L'eredità del silenzio
Non chiedermi perché il mio abbraccio
arrivi tardi,
o perché le mie mani
restino ferme sulla soglia del cuore.
Non è assenza d'amore.
È l'eco di un tempo lontano
che ancora abita le mie ossa.
Per cinque anni
la mia infanzia imparò il passo del collegio.
Muri alti,
campane puntuali,
preghiere ordinate,
e la severità delle suore
che vestiva ogni giorno di disciplina.
Lì la tenerezza aveva voce bassa,
quasi fosse una colpa.
Le carezze erano rare,
gli abbracci un lusso,
le lacrime qualcosa da ricacciare indietro
prima che qualcuno le vedesse.
Così imparai a resistere,
a chiudere il cuore
come si chiude una finestra
quando fuori infuria il vento.
Sono cresciuto costruendo fortezze,
non ponti.
Ho imparato a sopportare,
non a lasciarmi consolare.
Eppure...
non ho mai smesso di amare.
Ho soltanto imparato
a dirlo in un'altra lingua.
Ti amo se resto,
quando sarebbe più facile andarmene.
Ti amo se mantengo la parola data
anche quando mi costa fatica.
Ti amo se porto sulle spalle
un peso che avrebbe potuto schiacciarti.
Le parole possono mentire.
Le carezze possono fingere.
Un gesto, invece,
porta sempre il peso della verità.
Dentro di me
vive ancora quel ragazzo
che imparò troppo presto
a confondere la forza con il silenzio
e la disciplina con l'assenza di calore.
Se oggi sfioro poco,
è perché la vita
mi ha insegnato a stringere i denti
prima ancora di stringere una mano.
Ma se avrai pazienza,
se saprai leggere oltre le apparenze,
scoprirai che ogni mio gesto
è una carezza che non ha mai imparato
a pronunciare il proprio nome.
E forse capirai
che ci sono cuori
che non sanno abbracciare con le braccia,
ma stringono la vita degli altri
con la fedeltà,
con il coraggio,
e con la silenziosa ostinazione
di esserci.