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Recensioni di Paolo Coiro

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  • "Martin Eden" è un libro che tutti dovrebbero leggere prima di compiere trent'anni. E' un romanzo pregno di emozioni, di quelli da leggere a lume di candela, in una sera fredda e piovosa.
    Attenzione nel non cadere nel classico errore di considerare quest'opera come l'autobiografia di Jack London; lo precisa lui stesso in una lettera inviata al "San Francisco Bullettin", in risposta al reverendo Brown che lo accusava di essere "un materialista che non ha fede nell'anima".
    Lo scrittore, seccato da quest'attacco, sottolineò le differenze tra lui e Martin Eden. Quella fondamentale era l'assoluta fede nell'uomo da parte di London, "fede che Martin Eden non aveva conquistato".
    Questo romanzo è la storia di una passione più forte della propria vita: la scrittura e la cultura, il sapere. Un rozzo marinaio che diventa uno scrittore di successo, tramite un percorso che definire "difficoltoso" sarebbe un eufemismo. Tra questi due estremi c'è tanta carne a cuocere: idee politiche, l'amore per una donna, il disprezzo per l'ipocrisia borghese, la filosofia, l'amore per la famiglia, il valore dei soldi...
    Martin Eden è un libro da assaggiare con passione e lentezza, portandoselo nel cuore per il resto della propria vita, come il profumo dei fiori di arancio che assaporavi nell'orto della nonna da ragazzo.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • In questo libro c'è tutto. C'è tutto quello che non ti aspetti da un regista che si mette a scrivere. Il personaggio che imbratta elegantemente queste 317 pagine è uno di quelli che entra a piedi uniti nella storia dei più amati personaggi del millennio. Un uomo da telegatto, oscar e festival di Ariccia.
    Sorrentino ha creato un mostro, un uomo che si è fatto uomo durante una notte d'inverno nella stanza fredda di una vecchia contessa. Tony Pagoda è un personaggio che ti viene subito voglia di amarlo, di uscirci insieme ogni sera. Insieme a Peppino Di Capri, ai suoi amici d'infanzia, al resto del suo complesso, al suo manager eroinomane, alle sue tante prostitute, al suo camorrista-fan.
    Scolata l'ultima pagina di questo libro, la prima cosa che ti viene in mente, è di telefonare a Paolo Sorrentino e supplicarlo in tutti modi di scrivere una sceneggiatura di questa storia, perché Tony, Tony Pagoda, vuoi vederlo anche sullo schermo; vuoi godere ancora una volta, impregnandoti della sua storia e del suo modo di confrontarsi col mondo.
    Qui c'è tutto. Il tutto spiattellato in mezzo alla strada, rimesso al mondo come un vomito dopo una brutta sbronza. C'è l'amore di una vita, c'è l'insegnamento della strada, c'è tristezza, ci sono lampi di genio impregnati di un'ironia di alti livelli, c'è la voglia di gustarsi la vecchiaia semplicemente riposandosi in lunghi pomeriggi caldi e lenti.
    E' così Sorrentino, come una marmellata ai fichi. Ti fa pisciare sotto dalle risate quando dice che "... la rissa è oggettivamente sempre una cosa meravigliosa, è meglio di una scopata con la Carrà all'apice della sua comunicativa sessuale, quando si proponeva da Trieste in giù". Ti fa riflettere e tanto, in tutta la storia, in tutte le avventure di questo cantante neomelodico cocainomane che scappa al caldo perenne, dopo una vita senza soste. E alla fine riprendi le prime pagine e ti rileggi la citazione di Henry Miller che apre il libro: "Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos". Ma soprattutto ti interroghi sulla dedica di Sorrentino: "A mia madre, che la pensava così".

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    recensione di Paolo Coiro

