username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Recensioni di Paolo Coiro

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Paolo Coiro

  • Un racconto di quarantasei pagine nel quale è condensata un’esperienza di vita, un mondo fatto in un certo modo, le nostre reazioni di fronte a situazioni disparate. La penna fluida e onesta di Ferrante ci porta in una calda estate pugliese, dove un ragazzo affronta un colloquio non proprio semplice per un posto di lavoro in una sala Bingo. In queste poche pagine vengono sviscerati diversi atteggiamenti delle persone dalle varie parti della barricata: chi seleziona e chi è lì teso perché vuole quel lavoro, perché ne ha bisogno. Una storia attualissima, forse cadenzata da ascendenze autobiografiche o forse no; uno spaccato di vita vissuta ridisegnato da Raffaello Ferrante con il suo solito sguardo vispo e indagatore sui vari comportamenti dell’uomo. Non manca un certo brio nello scrivere e un’ironia opportuna nell’osservare e nel descrivere.
    Il titolo va parafrasando un celebre aforisma di Giulio Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Leggete tutto di un soffio questo romanzo breve e intuite voi le concordanze tra i due enunciati. Chi ha più ragione: Giulio Andreotti o Raffaello Ferrante? Ai lettori l’ardua sentenza...

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Fedel Franco Quasimodo è un poeta esplicito, si rivolge al suo lettore con un tono pacato e sobrio. Con umiltà e forte senso di responsabilità verso il mondo e verso la sua poesia. Si inerpica in campi introspettivi, nei quali, indagando su se stessi si dà lustro a un’esperienza umana che diviene esempio nella continua ricerca di motivi ancestrali, per divenir un uomo degno, di lodevole moralità.
    Il suo è un messaggio sincero, in cui non smette di brillare la presenza di Dio e dell’amore verso il prossimo. Uno sguardo aperto alla vita, alla storia, al nostro essere uomini. Uno sguardo perpetuo e sempre neonato, nel descrivere le bellezze del nostro universo nella loro pienezza: “[…] Occhio beato, nel contemplar la meraviglia/ del creato”.
    Ci pensa lui stesso a descriversi come poeta:
    “[…] C’è il vero poeta
    che non scrive
    se non per far luce in se stesso,
    non si vende a sette o partiti
    né alle mode correnti;
    reputato mediocre forse,
    ma valente perché non commette
    l’errore di vantare
    i propri successi,
    rifugge da ogni inutile
    esibizionismo
    e la sera ripone
    i suoi scritti
    nel labirinto della mente”.

