ANABASI DI JOSEF A. - Sinossi surrealista di una n

ANABASI DI JOSEF A.

Sinossi surrealista di una nuova (anti)versione de Il Processo (1925) di Franz Kafka

«Oggi ho visto la pianta di Vienna, per un momento mi è sembrato incomprensibile che abbiano costruito una città così grande, mentre all’uomo basta una sola stanza.»
Franz Kafka

«L’uomo è sempre solo.»
Hegel
«Gli uomini si ingannano a vicenda, si mentono in faccia, si illudono con adulazioni e corteggiamenti trasparenti, e spesso questo sembra loro molto più coraggioso che dirsi la nuda verità.»
Miroslav Krleža

«L’amore per la patria dipende dalla giustizia in essa.»
Albert Camus

«Chi esercita il potere non è meno schiavo di esso di chi lo subisce. Il tiranno dipende dai suoi sudditi tanto quanto essi dipendono da lui.»
Heinrich Mann

ERA UNA NOTTE TARDA, OSCURA E SILENZIOSA, particolarmente “idilliaca”, nella pianura pannonica di fine autunno…
Una neve marcia e vischiosa cadeva lentamente dai cieli oscuri e, posandosi sulla terra gelata, si quietava — creando sulla crosta terrestre fredda un’odiosa e abbondante fanghiglia gelida… come in quelle note immagini di Musil, Kiš o Trakl… [sic!]
Nell’appartamento dell’impiegato bancario Josef A. (ossia Josefa A.) un grande e vecchio orologio a muro di legno di noce bollito batteva con il suo rumoroso e fastidioso “gong” la mezzanotte: un nuovo giorno, un nuovo mattino terrestre…
All’improvviso — nel mezzo di questa solitudine notturna idilliaco‐silenziosa — il silenzio ovattato e quasi piacevole nell’appartamento di Josef A. fu: bruscamente interrotto.
Qualcuno — dal suo fragile e davvero leggero sonno — lo “scosse”.
In effetti — lo svegliò il rumoroso campanello della porta d’ingresso. Si scosse e, ancora in abito da notte — senza toglierselo, balzò fuori dal proprio letto e corse rapidamente e con curiosità (in silenzio, “il più silenziosamente” possibile, dunque — sulla punta dei piedi) fino alla porta d’ingresso del proprio appartamento — ancora completamente intontito e non del tutto desto… ma già in una certa misura di evidente e ancora indefinita paura che cominciava a impossessarsi di lui (e che si manifestava proprio così — che Josef A. in questi e nei successivi momenti, evidentemente in modo semiconscio e nervoso, iniziò: a mordersi il proprio labbro inferiore con i propri denti e poi anche le unghie fin troppo ben curate del proprio pollice e indice della propria mano destra leggermente raggrinzita).
Tuttavia, con estrema attenzione e calma avvicinò il proprio occhio, ossia “infilò” lo sguardo attraverso lo spioncino parzialmente sporco e macchiato della propria porta d’ingresso… e attraverso di esso vide dall’altra parte: diversi volti neri, tentacolari, dall’aria da scassinatori accigliati e forse armati, dall’atteggiamento apertamente ostile — che stavano proprio davanti alla sua porta e fissavano collettivamente il suo spioncino, senza battere ciglio, come statue pietrificate.
Chi mai può essere?, pensò allora Josef A.
Il campanello suonò di nuovo.
I volti davanti alla porta continuavano a suonare — ostinati e insistenti.
Poi si accesero automaticamente tutte le luci del corridoio di questo vecchio edificio di cinque piani costruito all’inizio della grande guerra europea, nell’agosto del 1940…
Josef A. continuava a strizzare gli occhi attraverso lo spioncino. Cercava con fatica di osservare meglio e con maggiore precisione — chi fosse là fuori, davanti alla porta.
Alla fine, però, vide tutto chiaramente e comprese…
— La polizia…, concluse infine, mormorandolo piano tra sé e sé…
(Che tempi sono giunti, mio buon Dio… da tempo, per l’occhio di un comune e onesto cittadino, quasi non esiste più alcuna chiara differenza nell’aspetto, nell’abbigliamento, nel linguaggio e nel comportamento tra poliziotti e criminali… sono gli stessi, ahimè, difficili da distinguere…, pensò Josef A. in questi suoi particolari momenti di adrenalina accresciuta e di evidente piccola “paranoia” — che questa volta non era del tutto infondata.)

