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in archivio dal 19 nov 2005

Paolo Coiro

30 maggio 1983, Formia (LT)
Segni particolari: Redattore di Aphorism dal 2001 e Caporedattore dal 2011.
Mi descrivo così: Sono un libero professionista del web. Adoro leggere, viaggiare e conoscere nuove persone e i loro pensieri sulla vita. Mi piacciono le cose genuine e sincere, come il vino rosso e la campagna.
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 12 ore fa e 56 minuti fa
    L'uomo che non muore

    Ho voglia di terra, di arte,
    d'amore.
    Invece mi ritrovo qui
    a parlar con un dottore:
    di cose che neanche penso,
    di figli, di puttane
    a ore.

    Voglio vivere di arte
    e mi sento anche artista.
    Voglio vivere di terra
    anche se non son portato.
    Voglio vivere di te
    e questo l'hai capito.

    Sognare ancora un po' 
    non costa quasi nulla,
    la sveglia suona già 
    è il tempo di mia figlia.

    Lo dico anche a lei,
    che voglio vivere di terra,
    di arte e di amore.
    E mi ritrovo qui
    a fissarti per ore,
    col sorriso di un uomo,
    di un uomo che non muore.

     
  • 08 settembre alle ore 9:04
    Quando ti muore un cane

    Quando ti muore un cane
    muori un po' anche tu.
    Si porta via una parte di te,
    della tua storia,
    di quello che sei stato
    e forse non sarai più.

    Quando ti muore un cane
    ti giri a cercarlo
    ma lui non c'è più.
    È stato parte
    di quello che sei stato.
    Ti ha fatto smettere di piangere
    perché guardando lui
    le lacrime non servivano più.

    Quando ti muore un cane
    metti insieme gli scatti della tua vita,
    un filmino in bianco e nero
    che conosci solo tu.

    E chi non ha mai avuto un cane
    non potrà mai capirlo,
    che quando ti muore un cane
    muori un po' anche tu.

     
  • 17 maggio alle ore 17:35
    E poi mi scrivo una poesia

    E poi mi scrivo una poesia
    sperando che rimanga mia
    per sempre.

    Per sempre con me,
    con le notti senza sonno
    con la gioia di un ritorno
    a casa.

    A casa mia,
    dove sei tu
    e non vorresti mai andar via.

    Dove tutto ha molto più senso,
    dove l'amore incontra la vita,
    dove ci siete voi:
    i vostri sorrisi, le vostre manine,
    i vostri "papà!", le vostre manie.

    E poi vi scrivo una poesia
    sperando che io sia
    sempre con voi.

    Nei vostri cuori,
    nelle vostre incertezze,
    nelle vostre carezze
    a persone che amate.

    Insegnare ad amare
    non è un mestiere per tutti,
    è amare se stessi
    e donarsi del tutto.

    Insegnare a vivere
    non è un lavoro da nulla,
    insegnare a sbagliare
    è quel che si dovrebbe fare.

    Lo avete capito?
    Amate, sbagliate,
    sentitevi liberi
    di interrogare la vita.

    Io sarò sempre qui,
    dentro e intorno a voi.

     
  • 22 agosto 2016 alle ore 23:20
    Sere di fine estate

    Sere di fine estate.
    Le tue labbra bagnate
    di vino bianco
    e di acqua salata.
    I tuoi capelli se ne vanno col vento
    e io son contento
    di pensar agli affari miei,
    ma ho una voglia di te
    che descrivere non saprei.

    Mi tuffo nel mare
    che oggi è più blu
    pensando a stasera:
    io, tu
    e un lenzuolo leggero
    che copre il nostro amore,
    che accarezza l'estate
    e accoglie l'autunno.

    Nostalgia di fine estate
    delle nostre dolci serate,
    ma siam pronti all'inverno.
    La mia stagione sei tu
    e all'estate già non ci penso più.

     
  • 09 luglio 2015 alle ore 22:11
    Ci sarò, e sarò sempre me stesso

    Mi son scritto una poesia
    per star bene sulla via,
    quella strada che mi porta
    alla riva storta.
    Quel luogo dove mia nonna
    si alzava la gonna
    e lavava i panni
    per la gente del paese.

    Mi son scritto una poesia
    perché ora
    sto vivendo la felicità
    e me la godo finché ci sta.

    Tra storie e canzoni,
    Maria Salvador e Santiago del Cile,
    quante ginocchia mi sbucciai
    sull'asfalto del cortile.

    Vi saluto bella gente
    e non fate finta di niente.
    Questa mattina piangevo
    e stasera bevo
    per una vita che nasce,
    perché son già con te
    e sarò con te per sempre.

     
  • 11 febbraio 2015 alle ore 22:25
    Brucio

    Me ne infischio
    del complemento oggetto,
    perché ho sete del verbo,
    del freddo che sento,
    di un giorno che è morto
    e non tornerà più.

    Ho bisogno,
    ho bisogno,
    ho un bisogno assoluto
    di non esser più muto
    di spogliarmi sulla neve
    e di essere quell'uomo
    che non teme
    il gelo d'inverno
    o il caldo d'agosto.

    Le emozioni che non conosco
    son pronto a scoprirle,
    tanto niente m'ammazza,
    e le febbri di ieri
    son coccole di fragole,
    son fette di vita,
    spruzzi frizzanti di quello che sono.

    Ho bisogno,
    ho bisogno,
    ho bisogno di sentir freddo
    per cedere ancora
    al fuoco che ho dentro.
    Io forte lo sento,
    lo sento e ti sento
    fuori
    e dentro di me.

     
  • 10 febbraio 2015 alle ore 22:53
    Se ci ripenso ancora, non ci ripenso più

    Se ci ripenso ancora
    non ci ripenso più,
    ti voglio amore mio
    ti voglio ancor di più.

    Rullano i tamburi
    mi butto a testa in giù,
    un tuffo assai felice
    nel mare che sei tu.

    La canto,
    la suono e la intono
    a un cane steso al sole
    e un vecchio che non vuole
    credere all'amor.

    T'ho stretto nella notte,
    ti ho messo in cassaforte
    e non la apro più.
    L'ho chiesto tante volte
    un coro che conduce
    a te che sei lassù.

    Lassù al terzo piano
    dove sono più sereno,
    una radio suona fuori
    nel vicolo ventoso,
    nel mare che è rabbioso:
    geloso del nostro amor.

     
  • 14 novembre 2014 alle ore 9:32
    Tre metri in avanti

    E poi mi son spogliato.
    Vestaglia di seta
    e pantofole cammello.
    "Ma io chi sono?"
    Apostrofando sul più bello.

    Vedo foglie cadere,
    nubi svanire
    e neve pippare.
    Germoglio insulso ma onesto
    del mondo piccolo
    in cui mi son perso.

    E sempre pippe di coscienza
    pronte a farti star male.
    Io mi appello a Don Chisciotte.
    Don Chisciotte non era un fesso!

    Pronto a combattere battaglie
    imbecilli e disarmanti,
    con la gioia e lo spirito
    di una vita vissuta
    tre metri in avanti.

    Solo ora mi accorgo
    di aver scritto questo testo,
    sul retro di una prescrizione
    medica.

    Al diavolo il dottore!
    La poesia è la mia cura:
    è la vita che tinge la mia dolce visione.

     
  • 05 novembre 2014 alle ore 10:01
    La terra è il mio rifugio

    La terra è il mio rifugio,
    pertugio armonico e immenso
    in cui penso
    di abbandonarmi senza rimpianti
    per poi guardare avanti.

    E continuo a coprire solchi
    per coprire anche le ferite,
    nel ricordo di quel campo di grano
    dove mischiammo il nostro amore.
    Da lì nacque un eroe
    che morì giovane in guerra.

    Solitudine e terra
    è quello che mi resta.
    Se la sera è lesta ad arrivare
    rimango assorto dinanzi al focolare,
    nel riflesso di una vita
    che comunque scorre.
    Una lacrima può bastare,
    vi chiedo solo di lasciarmi andare
    perché la terrra rimarrà
    il mio unico e sol rifugio,
    pertugio armonico e immenso
    in cui penso
    di abbandonarmi senza rimpianti
    per poi guardare avanti.