    Questo è Quasimodo. Un uomo che ha un bisogno viscerale di far poesia, perché è la sua forma di ragionamento che unisce cuore e mente, sul mondo e sulla gente.
    Lui, “cantore di Cristo/ e di impegno civile”, fiero del suo essere e delle sue scelte.
    A questo proposito, è d’obbligo la chiusura con i primi righi del suo componimento “Se ritornerò”:
    Se rivivrò un’altra volta
    su questa terra
    non mi cambierei
    con nessun altro;
    tornerei uomo,
    piccoletto occhialuto
    con gambe da fantino;
    inguaribile romantico
    e costante sognatore.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Enzo Cagnetti è un autore che prende il lettore letteralmente per mano e lo accompagna in un viaggio onirico, che oscilla tra metafisica e concetti esistenziali. Il tutto con una scrittura sobria, semplice e diretta.
    La vita di Marta - la protagonista - sembra all’apparenza normale: lavoro, fidanzato, casa e altre abitudini del quotidiano. Ma un giorno qualcosa cambia e, dopo momenti in cui si rasenta il terrore per un cambiamento avvenuto, inizia un viaggio che non finisce tra queste pagine, ma continua nella vita del personaggio, continua nelle nostre vite; quando la fretta e gli impegni di tutti i giorni si bloccano per un istante e si inizia a riflettere su noi stessi e sul senso del nostro essere.
    L’estro letterario di Cagnetti sta in una commistione notevole tra la fantasia dell’intreccio narrativo e una sicura direzione nella quale vuole accompagnare il lettore, intento a essere stupito per l’ennesima volta, per i continui colpi di scena del romanzo.
    Da un mondo che molti considerano piatto, come quello della rete, a una storia che nasce proprio da lì: da una chat, da personaggi nascosti dietro ai loro nickname. Tutto ciò non rimane dietro lo schermo, ma apre la porta di casa e inizia “Il giorno che cambia”, inteso come il giorno di una nuova vita, il giorno che porta a termine una vecchia vita, o ancor meglio, un giorno come tanti altri ma così diverso dagli altri.
    La fatica letteraria di Cagnetti è un romanzo denso, pregno di spunti da raccogliere, di soluzioni da interpretare. Per questo si consiglia una lettura attenta, senza farsi prendere troppo dagli accadimenti, ma entrando nella scrittura di Cagnetti in punta di piedi, cercando di comprendere il messaggio dello scrittore, ma ancor di più la consapevolezza di noi stessi.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Per comprendere meglio l’essenza dei racconti di Fra Matteo Pugliares vi citiamo testualmente la dedica agli amici di Aphorism presente sulla prima di copertina: “Non fa male, a volte, rifugiarsi nei sogni. Non per sfuggire la realtà, ma per affrontarla con più forza e serenità”.
    Da questa dedica prendono vita gli scritti di questo frate-poeta. Lo chiamiamo poeta e non scrittore, poiché questi racconti sono immagini poetiche che si seguono, sogni nei sogni, ma anche sogni come atti di redenzione, per un ritorno alla realtà che sa di purificazione. Si ritorna a vivere dopo il sogno, ma si ritorna anche a sognare. Messaggio emblematico che da queste righe traspare.
    È il caso di regalarvi un assaggio di una descrizione in “Una notte d’amore” - titolo dello stralcio del racconto qui proposto - poetica e del tutto originale, raffigurante uno sguardo sul mondo, sull’universo, sulla natura del tutto proprio e mai banale:
    “I lampioni si spensero ad uno ad uno, naturalmente solo quelli che dovevano spegnersi. Altri, invece, rimasero accesi tutta la notte ad illuminare chissà quali viandanti. Forse rimanevano accesi solo per illuminare le scene di gatti in amore o di topi impegnati a disturbarli, perché erano così tanto abituati ad essere inseguiti che non potevano più farne a meno. Ma i gatti quella sera non avevano più voglia di giocare con loro; erano sfrenatamente impegnati ad effondere carezze e baci d’amore. I lampioni che rimasero accesi quella sera, quasi per discrezione, si limitarono ad una luce soffusa, che si perdeva fino alla lontana collina, dove i lupi pensavano bene di fare serenate alle stelle che brillavano deliranti”.
    Questo libro racchiude dei sogni, la penna di Fra Matteo riserba con calibrata sobrietà i sogni di una vita.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Un romanzo ambizioso e complesso, ambientato in uno dei periodi più turbolenti della storia italiana, e cioè tra la Grande Guerra e la fine del Regime Fascista, quando una società prevalentemente contadina fu costretta fare i conti con la Storia. Ed è proprio in questo intricatissimo snodo storico che la Mascialino colloca i suoi complessi e tormentati personaggi. I loro destini finiranno con l'intrecciarsi molto strettamente, in un romanzo che mescola perfettamente la realtà storica e l’analisi psicologica con la finzione narrativa.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Squarci dell’anima, squarci di vita, di solitudine, di risalita. È un canto variegato la silloge di Quasimodo. Si tratta proprio di squarci, una locuzione con effetto diretto che rende la ruvidezza e la naturalezza di questi versi. Un calare di emozioni in attesa di rinascere, un parto naturale affidato alla fede; nelle sue mani riposte speranza e salvezza. Massimo Barile – autore della prefazione – scrive che “solo chi ha sofferto può raggiungere le alte vette della comprensione umana”. Possiamo aggiungere che “solo l’assaggiator delle tempeste potrà conoscere l’armonia”.
    La scrittura di Fedel Franco è una scalata dove un appiglio mancato può essere fatale, ma la sicurezza, la tenacia e la forza per arrivare in cima è riposta nella fede. Il continuo duello col dolore, non è mai gioco facile; si cerca terreno fertile, si fanno i conti con una quotidianità a volte estranea a noi stessi, si decide di mollare tutto senza troppi giochi di pensiero. Ma la sensibilità poetica del nostro, gli permette di chiamare per nome queste cose e di fronteggiarle a penna carica d’inchiostro. Pronto a generare altre emozioni, pronto a una sfida consapevole con ciò che si attende, con ciò che si ha e che si è. E poi, sul finire non c’è mai un orizzonte composto, perché o tutto tace o il vociare è alto. Insomma, svuotata la penna, riempito il foglio bianco, la vita riprende il cammino e il poeta volta pagina e riprende a desiderare di poter vivere, di potere scrivere.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Sulla copertina del libro di Pier Gino c’è la testa di uno scheletro e un lupo. Sono due dei protagonisti che animano questa storia horror, affiancati dal ragazzo che vive queste sue paure, con la tenacia di un esploratore alla ricerca della verità. Il misterioso arcano che incolla il lettore al libro del giovanissimo scrittore - appena dieci anni -, viene svelato solo sul finire della storia.
    Oltre a una sintassi semplice ma fluida, a ergersi impietosa in questa scrittura, è la fantasia narrativa che solo una giovane età può sfornare. Un intreccio di accadimenti, una coloritura tutta sua, in direzione dell’ultima pagina.