Dopo un certo indugio, dopo un attimo o due, Josef A. afferrò finalmente la maniglia e la chiave. Girò la chiave, sbloccò la serratura e aprì lentamente la porta del proprio appartamento (accompagnato dall’odioso cigolio delle cerniere corrose e non lubrificate, che ricordava una specie di lamento straziante proveniente da un qualche film dell’orrore…).
Allora questo gruppo di inattesi visitatori notturni, all’unisono, anzi completamente in coro, iniziò a urlare ad alta voce, cioè a gridare in faccia a Josef A., naturalmente — subito, ex abrupto, senza alcuna introduzione cortese o preambolo di rito (come: «buonasera, caro signore», «ci scusiamo sinceramente per il disturbo», «perdonateci per avervi svegliato», oppure «ci dispiace profondamente di venire a quest’ora, nel cuore della notte» e simili):
— «Il vostro vicino, il signor Br.‐vić junior, come vedete — ubriaco — lo abbiamo riportato al suo indirizzo di residenza… Questo qui, dunque, il presente signore, per più di un mese ha “operato” nei negozi del quartiere: rubava penne, lamette, bottiglie di whisky, rasoi, gomme da masticare e zuppe in bustina, infilava tutto nelle tasche o sotto il cappotto, e per giunta si è drogato più volte in un gabinetto pubblico infestato da malattie nel centro della città…»
Josef A., ormai decisamente più calmo (quando infine comprese che non erano venuti per lui, che non lo stavano portando via), si lasciò poi “leggermente” coinvolgere in un dialogos con queste persone — così, sulla soglia, nel mezzo del corridoio (nel quale nei momenti successivi riecheggiavano come un’eco le voci e le grida umane…):
— «Va bene, signori… Cosa volete allora da me? Io non sono stato il suo complice!»
Le persone risposero in coro:
— «Sentite, questo è talmente ubriaco — lo vedete voi stesso — che anche dopo due notti di sobrietà forzata in centrale, da noi, non sa dirci né indicarci con il dito quale sia la porta del suo appartamento… Sulla carta d’identità non c’è scritto il numero della porta, e né sulla vostra né sulla sua porta c’è scritto nulla, nessuna targhetta, nessun numero, nessun cognome, niente… È, come vedete chiaramente, letteralmente in coma da alcol. A malapena sta in piedi e si impappina, borbotta, non capiamo nulla, è semicosciente, così abbiamo pensato che voi ci indicaste dove vive…»
Ma Josef A. non volle più trattenersi nemmeno un secondo, e nei momenti successivi iniziò una critica implacabile degli “organi dell’ordine pubblico”, con l’intento di far valere la giustizia:
— «Per Dio! Ma, signori, che razza di organi di sicurezza dei cittadini siete voi, se vi meravigliate che anche i figli mantenuti dai genitori, disoccupati e ormai cresciuti, vadano a rubare e si droghino nei buchi e nei luridi bar di questa bella e grande metropoli? Qui si ruba, non è vero?, fin dalla culla, signori! E senza una dose adeguata di droga, una realtà sociale del genere è davvero difficile da sopportare e da reggere… Ma cosa avete detto? Ha rubato zuppe in bustina e gomme? Lui? Le infilava