  • "Sogno amaranto" è una storia d'amore del tutto originale, ma prima di tutto profonda. Un infinito di dolcezza e di amore incondizionato verso l'altro, che è tutto nell'anima più che nel cuore. Fairy è un'insegnante semplice nell'apparire e di aspetto gradevole, Dick è un attore teatrale affermato; un personaggio sul palco così come nella vita, dove indossa la maschera dell'uomo dalle mille donne. Femmine usate e buttate via senza impegnarsi con i sentimenti, che il personaggio percepisce con superficialità, ma l'uomo - nella sua nudità di sentimenti - sente e assapora con tutto il suo spirito.
    Fairy invece, palesa tutto il suo amore nel suo modo di essere e di amare senza reticenze. Una donna convinta di aver visto giusto, negli occhi di quell'uomo dall'aspetto cupo e menefreghista. In quelle pupille l'innamorata ha visto bruciare la stessa passione che lei porta con sé.
    Una storia d'amore che unirà due anime gemelle in un vero paradiso di emozioni empatiche, in un vortice di amore e passione che regna in queste pagine, in questa storia londinese.
    Non limitiamo queste righe a un romanzo d'amore, ma la prospettiva che più merita è uno specchio di riflessione sui sentimenti e su come le persone li mostrano agli altri, molte volte ingannando se stessi e il proprio naturale bisogno di amare ed essere amati.
    Cinzia Luigia Cavallaro è una scrittrice che entra in punta di piedi, ti accompagna in un girovagare di passione, frustrazione, esaltazione, sconforto. Una vallata serena che arriva a spaccarti il cuore nel finale.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Una serie di "pezzi facili", così come ha scelto di chiamarli Lorenzo Bonadè. Riflessioni crude e sincere che mettono il lettore difronte a sentenze o da contestare o da ingoiare amaramente.
    Si potrebbe inserire "Lorenzaccio" nella cerchia dei poeti "Maledetti", forse facendo un grosso errore o forse prendendoci in pieno. Di certo, un moderno Baudelaire rischierebbe la stessa poesia, andrebbe alla ricerca degli stessi attimi di ebbrezza; unico appiglio a una realtà lontana dal proprio essere, e soffocante.
    Il libro è macchiato da questi pensieri, che si dileguano nell'universo bastardo dello scrittore lombardo. Immagini, spesso, al limite dell'irriverenza, a volte blasfeme, a volte vere e proprie bombe a ciel sereno.
    Nessuna accusa a questo schizzo d'arte, quel che è chiaro nei versi e nelle parole di Lorenzo, è che lui va alla ricerca di una truffa. Di una truffa cosciente in cui inabissarsi senza credere più a niente.
    Quest'universo letterario sembra non  reggere l'immobilità di un mondo vissuto amaramente. Non c'è pace, e solo "con la caduta di ogni tabù si accarezzerà la pace sulla Terra".
    Ma quello che potrebbe affascinare il lettore è la voce di Lorenzaccio. E' una voce che risulta come un elemento distaccato dalla persona. Un suono per l'appunto impersonificato, che getta tutto in pasto ai maiali, senza fare nessun tipo di cernita.
    E' grazie al caos che la letteratura ha quel suo senso di esistere: è grazie a voci senza cuore siamo in grado di emozionarci, è grazie a un Bonadè che vorrbbe rinascere "brutto, ignorante e modesto" che l'arte ha un senso nella nostra vita.
    La raccolta di pezzi facili "Mattatoio", ha un sapore di vino dal retrogusto amaro con tante sigarette fumate tra un bicchiere e l'altro. E' un vortice caldo che attrae in una valle fredda.
    "Mattatoio" è alla sua terza ristampa; e qualcosa vorrà pur dire.

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    recensione di Paolo Coiro

  • "Son stufadiza" è una testimonianza reale impregnata di dramma e amore. Barbara Grubissa mette a nudo un'esperienza devastante, che ha vissuto sulla sua pelle: la malattia delle madre - la psicosi bipolare -  e il successivo suicidio.
    Una storia che strazia l'anima, perché, nell'immediatezza del dialetto triestino, Barbara sciorina sensazioni e sentimenti, nei confronti della sua più grande amica. E' un'opera che va oltre il mero valore poetico, perché quello di Barbara è un vero e proprio impegno sociale, nel sensibilizzare le persone verso questo tipo di malattia, che è sconosciuta ai più. Per questo motivo la qualità del messaggio è ancora più alta, perché è filtrata dalla poesia, il mezzo per eccellenza che sprigiona sensazioni vere e dirette. Senza troppi fronzoli, ci mette davanti alla realtà nuda e cruda, facendoci piangere, ma soprattutto riflettere, sul fatto che una croce come quella che ha trasportato, non è per nulla leggera, ma attraverso l'amore e la forza d'animo, si possono affrontare le cose, si possono migliorare le situazioni e si può, ancora una volta, pensare che la serenità è uno dei traguardi più importanti della vita.
    Barbara Grubissa, nel giorno in cui la madre si è sucidata, il 27 marzo 2007, ha promesso a se stessa di rimanere unita a colei che l'ha messa al mondo. Sarà per sempre la poesia, a tenere unite due anime, che erano solite camminare mano nella mano.
    "Son stufadiza" è l'esperienza di vita raccontata da una giovane donna e scrittrice, che attraverso l'inchiostro trova quel filo sottile che unisce l'amore, che tiene insieme due parti del suo essere: lei e la sua mamma.

    Ci sono storie sbilanciate. La prima parte intensa, quasi eroica. Poi un'uscita di scena improvvisa e tutto è finito.
    Così è stata la vita di mia madre, che ringrazio perché è come se fosse sempre con me ad accompagnarmi.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Il titolo di questo libro è già tutto un programma. Non vi aspettate assolutamente qualcosa di già letto o già sentito, perché a Giovanni Soriano, tutto si può dire, tranne di non essere originale.
    L'originalità è data già dalla forma della sua arte: l'aforisma. Un via d'arte che, nonostante abbia i suoi illustri esponenti e la sua indiscussa valenza poetica, viene vista sempre un gradino più basso rispetto alla poesia, al romanzo , al racconto e alle altre modalità d'espressione.
    Il Diario aforistico di Soriano, raccoglie aforismi che vanno dal 2003 al 2009, ma siamo certi che lo scrittore calabrese, stia già preparando una versione aggiornata.
    La personalità di Soriano, non si nasconde dietro i suoi aforismi, anzi, viena amplificata da essi e da una breve e simpatica premessa, dalla quale riporto un passo significativo: "Coloro che, leggendolo, dovessero farsi del sottoscritto l'idea di un cinico, di un misantropo, di un antiteista e persino di un nichilista, sappiano che la loro impressione corrisponde perfettamente al vero."
    I suoi aforismi non sono mai banali, e oscillano in quel cinismo elegantemente umoristico, che viene altamente apprezzato e che porta il lettore a profonde riflessioni da quell'input di poche, ma dense parole. Come dice lo stesso Soriano: "Scrivere aforismi è un'arte, la più breve."

