Quello che non si vede

Ci sono ferite
che non fanno rumore.

​Non versano sangue,
non cercano cerotti.

​Non si possono mostrare
a chi chiede:
«Cos’è successo?»

​Sono colpi lanciati piano,
bastardi abbastanza
da sembrare uno scherzo.

​Un soprannome cattivo,
una chat da cui ti escludono,
una foto lanciata in rete,
uno sguardo che dice:
tu no.

​E tu impari a ridere
mentre vorresti sparire.

​Dici «non fa niente»
mentre fa male tutto.

​Torni a casa
con lo zaino sulle spalle
e un peso enorme
dentro il petto.

​E cominci a credergli.
A chiederti se sei tu
quello sbagliato.

​Troppo fragile,
troppo strano,
troppo poco.

​E lentamente
la loro voce
diventa la tua.

​È questo il danno che non si vede:
quando chi ti ferisce
non ha più bisogno di esserci
per continuare a farlo.

​Perché certe parole
restano appese allo specchio,
sotto il cuscino,
nelle stanze buie
dove impari a evitare i tuoi occhi.

​Ma c’è qualcosa
che quel buio tenta di nascondere:

​tu non sei quello che ti hanno detto.

​Non sei il soprannome
che ti hanno cucito addosso.

​Non sei la risata degli altri,
non sei quel messaggio,
non sei il giorno
in cui hai creduto di valere zero.

​Sei molto di più
di ciò che hanno provato a spezzare.

​E un giorno
troverai un’eco diversa
da quella che hai imparato a memoria.

​Una voce che non urla,
che non umilia.

​Una voce che ti guarda e dice:
«Resta.
Non devi diventare come loro.
Devi solo tornare a essere te.»

​Perché il coraggio, a volte,
non è difendersi.
È parlare.

​È dire «mi fa male»
prima che il silenzio
diventi un’abitudine.

​È trovare una mano
e lasciarsi prendere.

​E scoprire, piano,
che anche le ferite invisibili
possono smettere
di decidere per te.

​Perché nessuno dovrebbe crescere
imparando a odiarsi.

​E nessuno dovrebbe mai
confondere la crudeltà degli altri
con il proprio valore.