sotto il cappotto? Complimenti davvero! Avete fatto bene a prenderlo, signori, dopo così tanto tempo! Congratulazioni di cuore! Doveva essere un tipo estremamente pericoloso… sicuramente aveva un piano segreto super‐intelligente, visto che ha portato avanti per così tanto tempo tutte queste terribili e losche attività sotto il vostro naso, accidenti a lui, terrorista… Quanto avete detto: un mese? Un mese? Ah! Dev’essere stato davvero difficile localizzarlo in quella vostra operazione speciale di cattura… Dev’essere stato faticoso. Sicuramente… E vi proporranno allora per una medaglia, per questo compito svolto con successo? O per una promozione a un grado superiore? Eh? Questo è d’obbligo, signori! E un aumento di stipendio? Almeno del 35% dal mese prossimo? Certo! Meno di così mai, signori, mai! Non accettate! Se non ve lo danno, subito sciopero, rivolta, rivoluzione per i vostri diritti negati e una vita migliore… Avete rischiato anche la vostra vita per questo paese e per la sicurezza del suo popolo. Certo. Eccome. Bisogna congratularsi con voi, di nuovo! Dal profondo del cuore, sì, sì… Il mio profondo inchino, signori, fino a terra! Certo! Ma… quando in qualche sperduta provincia un povero ingenuo, col naso rosso e una bottiglia di birra in mano, ad alta voce, per scherzo, così, preso dall’affetto e giustamente insoddisfatto e infelice per la nostra situazione generale, insulta la madre del Mister Presidente o di qualche altro ministro o ricco corrotto, allora lo arrestate subito, in quattro o cinque minuti dalla segnalazione… prima lo massacrate di botte e lo costringete (con giornali bagnati, torsioni dei testicoli o “lepre calda”) a “confessare” falsamente che stava addirittura pianificando un attentato contro il suddetto Capo Supremo, e poi lo condannate immediatamente, attraverso: il vostro tribunale infallibilmente giusto, altamente morale, esclusivamente professionale e sicuramente (mille per cento) incorruttibile, “dalla faccia pulita” — all’impiccagione, e prima ancora a tempo indeterminato in isolamento senza secchio, tutto per “attentato all’ordine costituzionale”… alla moglie fate paura finché non lo lascia, i figli minorenni glieli togliete e li mettete in qualche centro sociale privato e poi li vendete sistematicamente per buoni soldi a questi stranieri dissoluti dall’estero, ricchi pervertiti che, dopo aver passato tutta la vita ad accoppiarsi con animali, si sono presi malattie e non possono avere figli propri, e allora li comprano qui da noi, al pezzo e al chilo… Criminali, assassini e maniaci liberi… e voi, signori, arrestate poveracci, truffatori da quattro soldi e ubriachi… Complimenti davvero. Io, comunque, signori, ho cambiato da poco la porta del mio appartamento, non ho ancora avuto il tempo di attaccare una nuova targhetta con il nome e il numero, e questo mio rispettato vicino — tra l’altro — non ne ha mai avuta una… Comunque, per inciso: abita in quell’appartamento di fronte, proprio lì in diagonale, prego, guardate pure…»