    Spezzo canne e spezzo il passato,
    e a quelle canne si appogeranno
    piante
    che s'intendono col futuro,
    anche se ho solo voglia
    di rallentare il tempo
    insieme ai miei pensieri.

     
  • 24 ottobre 2014 alle ore 11:59
    Il valzer dell'alzheimer

    A mio padre
    che c'ha dentro la poesia,
    a mia madre
    che la colpa non è più sua.

    Sputo fuori dalla finestra
    perché uno sputo è quello che mi resta.
    Lui sorride
    e su un bastone si sorregge
    da una vita piena
    di schegge, di spasmi
    e di aggressioni.

    Ora contan solo poche cose:
    la vecchiaia e il suo imbuto,
    stringi, e resta solo il vuoto.
    Un vuoto pieno di figli, di rimpianti dimessi
    e di favolosi
    fili sconnessi.

     
  • 16 novembre 2013 alle ore 12:11
    Un ragazzo lesto

    Ho incontrato un ragazzo lesto
    che viveva di terra
    e campava di aria.

    Mai sognato di volare.

    Meglio i piedi nel fango
    o imparare a galleggiare
    tra cavoli e cicoria.

    Premura nel far fossi
    e piantarci un po' di gloria,
    sorrisi ben riposti
    a visi rughe e gengive.

    Quel ragazzo lesto
    è ancor lì,
    un po' curvo.
    Questa sera ha bevuto vino
    e scopato
    l'uscio della casa
    dove nascerà
    un ragazzo onesto:
    suo figlio,
    che a terror di rima
    chiameranno Ernesto.

     
  • 15 novembre 2013 alle ore 8:30
    Lo stronzo contromano

    Lo stronzo contromano
    è un uomo che non muore,
    sniffa solo sogni
    e ha polvere nei pugni.

    Lo stronzo assai felice
    non ha mai vergogna,
    la sua luce brilla
    e lui ne ha sempre voglia.

    Lo stronzo ancor più lesto
    fa l'amore tre volte al dì:
    sempre dopo il caffè,
    mai prima di colazione,
    e... tra il dolce e il limoncello.

     
  • 31 ottobre 2013 alle ore 8:51
    Mezza vita mi è rimasta

    E adesso come faccio?
    Ti ho vista in quello squarcio
    e non ti scordo più.
    Vorrei dimenticarti
    senza averti mia;
    ho detto una bugia
    ma il cuore è andato giù.

    E rimettiti a sedere!
    La luce è ancora spenta.
    Ti adagi sul mio fiore
    e non mi lasci più.

    E' fatta...
    La mia anima è perduta
    e la vendo a metà prezzo;
    ma non ci fate niente:
    è piena di disprezzo.

    Non posso più tornare
    e mi dimentico di me.
    Disegno un'altra vita:
    farò l'artista di tazze e bidè.

     
  • 10 luglio 2013 alle ore 9:22
    Piango solo la tua assenza

    Non me ne frega un cazzo
    di un pubblico pagliaccio,
    dell'oca che starnazza
    giusto a mezzo dì.

    Io rido
    tra le mie puttane tristi,
    e stramazzo nel fango
    come un passero esausto.

    Il germoglio è lontano
    e continuo a fregarmene;
    di ricordi non si vive
    e oggi non ci sei più.

    Piango solo la tua assenza,
    tutto il resto è tanto fumo
    che fa piangere gli occhi
    e il cuore appresso a loro.

    Vengo a giocare un po' lassù con te,
    a dirti due stronzate
    e ti porto i tuoi bigné.

     
  • 05 giugno 2013 alle ore 8:46
    Poi finisce che ci ripenso

    Poi finisce che ci ripenso
    a quella rabbia santa
    che mi sconvolge il cuore.
    E piango
    come un bambino
    e senza vergogna.
    Il mio orgoglio
    è la mia fragilità,
    pulito sino all'osso
    del mondo che c'ho dentro.

    E una mattina mi alzo
    e basta un cane e il sole
    per rendere me stesso
    quel giovane di cuore
    che cerca amici...
    cerca amici
    per rendere a loro tutto se stesso.

    E poi finisce che ci ripenso...
    che poi
    è solo un momento,
    perché non mi sento mai spento.

    Il vento trascina la mia luce
    e volo
    sopra di me.

     
  • 22 maggio 2013 alle ore 10:27
    Seduta con un brillo

    Al diavolo
    le filosofie orientali,
    affogate in una bottiglia
    d'Amarone!
    Fanculo l'analisi
    suicida in un cannone!

    Io sono ebbro
    bello e facoltoso;
    un uomo di successo
    che stima l'eccesso
    e ama
    il soutè di cozze.

    Bollicine a volontà
    e l'amore
    in un letto caldo.
    Vestaglia di seta
    e aroma di caffè,
    sono brillo
    da oggi alle tre.

    Ora
    voglio solo andare a dormire:
    stanotte sognerò che è mio
    il sol dell'avvenire.

     
  • 11 maggio 2013 alle ore 20:20
    Tristezza alternata e poi un bigné

    Tristezza alternata
    non salta una rata,
    nel giorno che conta
    mi fotto il destino.
    Ti sono vicino e ti vengo a cercare,
    non sei più vicina...

    addio per Natale.

    Canto
    con la voce rotta.
    Anzi, urlo al nulla
    la mia sete da mignotta
    di un mondo bello
    e pieno di ossessioni.

    Il buio, la terra bagnata,
    un cielo stellato.

    Disteso lì
    a ridere di me
    e cercare un'altra te...

    Porto il cane fuori,
    e quando torno a casa
    mangerò un bigné.

     
  • 12 aprile 2013 alle ore 9:09
    In morte di un fringuello

    Me l'hanno scolpita in pancia
    una poesia che non muore.
    Fan quasi male
    le vertigini in mare aperto
    che van dal basso ventre ai piedi.
    Tremo... come un fringuello bagnato
    che non può volare,
    e che ride
    per il suo destino bizzarro.
    Annegato
    in una botte di vino
    col sorriso sulle labbra
    e troppa gioia nel cuore.
    Si è stretto tra le nuvole
    per scaldarsi l'anima
    tracotante di una vita lasciata
    appesa a un pino.
    L'ha rivissuta tutta
    nel tempo
    di un lungo bacio d'addio.

     
  • Ho un pigiama bucato
    e un viso da stronzo,
    un naso pronunciato
    e un baffetto improbabile.

    Cammino per le strade di Londra
    con le mani in tasca
    e quell'aria da bohemien.
    Bevo tè il pomeriggio,
    caffè la mattina.

    Scrivo poesie e storie
    solo per essere contento,
    è questo il mio diverimento.
    A modo mio
    spacco il mondo in tarantelle,
    belle, fracassanti, spudorate...

    Le tarantelle dei miei giorni
    che ancora non resistono
    alla gioia di esser nate.

     
  • 19 gennaio 2013 alle ore 16:45
    Cielo giocondo

    Sono morto
    con una poesia in corpo.
    Convinto che il condizionale
    sia il modo del poeta.

    Se non reggo il vino
    sarà pure una fortuna,
    butto giù un bicchiere
    e parlo con la luna.

    Racconto di ciò che è stato
    e mai sarà,
    estati ormai passate
    e inverni o giù di là.

    Sorrido a quel mio mondo
    che ancora non sa perché
    se il cielo è più giocondo
    fa felice anche me.

     
  • 02 novembre 2012 alle ore 8:38
    Alle 7 del mattino

    Il passero già cinguetta
    spavaldo,
    la dicondra sta crescendo
    nelle aiuole
    e il limone è giovane
    ma sano e ottimista
    nella brina del mattino.
    Son le sette e il sole
    è già ridente,
    risplende nelle pozze
    di pioggia scesa nei dì passati,
    quando la notte era aggrovigliata
    insieme ai tuoi pensieri.
    Son le sette
    e il sole è già ridente,
    lascia andare quel sorriso
    fatto di natura
    e lunghi respiri d'aria
    che viene dal mare.
    Buongiorno al mio giorno,
    un altro spettacolo
    delle gioie del mattino.