    Lo scheletro incontrato in soffitta sussurra al protagonista: “Vuoi sapere chi tu abbia ucciso, ma non lo saprai mai!”. Ma il protagonista non si perde d’animo; tra peripezie e ragionamenti cervellotici riesce a svelare un passato inimmaginabile. Tutto questo tramite un viaggio nel tempo. Tra le fresche righe si possono scorgere anche piccoli insegnamenti che Pier Gino intende offrire ai suoi lettori, giovani o adulti che siano.
    Un breve inciso a fine romanzo recita così: “Questo libro è il mio primo horror e, spero, miei cari lettori che a voi piaccia e che abbiate un divertimento immenso e un po’ di brividi mentre lo leggete.”
    Intento lodevole quello del nostro Russo, e gli elementi per gustare un libro snello, che narra la storia di un ragazzo e una sua avventura non proprio giocosa, ci sono tutti.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Il minimo è Gianmario Camboni, un giovane scrittore sardo che sviscera, commenta una notevole quantità di aforismi, di massime, di pensieri. Lo fa, appunto, con la coscienza di essere un “minimo”. Accezione per nulla negativa in questo caso, ma che tende a identificare lo scrittore nella sua immagine più nitida di persona comune, che esprime delle sue considerazioni redatte dalla sua esperienza di vita e dalle riflessioni intorno ai fatti.
    Camboni usa intenzionalmente uno stile linguistico semplice, fruibile per tutti. Proprio per questo, la fatica letteraria del nostro, si legge con la stessa piacevolezza e la stessa leggerezza con la quale si fa una chiacchierata al bar con un amico. A ragionar a profondità maggiori, questo libro potrebbe essere utilizzato proprio in questa maniera: leggere una massima di Gianmario, il suo commento, e confrontare il tutto con la propria lente d’ingrandimento. Tutto intorno a un tavolo, tra amici, conoscenti, amanti, sconosciuti. Verrebbero fuori sicuramente dibattiti e scontri verbali interessanti… E le classiche chiacchiere da bar, potrebbero garantirsi un tocco di significato in più.
    Bisogna affermarlo senza mezzi termini: Camboni si proietta verso quello che è il fine massimo della letteratura: mettere in quella grossa lavatrice che è la quotidianità, pensieri, idee, considerazioni, ispirazioni con le quali confrontarsi. Il tutto, per uscirne sicuramente accresciuti e fortificati nel proprio spirito critico.
    “Massime di un minimo”, un gradevole esempio di come la letteratura può assumere una funzione sociale; non solo i grandi scrittori possono mirare a obbiettivo cotanto nobile, ma anche "un certo" Gianmario Camboni.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Spiazzante ed esilarante. Due aggettivi per accedere nel mondo narrativo di Gero Mannella. Le avventure di un commissario - che è debole alla vista del sangue – e dei suoi killer da strapazzo.
    Una scrittura vivace e a tratti dissacrante. Uno stile tutto suo, originale nell’accostare azioni narrative ai limiti del non senso e una scrittura colma d’arguzie letterarie e termini ricercati. È questa la forza della scrittura di Mannella, che rende ancor più intelligentemente simpatica la sua opera lodevole. Una scrittura pregna di significati e scandita da parole e verbi di caratura alta, può essere tranquillamente servita a favore di un’invenzione creativa che di solito si classifica come “bassa”.
    La leggerezza e la delizia della lettura, si scorge a prima vista tra le pagine del nostro autore. Pronto a farti capire tutto, per poi deridere il lettore con trovate creative e davvero spiazzanti.
    Lo scrittore si prende gioco di tutti: anche dei suoi personaggi. Tende semplicemente ad innalzare - fino ad esaurimento - i picchi di assurdità presenti nel mondo reale. Uscendo fuori dal grafico, si arriva in questo mondo fatto di fidanzati che danno fuoco alla propria compagna e poi vanno a una cena di lavoro, di appuntati che prestano il proprio berretto al loro commissario per vomitare sulla scena del crimine, di autopsie svolte mentre si organizza un barbecue.
    Insomma, tutta da gustare questa fatica letteraria di Gero Mannella. Nella dedica autografata dall’autore sulla prima di copertina, si legge: “Con l’auspicio che la lettura desti più sorrisi che sbadigli”. Può stare più che tranquillo, il suo libro si può leggere anche mentre si sorseggia una camomilla... si resterebbe comunque svegli, assorti tra sorrisi leggeri e un'atmosfera tra il sacro e il profano.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Un storia fluida, un triangolo che si conclude con i tre angoli rimasti soli, ognuno pronto a tracciare la semiretta della sua vita. La penna di Cristina Mosca è stata capace di creare una trama emozionante che rapisce il lettore e lo porta a leggere il libro tutto in una notte.
    La protagonista è una ragazza determinata, ma allo stesso tempo incapace di star sola. Ha un assoluto bisogno di una figura maschile al suo fianco per sentirsi più viva, per sentirsi più forte.
    L’abilità narrativa della scrittrice abruzzese sta nel saper comporre il punto di vista dell’uomo con una dote innata. Sembra che sia proprio un uomo ad aver scritto i capitoli intitolati “Lui”. Dote derivante dall’esperienza personale – in primis –, ma soprattutto grazie alla spiccata qualità di saper studiare l’essere umano che gli è di fronte.
    La Mosca scandisce fasi di un rapporto amoroso abbastanza consuete, ma lo fa con un verbo creativo e scorrevole. La semplicità della scrittura è apprezzata, in questo spaccato d’amore. Un amore che forse non era vero, che forse non lo è mai stato. Una lontananza che non rinforza nulla, ma abbatte e porta alla ricerca di un abbraccio. Quello di un suo collega giornalista che forse viene sfruttato; ma non ne siate troppo certi…
    La sorpresa finale non manca. Basta sfogliar pagina con dolcezza, la stessa di cui è intriso l’inchiostro di questo libro. Arrivare alla fine e sentire la voce, il messaggio della giovane Cristina Mosca.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Una serie di racconti sempre al limite. Situazioni mai casuali, in bilico tra sesso, divertimento, squallore, alcol e tanti altri colori che imbrattano questa sorta di muro celeste. Lo stesso raffigurato nella copertina. A pensarci bene, il libro di Ferrante sembra proprio così. Un cielo di un azzurro che fa male, sul quale disegnarci quel che si vuole. Scaraventarci su secchi di pittura, sfregiarlo con uno scalpello, scriverci una frase che non scorderai mai.
    Tra le pagine, è facile scorgere una vena autobiografica. Il personaggio che traspare in queste storie sembra un uomo che reagisce alle situazioni con delle implosioni non manifeste. La reazione avviene solo nella sua testa; spesso non trova il coraggio per compiere un altro passo. C’è un blocco, un’immobilità che rassomiglia a una zattera in mezzo al mare che ha i remi per raggiungere riva, ma aspetta che si alzi il vento perché c’è una vela.
