Il diritto del vento
Ho passato troppo tempo
a camminare in punta di piedi,
a stringere le spalle
per occupare meno spazio,
a chiedere scusa
se il mio passo faceva rumore.
Aspettavo che qualcuno
mi aprisse la gabbia,
che una mano gentile
mi concedesse il diritto di respirare.
Ma i custodi
non regalano mai
le chiavi del cielo.
Allora ho smesso
di guardare i guardiani della terra.
Ho sentito il sangue
premere dietro la schiena,
il risveglio delle piume
che avevo tentato di strapparmi
pur di somigliare
a chi conosce soltanto la paura di strisciare.
Ho aperto le braccia
senza voltarmi intorno.
No!
Non chiedo permesso
per volare.
Non aspetto
il visto della vostra approvazione,
né il timbro di grazia
di chi misura la mia altezza
col metro del proprio timore.
Se la mia ombra vi disturba
mentre attraverso il sole,
se il battito delle mie ali
solleva polvere
dai vostri tavoli ordinati,
voltate lo sguardo altrove.
Io non mi fermerò.
Appartengo alla corrente,
all’abisso dell’azzurro,
a quella legge alta
che non esiste nei vostri registri.
Sono fuggita
dalle vostre misure,
dalle gabbie educate
delle buone maniere.
Oggi volo
perché è l’unico modo che conosco
per restare fedele alla terra:
allontanarmene,
salire più in alto,
e guardarla finalmente
senza la paura
di restarci incastrata
in un perbenismo che non mi appartiene
22.07.2019