Le ferite che non si vedono
C’era un corridoio lungo,
troppo lungo per un passo giovane,
dove le risate degli altri
diventavano lame sottili
che nessuno vedeva brillare.
Ogni giorno portava la sua ombra:
una parola affilata,
uno sguardo pesante come un pugno.
E tu avanzavi a passi stretti,
cercando nell’invisibilità
un riparo possibile.
La scuola era un mondo piccolo,
ma la tua paura riempiva le mattine,
gli spazi, il respiro.
E la sera, nella tua stanza,
il silenzio era un riparo
che raccoglieva le lacrime
trattenute troppo a lungo.
Dicono che il tempo guarisca tutto.
Ma certe ferite non chiedono fretta:
aspettano soltanto un ascolto
che non le giudichi.
Sotto il peso della paura
restava un seme minuscolo,
il desiderio ostinato
di non spegnerti,
di cercare un luogo nel mondo
dove la vita non fosse rimpicciolita.
Un giorno, senza rumore,
hai alzato gli occhi.
Non per sfidare,
ma per ricordarti che ci sei.
Passo dopo passo
hai ricominciato a respirare.
Hai trovato mani gentili,
ore senza paura.
Non hai cancellato il male,
ma gli hai tolto potere.
Hai trasformato le ferite
in mappe sottili
per riconoscere chi soffre in silenzio,
e diventare una luce discreta
per chi ancora
cammina nel buio.