     
  • 21 febbraio 2012 alle ore 8:34
    Mille vite

    Cibatevi
    o fratelli miei,
    di letteratura, arte,
    vino buono e donne sincere.
    Scoprirete il giusto,
    il bello, il vero amore.
    L'emozione dalla parola
    e dall'arte
    sarà una lente magica.
    E vi sorprenderete,
    rimarrete estasiati
    nello scoprire
    le mille vite
    che albergano dentro di voi.

     
  • 01 novembre 2011 alle ore 12:00
    Tè con le mosche

    Ho fatto entrar due mosche
    nella mia stanza,
    chiedendole però
    di non portar disturbo.
    Si sono accomodate senza grazia
    sul mio divano color déjà-vu.
    Mi hanno chiesto
    un tè alle cinque
    e quei biscotti
    "che servi sempre tu".
    Le ho invitate
    ad andar via
    e loro senza ritegno:
    "Non ci siamo appoggiati su di te
    perché di noi
    non sei neanche degno".

     
  • 08 luglio 2011 alle ore 14:38
    Germogli di visioni

    E son sempre stato stronzo
    ma bravo a perdonar me stesso.
    E son sempre stato lento
    ma bravo a conoscere il tempo che andava.
    E facciamola finita
    beoni senza scorza,
    rottami di cervelli
    e briciole di virtù.
    Abbraccio il cielo aperto
    colline verdi e gialle,
    aroma di caffè
    e un bel tiramisù.
    Ho offeso una capretta
    e un'altra l'ho scoperta
    in bagno ad origliare
    il litigio di un amore.

     
  • 09 marzo 2011 alle ore 11:13
    Il tuo volto

    Agitarsi nel buio
    di una folla lucente;
    nel silenzio del vocìo
    di un'immagine sbiadita.
    Catturar la notte
    in una grande muraglia,
    carezzar la brina
    sul volto della tua
    dolce tempesta.

     
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  • 19 novembre 2005
    Il mio mare

    Come comincia: Aveva paura di immergersi in quell'acqua calda, come un timore di far godere troppo il suo corpo a contatto con una forma di felicità assoluta. L'odore.
    Quell'acqua aveva un odore inebriante, mai percepito prima. Continuava ad inspirare continuamente e sempre più profondamente. E meditava.
    Poteva raggiungere una sensazione universale, quasi non reale, era ad un passo da tutto questo. Continuava a meditare, si sentiva esterrefatto, colto da un altro mondo, altri colori.
    Ma aveva paura.
    Il pianto era in gola e il sorriso sulle labbra. Non capiva più nulla. Le lacrime incominciavano a scenderli lentamente sul viso, mentre le rughe degli occhi e le fossette sulle guance erano inebriate da un sorriso che sembrava non finire mai.
    Ma aveva paura.
    Tremava dalla troppa gioia, soffriva e gemeva nel pensare al suo mare. Il mare. Non capiva cosa c'entrasse il mare in tutto questo. Non riusciva neanche ad immaginarla quell'enorme distesa d'acqua. Lo faceva star male il pensiero del suo mare che non finiva mai. Voleva fermare l'immagine, renderla sua.
    Niente da fare.
    Il mare, ancora acqua, lievi onde, la spuma sull'acqua, il mare, il suo suono. Non finiva mai. Gli occhi erano intrisi di pianto, aveva smesso di sorridere. Il mare c'era ancora. Era stupendo, limpido, straordinariamente calmo.
    Troppo calmo.
    Quelle piccole onde avevano smesso di andare e venire. Ma il mare non cedeva. Sempre più infinito, sempre più stupendo. Si sentiva sull'orlo di un precipizio. Le vertigini gli bloccavano le gambe, e i polmoni si aprivano e si chiudevano sempre più lentamente. L'aria che buttava fuori veniva resa tremolante dalle labbra che di tanto in tanto si accostavano.
    Il mare dannazione!
    È troppo bello, troppo pieno d'acqua, troppo infinito per il mio pensiero. Avrebbe voluto nuotare. Di notte, a largo, da solo, col mare. Volere ma rifiutare, aver paura di non volerlo fare. L'aveva immaginato senza volerlo. Il mare lo aveva trafitto e ribaltato tra il suo dolore e il suo amore. Lo aveva reso inerte, svuotato e rigettato in terra senza avviso.
    Era il suo mare.
    Ma lui, stava sempre lì, al bordo di quella piccola vasca di acqua calda. Riuscì a sfuggire dal suo pensiero assillante. Nella vasca galleggiava una paperella gialla, che a premerla emetteva un buffo suono. La strinse tra le mani, sorrise, si asciugò il pianto. Prima un piede e poi l'altro.
    S'immerse nel suo mare.

     
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  • Esco fuori al balcone, in una mano il caffè e nell'altra il suo libro.
    Si iniziano a intravedere i primi riflessi del mare, grazie all'alba che avanza, timida e prorompente.
    Timida e prorompente come la poesia di Maria Teresa Santalucia Scibona, sempre alla ricerca di un nuovo giorno, di una vita nascosta, pronta ancora a sorprenderti.
    Nonostante tutto, nonostante l'età che avanza, nonostante dolori fisici e a volte intimi.

    La sua curiosità di viaggiare tra spazio e tempo non è mai doma: "L'albero della conoscenza" ne è l'ennessima conferma.
    E' sempre stata così la sua poesia: un tuono dolce che spezza ogni indugio, che si insinua tra i ruscelli dell'anima, rendendoli freschi e armoniosi.
    Scendono fluidi verso valle, coscienti del viaggio e della destinazione. Coscienti che il vero valore sta proprio nel percorso e non nell'arrivo.

    "Irraggiungibile pare la meta
    tant'è lontana ed aspra.
    Pur non dispero
    di arrivare un giorno. [...]"

    Con il suo sguardo dolce e fiero non perde mai la speranza, sincera amica di una lunga vita, passata a tessere parole ed emozioni.
    Un coraggio senza pari che trova sempre nuova linfa in un'immensa fede.

    "[...] E negli incerti passi che tentiamo
    sei come un padre che gioca
    e si nasconde al figlioletto
    che mal si regge in piedi. [...]"

    Maria Teresa continua nella sua ricerca di vita ossequiosa e pacata, come una "nomade che vaga sospesa nello spazio".
    E' un pastore dei giorni nostri, con lo sguardo verso l'infinito, che ascolta il suo respiro, quello della sua anima e quello dell'universo tutto.

    [... continua]

  • Apro la raccolta di poesie "Le rotte del vento" di Maria Teresa Santalucia Scibona e il mio primo pensiero è un interrogativo pieno di timore. Un sentimento di inappropiatezza dinanzi a una poetessa del suo valore e della sua esperienza.
    Dopo aver letto le prime poesie, il mio animo si placa totalmente, avvolto nell'accogliere lo splendore e la delicatezza di parole spennellate con maestria e immensa sensibilità.
    Rimanere estasiati da paesaggi filmati con l'inchiostro, che restano indelebili in quel transfer poetico da chi scrive a chi legge.

    La prima poesia "Baruffe marine" è quella che mi sta più a cuore, e non solo perché mi è dedicata, ma perché racchiude l'essenza della poetica di Maria Teresa: una dolce tempesta marina. La dolcezza è una fresca e perenne brezza che accarezza le sue parole; ruscelli d'inchiostro che scendono lenti da armoniosi rilievi.
    La tempesta è tutta la forza espressiva, e ancor di più umana, che trapassa ogni pagina e mette l'animo nobile di questa donna davanti ai suoi testi. Sì, perché anche quando ci troviamo davanti a descrizioni di paesaggi ed eventi naturali, nel parallelo opposto ci appare lei: una donna che tracima di tutte quelle parole, quei colori, quei suoni, quegli odori, quelle sensazioni forti che il suo corpo minuto fatica a trattenere.

    La poesia "Le rotte del vento", che dà il titolo alla raccolta definisce un altro aspetto chiave.
    "navighiamo a vista/ eludendo ignari/ le rotte del vento". Quest'incedere a vista, sicuri che la poesia ci porterà in un luogo a noi caro, senza bisogno di rotte segnate o della forza del vento che gonfi le vele.
    E' la forza delle parole su cui veleggia Maria Teresa, è sicura al timone e neanche una tempesta marina le potrà sfilar via il suo tesoro più grande: la poesia.