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    recensione di Paolo Coiro

  • Un paesino veneto e i suoi abitanti, sono gli assi portanti di questa storia scritta da Raffaele Vertaglia. Un romanzo che accentua, ancora una volta, quanto i regionalismi (intesi in senso lato), siano lo scheletro di una letteratura di respiro nazionale e internazionale.
    Un racconto fluido e gradevole, dove la matrice cristiana è una luce che rischiara queste pagine di vita reale, fatta di un miscuglio di errori, rimpianti, incomprensioni; ma anche e soprattutto di umanità e perdono.
    Lo scrittore è stato davvero abile nel trattare una materia, come l'amore visto sotto un'ottica cristiana, svincolandola da retoriche o dogmi, ma aprendola a un fresco respiro di naturalezza e sensibilità.
    Le figure storicamente più note in un villaggio, come il prete, il maresciallo e il maestro, si inerpicano tra l'inchiostro pulsante di Vertaglia, come anime generose spinte da un forte senso civico e cristiano.
    Tra tutti, è don Lorenzo, il personaggio più forte. Capace di sporcarsi le mani nelle varie situazione che la realtà ci mette di fronte, con quella convinzione che il primo dovere di un sacerdote sia quello di essere un punto di riferimento per la propria comunità. Di un gruppo di persone, dove tutti sono importanti e tutti vanno aiutati senza nessun timore.
    Una storia che scalda l'anima e lancia tanti spunti di confronto con la realtà e tutte le sue prospettive.

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    recensione di Paolo Coiro

  • 302 pagine di storia ed emozioni. Un viaggio in un’Africa amata e voluta. Maurilio Riva è al fianco del lettore, in una scrittura densa di significati e di passione.
    Un nonno che muore, lasciando una lettera all’amato nipote e invitandolo a viaggiare per quei luoghi che il suo bisavolo aveva vissuto durante la guerra in Abissina. Augusto, il protagonista della storia, si imbarca per questa avventura senza esitazioni, con la piena consapevolezza di star ripercorrendo tracce di un’altra vita e di un immenso desiderio – quello del nonno – di viaggiare per quelle terre. Il viaggio è compiuto con la piena consapevolezza di essere un cittadino del mondo, con un amore innato per la scoperta di nuove persone, luoghi e sensazioni. Dolci sentimenti provati per una ragazza, conosciuta a bordo della nave per raggiungere l’Africa; dolci sentimenti per quella terra, l’Africa, che offre tutto quello che può, senza chiedere nulla in cambio.
    Augusto, non è mai solo nel suo viaggio, perché anche in una notte di solitudine e di sole stelle, al suo fianco c’è il nonno Rirì, con la sua guida scritta sulla carta e, soprattutto, nell’animo del giovane viaggiatore.
    Maurilio Riva si rivela ancora una volta, uno scrittore appassionato e accorto nel circoscrivere il romanzo in una cornice storica ben definita. Tra le sue righe c’è molta storia: la storia dell’Africa, di quei popoli, e la storia di una guerra (quella Abissina) con tutte le sue sfaccettature. I molti rimandi a informazioni di carattere storico, ricalcano la consapevolezza dell'autore che considera le nostre origini e il nostro passato, semenzaio fondamentale per l’avvenire della civiltà.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Quella di Cettina Caliò è la poesia del silenzio. Una poesia che spesso vuol smettere di parlare, di ragionare. Per disperdersi in un nulla poetico, in un vuoto abissale che spesso è uno spazio vissuto dall'uomo.
    C'è il rumore della sofferenza nelle sue parole. A volte dettata dal non ritrovare sé stessa riflessa in una società, che richiede modelli omologati, che giudica e punisce.
    Tra le righe, si legge soprattutto quella fierezza morale e quel coraggio di rimanere sé stessi, nonostante tutto e tutti.
    In versi fluidi e carichi di tensione poetica, la Caliò rievoca i passi di un dissidio, di situazioni vere, anche se spesso buie. Mette a fuoco "il nero e il nero" (è il titolo di una sua poesia), lo esamina, per poi combatterlo e esaminarlo con forza d'animo, ma soprattutto con le sue parole, sempre dettate da un istinto ai veri valori in cui credere e alla fede nell'uomo.
    Tutto può accadere nelle emozioni e nei continui giri di sensazioni che la vita ci offre. Dalla sponda della felicità a quella oscura, da un discorso pieno di pensieri e parole  a parole che "sono finite/ in pezzi/ in quel bicchiere solo/ di gin".
    Assenza, ombra, amarezza, solitudine: nomi e significati che ritroviamo nella poetica della giovane poetessa, mai doma nello sviscerare gli spicchi dell'uomo davanti a un sole sincero.

