Trent'anni fa

Trent’anni fa
il tempo aveva un altro passo.
Non correva dentro uno schermo,
non chiedeva notifiche
per ricordarci di esistere.

Le sere avevano finestre di legno,
non riquadri da sfiorare con un dito.
Ci si cercava nelle piazze,
nei bar, sui marciapiedi,
con la voce e con gli occhi.

Una telefonata
aveva il peso di una presenza.
Una fotografia
aveva il difetto bellissimo
dell’imperfezione.

Poi è arrivata la velocità.

Abbiamo chiuso il mondo in una tasca,
i ricordi in una nuvola,
gli amici dentro una lista.
Abbiamo imparato a parlare con chiunque,
dimenticando come si sta
in silenzio con qualcuno.

Ogni cosa si è fatta più vicina,
mentre noi
cominciavamo a sentirci più lontani.

Abbiamo affidato alle macchine
le domande, la memoria,
perfino le parole
che non sapevamo più trovare.

E mentre la tecnologia
imparava a riconoscerci,
noi smettevamo, lentamente,
di riconoscerci allo specchio.

Abbiamo guadagnato tempo
solo per riempirlo di altro tempo.
Abbiamo inventato strumenti
per non perdere nulla,
perdendo il gusto di dimenticare.

Abbiamo reso tutto accessibile
e quasi niente prezioso.

Eppure,
in mezzo a questo mondo
che vibra, lampeggia e corre,
resta qualcosa
che nessun algoritmo conosce:

la mano di qualcuno
che cerca la tua,
un abbraccio senza rete,
uno sguardo che non chiede
di essere salvato,
una voce che non ha bisogno
di essere registrata,
un silenzio
che non va riempito.

Forse il progresso
non è stato un errore.

L’errore è stato credere
che gli strumenti potessero sostituirci,
invece di servirci.

In questi trent’anni
abbiamo portato il futuro tra le mani.

Ma forse, nel frattempo,
abbiamo lasciato indietro
qualcosa di antico,
qualcosa che nessuna tecnologia
potrà mai restituirci:

noi stessi.