Le suddette persone in uniforme, dall’aspetto grossolano e quasi rurale, stavano di fronte a Josef A. come mute ostriche prive di sentimento e di pensiero.
Tenevano per le spalle quel vicino completamente ubriaco, ascoltando tutto ciò e fissando come bestiame — da qualche parte all’altezza della fronte di Josef A. — e, in effetti, all’inizio capendo poco o nulla di ciò che egli aveva appena detto e vomitato loro addosso… Ma Josef A., vedendo che continuavano comunque a tacere su tutto ciò che aveva appena pronunciato, prese ancora più coraggio — e proseguì la sua “raffica di fuoco” contro di loro (continuò, anzi, a liberare la propria anima e a parlare secondo la linea rigorosa della propria coscienza, evidentemente trascinato e preso dall’adrenalina e ancora intontito, non del tutto sveglio e davvero insonne — perché in quel momento si verificarono quelle situazioni in cui le paure iniziali e lievi di Josef A., dovute all’incertezza della situazione subito dopo essersi svegliato, si trasformarono in una massima aggressività liberata — che, tuttavia, come vediamo, non era priva di fondamento e di ragione):
— «Eh, eh, signori! Ma ditemi, per favore: che nuove uniformi nere sono queste? A cosa somigliate! Ma via! Sembra proprio che siate usciti dal 1941, non lo vedete, legione nera!? Davvero, come le Squadre d’Azione di Mussolini! Come le Falangi di Franco, come gli ustascia di Luburić, come la Gestapo di Göring o le Waffen‐SS di Himmler… Il blu sembrava comunque un po’ più umano, sappiatelo… Ora lasciatemi continuare a dormire… arrivederci, signori (e poi Josef A. sussurrò piano aggiungendo: camicie nere!).»
Alla fine, sotto evidente impressione, queste persone, un po’ confuse e smarrite, iniziarono comunque a mostrarsi sorprese davanti alla porta.
Guardavano Josef A. come dei perfetti idioti, senza comprendere nulla di essenziale — gonfi, con la bocca aperta, gli occhi spalancati e pericolosamente arrossati (ma tuttavia percependo, a livello puramente animale‐intuitivo, che egli li stava in qualche modo prendendo in giro…).
Josef A., dopo il suo monologo acceso, tornò dentro il proprio appartamento, chiuse la porta dietro di sé — o meglio: la sbatté (facendo tremare tutto)!
Poi si udì solo: il clic della serratura — una volta, poi una seconda, e una terza. E il chiavistello: tac!
I “signori” davanti alla porta rimasero lì, più o meno confusi. Non si erano ancora ripresi — da tutto ciò che egli aveva appena detto loro in faccia.
Josef A. voleva alla fine aggiungere anche: «spalle larghe inutili quando le palle sono piccole», ma si fermò e tacque kafkianamente, per non farsi alla fine bastonare — lui e il vicino ladro…
PROMEMORIA
Dopo uno o quasi due minuti interi — quando Josef A. si era ormai ben rintanato nel proprio letto e si preparava a sprofondare di nuovo in un sonno profondo — si udì di nuovo il campanello alla porta del suo appartamento — ma questa volta più lungo, più insistente e particolarmente nervoso (come se qualcuno volesse entrare a ogni costo o addirittura sfondare la porta).
Josef A., infatti — proprio mentre era appena tornato nella sua bella, meravigliosa e calda postelina — dovette di nuovo alzarsi e andare alla porta del proprio appartamento…
Ripeté l’intero processo precedente, ma in modo decisamente più rilassato e libero: si avvicinò allo spioncino, chiuse l’occhio sinistro e con il destro guardò dritto attraverso di esso.
Il vicino ubriaco non era più visibile da nessuna parte nel corridoio, mentre davanti alla sua porta stavano ancora tutti quei volti uniformati di prima, e in più diversi altri nuovi e identici volti (che, evidentemente, erano arrivati nel frattempo).
Tutti avevano manganelli sguainati e due di loro anche pistole cariche.
Non sembravano più affatto “storditi” come pochi minuti prima durante il primo dialogos con Josef A., al contrario — ora apparivano particolarmente arrabbiati e ferocemente fuori di sé.
Due di loro avevano anche maschere antigas sui loro musi.