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    recensione di Paolo Coiro

  • “Ci sono delle persone speciali, che hanno il potere di ridare colore e passione alla vita, persone che sono diverse da tutte le altre e riescono a riaccendere l’entusiasmo che con il passare degli anni si era inconsapevolmente perso. Noemi è una di queste persone.”
    “Ventidue fiori gialli” è tratto da una storia vera, legata a un atto di violenza sessuale subìto da una bambina. Un atto che segna innegabilmente la sua vita, il suo futuro e il suo modo di concepire il sesso.
    Tiziano è un disoccupato per scelta, appassionato di cartomanzia. Noemi è la bambina violentata da un ragazzo più grande in una sera d’estate. Due destini che si incrociano sulla via della vita. Due solitudini che hanno bisogno di sentire che al mondo, c’è qualcuno che si prenda cura di loro a prescindere dalle loro personalità, dai loro sentimenti, dalla loro voglia di evadere da qualche incubo.
    Questa storia è la prova di come l’amore incondizionato verso un’altra persona, può farti davvero male, ma può anche tirare l’altra persona fuori da un tunnel senza luce. Tiziano Aromatico, decide di raccontare la storia di Noemi (che poi è anche la sua storia); così alla parte narrata si affiancano pagine del diario della ragazza. Una ragazza dal passato vissuto in una notte sudicia, che riesce, grazie alla sua volontà e all’aiuto di Tiziano a rivedere le stelle, riabbracciando una vita che aveva preso a schiaffi.
    Quella di Noemi è la storia di tante altre ragazzine che hanno passato lo stesso inferno. Leggere questo romanzo aiuta ad aprire gli occhi, a tratti strizza il cuore, spesso fa rabbia. In queste pagine c’è tutto questo: violenza, dolcezza, rabbia, amore, solitudine, solidarietà, castigo, speranza.
    C’è vita vissuta: una vita puttana che torna a casa per sempre, e abbandona quel lurido marciapiede.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Il mare e le sue stagioni. La vita e le sue stagioni. Rispecchiare se stessi in un limpido blu di un mare caldo di Agosto o mischiare le proprie lacrime con gli spruzzi delle onde di una mareggiata d’inverno.
    È questo “Il blu silente”, il mondo di Jason Forbus, scrittore giovane e raffinato, che suddivide questa sua raccolta di poesie in stagioni, dell’anima, più che dell’universo. Ma la sua anima è un universo su cui galleggia; un universo fatto di acqua, di questo mare silenzioso che ascolta le nostre paure, le nostre delusioni, quel nostro aggrapparci alla vita di ogni giorno.
    L’abilità di Forbus sta proprio nel comunicare con questa figura onnipresente del mare. Carpire il ritmo, e addentrarsi nello stesso respiro dell’immensa distesa di acqua, per domandare ai fondali più oscuri, il vero senso di tutti i passaggi obbligati di una vita.
    Lui che si definisce “né pescatore, né marinaio né pirata”, vive rigonfio di passione, le varie stagioni di se stesso, rispecchiandosi, ogni qual volta ne ha bisogno, in un’armonia universale: fatta di un fluire di onde lente e acqua salata.
    Jason Forbus è un autore sincero nei confronti della poesia, che scandisce i passi della sua vita. Cosciente che tutte le stagioni vanno attraversate. Ma è emblematica la chiusura di questo ciclo, con due stagioni che sono sangue e aria per uno scrittore: la stagione dei sogni e quella dei miti.
    Il mito di perdersi in un blu silente ogni qual volta lo si desidera, il sogno di sentirsi quel “fanciullo lontano” raccontato in una delle ultime pagine del libro:
    Sulla mia isola abitava un fanciullo un po’ strano. Non aveva un nome, né un posto dove andare. La notte dormiva al faro e sognava il mare […]

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    recensione di Paolo Coiro

