L'amore è un numero alla Posta.

L’amore è un numero alla Posta.

LEI

Caterina lavorava alle Poste da dieci anni, ormai. E l’«ormai» stava nella condizione di vita in cui, avendo vinto il concorso, s’era adattata. Aveva riposto in un canto della sua coscienza tutte le lotte che aveva portato avanti per procurarsi un lavoro decente e con un minimo di contratto senza dover sottostare a ricatti del cottimo e dell’interinale, del nero senza nessun diritto e della voglia di rompere tutto che si portava dietro ogni volta che tornava a casa. Aveva frequentato con successo il Liceo classico e si stava per laureare in Lettere quando l’opportunità del concorso le aprì la via all’indipendenza e alla libertà. Questa libertà le costò la laurea ma la emancipò dalla sua famiglia d’origine, causando un trauma a suo padre che ancora non riusciva a capire per quale motivo sua figlia dovesse andare a vivere per i fatti suoi essendo nubile, non volendo ammettere, davanti alla moglie, che le mancava la figlia, le mancava e basta. D’accordo che aveva anche due figli maschi, ma la preferita – da sempre – era Caterina. «Perché ho un lavoro, papà, non sei contento?» tentava di consolarlo «sai quanti vorrebbero avere un lavoro per togliersi le figlie di torno? E poi abito a pochi isolati da casa. Dai! Succedesse qualcosa, in quattro salti arrivo». Cosa dovrebbe succedere? Niente. Tant’è non riusciva a farsene una ragione. Dapprima, per far contenti mamma e papà, Caterina, tutte le domeniche andava a pranzo da loro, con Enrico, suo fratello minore e con la famiglia del fratello maggiore Salvo, sempre costantemente indaffarato e mai che giungesse in orario. Poi, col tempo, l’appuntamento domenicale si andò diradando con la scusa di una cena con le amiche, poi coi colleghi di lavoro, poi niente. Passava quando poteva durante la settimana.
C’era da sperare, dietro queste assenze (secondo l’ottica dei genitori, naturalmente), la presenza di un uomo, un fidanzato che avrebbe sollevato sia mamma e papà dalle ambasce quotidiane, sia i suoi fratelli dalla rottura di scatole di dover sopportare le rimostranze dei genitori.
«Ma tua sorella che fa sempre sola?».
«Possibile che non riesca a trovare uno straccio d’uomo».
«Inizia ad avere un’età preoccupante».
Per quale motivo dovesse essere preoccupante l’età della sorella nessuno dei due fratelli riuscì ad avere una risposta adeguata.
«Ma Caterina ha ancora ventiquattro anni e non vedo cosa ci sia di preoccupante. Ha un lavoro fisso. Ha smesso di fare la precaria a vita. Lasciatela respirare!». L’eccessivo lassismo dei fratelli, secondo i genitori, provocò da parte di questi ultimi ulteriori tridui e giaculatorie:
«Ma perché non le presentate un vostro amico?».
«Invitatela una sera a cena. Invitate anche qualcuno della vostra compagnia.
«Ma serio. Posato».
«Sì, mamma! Posato come il tuo corredo».
«Certo serissimo. S’intende!».
«Basta che non vada a finire come con Giorgio». Sì. Giorgio! Un compagno di università di Caterina, col quale aveva studiato Filologia romanza a suo tempo, che fu protagonista di una specie di “incontro al buio” organizzato dai fratelli per la sorella. La cena era predisposta in casa del fratello maggiore e a Caterina era stata ventilata l’ipotesi di questo incontro con «uno che valeva la pena conoscere». Ma né Enrico, né Salvo sapevano che Giorgio e Caterina si conoscevano da lunga data. Lei aveva accettato, seppur titubante, per non dare un dispiacere ai fratelli e, soprattutto, ai genitori. Quando giunse il momento fatidico e Caterina arrivò nel terrazzo dove un sontuoso barbecue mascherava la tensione dei germani, Giorgio, che era di spalle, si girò. Caterina ebbe un grido. E dalla voce di entrambi uscì un sonoro: «Tu?». Subito dopo una doppia sonora risata stemperò la tensione e immediatamente le braci furono attizzate e si passò ad onorare con intingoli vari quella cena. I due potenziali nubendi passarono l’intera serata parlando dei bei tempi dell’università e da come stavano uno attaccato all’altra, i due fratelli supposero (tacendo, però!) che proprio «niente, niente» non fosse successo tra Caterina e Giorgio, a suo tempo, tra un capitolo e l’altro della Filologia romanza.