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  • "Disequitalia" è un'antologia di racconti di denuncia, dove trova una meritatissima collocazione la nostra autrice e redattrice Cristina Mosca, con il suo racconto "Prendimi al volo".
    L'assonanza del titolo dell'antologia è semplice e voluta: è un rendere negativo il nome di un'istituzione che non ha nulla di equo nei suoi modi.
    "Equitalia è diventata, nel tempo, uno strumento perverso che ha trasformato lo Stato di diritto in Stato di Polizia tributaria". Lo scrive Carlo Santi, direttore Editoriale di CIESSE Edizioni, nei ringraziamenti finali.
    E l'obiettivo di quest'opera, curata da Alessandro Greco, è porre l'accento su come le classi più deboli vengano maggiormente colpite dall'azione di Equitalia e dalle loro famose cartelle esattoriali, che incombono su situazioni familiari già difficili. Rateizzazioni che spesso non si possono sostenere, così, questo organismo, che alle spalle ha uno stato "colpevole", inizia a spolparti: la casa, il conto corrente, la macchina, lo stipendio, la pensione. E l'uomo dov'è? Equitalia, che è gestita da uomini e non da un "sistema" (una delle parole più usata da gente vigliacca, dietra la quale si nasconde), porta alla rovina altri uomini, indifesi di fronte a quello stesso Stato che dovrebbe proteggerli. Si parla di gente modesta, con stipendi mediocri, mentre i grandi evasori continuano ad agire indisturbati...
    Il racconto di Cristina Mosca racchiude a pieno titolo la natura della collana. Non solo per il tema trattato, ma anche per la maestria letteraria e quel suo modo fluido e leggero di far scorrere questa storia dal suo cuore all'inchiostro. Perché è una storia scritta col cuore, lo si legge chiaro tra le righe.
    C'è una donna, un suo vecchio amore, la perdita del marito, sapori e sensazioni del passato e... la malattia.
    C'è un'intermittenza di sapori dolci e spettrali racchiusa in dieci pagine. Una storia che ti prende l'anima e che non ti basta.
    Alla fine, hai quella sensazione di un orgasmo andato via troppo in fretta. Vorresti prolungarlo, vorresti chiamare l'autore per chiedergli la cortesia di trasformare questo racconto in un romanzo, perché lo vedi imprigionato in così poche pagine.
    "Prendimi al volo" è circondato da altri racconti davvero interessanti e d'impatto. Una nota di merito, sento di darla a "Io pentito dell'antimafia" di carmine Monaco, "Disequitalia" di Antonio Turi e "La crisi spiegata a mia nonna" di Paolo Bernard.

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  • Per un tifoso rosso-nero come me, scrivere una recensione su un libro che esalta il Milan, in questo momento storico è davvero complicato. Ma forse i vecchi fasti di uno dei club più titolati d'Europa, aiutano a sperare in un futuro più prospero.
    Paolo Goglio dedica quest'opera al grande cuore rossonero e ai i tifosi milanisti presenti in tutto il mondo. Perché Milan non vuol dire solo Milano, ma una grande squadra che ha espresso uno dei calci migliori in tutto il mondo.
    Il club del diavolo rossonero, viene usato da Goglio, come un punto di partenza per ripercorrere la sua adolescenza in una Milano ancora un po' vergine e polverosa. Lui, venuto su a pane e pallone, ripercorre le prime esperienze a contatto con il calcio giocato e visto allo stadio, insieme al padre, che gli trasmise questa grande passione per la squadra numero uno di Milano.
    Così ripercorre la storia del Milan attraverso le piccole storie dei suoi grandi campioni: Pierino Prati, Gianni Rivera, Marco van Basten, Franco Baresi, Super Pippo Inzaghi...
    Un libro tutto da gustare per un tifoso milanista, che ha gioito e sofferto insieme alla sua squadra del cuore.
    Gli scudetti stravinti e quelli inattesi, le Coppe Campioni vinte e quelle sfuggite via davvero amaramente.

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  • "Il guerriero dell'amore" è un breve trattato filosofico-spirituale. A sentirlo così, non viene in mente una lettura leggera, e invece Paolo Goglio ci stupisce nel manipolare con semplicità un filone narrativo di solito complesso nelle forme e nei contenuti.
    Il titolo del libro è una dicotomia assoluta, che tende da subito a esemplificare il filo sottile che unisce queste pagine. Il guerriero è un uomo che decide di affrontare tutto con il coraggio dell'amore. E' una persona che non  usa vie secondarie, che non ha paura di soffrire, che prende la vita di petto, ma con dolcezza infinita, unico antidoto per procedere fieri lungo le vette del mondo moderno.
    Le righe di Paolo Goglio solcano una vera e propria scelta di vita, in cui il "guerriero" non può far altro che vivere a stretto contatto con i suoi simili, per cercare di propagare la sua luce, il suo sorriso limpido fatto di un amore incondizionato verso il genere umano.

    A volte il suo pensiero può risultare estremo e contraddittorio, è vero, ma è lontana dalle sue parole l'idea di un dogma, c'è una semplice mente che ha creato un suo modo di affrontare la vita. E questo, è un aspetto che rende la lettura molto più piacevole e leggera.
    E' un libro che incuriosisce a ogni pagina, per la sua originalità di pensiero e perché non si vede l'ora di arrivare al termine, per intendere al meglio la filosofia completa del "guerriero dell'amore". La vera forza di questo trattato, sta nella sua totale apertura di queste righe a un confronto con il resto dell'umanità e di conseguenza con se stessi. Tutto ciò sta alla base della nostra scoperta: non smettere mai di porre domande al proprio io e non aver paura di mettere in crisi se stessi e le persone che abbiamo vicine.

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  • Paolo Fiore parte "Prima delle parole", il titolo della poesia d'apertura di questa silloge poetica. Sempre più cosciente, che prima di arrivare al verbo c'è un cammino fatto di stagioni del cuore, di vita... di occhi.
    La parola è solo l'atto finale di una melodia costruita nel tempo. E' una poesia fatta di ricordi che abitano in un presente profondo, mosaico di "occhi che si riconoscono", di immagini e luoghi ripensati e rivissuti.
    E' una sensibile coscienza poetica che permette ad anime feconde di assaporare l'emozione sottoforma di luoghi abitati e non, di occhi in cui ci siamo riflessi, ma anche solamente sfiorati nel lampo di una notte.

    In questa silloge c'è anche tanto amore, sempre rivisitato "guardando attraverso". Perché il sogno di un amore vero è quello di poter guardare il mondo con gli occhi dell'altro. Il culmine massimo è poter donare i propri occhi all'altro, mentre si gode del passaggio del treno della felicità. "Affido i miei occhi ai tuoi occhi e/ spero che vedano/ quello che vorrei."
    Tra le righe si scorge anche un'ironica malinconia d'amore. Dove il poeta non si lascia andare a semplici amarezze, ma è più un "poteva essere, ma non è stato" che non lascia ombre a un rimpianto troppo marcato. Emerge la leggerezza come filtro magico per scremare la propria vita, perché Paolo Fiore, rimane comunque affascinato da "questo sfiziosissimo gioco" che è l'esistenza.

    E' una poesia di gioia, di arancio, di inverni che passano, di ricordi che vivono dentro di noi... per sempre.

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  • Il romanzo è stato presentato al Premio Strega 2012 da Dacia Maraini e Paolo Ruffilli.
    “Il vuoto intorno” è una spina che ti entra nell’anima e vi semina speranza e amore per l’essere umano in tutte le sue sfaccettature, è la ricerca di una felicità che non sia solo assenza di dolore ma gioia che circonda e avvolge. Il romanzo del giovanissimo autore, poco più che ventenne, narra in modo viscerale e con incredibile capacità narrativa una storia universale di dolore e di sofferenza, una storia di lotta interiore per cercare il proprio posto nel mondo e costruire con le proprie mani una meritata felicità. Achille, personaggio principale, è un giovane ragazzo padre che racconta la sua vita disastrata al piccolo Ettore, suo figlio. Il racconto illustra i vari momenti nei quali l’anima di Achille rischia di spezzarsi definitivamente. Per l’esattezza sono tre le vicende che segnano in modo indelebile la vita del giovane padre: la prima quando muore sua madre, una donna alcolizzata e brutalmente distrutta per i continui tradimenti di un marito cinico e assente, la seconda quando scopre di avere un figlio affetto dalla sindrome di Down, la terza quando muore la donna che ama, una zingara che vive in quartiere difficile e abbandonato nel paese campano di Agropoli e madre di suo figlio. Achille è terrorizzato dal vuoto. Il vuoto lo atterrisce, lo paralizza, lo gambizza. Ecco dunque che il suo racconto diventa una lunga fuga dalle cose, dalle paure umane, dalle persone, forse anche dalla felicità che è così vicina da sembrare irreale. “Il vuoto intorno è la storia di un uomo che cerca di annientare se stesso e la propria dignità mediante la più sfrenata prostituzione del proprio corpo. Ma “Il vuoto intorno” è anche la storia di una speranza che prova ad affacciarsi timida alla vita, la storia di una lotta dovuta e di una vittoria meritata. È la storia di come si possa nonostante tutto essere felici e imparare ad amare. Il tenore letterario del testo è alto e poetico.
    Il romanzo convince, anzi cattura lasciando nello stomaco il desiderio di conoscere il vero significato della parola “umanità”.