  • Lorenzo Bonadè; apri il suo libro, leggi la prima poesia a pagina undici e rimani come imbambolato dalle immagini, da un calderone crudo e intenso di flash da un rigo, che scattano emozioni in inchiostro da varie parti del mondo.
    Una poesia che è sempre corale nel suo crogiolarsi in situazioni a volte estreme e paradossali. Nelle perle poetiche di Bonadè, trovi il sacro e il profano, il giorno e l’abisso, “Puttane negre che praticano riti vodoo  nella periferia milanese” e “la fioritura nel roseto”, a Madrid.
    Ti viene quella voglia insaziabile di leggerti una poesia ogni ora,  per poter gustare in quell’arco di tempo le immagini che il poeta piacentino riesce a incarnare dentro di sé e gettare poi in quel fango poetico che è la sua poesia.
    Come un Salgari moderno, viaggia nel nero seppia del nostro mondo, sfregiando la sua tela con scatti psichedelici e noir. Una sorta di Bukowski-ermetico, tanto per fare un paragone un po’ azzardato letterariamente. È sicuramente una poesia che si incrocia con l’ermetismo, un genere da romanzo noir, il gusto per il blasfemo, e un tocco di maledizione.
    Quando è complicato dare una collocazione precisa a uno scrittore, vuol dire che ci troviamo davanti un personaggio e una letteratura interessante e nuova, originale.
    Le sue poesie rappresentano il rosso e tanto di nero; nuotano nel caos di melma di questo mondo moderno. Lorenzo Bonadè ci sguazza dentro, ma se ne distacca di tanto in tanto, per mettersi lì ad osservare il mondo dall’alto, con un occhio pigro e con l’altro acuto.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Un concetto è lampante nella scrittura di Amanda Nebiolo, scrittrice controversa e mai banale: la naturalezza della poesia sta nel gusto dell’equivoco, nella libertà di poter anche contraddirsi, perché una voce e una mente nel nostro corpo, sono a lavoro sempre tra loro. Vengono fuori stati d’animo, punti di vista, concetti sul mondo; al poeta la capacità di ascoltare questa voce dell’anima liberandosi dalle infrastrutture del mondo moderno, essendo sinceri con la voce del cuore, del proprio io più naturale.
    È quel “Je sentis avant de penser” di Roussoniana memoria, che la Nebiolo mette in atto, riuscendo a scindere il sentire, dal pensare. Essendo sincera in tutto, nel sentire, nell’interpretare e… nel contraddirsi senza paure e senza remore.
    […] Voglio l’autentico. Scelgo l’equivoco. Fisso sulla/carta i miei pensieri aspettando il verde ai semafori/e, in una lingua che non è la mia,/sento le parole sublimarsi in musica.
    Così nella sua pura poesia, vera voce di un’eco sincera, c’è lo spazio meritato al peccato, all’istinto primordiale dell’uomo a concedersi quel lusso, nell’immediatezza del proprio volere. La poesia della Nebiolo può essere anche considerata come una voce tenue ma sentita, che nasce dalle conseguenze del peccato. Forse non ci sarebbe poesia senza peccato, e senza il dramma o la causa che ne segue. Perché la poesia è sincera, diretta; e nel peccato c’è tanta verità; in un uomo che si libera dagli schemi delle leggi sociali e si dona solamente all’istinto. Perché molte volte, per riconoscere di nuovo noi stessi, abbiamo bisogno di peccare, proprio come insegna il Maestro Gaber: […] Cerco un gesto, un gesto naturale/per essere sicuro che questo corpo è mio/cerco un gesto, un gesto naturale/intero come il nostro Io. […]
    Amanda Nebiolo è una scrittrice da leggere spegnendo per un attimo noi stessi, e ascoltando solo le sue parole e quello che ha scoperto e continua a scoprire, innervando le sue critiche sul mondo e sulla gente, di uno sguardo rivelatore, accorto e sincero.

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    recensione di Paolo Coiro

  • Maria Luisa Maricchiolo ha la capacità di studiare una situazione, un personaggio, un fatto quotidiano, un gesto d’istinto, far tutto suo e tradurlo in poesia; per poi passare dal particolare al generale. Dal racconto di cose di tutti i giorni, a considerazioni di ampio respiro, sull’uomo che nuota nel proprio universo.
    Tutto ciò attraverso quel linguaggio della poesia che la scrittrice definisce innato all’uomo. Ognuno dentro di sé possiede una poesia da esprimere, il tutto sta nell’interpretarla e nel darle la forma; da germoglio a frutto, non è così naturale: un testo va capito, composto, distrutto, restaurato… e fatto proprio.
    È questa l’operazione svolta con stimolo e passione in "Doppio fondo": Maria Luisa Maricchiolo “mangia le idee” - per dirla alla Giorgio Gaber - e crea la sua rivoluzione attraverso una poesia che porta a ragionare sulla vita, sui suoi infiniti orizzonti e particelle colorate.
    Cosa c’è dietro un matrimonio sfarzoso nella capitale? Dietro una vacanza culturale? Dietro l’estate, i lamenti, una vecchia, un’insicurezza, un cellulare?
    C’è quel “doppio fondo” che la nostra autrice non vuol smettere mai di interpretare.
    A modo suo, con occhio vispo e mai stanco. Con la consapevolezza che dietro ogni gesto, ogni parola, ogni situazione, ogni affetto; ci sia sempre un altro mondo, tracciato sull’altro prospetto: quello della poesia.  Che non sarà mai morta, mai abbattuta, mai arrestata; perché la Maricchiolo ce lo dimostra in queste pagine, che è tutto innato e naturale: la filosofia sull’uomo può partire senza pretese anche dal particulare.

