro è il capo.” Disse il vecchio “Il biondo è solo uno psicopatico mentre quello in macchina ci scommetto che è Ramiro o l’Indio o come diavolo si fa chiamare.” Un fucile a canne mozze apparve sul bancone.
“Questo e’ per te.” Disse come se mi offrisse un ombrello. Poi mi ordinò di chiudermi nel cesso mentre lui avrebbe chiamato la polizia. Quando guardai di nuovo fuori, il nero mi stava fissando. Teneva fra i denti un sigaro o un pezzo di legno che passava da un angolo all’altro della bocca. Mi ritrassi di scatto palesemente in ritardo. Mi aveva visto.
In bagno seduto sul water, puntai il fucile rimanendo in attesa finché due spari non squarciarono la quiete ed il cigolio della porta non mi fece rizzare i peli della nuca. Eccolo. E’ il gigante nero che viene a prendermi. Lo udii fermarsi ed esitare. Sparai prima che fosse lui a farlo ed il piombo scardinò la porta, scaraventandolo contro la parete che schizzò come fosse la ruota di un pavone. Fissai incredulo quei disegni di sangue come fossero geroglifici da decifrare. Non era il nero. L’uomo che avevo ucciso era un poliziotto.
“Lance! Tutto ok lì dentro?” I poliziotti sono sempre in due.
'Ed ora cosa faccio? Gli dico che mi sono sbagliato?' Cercai di pensare velocemente ma quando la porta si aprì calai d’istinto il fucile sulla testa del poliziotto che finì pancia a terra. Ci vollero due colpi per stordirlo. Mi accovacciai con le mani sul viso mentre la ruota del pavone colava righe cremisi sulle piastrelle.
Fuori trovai il vecchio riverso a terra. Non aveva più la faccia, un colpo d’arma da fuoco gliel’aveva portata via. La Ford era scomparsa così come la mia auto, al suo posto c’era un’auto della polizia, ovviamente vuota.
Valutai la situazione. Lo sbirro tramortito mi aveva visto prima di perdere i sensi. Avevo ucciso il suo collega e per quanto ne sapeva lui, anche il vecchio. L’unica soluzione era far fuori anche lui. Nessun testimone, nessun omicidio.
Tornai nel cesso e sotto lo sguardo accusatorio del collega lo spogliai della divisa. Quando parve rinvenire puntai il fucile su di lui, prono ed in mutande.
“Cazzo, non ce la faccio!” dissi al collega che mi fissava da in mezzo alla sua ruota da pavone. Girai il fucile e lo tramortii di nuovo pensando fosse più facile farlo mentre fosse svenuto, come fosse un cadavere. Fui tentato di fare uno sparo di prova sul pavone ma poi, pressato dal tempo, tornai a puntare il fucile sullo stordito, girai la testa dall’altro lato e premetti il grilletto. Una volta cancellate le impronte, presi la macchina della polizia e puntai verso la frontiera.
Guidai sotto l’afa per pochi minuti e rallentai alla vista di un pick up in panne. Attorno ad esso c’era una famiglia di indiani, vestiti come barboni. Un vecchio era al volante, al suo fianco una donna cullava un neonato, altri due giovani armeggiavano sotto il cofano. Nessuno fece cenno ma accostai ugualmente per non creare sospetti e non lasciare nulla al caso.
“Tutto a posto agente ce la caviamo.” Tagliò corto uno dei due quando mi avvicinai, l’altro andò sul retro del pick up a recuperare un attrezzo. Non sembrava vero, di essermela cavata così in fretta. Quando li salutai feci appena in tempo a scorgere l’ ombra di un rapido movimento alle mie spalle, poi fu buio pesto.
Mi risvegliai legato all’interno di una baracca in uno dei tanti insediamenti abusivi lungo il confine, agglomerati di lamiera, promiscuità e tutto ciò che un confine reclama.
“Me lo spieghi che cazzo ti è saltato in mente?“ Sbraitava il vecchio.
“Credevo si fosse insospettito pà, che avessero scoperto la sceneggiata dell’auto e tutti quei bambini scomparsi! Quando mi sono trovato lì, con la chiave inglese in mano, mi è venuto automatico!”
“Cosa dicono gli altri del villaggio? Hai parlato con Big Joe?” Chiese l’altro fratello.
“Dicono che sono cazzi nostri ecco cosa dicono Lowell. Se per domani non la risolviamo, daranno fuoco alla macchina, al poliziotto e poi a noi.”
All’alba del giorno dopo mi coprirono con un telo che sapeva di merda di capra e terra secca e mi buttarono nel baule del pick up. Ci inerpicammo su una collina pietrosa oltre la quale si snodava il grande fiume che segnava il confine, il punto delle transazioni rapide ed illegali, prima che un elicottero di pattuglia passasse come un falco alla ricerca di cibo. Attraverso un guado giunse un altro pick up dal quale ne scese un tizio grasso, sudato e nevrotico.
“Vediamo di sbrigarcela prima che albeggi.” Disse “ Il bambino è sul pick up?”
Gli indiani esitarono a rispondere. Quando il faccione sudato mi apparve da sopra le paratie, sgranò gli occhi come un polpo infilzato da una fiocina.
