La bellezza che resta
Non abita nei musei
dalle stanze silenziose,
né nelle simmetrie
studiate a tavolino.
Il senso della bellezza
l’ho capito tardi,
quando ho smesso di cercarla
nelle cose perfette.
È la luce che entra
da una tapparella rotta
e taglia la polvere della stanza
in un chiarore dorato;
è l’erba selvatica
che insiste
tra le fessure del cemento,
il passo storto ma fiero
di chi ha attraversato l’inverno.
E c’è una bellezza immensa,
che toglie il fiato,
nel vedere,
al posto di un seno,
una cicatrice
che non sa di resa,
ma di vita sopravvissuta:
un solco sulla pelle
che racconta una guerra,
la linea fiera
di chi è rimasta intera
dentro il dolore.
Non è un lusso,
la bellezza,
né un ornamento:
è una necessità feroce,
un atto di resistenza.
È quel dettaglio minimo
che ti ferma il respiro
mentre cammini per strada
con la testa piena di guai
e qualcosa, all’improvviso,
ti costringe a guardare,
a sentire il mondo
ancora vivo contro di te,
a dire: “sono viva”.
Perché la bellezza
è tutto ciò
che sopravvive al disastro,
un promemoria silenzioso
che la terra ci lascia
per ricordarci che,
nonostante ogni ferita,
il mondo vale ancora la pena
di essere guardato.