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    recensione di Paolo Coiro

  • “La migliore immagine di me/resterà tra gli scogli,/come limpida atmosfera/che affida il suo abbraccio/alle nubi”. È proprio quest’atmosfera che si respira tra le pagine di questo libro di poesie. Fine e introspettiva, riflessiva ed esplosiva Michela Zanarella.
    Il talento di frammentare le emozioni è nel suo paniere di scrittrice, la capacità di ricerca velata dei mille volti di un’anima è qualcosa di connaturato alle corde scrittorie della Zanarella. L’autore e la persona vanno alla ricerca dell’espressività, della multiformità dell’anima: componente per nulla astratta nelle pagine di questo libro.
    Serpeggia in questa raccolta un atteggiamento comune a molti poeti, nel voler dimenticare se stessi e ciò che sta intorno a loro, per riscoprire il tutto nella sua essenza primitiva. Quell’ignoranza primordiale, che altro non è che il semenzaio di una poesia sincera e infinita. Sincera nell’abitare i suoi spazi, entrando in empatia con loro; vivendoli, possedendoli e regalandogli un’anima. Così anche gli spazi, le situazioni, le immagini, acquisiscono un’entità umana, acquisiscono un sentimento attraverso il quale assumono un’espressione: la poesia di Michela Zanarella.

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    recensione di Paolo Coiro

  • 76 pagine in cui si racchiude la scioglievolezza di un gran film diretto da uno dei più grandi registi italiani: Giuseppe Tornatore. Un film nato dal monologo di un altro grande maestro della scrittura italiana come Alessandro Baricco. Tra queti due grandi nomi si installa la penna e la passione della nostra Francesca Arangio. E' stata in grado di affiancare documentazione, raffinatezza nella ricerca e passione, amore per il cinema e per la scrittura. Un’opera divisa in capitoli ben definiti, che nascono da una bibliografia possente e variegata.
    Francesca Arangio ha intrapreso questo viaggio insieme al protagonista del film, e anche lei, forse, alla fine non voleva più scendere da quella nave; troppo legata al suo piccolo mondo, alla sua casa dove tutto è al sicuro. Novecento è un personaggio notevole, che solo uno scrittore di ottimo calibro come Baricco poteva plasmare nella sua romanticità, nella sua complessità e malinconia.
    La scrittrice non è riuscita a resistere a questo fascino e ci ha offerto un sussidio e un mezzo in più per poter apprezzare il film in particolare, e in generale la nobilissima forma d’arte che il cinema rappresenta.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • La poesia che avanza di Augusta Bianchi, andrebbe filmata in campo lungo, senza muovere la macchina da presa,  con lei che viene avanti in silenzio, con lo sguardo alto e fisso incontro alla vita. Cosciente di quello che è stato scritto sulle orme lasciate dai suoi passi, sul lenzuolo bianco di una sensibilità che è connubio incantevole in questa scrittrice.
    Ferite, abbandoni, decisioni difficili, scelte dettate dal dolore, sono palpabili tra il suo inchiostro. Buchi neri che non hanno scalfito la curiosità di un animo poetico; di una donna mai stanca di lottare e di scoprire cosa si cela ancora dietro il suono della vita e l’incanto di una natura incontaminata dall’uomo.
    È persona sincera Augusta Bianchi. Che non si nasconde dietro maschere o luoghi comuni, pronta a dipingere se stessa insieme alle sue fragilità e alle sue difficoltà.
    Un gruppo di poesie sincere, dense, fluide, mai scontate e impregnate del profumo dell’esperienza diretta.
    “Ombre allo specchio” è un libro da annusare, insieme a cui soffrire, cercare di capire e dialogare con se stessi; così come fa l’autrice.
    Non vanno spese troppe parole, quando si tratta di una poesia positivamente fruibile a tutti e che punta dritta al cuore di ognuno di noi, alle sensazioni comuni e vicine all’essere umano.
    Un modo in più per conoscere se stessi in un confronto perpetuo con lettere, parole, musiche ed emozioni.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Un fotografo della scientifica e Poirot, il suo pastore belga a cui manca solo la parola e che adora vedere i documentari in tv. Un impiegato di banca depresso che di sera si veste da donna in casa sua e lavora per una linea erotica, trasformandosi in Cinzia. Un vedovo su una sedia a rotelle che si innamora di Cinzia durante lunghe telefonate notturne; il signor Gaggioli, il proprietario della linea erotica “L’amore corre sul filo”, e la sua segretaria, da tempo innamorata del suo capo senza essere corrisposta.
    Tanti personaggi definiti nei loro caratteri e un intreccio ben costruito attraverso le supposizioni e le indagini del poliziotto-fotografo col vizio di seguire i casi appassionatamente.
    Roberto Rossetti – ovvero Cinzia – viene trovato strangolato in casa sua con indosso un abito da donna.
    Chi è il colpevole? E cosa si cela dietro quest’uomo dalla doppia personalità?
    Gaia Conventi sforna un giallo gradevole condito da una dialettica avvolgente e sfumata con tratti ironici insiti nella personalità del protagonista.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Quello del giovane poeta Luca Sebastiano Nisi, è uno sguardo che non tralascia nulla. Le sue “ipotesi di mondo” sono tante parole, tanti secondi studiati e compresi che portano dentro di loro l’ottica di un ragazzo che si affaccia alla vita e ai suoi confronti. Una visione d’insieme in cui è netta e palpabile, la presenza di una fede che lo accompagna in questi versi e che lui stesso definisce di importanza primaria per la sua interiorità.
    Analisi temporali colte, nell’assoluto dello scorrere del tempo e dell’incombente futuro.