“Cristo Santo! Ma che razza di storia è questa? Dov’è il bambino?”
“E’ un periodo di magra Roscoe”
“Senti musi rosso, vorrei essere chiaro. Io ho una certa reputazione nel ramo, non vorrete che mi presenti ai chirurghi con un adulto, per giunta sbirro, magari col fegato cirrotico ed i reni da buttar via, vero? Ho scritto ‘coglione’ qui sulla faccia? Eh? C’è scritto ‘coglione’ qui?”
Il vecchio fu costretto a rispondere negativamente, così come Ronald e Lowell. Prima che il sole s’impossessasse del deserto, eravamo già tornati alle baracche.
Il mattino seguente mi caricarono di nuovo sul pick up. Prima di seppellirmi, avevano deciso di fare un ultimo tentativo contattando dei professionisti di città, gente tosta, sequestri, droga. Uno sbirro avrebbe potuto interessare, magari come ostaggio o merce di scambio. Così mi trovai di nuovo lì, legato come un capretto ad attendere che il viso del professionista spuntasse da sopra il pick up e quando lo fece, non mi piacque per niente. La faccia di un nero con una stecca di liquirizia in bocca (ecco cos’era) riempì lo spazio sopra di me. Un breve sorriso gli segnò il viso.
“Per i bambini di solito chiediamo mille” disse il vecchio in apprensione “ma per questo sono cinquemila, è merce rara.”
La liquirizia passò da una parte all’altra della bocca.
“A me sembra un po’ caro” obiettò il nero con una smorfia “tanto è che poi bisogna ammazzarlo. E poi non mi piacciono quelli che vendono i bambini, preferisco quelli che vendono gli sbirri.”
Gli indiani risero nervosamente senza capire la battuta. L’aria si stava facendo pesante e quando il vento alzò il risvolto di una giacca rivelando una pistola, quello fu il segnale per il primo sparo e per molti altri ancora, a velocità ravvicinata. Un proiettile perforò la parete del baule poco sopra la mia testa, un tonfo scosse la fiancata dell’auto. Nel fragore degli spari e dei vetri a pezzi, l’auto ruggì aggredendo la collina mentre sopra di me il cielo e le nuvole si shakeravano in un cocktail impazzito.
Tornammo alle baracche che ero pronto per essere giustiziato. Era sopravvissuto solo il vecchio, sul suo viso l’espressione sospesa fra tragedia, salvezza ed ineluttabilità. I figli erano rimasti giù al fiume e non a trattare sul prezzo. Da una baracca uscì la donna col neonato in grembo. Rimase sulla porta a guardare il pick up sforacchiato dai proiettili poi, scoppiando in lacrime, si chiuse di nuovo all’interno.
Al tramonto il vecchio mi portò al confine del villaggio dove la traccia di una pista formata dagli pneumatici si perdeva verso sud. Nel mezzo aveva piantato un palo al quale mi legò. Davanti ad esso, un cerchio di pietre racchiudeva delle sterpaglie e dei pezzi di legno.
“Questa notte verranno a prenderti.” Mormorò dopo avermi guardato a lungo. Detto ciò accese il fuoco e gettò il mio canne mozze a terra, con un gesto che significava l’estinzione di ogni debito. Se ne andò mentre le tenebre stavano già ghermendo il cielo e il falò, come un faro, indicava la rotta agli stranieri in arrivo.
Giunsero da nord e la notte s’infiammò come l’alba. Le baracche bruciavano fra le urla degli uomini e le lamiere contorte. Mentre l’odore di benzina e carne bruciata mi graffiava le narici, davanti a me con i colori dell’apocalisse che le baluginavano sul viso, apparve la donna col neonato. Piangendo infilò una mano nelle vesti e ne estrasse un coltello. Chissà perché in quel momento fui convinto che avrebbe tirato fuori un biberon. Rassegnato mi preparai al colpo, invece mi tagliò i legacci in un atto che non seppi mai interpretare. Forse fu pietà, forse paura, oppure il desiderio che l’incubo finisse nello stesso istante in cui lo spirito malvagio fosse stato liberato. Scomparve fra le luci danzanti delle fiamme, mentre tre sagome scure torreggiavano fra le luci dei fuochi.
Attesi nascosto fino a quando il villaggio non fu un braciere silenzioso e pulsante, come se il deserto si fosse spellato la faccia. Prima dell’alba raggiunsi l’ansa del fiume dove trovai i corpi dei due fratelli l’uno a poca distanza dall’altro. Scambiai gli indumenti con i loro e poi andai al guado, varcando il confine.
Al di là tutto era uniforme e nulla era diverso. Le pietre rosse, i cespugli e la solita puzza di merda di capra e terra secca. Il paesaggio non era cambiato. Era il confine stabilito dagli uomini a renderlo diverso, a farne un crocevia di violenza o una porta per la salvezza o per l’inferno.
Di fronte a me la strada sterrata si allungava fin oltre il visibile. In fondo ad essa come un neo sull’orizzonte, un fuoristrada si avvicinava a tutta velocità alzando intorno a sé un’aureola di polvere.
Appoggiai la mano sul calcio del fucile, guardai il sole vibrare dietro una collina e mi incamminai verso il nuovo giorno.

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