    Il linguaggio di Ferrante, dei suoi racconti di massimo sei pagine, è vicino alla realtà. Usa le parole per quello che rappresentano. In questo è coraggioso. Si sciolgono su queste righe, temi forti, parole violente, situazioni surreali e umoristiche, e altre schifose e purtroppo reali. Ma la vita è questa, spaccati dagli odori più diversi. Si dev’essere pronti a subire ogni cosa. È questo il messaggio che lancia il nostro. Lui se ne sta lì, con uno sguardo vispo da mirabile osservatore; incuriosito dai legami multipli dell’uomo con le cose che lo circondano.
    “La sua immagine lo colpì, per il contrasto che essa seppe produrre fra la sua vivacità e colore e il grigiore mescolato ad un mesto senso di noia che quel luogo emanava”.
    Da questo sapore amaro dell’inchiostro di Ferrante, assurge una riconosciuta malinconia che il personaggio riesce a superare non prendendosi troppo sul serio.
    Un libro da leggere a luce fioca, mentre si fuma una sigaretta o si sorseggia un vino rosso, corposo e sincero.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Il tempo della Dei Negri è un infinito condizionale, attraverso il quale si cerca di liberare l’anima e spazzare nuvole nere dal cielo: solitudine, malinconia, ignoranza, ipocrisia…
    La sua poesia è un dipinto composto di tratti diversi, da sfumature sottolineate da attività sensoriali; mezzo col quale la poetessa scopre un universo di sentimenti e paesaggi dell’anima. Passaggi tra anima e natura. Ci s’immerge in essa, si trovano i propri spazi e si scivola tra sensazioni comunicanti: “Accompagnavo ai bordi del cielo/ gli spazi vuoti e silenziosi/ della mia anima/ costeggiando impaurita/ un muro di sassi/ che vedo sgretolarsi/ e scivolare nel mare”.
    Un rapporto – quello tra anima e realtà – che segna tratti di dura malinconia. Un malessere simile ad una donna “incatenata ad un muro d’acciaio”. Si cerca nei versi un modo per scavalcare l’ostacolo, per rinascere. Ma gli stessi versi, andranno poi a fare i conti con la realtà e ad affrontarla con il vigore necessario.
    Tutti i suoi pensieri accompagnano il corso delle cose. Lo scambio e paritario, perché la Dei Negri si lascia anche affogare nel fluire del mare fatto di ciclicità naturale.
    “… e la vita scivola/ attimo su attimo”; si producono messaggi, stati d’animo, sensazioni. Tutto attraverso questa scrittura, tutto attraverso il proprio essere. La scrittrice gli elabora con cura e sensibilità, anche se è un po’ scettica sulla loro presa, sulla destinazione: “… e i sentimenti/ che noi lanciamo/ vengono raccolti/ solo dal vento”.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Menotti Lerro, giornalista, scrittore e poeta, con questa nuova opera torna a sussurrare melodie per ascoltatori attenti: “Passi di libertà silenziose”. Tristezza, angoscia, sogni svaniti e un’eterea dolcezza camminano mano nella mano tra le pagine bianche del libro, lasciando cadere soavi gocce d’inchiostro nero da cui la musicalità delle parole s’innalza, tra soffusa quiete e tormentati battiti del cuore. Quel cuore ancora capace di parlare e di suonare la sua musica.
    Così i passi cominciano a lasciare il proprio segno sulla brecciolina  del terreno, non appena l’introduttiva e lunga elegia Polvere di Croce fa fluire nell’aria la sua poesia, a tratti struggente e sognante, altre volte incisiva e pungente, ma sempre affascinante nelle sue slegature emotive che si ripercuotono ancora nelle lettere “Ecco perché non ti scrivo”, abbandonate a una costante tristezza di fondo che accompagna le parole col suo dolce guinzaglio e traina emozioni e pensieri verso strade sconosciute.
    Ma la bravura di Lerro non finisce qui perché con le brevi Novelle ritmi e sensazioni si susseguono in placati vortici letterari, ben costruiti e capaci di mettere in moto l’interiorità del lettore che a sua volta deve immedesimarsi nelle atmosfere dei suoi racconti di vita, quella vita così bella ma anche portatrice di sofferenza.
    Così, dopo le novelle l’autore prosegue il suo cammino di libertà attraverso una nuova serie di lettere, scambiate con una Giulia che si nasconde dietro fogli fatti di lacrime e passione, e con una piacevole sequenza di brevi dialoghi teatrali che chiudono l’opera con eleganza e notevole bravura stilistica, doti che Menotti Lerro ha saputo far sue grazie ad un modo di scrivere toccante e soprattutto piacevole da leggere per quanto esso sia coinvolgente in ogni suo meandro che corre tra vita, morte, dolore, pace, quiete e soprattutto... libertà.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Le poesie di Lerro andrebbero lette mentre si centellina della grappa secca. Più che bagnarsi le labbra, si dovrebbe mandarla giù a brevi sorsate. Lo stesso modo in cui si può godere degli stralci poetici di questo giovane scrittore.
    Una quotidianità romantica, vissuta e sofferta rattoppa le pagine della raccolta “Senza cielo”. Ogni poesia è scritta in basso, al margine della pagina. Quello spazio potrebbe significare una giornata trascorsa e vissuta o non vissuta per intero. Poi, prima di chiudere gli occhi, prima dell’ultimo sospiro da svegli, un lampo senza tuono illumina per un attimo il cielo. È proprio questa l’impressione scagionata dallo spazio poetico lerriano. Luoghi in cui la morte è compagna di viaggio, ma dove “da lontano tutto sembra luce”. È la posizione, il punto d’osservazione del poeta. Lui vive tra la gente, sente e raccoglie un’emozione; viene catapultato lontano da tutti e da lì, spruzza inchiostro sopra la gente, come una pioggia leggera quasi impercettibile.
    Lo spirito di Menotti Lerro favorisce di un contatto vivo, ansimante, violento con la pagina bianca. È un incontro carnale estenuante dal quale nasce un cadavere: “Mi spezzo il polso sulla carta bianca,/ per ridurla a cadavere parlante”. A volte, pare di leggere osservazioni semplici e secche. Ma scavando la fossa, c’è una falda sotterranea nella quale il pensiero è articolato, l’emozione scomposta. È l’acqua di cui si abbevera Lerro. Con la sua anima da “teologo ateo”, spensa riflessi crudi nelle sue poesie. Girando per Milano: la metropoli che ti sopprime, ti toglie un po’ il respiro; tra fumi d’industrie, pozzanghere e cieli senza cielo.
    Il getto, la voracità con la quale butta giù questi versi, viene espressa anche nel suo stesso scrivere. Bisognerebbe leggerle scritte a mano le poesie di Lerro. Aprire la sua piccola moleskine e apprezzare il tratto della penna, le cancellature, la scrittura veloce, parole quasi illeggibili per la voglia di spiaccicarle subito sulla carta.
    Per Menotti Lerro, la vita è composta di continue rivelazioni che conquistano la sua anima; la fanno palpitare, la dilaniano, la chiudono, la macinano, la rivoltano come un calzino. E pure, lui è sempre pronto a scattare i miracoli e a esclamare: “Capire d’essere vivo mi sconvolge”.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Alla fine del libro di Bevilacqua puoi sorridere, puoi piangere, o puoi fumarti una sigaretta dal retrogusto dolce.