    […] Del 2008 cosa sarà?
    Ve lo dico all’alba del domani
    o nel secondo
    che passerà inosservato…
    [da "Il 200… e 8, e 9, e 10"]

    La penna di Nisi viaggia leggera sul mondo e sul foglio bianco. L’ossigeno è la sua fede e il sogno di non lasciar andare via nulla, di quello che può essere apprezzato attraverso la lente magica della poesia. Abbiamo estrapolato un passo da una sua poesia, e sembra che sia proprio lui a descriverci il posto da cui germogliano i suoi versi.

    […] Dal sorriso
    acceso e desideroso dei fiumi sognanti
    agile
    valico le profondità marine
    con la pinna sfolgorante
    della fede d’ogni istante.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Franco Maffiodo continua a vivere in quell’elastico che rimbalza tra l’essenza dell’uomo e quella intrinseca della natura. Pronto a dare un’altra forma al suo essere attraverso una simbiosi atavica con le forze che muovono l’universo.

    […] Quel giorno se bevo
    Sono io a prendere la forma dell’acqua,
    se mangio mi nutro di me stesso,
    quel giorno non dormo
    ma affioro dai sogni degli altri,
    non vivo ma coltivo la mia esistenza.
     (da "La forma dell’acqua")
     
    Sempre ondeggiante nel connubio spazio-tempo, pronto a rivivere paesaggi, tempi mai cancellati, impressioni ed emozioni indelebili.
    La terra è la nostra rappresentazione, la nostra storia. La sua poesia, le sue creazioni nascono forse da una citazione di Navarre Scott Momaday, che Maffiodo ha posto nell’altro suo libro intitolato “Quaderno del borgo”: “Una volta nella propria vita – così io penso – un essere umano dovrebbe concentrarsi con tutto il suo essere su un pezzo di terra a lui familiare”.
    La dimensione spazio-temporale è quella che preferisce, per danzar leggero con una lingua colta, ma mai troppo artificiosa, originale ma diretta. Ricrea dolci atmosfere sospese, come nella poesia “È forse estate”, che a nostro giudizio merita di essere proposta integralmente.

    Le seggiole fuori dal bar scottano vuote.
    I balconi hanno sagome di bambini
    da mostrare fra i tortiglioni di ferro.
    Nell’ora nuova stecca il pendolo e
    voci straniere si dileguano.
    Non passano treni e cani e gatti
    tutti dormono o a chi dorme somigliano.
    Il sole preme l’aria nei suoi antri.
    È forse estate. Chi può dirlo?

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Pierfrancesco Di Matteo è un autore da accogliere con pieno gusto nella scuderia di Aphorism. Una ventata di eleganza, stile, erotismo, raffinatezza e arte. Pronto a stupire e ad ammorbidire la lettura di noi tutti, con lampi di intimità profonda e riflessioni argute e originali. È uno di quei classici poeti che vanno commentati a suon di sue citazioni, per mordere qualche assaggio di testi originali e genuini nella loro essenza.

    Mi piacerebbe essere graffiato
    sul naso da un gatto randagio
    piuttosto che essere morso
    sul culo dal mio cane […]
     (da "My Favorite Things")

    Amante dell’amore, si esibisce in valzer poeticamente erotici davvero attraenti.

    […] Le mie dita di cera
    si sono consumate
    sul tuo sesso /
    Come candele accese
    in una notte senza luna / […]
    (da "Blue Angel" (L’angelo azzurro)

    Un uomo che sembra aver scandagliato tutti i viottoli del cuore di uomini e donne. Svela i suoi segreti, le sue rivelazioni con cura e con quella lentezza dovuta.

    […] Per non amarti più
    ho nascosto il tuo cuore
    nel mio cuore /

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Franco Maffiodo rivive con la penna e l’occhio da adulto, il suo tempo di bambino. A lui non serve ripercorrere le strade, i vicoli e gli usci; si orienta col ricordo, e con paesaggi ed emozioni ormai indelebili nel suo spirito.
    La sua poesia è un piatto dolce con l’aggiunta di un pizzico di ironia bonaria. Come quando termina la poesia “V” così:

    Ci si rivede come minimo al prossimo funerale
    meno probabilmente ai matrimoni
    data l’attenta selezione.

