Fragile e guerriera come stile di vita 🐞

46 anni. Sei anni fa ho ricevuto due verdetti nello stesso istante.
Il primo: endometriosi. La diagnosi che spiegava un decennio di dolori archiviati come "normali", "stress", "esagerazioni".
Il secondo: non ti sposo più. La fine del matrimonio che era già a un passo dall’altare.
In un giorno ho perso l’uomo e ho trovato la malattia.
Ho perso il futuro che avevo progettato e ho scoperto il passato che il mio corpo gridava da anni senza essere ascoltato.
Avevo 40 anni. Mi sentivo scartata dalla vita. Scartata dall’amore, scartata dalla salute, scartata da un sistema che per anni mi aveva detto che il dolore era nella mia testa.
Potevo restare in quel lutto doppio. Avevo ogni diritto di farlo.
Ho scelto un’altra strada.
Il volontariato.
Perché se la vita mi aveva negato l’amore che desideravo, non le avrei permesso di negarmi la possibilità di amare.
Se il mio corpo per anni era stato un campo di battaglia, adesso volevo che diventasse un ponte. Un ponte verso chi, come me, si era sentito invisibile.
L’endometriosi mi ha sottratto tempo, energia, un matrimonio. Non mi ha sottratto la capacità di scegliere chi essere.
Il volontariato non mi ha guarita. Mi ha restituita a me stessa. Mi ha ricordato che posso non portare una fede al dito e avere comunque le mani piene. Piene di vite toccate, di storie ascoltate, di dignità restituita.
Oggi ho 46 anni. Convivo con l’endometriosi. Convivo con le cicatrici. Convivo con l’assenza di quel matrimonio.
E convivo con la certezza feroce di non essermi arresa.
A chi legge e ha ricevuto una diagnosi tardiva a 40 anni. A chi è stata lasciata mentre stava male. A chi si sente in ritardo su tutto: non siete in ritardo sulla vostra vita.
Pretendete ascolto. Pretendete cura. Pretendete rispetto.
E poi, quando potete, partite. Andate a riprendervi il mondo che il dolore voleva rubarvi.
La malattia spiega il dolore. Non definisce chi siete.