Il lavoro alla Posta sembrava prevalere su tutto. Caterina non si faceva problema. Completava il suo turno di lavoro. Tornava a casa. Si faceva da mangiare. Ogni tanto andava a cena o a pranzo dai fratelli o dai genitori. Con le colleghe. Capitava, a volte, qualche collega ma senza nulla a pretendere, nonostante che il collega in questione avesse, più volte, avanzato delle pretese subito affossate da Caterina: «Ti ringrazio, ma non è il caso». Conduceva una vita dove la libertà aveva acquistato una patina di routine che non le pesava più di tanto. Meglio, la patina iniziava a screpolarsi col passare degli anni acquisendo quella ossidazione data dal tempo, passato nel riserbo assoluto, piuttosto che lasciata alla bizzarria degli agenti atmosferici dei sentimenti.

LUI

Raffaele tornava al paese tutti gli anni, d’estate. Ricercatore presso la Facoltà di lettere all’università, s’era ritagliato quel mese di vacanza e non sapeva come. Erano anni che non si faceva vivo con gli amici, sempre gli stessi. Quelli con i quali raccontava sempre le stesse storie di quando si andava a scuola, degli scherzi fatti ai professori, delle gite organizzate dal preside, dalle ragazze «che ci stavano» e quelle «che non ci stavano», facendo attenzione, fra queste, a non citare a sproposito quelle che, essendoci state, erano diventate mogli, a fronte di quelle che, non essendoci state, rimanevano solo nella memoria, incontrate qualche volta di sfuggita e sempre di corsa. Raffaele era stato lasciato da tutte le ragazze con quali aveva avuto una relazione. Aveva, in questo senso, un primato che – nello scherzo generale – sfoderava a metà serata, quando il vino aveva corroborato i cuori e le ferite d’amore profferte da questa o da quella in altri tempi. Ma dalle ferite d’amore non si guarisce mai completamente come certe malattie che credi di aver superato quando una brutta ricaduta ti riporta lo stato confusionale della tua vita.
Raramente parlava del suo lavoro con gli amici di lì. Era estate. Si stava in vacanza, quindi parlare di lavoro era inopportuno. Meglio parlare di donne. Come una volta. Come sempre.
Ma certi discorsi si confermavano insopportabili. Affrontare l’argomento seriamente era impossibile perché si finiva sempre nella sfera sessuale, con pratiche estreme immaginate più che reali e con la figura femminile succube di inenarrabili soluzioni. A Raffaele piacevano le donne, su questo non c’erano dubbi ma non ne faceva una questione di accanimento terapeutico per parare lo stress da lavoro o da abbandono. Una donna, così come un uomo, per Raffaele valeva per quello che era come persona e non per il sesso che si portava in mezzo alle gambe. È donna? Sa fare il suo lavoro? Rispetta le consegne? Arriva puntuale agli appuntamenti e alle riunioni? Ragiona con la testa? Allora va benissimo! Un uomo non sa fare tutto ciò? Allora non vale un cazzo! Con rispetto parlando. Per lo stesso motivo non sopportava l’idea delle “quote rosa” nelle vari istituzioni.
Raffaele, quando tornava in paese, viveva in casa con i genitori, costantemente preoccupati per la sua condizione di scapolo impenitente con nessuna idea di sistemazione. I rosari a quindici poste con le litanie dei santi recitati dalla nonna paterna sembravano (oltre a non avere tregua) non avere risposta. Naturalmente Raffaele si dava da fare per aiutare i suoi nelle piccole incombenze giornaliere e tra un’andata al mare e una in montagna, sempre corroborato dagli amici, Raffaele si dedicava a qualche commissione.

IL CASO (LORO DUE)