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    • Leunam
    • 20 marzo 2012 alle ore 9:33

    Manuel Paolino è un visionario di poche parole. Le sue sono poesie con una dolce cadenza ritmica, dove l'eco dell'immagine poetica, risuona leggera nel resto della pagina bianca.
    Un poeta dalle tinte pastello, che non ha bisogno di punteggiatura per scandire le sue espressioni poetiche mai banali e sempre eleganti e pregne.
    Nelle poesie di Paolino, c'è tanta umanità, ma soprattutto un rapporto empatico con la natura, fedele amica di sogni e pensieri, sciorinati in vorticanti metofore. Come nell'ultima strofa della poesia "A legnoverde":
    "Mi appoggio/ sulla pietra amica/ e insieme al sole sogno/ piccola erba dorata". L'uomo e la sua anima poetica, diviene un unicum spirituale con la natura, che è maestra chiarificatrice.
    Un raggio di sole, vale come mille parole e tanti discorsi. Sono sensazioni date dal ciclo naturale, che il poeta fa sue e rende magma d'inchiostro, pronto a ergersi ad atavica soluzione del nostro tempo e del nostro rincorrerci nel tempo.
    In un contesto di visione d'insieme, i terrestri di Paolino, sono come "anime sospese" e "ci sono uomini/ e donne/ separati da montagne/ altissime/ come le promesse/ gridate al cielo".
    Una silloge profonda e penetrante, da leggere in assoluto silenzio, per riuscire a immergersi nelle candide atmosfere naturali del poeta triestino.
    Calda, rossa, sfumata, cristallina, accogliente, leggera... è la poesia di Manuel Paolino.

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  • Per chi è appassionato di vino, dopo aver letto questo libro, ti vien voglia di metterlo in valigia e intraprendere lo stesso viaggio di Slawka G. Scarso: girare la nostra bella Italia, da nord a sud, dal Müller Thurgau del Trentino, al Nero d'Avola della Sicilia. "Il vino in Italia" è un'operazione editoriale perfetta, perché dentro c'è di tutto: c'è l'esperienza di un'affermata giornalista di vino, c'è la storia di tanti viticoltori che svolgono con passione un mestiere fatto di duro lavoro ma anche di tanta poesia. Ci sono consigli utili su dove andare a pranzare, di locande e trattorie dove puoi assaggiare la genuinità e la bontà dell'inestimabile patrimonio italiano: la cucina. C'è una moltitudine di vini per tutti i gusti e per tutte le tasche.
    E' un viaggio dai mille odori, dalle mille emozioni, dalle mille storie. Ci sono regioni storiche del vino, come il Piemonte o la Puglia, ma ci sono anche tante gradevolissime sorprese, di posti dove, pur di far vino, si trovano compromessi con la natura. Tra i tratti più affascinanti di questa guida romanzata, c'è l'incontro diretto con i produttori. Slawka si fa raccontare come si gestisce un'azienda vinicola, se si tratta di una tradizione di famiglia o di un'illuminazione, di una scelta di vita. Quali sono i sogni o le difficoltà di un mercato, dove spesso, il marketing su scala internazionale scalcia via la qualità di tanti piccoli produttori.
    Ma ciò che l'autrice sottolinea è l'orgoglio che mettono questi viticoltori nel portare avanti le loro sfide, e tanti piccoli sogni. Il successo è determinato dal duro lavoro, dall'esperienza e dall'innovazione introdotta dalle nuove generazioni. Agganciato ai cardini della tradizione e del progresso, il livello qualitativo del vino italiano conserverà sempre una posizione di primo piano sul panorama enologico mondiale.
    "Il vino in Italia" sono ben 368 pagine che racchiudono un invito a viaggiare per vino, "perché chi viaggia per vino, sa bene che il vino è solo parte di un territorio fatto anche di cibo, natura e arte".

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  • Rocco e Riccardo sono due fratelli, ma sono anche molto di più. Sono due esistenze nelle quali Paolo Fiore si getta a peso morto, per scindere, attraverso una prosa fluida e poetica, i caratteri psicologici di un romanzo che sembra essersi scritto da sé. E' una storia che ti entra dentro e che non ti abbandona, trascinato via dalla profondità dei personaggi e dalla loro leggera complessità, più che dalla trama.
    Riccardo ha una grande passione per la letteratura, mentre Rocco vive in un universo tutto suo. Seduto da mattina a sera su una sedia, dondolandosi senza tregua avanti e indietro e fissando attento lo scorrere del tempo su un grande orologio.
    L'esistenza di Riccardo e Rocco, è sconvolta da fatti e persone: dalla misteriosa morte della madre e da un padre lontano da loro, per carattere e attitudini.
    I due fratelli possono essere anche un'unica persona, perché entrambi scappano da qualcosa, entrambi non si fermano. E' forse questo l'aspetto che più vuole evidenziare Paolo Fiore: una fuga dalla realtà, un rifugio che non sentono mai troppo vicino. L'unica soluzione per riprendere a guardarsi dentro senza lente, è fissare in faccia la realtà delle cose: sguazzare anche nella follia, ma renderla viva e presente, perché è in quella follia che è nascosto tutto.
    "Quando riuscirai a fermarti?" è una domanda che messamente Riccardo rivolge a Rocco, ma forse è soprattutto una domanda che rivolge a se stesso, riuscendo, nel finale, attraverso una racconto surreale, a buttar fuori i suoi fantasmi. La grandezza di questo romanzo è affiancare la letteratura alla psicanalisi, rafforzando una convinzione che vede i due emisferi quasi sovrapporsi, perché la vera letteratura nasce dal caos dell'uomo moderno.
    Riccardo riesce a salvare se stesso grazie alla sua passione per i libri, per le tante storie di inchiostro che non lo hanno mai abbandonato. Rocco, invece, ha deciso da subito di non affrontare questo mondo pieno di imprevisti o forse lo affronta a modo suo.
    "Quando riuscirai a fermarti?" non è solo un romanzo, ma una storia pregna di spunti da decriptare e su cui poter discutere a lungo. Merito a Paolo Fiore, un uomo che fa il medico e che di materia plastica per i suoi romanzi, ne ha davanti a sé tutti i giorni.

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  • "Un'idea, un concetto, un'idea
    finché resta un'idea è soltanto un'astrazione
    se potessi mangiare un'idea
    avrei fatto la mia rivoluzione".

    Cantava così, fino a pochi anni fa Giorgio Gaber. Il libro di Sabina Mitrano, racchiude queste parole in un senso sacro e reale. "Il Risorgimento nella letteratura" sono idee mangiate e messe in pratica, sulla carta e nella storia. Forse, mai come nell'epoca risorgimentale, si è avuta una letteratura impegnata, vicina alla società e proiettata verso un'idea di rivoluzione. Francesco Domenico Guerrazzi era uno degli scrittori in cui si sentiva ardere maggiormente quel fuoco della rivoluzione, e nelle sue vene scorreva il sangue caldo di una liberazione voluta a tutti i costi, e la sua scrittura bruciava delle sue idee.
    Tra scrittori e poeti, c'è stato chi più e chi meno, ha reagito a quest'impulso democratico, dando vita a dei veri best-seller della letteratura risorgimentale: le Poesie di Berchet, l'Ettore Fieramosca di d'Azeglio, Francesca da Rimini di Silvio Pellico. Opere che ancora oggi, profumano di quelle idee cardine cresciute nell'800: unità, indipendenza e libertà.
    Obiettivi rivoluzionari, ideali politici, canoni letterari, artisti a servizio della liberazione. Il tutto è abilmente descritto con l'occhio asciutto di Sabina Mitrano, che da brava storica, non si fa prendere troppo dalle emozioni, fornendo un quadro politico-letterario chiaro e definito. Perché una volta, la letteratura era lo specchio della società. Oggi forse, siamo un po' lontani come distanze; ideali di quel genere si sono sbiaditi, sotto i lumi evanescenti dell'individualismo economico e politico. Ma basta dare un'attenta rilettura a questo saggio ben scritto, che è facile intuire come la rivoluzione sia sempre dietro l'angolo. Forse cambia il nemico, che non è più lo straniero, ma la nostra stessa classe politica. Quando l'esasperazione politica raggiunge limiti che non si possono accettare, lì potremmo riprendere quella consapevolezza di essere fratelli di un unico popolo che chiede libertà.
    Sabina Mitrano, attraverso la sua opera, è come se volesse lanciare un appello: la storia politica del nostro paese è fatta di versi sublimi, di liriche e romanzi. La cultura dovrà essere sempre una priorità assoluta, per permettere a ogni individuo di conoscere la libertà e di lottare per essa.

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  • "Seme nel fuoco" è una raccolta di poesie crude e sincere. Crollano infrastrutture di ogni genere, legate alla morale cattolica o sociale, e a primeggiare è la carne, l'attrazione dei sessi, la voracità dell'amore, il frutto del nostro sangue caldo. Bonadè porta le sue realtà e consapevolezze lì dove finisce il giorno, "quando più nulla/ pioveva dal cielo/ nemmeno le maledizioni...". Racchiude sogni e incubi in una struttura e in una prosa volutamente indefinita, pronto a gettarsi nel buio più cupo, per perdersi ancora una volta in un marasma di corpi, gemiti, pianti di vergogna e sensazioni di inadeguatezza.
    Tratta tematiche omosessuali con sguardo visionario, dove le metafore più accese sono i corpi, le sue pecularietà e le relazioni ataviche e selvagge tra di essi.
    Limitare questo libro a una pura raccolta di poesie, è davvero riduttivo, poiché c'è una visione così assai frammmentata e dilatata che gira intorno alla sessualità, da poter scindere ogni poesia in un universo paralllelo e unico. La pregnanza rende ancor più merito a un autore che non vede confini, poiché il suo martirio è la sua piena libertà di vivere, soffrire, scrivere e sperimentare.

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  • Leggetelo e amatelo Corrado Guzzon, non è un ordine, ma un invito sincero di un lettore che si è appassionato alle sue poesie, al suo stile, al suo modo di leggere il mondo.
    Leggetelo quando siete stanchi di sorbirvi poesie impegnate, rinchiuse in se stesse, sentimentaliste sino all'osso. Guzzon è un visionario, un poeta capace di trasformare un microcosmo in un universo animato. Vedi il "ragno anarchico" della poesia "Appeso a un filo", che "non esce mai/ prima del tramonto".
    La sua ascendenza bukowskiana appare a intermittenza tra le sue righe e la sua penna è come un lume leggero che dà luce ad angoli di realtà dai quali attende "che il mondo s'acquieti".
    E' spiazzante e irriverente, quasi a voler prendere in giro il lettore, che prima addolcisce e all'ultimo rigo lo lascia in fuorigioco. Come nella poesia "La rondine" dove ci regala un'immagine idilliaca di una rondine agli inizi di maggio, per poi concludere così: "Resto a guardarla, dietro la tenda/ una mini-puttana/ nel cielo blu". 
    La sua poesia è come un'altalena, metafora gioconda della vita; alterna scatti di nonsense a miracoli della natura legati all'animo di un uomo. E' il caso della poesia "Mediterraneo" dove il mare è riflesso vivo di un uomo che chiede aiuto alla marea.
    Tutto questo e tanto altro ancora è racchiuso nella poetica di Corrado Guzzon. Come un gelato gustoso, che vorresti non si sciogliesse mai.

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  • Il "Dizionario di una golosa" di Nadia Turriziani, non è un semplice ricettario, ma può definirsi senza problemi "un'opera letteraria". E non solo perché le dolci ricette sono intervallate da poesie, curiosità, racconti brevi, ma perché in queste pagine c'è il profumo della passione per un'arte antica come quella della cucina.
    I dolci di Nadia, che si professa una golosa dalla nascita, fanno parte della nostra tradizione culinaria. Dietro ogni preparazione ci sono tante storie, usi e costumi della nostra terra che si possono ripercorrere attraverso ciò che mangiavamo e ciò che mangiamo. I segreti della nonna, la geografia dell'amaretto, la storia del babà che arriva dalla Polonia, il "Parrozzo" pescarese...
    Insomma, cucinare un dolce è raccontare anche la sua storia, e la scrittrice pugliese trapiantata a Latina, ci fa rivivere tutte queste emozioni del ricordo attraverso la sua passione per la ricerca, prima ancora che per il babà.
    "Dizionario di una golosa" è un libro che bisogna portare a casa, sfogliarlo comodi sul divano, porlo nella credenza della cucina, e appena avete una serata libera, invitate amici o parenti, preparategli un dolce, ma prima raccontategli la sua storia. I tuoi ospiti avranno un giovamento doppio, perché la gola, è anche questione di cervello e di cuore.
    Nadia Turriziani sa di aver peccato, perché 210 pagine di dolcezze sono un'esagerazione, e un diabetico svenirebbe solo a leggerne la metà. Ma lei che ama la poesia, così come la cucina, è pronta a rispondere senza mezzi termini: "Ho peccato? E chi se ne frega!"
    Ora devo proprio andare. Ho un salame turco che mi aspetta... è tra i miei preferiti.

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  • Per alcuni, un libro che raccolga citazioni sull'amore, può risultare banale. Forse, mai come in questi tempi c'è bisogno di rifugiarsi nella semplicità e maestosità dell'amore. L'ha capito bene Carmen Gullo, che insieme a Don Giovanni Zampaglione hanno selezionato e pubblicato citazioni di personaggi che hanno fatto dell'amore verso gli altri, una loro ragione di vita: da Santa Rita a Madre Teresa di Calcutta, da Padre Pio a Giovanni Paolo II...
    88 pagine in cui il messaggio cristiano ne esce rinfrancato, nel riflesso di parole di uomini che hanno fatto la storia. Quella storia fatta di umanità, umiltà, sacrificio; una vita dedicata a Dio e al suo messaggio evangelico.
    Nella conclusione del libro, le finalità sono chiare e ben segnate: "Si conclude così questo libro che vuol essere messaggio d'amore universale. Lo stesso amore che ci ha creato, che ci ha fatto divenire quell'essere meraviglioso chiamato uomo, perfetto e imperfetto allo stesso tempo".
    Nell'ultima parte del libro: sono stati raccolti gli aforismi, le citazioni e i versi sull'amore che maggiormente hanno colpito al cuore Carmen Gullo e Don Giovanni. Così, ai nomi della storia cristiana, vengono affiancati illustri poeti e scrittori, per rimarcare la convinzione, che l'amore cristiano, non è qualcosa esclusivamente legato alla religione, ma è un istinto dell'uomo che gli permette di godere a pieno della vita, di sentirsi in pace con se stesso e con gli altri.
    Degna conclusione di una recensione di questo libro, che va letto e assaporato a piccoli sorsi, non può che essere quest'aforisma di George Sand: "Esiste nella vita una sola felicità: amare ed essere amati".