    È l’estate di Yul, l’estate di tre ragazzi che partono per una vacanza e che vivono emozioni contrastanti. Sono tre uomini che si tuffano in un vortice leggero dell’America anni ’70, fatta di concerti e serate tirate fino all’alba.

    C’è un senso profondo nell’“Estate di Yul”; un senso che raccogli e fai tuo solo leggendo le ultime tre righe della “Nota” finale. Un senso che ti accompagna per tutto il romanzo ma non riesci a comprendere bene. Perché l’estate di Yul, per l’autore stesso, è stata la stessa emozione provata ad un passo dalla morte, a pochi centimetri dal precipizio dove sarebbe potuto andare a finire con la sua macchina.

    Una scrittura legata alla terra. Che trasuda come l’asfalto mangiato dalla Ford Mustang che guidano a turno Sal, Leo e Walter (i tre attori protagonisti di questo libro). L’inchiostro di Bevilacqua è assai variegato. C’è la scena che ti far ridere con leggerezza: “Entro al Big Palomar, il negozio di Sal. Sono ancora avvolto dal miele di Agnese, ma lui non può accorgersene a meno che non gli venga una voglia improvvisa di ciucciarmelo. Ma lo ritengo improbabile”.

    Ci sono immagini poetiche che in poche righe dicono tanto: “[…] Una città dove ci si chiude all’aperto, tanto non c’è nessuna intimità da proteggere”. O altri lampi di pensieri che rassomigliano a frasi pronunciate dopo giorni d’attesa: “I progetti sono lineari, la vita è ellittica”.

    In tutte e 165 le pagine si ritrova la capacità - vicina solo allo scrittore - di una penna che scrive sul mondo e che getta inchiostro tra la gente, perché quest’inchiostro è spirito blu tra la vita. Per questo, lo stile di Bevilacqua ha un gusto tutto suo. Sapore dell’imprevisto, di qualcosa che accade quando smette di piovere o quando la notte tarda a finire. Tra le pagine si possono trovare emozioni contrastanti a distanza di poche righe. Immersi nella lettura, viene in mente un’immagine liberatoria, che ti rimette al mondo; un’emozione forte, forse illogica, ma che ti prende e ti getta da qualche parte con violenza. Un libro che dà la stessa sensazione che potrebbero darti due ore d’amore subito dopo un funerale.

    Questa “estate” va letta in un solo giorno, va bevuta tutta d’un sorso e assaporata in un solo boccone.

    Una storia densa, un respiro che è l’essenza di tanti respiri. La West Coast di Bevilacqua è piena di vita, sorridente, scanzonata e pronta a fare i conti con il ritorno a casa… Direzione Europa.

    Allora si ritorna, con quel sapore amaro in bocca, classico, alla fine di una lunga vacanza che non si scorderà mai.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Tra leggeri e sospirati echi baudelariani e una vena poetica giovane e forte, Nicola Lotto ha scritto questa intensa raccolta di poesie intitolata “I demoni della mente”, in cui i suoi stati d’animo, la sua tristezza e il suo sconforto vengono immortalati in versi carichi di una passione davvero profonda. Sono attimi passati, fugaci, densi di malinconia e rabbia, di lacrime perdute e pianti che riecheggiano forti nell’anima.
    Con uno stile intelligente ma semplice, Lotto riesce a colpire con una facilità davvero degna di nota caricando ogni suo verso di un’emozione forte e decisa, capace di trascinare il lettore attraverso le sue atmosferiche tristezze di vita, amplificate da queste poesie dirette ma toccanti. A partire dall’iniziale e breve “Il primo fiore di primavera” (che ricorda molto Rabinandrath Tagore) sino alla conclusiva e intensa “Illusione”, fiumi di poesia scorrono al ritmo della vita, materializzando attraverso un fragile specchio emotivo le difficoltà e i problemi dell’esistenza, la malinconia e l’amore, toccando così tutte le gracili pareti del vivere.
    Con i versi di “All’alba” o ancora di “Della tristezza”, il giovane poeta poggia sul cuore di chi legge una pesante zavorra di duri pensieri nascosti che entrano nell’anima trasmettendo l’inquietudine e la tristezza provenienti dalle disgrazie e dai momenti difficili che aggravano la vita umana. Lotto tratta tali temi con una vena poetica pungente e sempre profonda, sveglia e capace di colpire a fondo il cuore del lettore che come in un incantesimo entra nei versi e nei pensieri del libro, diventando anch’egli lettera di una straziante e triste poesia.
    Leggere, ma soprattutto sentire dentro i suoi scritti è davvero un piacere. Lotto entra in questa sfera grazie al suo leggero ma evidente sentimentalismo, reso concreto con uno stile poetico semplice ma sempre capace di conservare dentro di sé quell’alone di tristezza e inquietudine che rende sempre grande una poesia. Le sue metafore e i suoi schemi poetici sono sempre interessanti e ben costruiti, mantenuti alti dall’oscuro inchiostro proveniente dalla penna del suo cuore, sempre a cavallo tra sconforto e sofferenza, ma che lascia trasparire sporadicamente una via d’uscita verso la felicità. Ma spesso una sentita e profonda tristezza è meglio di una blanda felicità, per questo Lotto prosegue su tale sentiero dal quale egli può vedere tutte le cose con occhi veri e reali e, registrando dentro di sé i suoi stati d’animo, li rigetta poi con delicatezza nelle sue poesie, mai banali o scontate, bensì dense e colme di significato. Non si griderà al capolavoro, ma questa piccola opera è davvero come un sole durante la tempesta: dura poco ma i suoi effetti si fanno sentire per molto tempo.
    Per questo bisogna fare i complimenti a Nicola Lotto, che ha vissuto i suoi componimenti nel vero senso della parola, rendendo concreti gli effimeri e significativi attimi di vita dai quali sono scaturite queste profonde poesie.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • “Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà occupati dal passato e dall’avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo, è solo per prenderne il lume al fine di predisporre l’avvenire. Così noi non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci ad essere felici, è inevitabile che non siamo mai tali”.
    Blaise Pascal

    “L’essenza di tutto sta nel confine invisibile tra passato e futuro”
    Alfio Cataldo Di Battista



    Questo accostamento, che a qualcuno potrà sembrare azzardato, in realtà si ripropone più volte nascosto tra le righe di questo libro, sempre con maggiore intensità.
    La penna di questo autore riesce a penetrare, con estrema lucidità, nello spettro infinito delle emozioni umane senza tralasciarne nessuna. Riesce, con un’introspezione realistica e minuziosa, a distruggere, smontare ogni salda credenza alla quale i due nostri personaggi si aggrappano: un malinconico e ingenuo mascherarsi quello dei due protagonisti, che rimarranno per tutto il racconto semplicemente Lui e Lei.
    Un Lui e una Lei che, al contrario di qualsiasi banale e preconfezionata storia d’amore, non riescono mai a trovare il punto d’incontro dei loro testardi animi, non arrivano allo scontato “… e vissero felici e contenti” perché i due sono talmente distanti, diversi, da non riuscire a rinunciare alle proprie convinzioni in nome dell’amore.
    Un grande, forse inaspettato scrittore sigilla questo piccolo capolavoro definibile un viaggio nello sconosciuto profondo dell’animo umano che, stanco e cieco, tenta disperato di trovare un appiglio che lo salvi dalla superficialità in qualche ideale fantasma o convinzione originale che lo distacchi dalla massa e lo renda “speciale”, o soltanto diverso.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • "Un semplice gesto, come prendersi per mano: per Stefano e Marco non era adeguato [...] la gente non avrebbe capito [...]".

    È intorno a questa frase che la scrittrice Tarabella tesse la storia di due giovani, Stefano e Marco, che nel periodo adolescenziale scoprono di amarsi, di essere omosessuali. Con la loro crescita anche il loro "amore" cresce, giorno dopo giorno diventa sempre più forte e prorompente. Ma i due protagonisti, immersi in un mondo a loro ostile, si sentono frustrati e incompresi, in particolar modo Stefano, il quale non ha la fortuna di avere un padre comprensivo. Tra sensazioni nuove e amare verità, i due finiranno il liceo e finalmente, dopo alcuni scontri e incomprensioni con la società,  riusciranno a coronare il sogno di vivere insieme condividendo tutto. Durante lo svolgersi della storia, l’autrice ribadisce spesso che la "diversità" di Stefano e Marco sia dettata da sciocchi canoni, crudeli luoghi comuni che tendono a deriderli, isolandoli dal mondo dei "normali". Ciò purtroppo accade, benché si tratti di un'ingiustizia, perché l'ignoranza e l'intolleranza bollano i casi di "amore" omosessuale come derivazioni di depravazione e disadattamento. Laddove invece potrebbe esservi un "amore" vero e puro.
    Questi "amori diversi" meriterebbero solo  di essere vissuti dai protagonisti, con più rispetto e comprensione da parte di chi li circonda.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Una sensibilità tutta al femminile quella di Cristina Raso. Coglie l’istante come intimi momenti perpetui. Ammira la natura nel suo essere buona maestra e verità di vita. Con il suo sguardo, anche l’inanimato ha il suo battito e prende vita: … Un lido inaspettatamente solitario/ ammaliato dal vociare del mare. La visionarietà della Raso vive nell’essere parte di un ciclo biologico, nello sviluppo naturale della natura. La osserva con occhi attenti, perché nel suo procedere si nascondono segreti da svelare, un velo che si solleva per scoprire un volto. L’autrice vola tra cielo e terra, respirando a polmoni pieni l’essenza e la sensazione di abbracciare il nostro mondo più vero, più puro. Tra queste pagine, c’è l’intenzione netta di ricercare nella natura lo specchio del proprio stato d’animo: mimetizzarsi con essa per poi uscirne purificati. Così, è anche più chiara l’analisi di sensazioni contrastanti – infreddolita da pensieri confusi... - di origine diversa, che in questa ascesa poetica trovano un eco piacevole e accettato dalla pagina. La parola "ricerca" tende ad una ridondanza in senso etimologico; la nostra, coglie il messaggio e ammira di giorno in giorno, particolari del nostro universo, sempre vicini al nostro essere nella vita quotidiana.
    Nascosto il sonno/ son destamente pronta.
    La natura s’interiorizza nel proprio essere. In una riflessione con il proprio "io", immerso tra un brulicare assorto di sensazioni anche tenui, ma sentite.
    Nell’osservare e nel ragionare della Raso, vige una scissione in cui regna un silenzio controllato. Un lasciarsi andare rimanendo assorta e lucida nel ridestare anche un senso di vuoto, di abbandono: … Assaporando le luci./ Annientando le voci.
    Si tratta di una poesia altamente espressionista ma intima. Come nei suoi disegni che accompagnano ad intervalli i testi, è forte quel senso di non finito, da modellare. Leggendo alcune poesie, c’è come l’impressione di assistere ad uno di quei sassi lisci lanciato sull’acqua; dopo vari balzi in superficie, è pronto a lasciarsi andare, sino a toccare un fondo che significa verità. In questa forma d’arte cara alla nostra, a volte la melanconia prende il sopravvento. Ma appare tutto al proprio posto e ben gestito.
    Lasciamoci con dei suoi versi, che mostrano un felice gioco di parole che avvicina suoni, colori, sensazioni, in un mosaico che esalta il lettore.
    Pennellata lunga chilometri,
    sagomata da tratti brillanti,
    solfeggia il mattino appena sveglio.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Alta visionarietà e un romanzo dalla parola poetica che rende un’ascesa ad ogni pagina sfogliata. A volte è solo un’ombra di sfuggita quella fermata sulla carta da Marco Coppola, ma è un’ombra densa e diretta. Dritto al cuore, è la direzione della sua storia, fatta d’intensi attimi di passioni, di vividi sali e scendi emozionali. Una vita che si presenta spremuta come un’aranciata nell’eternità dell’inchiostro fluorescente dell’autore. Vuol sognare ed emozionarsi Paolo, il personaggio nato dalla penna del nostro.

    “«Buonasera. Dove la porto? » chiese l’anziano autista, con quella frase che aveva ripetuto chissà quante volte ai suoi clienti più diversi.

    «Dove la gente preferisce non dormire, grazie.»”

    Paolo ha bisogno di oltrepassare altre ombre, di passargli dentro e poi fuggire. “…e uscì senza meta nel buio della notte a vedere un po’ di luce che non fosse la sua.”

    Nella vita, tutte le sensazioni rassomigliano ad aromi, gusti, colori, di cui è fatta la vita stessa. Vortice feroce che avvolge, prima di sbatterti al suolo violentemente, per far rimanere il ricordo – a volte crudo – di ciò che è stato… e passato.

    Quelle di Coppola, sono delle vere e proprie riflessioni poetiche da cui traspare la refrattarietà dell’animo umano. Questi, può dileguarsi in ombre diverse, anche partendo dallo stesso cuore. Non è un caso, che Paolo sia anche Andrea . Alcune pagine sono delle vere e proprie poesie, con l’unica eccezione di arrivar alla fine del rigo. Dei torrenti di sensazioni che rimandano ad altre; tanti “come”, “fare”, “poi” e così via. Il tutto propenso a sintetizzare con destrezza gli stati d’animo, le situazioni/sensazioni.

    “… sulla lampada illuminare quel poco che bastava a rischiarare due ombre far l’amore, l’amore sconosciuto se il passato fosse nero, l’amore troppo bello da esser vero, davvero, spaventoso, mozzafiato, da sopra la collina ad un passo dal cadere, dal franare sotto li suolo, dove la terra riempie dentro e ti affonda nella buca che scava quel destino…”

    142 pagine da leggere tutte in una notte, per poi addormentarsi passando in una sorta di dormiveglia di cui è fatta questa storia. Lasciarsi percorrere da un retrogusto amarognolo ma dolce che la penna di Coppola getta sulla pagina bianca.