    Ricordi sempre più vivi, come quel fiore “fatto col das”. Sono immagini e paesaggi presi nell’assoluto del rimembrare, per poi dargli vita e farli germogliare, con lo sguardo degli anni passati, dell’esperienza accumulata e delle cose comprese e oggi apprezzate ancora di più.
    Un sottile ma notevole anfratto psicologico rende ancora più preziose queste quindici poesie; facili da leggere più difficili da interpretare. Pronti a sfogliare queste pagine e farsi prendere per mano da Franco Maffiodo, per questo viaggio breve ma denso.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • La raccolta di Tullia Bartolini ha come titolo “Limen”. La sensazione, dopo aver sfogliato le cinquantasette poesie, è che si tratta di un limen sincronico. Di un pendolo che oscilla lento in uno spazio ovattato, in un tempo sospeso. Sfera temporale nella quale la Bartolini ha il gran dono di fermare, rendere immobili le emozioni che stanno per salire sino al cervello. Le frena, le prende per mano e le accompagna nel loro cammino con una dolcezza e una sensibilità che balza viva da queste pagine. L’aggettivo “sospeso” ritorna più volte nelle poesie, quasi a rimarcare quanto appena detto. Sensazioni che vengono svelate da lontano, ancora nel momento dell’attesa e in quello dell’elaborazione. Perché, come scrive la stessa autrice nella poesia che apre la raccolta: “perfino il dolore,/ si pensa”. È un pensare, che vuol dire acquisire sensazioni in un modo o nell’altro, secondo la nostra sensibilità, le nostre esperienze. Non è il nostro cervello a riflettere sulla maniera di accusare il colpo, è il nostro corpo che reagisce. “Je sentis avant de pensér” - scriveva Jean Jacque Rousseau.
    Il sentire della Bartolini è frastagliato, fine e dolce. Una poesia che non cade mai a picco, ma accompagna i signori lettori-passeggeri in un atterraggio morbido.

    Venisti da un inverno
    vivo di sole atteso.

    È l’inizio di un’altra poesia. Viene da lí la scrittura di Tullia Bartolini. Dalla pazienza di attendere un inverno, e insieme all’inverno attendere il sole. Essendo forte e debole per vivere anche il buio, la pioggia, la nebbia e il freddo. Perché vanno vissuti a pieno anche loro, altrimenti il sole non servirà a riscaldarci, ma solo a illuminare la terra come una luce artficiale.
    Una raccolta da gustare rilassati, sereni, con un animo predisposto a leggere tra i tempi, anche tra il passato, dove prende il la la rincorsa di quest’autrice raffinata e sensibile.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Per affondare nella poesia di Elio Ria, bisogna partire proprio dal titolo. Una maledizione, un rapporto conflittuale col tempo che domina sull’uomo e sul suo destino. Ria dialoga col tempo, col suo eterno fluire e con l’attimo eterno, che permette all’animo poetico di ergersi da questo fiume in piena e assaporare le cose e la vita nella sua intensità, nella sua qualità, nella sua essenza.
    Elio Ria non è né il primo scrittore, né sarà l’ultimo, a cercare vie che liberino dall’incombenza dell’ora, del minuto, del secondo. Il tempo per certi versi è maligno, ma bisogna anche saperlo gestire. Al carpe diem, Ria aggiunge la dolcezza per il passato, per quello che è stato e che rimane, col suo senso, scolpito nel tempo. È la musica sconosciuta che la puntina crea su un antico disco in vinile, sono le vesti nere delle vedove del Sud; sono le chiacchiere sospese nella leggerezza del tempo, che si mischiano col rumore di forbici e una radio in sottofondo, della barberia di un piccolo paese.
    Sono tutte immagini che si possono assaporare in questa raccolta di poesie. Ria le dona ai suoi lettori e forse – è proprio il caso di dirlo – le dona anche al tempo.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Sei racconti appesi a delle essenze di vita, a sensazioni, a riscoperte di se stessi. Questo è il risultato che balza fuori da un primo approccio dell’opera di Lisa Pietrobon. Una scrittrice attenta a scandagliare con leggerezza e peculiarità – due analisi miscelate in maniera fluida – l’animo umano in tutte le sue sfumature.
    Non serve conoscere tutti i dati afferenti ai personaggi di questi racconti. La Pietrobon vuole regalarci sensazioni di uomini appesi alla vita, grazie a una continua ricerca del proprio ruolo, della propria pace, del proprio equilibrio. Così seguiamo affascinati la storia del diciannovenne I.S. – nel racconto che dà il nome all’opera -, e di lui ci basta sapere che “il suo cuore andava da una parte e il suo cervello dall’altra”. “Je sentis avant de penser: c’est le sort commun de l’humanité”, sentenziava Jean-Jacques Rousseau ne “Les Confessions”. La giovane scrittrice coglie in pieno questo messaggio e lo fa suo, plasmandolo con il suo stile e attraverso la sua lente, che pone sul mondo, sul cammino di ogni uomo.
    Nel primo racconto invece, si prendono in considerazione i diversi approcci di due ragazzi che cercano di cancellare il loro passato e la morte di un caro amico. Jonny Rollino rimane fermo, non si scompone, rimane nella sua casa a costruire bonghi. Dionisi invece, scappa. In giro per il mondo, scappa da se stesso per scappare dai ricordi. “Caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt”. “Muta il cielo, non l’anima, per chi corre verso il mare”. Si tratta di un’Epistola di Orazio rivolta a un suo amico che stava partendo per un lungo viaggio, proprio per sfuggire a un sentimento che lo tormentava.
    Seguite con attenzione i passi d’inchiostro di Lisa Pietrobon, e scoprirete un animo sensibile a ciò che la gente prova, a ciò da cui la gente fugge.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro