I cinque anni di vetro
Dai sei agli undici, un tempo senza rive,
cinque inverni murati, cinque estati cieche.
Il collegio: una nave ferma tra le ortiche,
dove le ore pesavano come pietre.
Le feste comandate arrivavano come un’eco,
rossi sul calendario, vuoti nello stomaco.
Mentre gli altri partivano con borse e promesse,
restava il refettorio, vasto e disumano.
Eravamo fantasmi tra lenzuola inamidate,
a contare le travi, ad ascoltare il vento
che portava l’odore di tavole apparecchiate,
di luci accese altrove.
L’estate era un castigo azzurro e immenso:
giardini deserti, sole sulle sbarre,
mentre il mondo fuori srotolava canzoni
e noi restavamo con le mani vuote.
Ricordo il silenzio denso dei corridoi,
il fruscio delle tonache in preghiera,
l’infanzia chiusa in una cornice severa,
in attesa di un ritorno che non era per noi.
Cinque anni incisi come solchi sulla pelle,
una misura esatta tra me e la misura di un abbraccio.
E la domanda muta, fedele compagna,
piantata al centro del petto.
Ora il ricordo è quieto, ma non sfuma.
Resta come un’ombra che mi cammina accanto:
sa cosa vuol dire attendere senza risposte
e imparare a esistere
senza un luogo dove tornare.