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  • Una "poetica spuria", dove Luciano Lodoli colleziona suggestioni. Sensazioni che traspaiono come poesie allo stato embrionale. Rousseau diceva "Je sentis avant de penser". E' l'avvertire che interessa a Luciano Lodoli, il collezionare stati d'animo e sentirsi pungere allo stomaco: ogni emozione lo fa in maniera diversa. Così, non ha grande importanza se una poesia si sciogle come una galaverna al primo sole. La si è sognata e si è dileguata in silenzio durante il risveglio, ma la cosa prioritaria è che la si è vissuta. Il nostro corpo rimane intriso da quell'emozione, pur in un vuoto di parole.
    La poesia di Lodoli è rinchiusa in una metrica scarna accompagnata da un sottofondo a un solo tono. Nel suo paniere raccoglie semplici emozioni ancora vive, convinto che la semplicità sia la vera amica della verità e di una coscienza pronta ad accogliere emozioni tenui o vivaci. Nasce così la sua poesia: da sorgenti profonde e lontane, ma quando arriva a lambire le sponde della casa del poeta, l'acqua è fresca e pura, e si svela ai suoi occhi con naturalezza.
    E' una narrazione lenta che va lontano, dove c'è bisogno di tempo per raccogliere i pezzi senza tralasciare nulla. Luciano Lodoli è uno psicoterapeuta e la sua passione per i viaggi introspettivi è come un respiro ritmato che traspare da queste pagine. Un linguaggio sempre volutamente semplice che racchiude sottigliezze e caverne da esplorare. Quello di Lodoli, è un'inchiostro che galleggia nel grande mare dell'uomo moderno che si riflette allo specchio. Poesie da leggere con spirito e mente, perché da questa raccolta oltre che a sentire si può anche imparare.

    [... continua]

  • La poesia di Iago è senza dubbio caratterizzata da una doppia valenza: una forte carica introspettiva, ma anche una visione dell'insieme, che conferisce al poeta una eterna compenetrazione tra inchiostro e vita. Un germogliare di emozioni tratte dalla storia, così come dal quotidiano, che sente ribollire nelle proprie vene. Nei paesaggi di Iago c'è immobilità; un'immobilità che non è pace, ma un caos atavico che copre rabbie represse, un desiderio spasmodico di catturare l'inferno in terra e rendergli la giusta rappresentazione.
    E' un'analisi sociale sulla moedernità, dove a regnare è il volto sanguinante dell'ipocrisia. Si è alla ricerca di una nuova coscienza che risvegli, prima di ogni cosa, il rispetto per l'umanità; anche se tra queste righe si percepisce una sorta di impossibilità verso la redenzione della nostra razza.
    Il poeta non si lascia cadere in facili elucubrazioni pessimistiche, ma ha forza e coraggio di porre domande a se stesso e a ciò che gli vortica intorno. Spesso, le risposte son solo muri alti, atteggiamenti oramai giunti a consuetudini.  E' una malattia celata da una farsa obbligata, che verrà eredità come semplice realtà delle cose dalle generazioni future.
    La poesia "L'osservatore" potrebbe assurgere a manifesto poetico del poeta. Quel suo essere "seduto ai margini della storia" per raccogliere l'insieme dei suoi passaggi, pur riconoscendosi un anonimo interlocutore pronto a "sparire nel grembo dell'epoca".
    Il pensatore e critico non è mai domo, anche dinanzi a una sconfitta annunciata. La soluzione più sentita è il richiamo di sentieri e viaggi per allontanarsi dall'immagine di se stessi riflessa nel quotidiano. Rinvigorire lo spirito rivalutando la nostra idea di vita e società civile, ammirando il nostro caro vecchio mondo da una prospettiva più profonda.
    Questo e tanto altro è il profumo di queste pagine. Una poesia fredda, letta con occhi da cui non escono più lacrime. Come una lapide ghiacciata su lla quale puoi leggere la storia dell'uomo, il percorso di un'umanità dolente inborghesita da fiumi d'ipocrisia, progressi fasulli e vittime nascoste.

    [... continua]

  • "Comallamore" è un romanzo che sembra un soffio: intenso e caldo.
    Un gruppo di pazzi costretti a combattere due guerre: con se stessi e con il conflitto mondiale. Si fa fatica a trovare la ragione nella barbarie di anime oscure e soldati in divisa, ma i pazzi non vogliono accettare di combattere la guerra con la guerra. Queste sono leggi che appartengono all'uomo sano, che avvolge tutte le cause in spiegazioni con un inizio e una fine; mentre i pazzi del Pianoro vogliono vivere la loro libertà. La guerra si combatte con l'amore e con la libertà di essere matti.
    Beniamino è un ragazzo che ha visto la sua laurea in medicina e il suo futuro da medico, infrangersi in un'entrata da dietro del suo avversario Castellucci. La gamba zoppa, non gli ha impedito di divenire un "dottore", iniziando a lavorare in quel manicomio che da piccolo vedeva da casa sua.
    Beniamino stringe un forte legame con il dottor Rattazzi, che gli insegna a non reprimere le pazzie di quei folli, ma di accompagnarli nei loro voli. Il ragazzo sarà costretto ad affrontare tutto da solo, dopo la morte di Rattazzi, costruendo una grande famiglia da amare e accudire. Mentre cerca di guarire e alleviare le sofferenze dei suoi pazienti, prova a confortare se stesso mentre le parole di Rattazzi assumono un significato sempre più netto e concreto: "[...] troppo spesso noi rinunciamo a usare il cuore e la fantasia per entrare dentro i luoghi che ci fanno paura, dai quali ci difendiamo con il paravento della scienza e della ragione".

    [... continua]

  • "Oltre la ragione", una storia d'amore che ti travolge al punto che cerchi di rallentare la lettura nelle ultime pagine, per assaporare l'emozione ancor più densamente. Una donna fragile e forte, che porta dentro di sé un dolore lancinante che solo un altro grande amore è in grado di alleviare.
    La perdita dell'amore della tua vita si riassorbe solamente con un altro sentimento che va "oltre la ragione". Ma il percorso che porta alla rinascita non è mai un rettilineo in discesa, la sofferenza è una tappa imprescindibile per riappropriarsi di se stessi, ritrovandosi negli occhi profondi dell'uomo che si ama.
    Utilia Mignano è una scrittrice che appone la lente del cuore sulle sue pagine, trascinando completamente il lettore nel vortice di una storia dal ritmo candido e avvolgente nello stesso tempo.
    Un incontro su un treno si rivelerà fatale. Nasce tutto da lì, da uno sguardo di uno sconosciuto. Un passo emblematico che rafforza una visione della vita, fatta di momenti che ti stravolgono, momenti in cui ci si rende conto che da quel preciso istante nulla sarà più come prima. Per regalare al lettore il senso più profondo di questo romanzo, basta trascrivere un paio di righe di Utilia Mignano estratte dal libro: "Ci sono delle volte in cui le cose hanno un significato importante per noi ed un certo peso; ma quando accade qualcosa d'inaspettato, che ti fa tremare la terra sotto i piedi, quelle stesse cose ti sembrano stupide e perdono il loro valore, e ti sorprendi di come hai fatto a considerarle tali fino a quel momento".
    Un libro da leggere durante un viaggio in treno, dove, tra una pausa e l'altra, si scruta il mondo che scorre veloce fuori dal finestrino, si cerca di leggere negli occhi dello sconosciuto che ti è di fronte, perché ognuno di noi porta dentro di sé una storia interessante. 

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  • C'è un amore tra anime nelle poesie di Monica Osnato. Un'oasi felice alla quale approdare grazie ai versi, grazie a una passione viscerale e densa di dolcezza. Una raffinatezza stilistica che implementa il suono melodico di questa raccolta.
    Il sottotitolo del libro è "Poesie d'amore e d'eros", un eros che avvolge i versi intensamente, un eros mai banale e tinteggiato da immagini poetiche. E' palpabile il desiderio del calore tra i sessi, del ritrovare ancora una volta quelle "mani calde", quelle "labbra schiuse". Sensazioni che si vorrebbero rivivere nell'eterno, per riassaporare e godere di piaceri mai dimenticati.
    Quella di Monica Osnato, è una poesia d'amore che ha un'assoluta voglia di perdersi tra i vortici dell'erotismo: "Distenditi su di me/ come un velo di nubi,/ alle caviglie ho bracciali di piombo/ i miei sono brividi/ di uccelli in fuga".
    Una passione traboccante che vive anche momenti di fragilità, di dura lontananza, di freddezza. Frammenti che sono sensibili nel sentirsi parte dell'altro nel corpo e nell'anima.
    Ci sono momenti di rigenerazione assoluta, ma anche calvari inaspettati. Sono le pazze regole di destini che si uniscono, e Monica Osnato, è sempre alla ricerca dei tanti sensi dell'amore attraverso le sue "pazze parole": "E' il destino degli amanti. E' per questo che rincorro versi".