    L’efficacia descrittiva di quest’autore è nelle sue ombre. Nell’unica vita che gira e rigira attorno ad altre.    

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Il desiderio di avventura e la ricerca di se stesso spingono l’io narrante a lasciare un lavoro sicuro e rassicurante per attraversare il Mediterraneo, il Mar Rosso, l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico,
    tuffandosi in una serie di episodi incredibili e poetici ad un tempo. Egli, a bordo della Chaetodon Vagabundus, la nave che dà il titolo al romanzo, scopre territori che spesso ricordano “Le Mille e una Notte” e i romanzi di Ernest Hemingway. Ad accompagnare il protagonista nel suo peregrinare, che, pagina dopo pagina, si trasforma in un viaggio nell’anima dell’autore, ci sono la fedele gatta Lul e amici di vecchia data, come Peppino, figlio di un emiro, il vecchio pescatore Mzel, e la bella e coraggiosa Nina.
    La bellezza del romanzo, inoltre è legata alle descrizioni dei paesaggi marini, testimonianza dell’amore dell’autore nei confronti del mare. 

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Un poeta fine, che entra nella realtà cercando di uscirne subito. La sua delicatezza - stilistica e di significati - porta il lettore a sfogliare con delicatezza le pagine del suo libro. È un uomo pellegrino, il personaggio che abita i testi e i luoghi poetici di Pagelli.
    La mitologia classica, a volte viene ridisegnata in arcani suoni più vicini al nostro autore. Manrico Murzi - recensore del libro - parla di “pellegrini sempre in arrivo per subito ripartire ancora”.
    Sì, perché in questo viaggio c’è una ricchezza di sensibilità che si tende sempre ad una nuova ricerca, a nuove scoperte che mai sazieranno lo spirito dell’autore. Un paroliere raffinato che coglie lampi poetici che implicano immagini dense: “e il poeta/ un’aragosta nella gola della nassa”. Nella poesia “Il viaggio dei gigli” si pone l’accento su una ricerca univoca dalla quale trapelano ampie e infinite soluzioni. Sono gli intenti della nostra vita, quel qualcosa che ci spinge alla ricerca di noi stessi nel mondo che ci gira attorno. La destrezza artistica intrisa da una dolcezza acuta e cadenzata, è uno dei grandi pregi del nostro. I versi finali della poesia “Il falò”, sono emblematici per per dimostrare e confermare l’acume poetico di Claudio Pagelli:
    “ridono i poeti fra visioni di porpora
    stretti al fuoco del vino cotto e di qualche
    verso distratto, odore di stelle e di garofano
    in mezzo alla bufera di scintille.
    dal polpo di buio due graffi di luce -
    i lupi ci attendono non lontano dalla brace…”

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • Nel cuore porto fiori,/ l'eternità dei suoni,/ gli spazi di cristallo".
    Solo tre versi per una sorta di autoritratto di Sal Messina,
    pittore e poeta nato a Catania nel 1939 e residente attualmente a Valdagno,
    in provincia di Vicenza. Un artista completo, raffinato, un uomo sensibile, capace
    di grandi sentimenti, continue sfide, accese denunce. Se, come pittore, è stato
    definito dalla critica "tecnicista geniale", per la poesia potrebbe essere indicato come
    "sincero cantore degli ultimi". I bambini, gli indifesi, i "poveri del mondo", gli innocenti
    ingiustamente perseguitati, le donne maltrattate, le vittime di tanti inganni, sono infatti al centro del suo pensare, del suo soffrire, del suo puntare il dito contro i mali della Terra.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • "Lotto per vincere" è la dimostrazione che a prendere le parole troppo sul serio si danno i numeri.
    Il registro del libro è infatti fortemente ironico: gli aforismi, gli epigrammi e i giochi di parole di Stefanon propongono una versione comico-esistenziale della Smorfia dedicata a tutti quelli che cercano una lettura umoristica e dissacrante convinti che seguire l'esempio paterno è bene ma inseguire una top-model è meglio; che ci sono diversi stadi nello sviluppo spirituale di un uomo ma molti si fermano alla stadio di calcio.
    Insomma, che non basta avere tanti libri, bisogna anche spolverarli.

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro

  • L’amore e la morte. Due temi che nel corso dei secoli la narrativa, la poesia, la filosofia hanno discusso, postulato, sviscerato. D’altronde, dal momento in cui nasciamo fino alla fine della nostra esistenza dobbiamo scontrarci tra piacere e dolore proprio con queste due parole, o meglio, questi due concetti.
    E nel mezzo? Nel mezzo c’è la vita!
    E così tra le pagine scritte da Pietrangeli troviamo proprio questo: stralci di vita vissuta e spremuta fino in fondo. Tra dediche intense e versi dissacranti Enrico ci regala emozioni anarchiche, senza controllo. Tra un’invettiva religiosa, richiami alla poesia “maledetta”, stralci di “settantismo”, strizza l’occhio all’era digitale per arrivare all’apoteosi: il componimento, diviso in due parti, che dà il titolo all’intera raccolta.
    Vocaboli scelti, sempre azzecati e ben pesati, senza perdere di vista la logica metrica. È esemplare la facilità con cui riesce a comunicare con il lettore ma in fondo… stiamo “solo” parlando di Amore e di Morte, no?

    [... continua]
    recensione di Paolo Coiro