Parallelamente al suono insistente del campanello, alla porta d’ingresso dell’appartamento di Josef A. si udivano contemporaneamente anche colpi violenti e sordi di più paia di stivali dalle punte metalliche, e poi — vibravano anche i colpi potenti e i pugni delle mani poliziesche sulla superficie della porta, accompagnati da urla animalesche (dalle cui bocche, aprendosi e chiudendosi, si diffondeva lungo tutto il corridoio un pesante odore di alcol appena bevuto):
— «Apri! A‐p‐r‐i! Apri subito! Vieni con noi, dobbiamo dirti qualcosa, fratello!»
Josef A. allontanò il proprio volto dallo spioncino — e si morse il labbro inferiore…
(La tensione cominciava lentamente a tornare e a impadronirsi di lui, in modo silenzioso e inarrestabile.)
Cominciò allora, nei momenti successivi, a muovere i piedi sul posto, senza spostarsi (come quando lo prendeva un forte bisogno di andare in bagno, “a liberarsi”).
Strinse le mascelle per il disappunto e la rabbia.
Ora non sapeva cosa fare…
In realtà — in quel momento Josef A. iniziò nella propria mente a costruire e a far scorrere un film muto delle sue ipotetiche azioni future… Le immagini si susseguivano rapidamente nel suo cervello come su una pellicola espressionista in bianco e nero: dunque, Josef A. era già stato portato via dal proprio appartamento, arrestato, condotto davanti al tribunale e al pubblico ministero, e poi accusato di ogni sorta di invenzioni montate e menzogne…
Colmo di rabbia e di indignazione per essere perseguitato da innocente, progettò impulsivamente nei suoi pensieri che — qualora quel cosiddetto “tribunale” gli avesse inflitto una condanna ingiusta — avrebbe immediatamente, se possibile, provocato in sé una violenta diarrea, sarebbe avanzato rapidamente davanti al giudice, si sarebbe fermato al centro dell’aula, si sarebbe accovacciato, avrebbe abbassato i pantaloni e poi le mutande, e quindi avrebbe “esplosivamente” fatto i propri bisogni — il più possibile — davanti a tutti i presenti, cioè si sarebbe sforzato quanto poteva e avrebbe svuotato le viscere lì, sul posto, sul pavimento dell’aula — tutto questo come segno di ciò che egli personalmente e in linea di principio pensava di quel tribunale criminale e dei signori criminali: del giudice (che accanto ai propri piedi puzzolenti teneva sempre un proprio cane lurido e spelacchiato, di colore nero‐bianco‐marrone — al quale somigliava in modo inquietante), della giuria, del pubblico ministero, dei periti, degli avvocati, dell’intero personale giudiziario, ecc., e in generale della sua cosiddetta “sentenza”, e di quanto egli tenesse a quella sentenza…
Poi immaginò la scena successiva: dopo aver compiuto il proprio atto fecale — con le mutande abbassate, nudo come quando era nato — avrebbe fatto alcuni passi rapidi verso la cancelliera, le avrebbe strappato il foglio su cui era scritta la sentenza, avrebbe poi usato quel foglio per pulirsi il proprio sedere sporco, lo avrebbe accartocciato e lo avrebbe lanciato come una pallina al giudice o al pubblico ministero nelle loro mani sporche e sanguinanti — e infine, in conclusione di quel suo caos carnevalesco, avrebbe raccolto nella bocca una buona quantità di saliva e l’avrebbe sputata con forza sul simbolo della giustizia — cioè sullo stemma dello Stato appeso al muro sopra la testa del giudice…
E poi gli venne anche un piano alternativo: se non fosse riuscito a defecare — avrebbe urinato su tutti loro, bagnandoli uno per uno con il proprio getto caldo…
Voleva, soprattutto, quel povero e amante della giustizia Josef A., offrire resistenza a ogni costo, qualunque essa fosse, e dimostrare così che non era completamente impotente davanti all’ingiustizia che gli infliggeva quel “branco di psicopatici assetati di sangue e bestie selvagge in pelle umana”, organizzati nel cosiddetto “apparato della forza e della legge”…
Voleva agire, a ogni costo, in modo completamente opposto rispetto al suo omonimo letterario nel romanzo di Kafka — che si era arreso senza reagire…
Nel frattempo, sul tetto dell’edificio e contro le finestre dell’appartamento di Josef A. iniziarono a battere improvvisamente grosse gocce di una pioggia tempestosa, sempre più forte e intensa, che si riversava rapidamente da alcune piccole nuvole nere provenienti dal Danubio agitato…
(2017.)