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  • Il "delirium tremens" è una fase acuta di delirio causata da un'astinenza dall'alcol o da trattamenti farmacologici.
    Il delirio di Iago Sannino, è quello di un poeta visionario, stravolto da immagini e forme artistiche impietose, irriverenti e fuori dal comune. Il suo è un paesaggio poetico costruito su misura, in un mondo altro, dove tutto è lecito, e l'artista inneggia la sua immaginazione sguazzando in vortici di parole e idealità.
    Le sue poesie danno il sentore di un quadro dai colori accesi di un pittore impressionista. Sono opere animate dove si provano sensazioni al limite del reale attraverso la lettura: "piango il tuo calore/ che molto freddo m'ha generato", "La rugiada uccide/ commuovendo il duro perdono".
    A tratti sembra proporre sprazzi di nonsense, ma poi il mosaico in frantumi si rigenera in una realtà emozionale, che ha lo stesso sapore di carni crude e di fiori appassiti. Una visionarietà che non ha limiti, che trascende da ogni confine; che rinvigorisce l'arte dell'assurdo, rendendola maestra d'espressione e di vita.

    "Pezzi di bambini obesi piovono
    dal cielo alimentare
    e pazze madri anoressiche, vomitano
    ricette di colesterolo da esafagi esagonali"

    Questi quattro versi ricuciono la poetica di Iago Sannino: acciuffare le immagini del reale in un foglio, ridurle in brandelli di carta e rielaborarle nel suo mondo. Un pianeta poetico, dove le parole hanno un significato più denso, e dove - forse - è custodita la vera realtà.

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    • Handjob
    • 07 marzo 2011 alle ore 17:07

    E' il classico "Lorenzaccio": forte, netto, maledetto, sincero, oscuro, cinico.
    Ma in questo terzo libro presentato su Aphorism, si contraddistingue per un tono e una composizione più basati su riflessioni attente e profonde, che prendono uno spazio maggiore rispetto alle immagini crude e dirette, alle quali Bonadè ci avevi abituati.
    Il contrasto a tinte forti rimane uno dei valori univoci ed essenziali in "Handjob". Una linea che lega la copertina, dove il poeta stesso si masturba dinanzi a una sua foto sorridente, sino a una delle ultime poesie di questa raccolta:

    Un giovane pugile irlandese
    Dalle fattezze di un Dio
    Torso dorato
    Si inietta eroina
    Al termine dell'allenamento

    Sole nella nebbia

    La luce e lo scuro, forza e abbandono, il sorriso e la masturbazione, la bellezza e l'oblio.
    C'è il dolce e l'amaro negli scatti d'inchiostro del poeta di Codogno. C'è un senso di poesia vista come prostituzione dell'anima per assaggiare il cromatismo dell'essere. Un fango che vale oro. Il poeta deve sguazzarci dentro, perché sente che questo è il suo ruolo.
    "Handjob" è un libro che vi trascina con sé, in un mondo estremo, in uno stato brado, dove la realtà non ha mezzi termini.

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  • Momenti di trascurabile felicità. Il titolo dice già tutto, ma il libro è molto di più.
    C'è dentro quel senso di felicità dato dalla quotidianità con le sue piccole e grandi cose. Le consuetudini sulle quali quasi mai ci soffermiamo a pensare, ma che posseggono un forte valore espressivo ed emozionale.
    Sono 134 pagine di leggerezza, di racconto, di vere e proprie risate, di riflessioni. Francesco Piccolo ha l'abilità del grande osservatore, perché ha la capacità di bloccare la frenesia e il caos della vita moderna, affacciarsi al suo balcone e sguazzare come un pesce innamorato nel mare dell'essere umano di tutti i giorni.
    Ogni lettore si ritroverà tra queste righe, a tutti scapperà un bel sorriso mentre leggerà che per Piccolo, la felicità è anche "Quando si alza la barra del telepass, che ho paura che stavolta non si alzi", oppure "Quando quello che ti ha chiesto di conservargli il posto, finalmente arriva. E puoi dimostrare a tutti quelli intorno che era vero".
    Un libro da leggere in una serata; solo se si è rilassati e sereni. Una serenità che lo scrittore infonde con naturalezza, volendo porre l'accento sulla leggerezza con la quale va intrapresa la vita, godendo di piccole cose che talvolta non consideriamo neppure.
    Una lettura gradevole fino all'osso e non impegnativa. Un libro con effetto "beauty farm": rigenera lo spirito, lo alleggerisce. Fino a sentire la pelle più morbida e un sorriso rinnovato.
    "Quando mi hanno spiegato che la prima convocazione della riunione di condominio, alle sei di mattina, era soltanto formale, e non ci dovevo andare".
    Se questi non sono momenti di felicità...

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  • Tato Minazzo è un brigadiere della Guardia di Finanza anticonformista, farfallone, giocherellone e amante della bella vita.
    Lontano anni luce dall'uomo dell'arma tutto d'un pezzo, ligio al dovere, alla patria e all'arma.
    Tato vuole vivere la vita godendosela a pieno. Romano di Roma, inizia la sua carriera tra le montagne del nord, a confine svizzero, inseguendo contrabbandieri di sigarette e prestando servizio in dogana. Dal freddo del nord, Tato conclude la sua carriera al caldo della stupenda terra sicula: tra isolette, Milazzo, Messina...
    Ci sono tante donne nel suo percorso di amante e conquistatore. Grandi amori, grandi passione, ma anche grandi sofferenze.
    Sino alla vecchiaia Tato cerca di resistere il più possibile al decorso degli anni, vivendo come un ventenne, con spirito appassionato, romantico e frizzante.
    E' un romanzo pregno di emozioni, a tratti erotico, psicologico, leggero. C'è tanto in queste 316 pagine che sembrerebbero raccontare semplicemente una vita. Ma c'è molto di più. C'è una nostalgia miscelata a dolce ricordo, di un'esistenza che viene ripresa e gustata di nuovo, attraverso la memoria.
    Tato è un personaggio emblematico: diretto, testardo, simpatico, elegantemente cafone. Bastano poche pagine per innamorarsi di lui e di questo libro. Letto l'ultimo rigo e riflettendo sulla storia appena conclusa, sembra che Alberto Mazzoni voglia ricordarti una cosa fondamentale: la vita è una buona bottiglia di champagne che va bevuta fino all'ultimo sorso.

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  • "La vita fa rima con la morte" è un romanzo corale. C'è l'autore sopra una scacchiera che guida i suoi pedoni, il cavallo, l'alfiere, la torre, la regina e il re.
    E' la storia di tante persone, tutte legate da un filo sottile. L'importante, in un libro del genere, non è la trama della storia, ma quella fascinazione del narratore che ti avvolge completamente, nella descrizione caratteriale e psicologica dei suoi personaggi, che si riflette sulle loro azioni e sul loro modo di interpretare la vita.
    Amos Oz è uno scrittore geniale e del tutto originale, sia nella forma che nel contenuto. Alla fine di questa piacevole storia di un centinaio di pagine, l'autore elenca tutti i personaggi che ne hanno fatto parte, come per dare a loro un tributo per essere vissuti in queste righe.
    Non è solo la narrazione dello scrittore stesso, che parla di sé in terza persona, ma è anche la storia di tanti altri personaggi che il professore israeliano trafigge con la sua arguzia intellettuale, regalando alle vicende un registro che passa dal presente al condizionale continuamente. Un effetto talmente gradevole, da affezionarsi a tutti i protagonisti. Dalla cameriera Riki, che fa tanto eccitare lo scrittore seduto al bar, per la riga della sua mutandina che si intravede sopra la gonna; a Yuval Dahan Dotan: un giovane poeta infelice, che vorrebbe tanto incontrare lo scrittore dopo averlo ascoltato in un a conferenza alla "Casa della Cultura".
    Un calderone di fatti, persone, proiezioni fantastiche, pensieri sulle persone e sulle situazioni. Un elastico tra una narrazione presente e surreale, che si incasella armoniosa come un mosaico riuscito bene.

    [... continua]