Raffaele, per tre giorni di seguito dovette recarsi in Posta. Tutt’e tre le volte fu abbinato, dal sistema computerizzato, al primo sportello. In questo lavorava Caterina alla quale, nel vortice delle mille incombenze del lavoro, la presenza di Raffaele risultò completamente anonima. Durante una giornata di lavoro davanti a lei passavano decine e decine di persone. Buona parte di queste conosciute, con le quali scambiava un motto o una battuta. Una stretta di mano o un’offerta per una pausa caffè, sempre rifiutata da Caterina.
Ma alla quarta volta Caterina si ricordò di quel volto abbronzato. Raffaele la guardava serio. Gli sguardi dei due si incrociarono spesso e, all’ennesimo ritardo dovuto alla lentezza del computer, Caterina gli sorrise. Raffaele rispose al sorriso.
Passarono altri giorni e Raffaele tornò in Posta. Si appressò alla distributore. Inserì la carta. Uscì il solito “Priority” con, sul biglietto, un cuore disegnato. Raffaele non aveva mai fatto caso al disegnino e pensò fosse un modo per rendere più umano il simbolo dell’affezione alla “causa postale” oppure un vezzo dell’amministrazione per far pesare meno in tempo d’attesa. Con quest’immagine in testa, si mise ad aspettare sorridendo.
Caterina, questa volta, lo aveva notato subito. Ma non fece caso più di tanto. Continuò imperterrita a lavorare al computer per il cliente di turno. Il display progrediva nello spunto dei numeri. Finalmente venne il suo. Numero tre, allo sportello uno. Così fu Raffaele ad accorgersi di Caterina. Per l’ennesima volta davanti a lei. «Speriamo non si blocchi il computer», pensò.
«Di nuovo qui?», chiese Caterina per togliersi dall’imbarazzo d’aver pensato che quel signore potesse capitare nuovamente con lei.
«Come vede», rispose Raffaele crudo, «pare che il vostro computer abbia deciso così!». Si mise a guardarla meglio. Aveva un volto interessante e, certo, con un velo di trucco poteva risultare veramente una bella donna. Aveva capelli scuri che le scendevano sulle spalle e frangetta che incorniciava un viso regolare il quale, sotto gli occhiali da presbite, faceva intravvedere due occhi dolci e insicuri, costantemente in movimento. Finita l’operazione raccolse i documenti ed uscì.
«Buona giornata», gli augurò Caterina.
«Altrettanto», gli rispose Raffaele, soffermandosi un tempo brevissimo per ricambiare il sorriso.

Tornati a casa, ognuno con le proprie incombenze o priorità, ambedue pensarono alla stranezza della combinazione del computer dell’ufficio postale e, seppure senza uno scopo preciso, Raffaele pensò ad Caterina e Caterina pensò a Raffaele. Tale che un sorriso nacque sulle guance dei due, spontaneamente.
Ma tre giorni dopo, l’ennesima combinazione casuale seppe di miracolo. Di nuovo Raffaele andò alla Posta. Inserì la carta. Ne sortì il numero Cinque “Priority” col disegnino del cuore accanto. Caterina era sempre allo sportello uno. Questa volta i due si salutarono. Ma nessuno dei due poteva credere che, nuovamente, a fronte di numerosi sportelli presenti in quell’ufficio postale, a Raffaele fosse toccato lo sportello uno.
«Allora ha proprio l’abbonamento con questo ufficio», fece Caterina con un largo sorriso.
«Io direi con questo sportello», concluse Raffaele con uno sguardo che poteva risultare sensuale.
Caterina sorrise: «Vuol dire che si trova bene» disse, sfuggendo allo sguardo.
«E perché no?», incalzò Raffaele.
Caterina sorrise a lungo durante l’operazione allo sportello. Si assentò. Ritornò. Si assentò di nuovo. Anche i colleghi dell’ufficio avevano notato questo strano movimento presso lo sportello numero uno.
Quando Caterina, finito il suo lavoro, stava per consegnare i documenti, Raffaele si fece un po’ avanti col busto e le disse sottovoce:
«Quando finisce il suo turno?».
«Non sono cose che la riguardano», rispose Caterina.
«Se me lo dice posso aspettarla. Avrei piacere di offrirle un caffè», incalzò Raffaele.
Stava per rispondere il solito «No grazie», ma nella mente di Caterina scattò qualcosa di diverso. «La prossima settimana cambio turno. Se capiterà di nuovo nel mio sportello, accetterò il caffè».
Raffaele ricevette il colpo. Non un assenso ma neanche un rifiuto. Rimase stupito ma si riebbe subito. Raccolse le sue cose e, salutando Caterina con un sorriso, uscì.
Caterina, da parte sua, continuò a lavorare tutta la mattinata, fino alla fine del turno come se fosse in trans. Le era capitato di avere profferte e tentatici di approccio di vario tipo e che lei aveva sempre cortesemente rifiutato. Ma la possibilità che dava a questo sconosciuto assumeva uno strano sapore. Sconosciuto fino ad un certo punto: per motivi di servizio conosceva indirizzo, data di nascita (era maggiore di lei di dieci anni), professione (aveva una laurea in lettere: il suo sogno). Anzi, mentalmente riuscì ad individuare la via della sua abitazione, in paese. Naturalmente il segreto d’ufficio le inibiva qualsiasi riferimento esplicito a chicchessia. Perfino a se stessa.
Perché non aveva rifiutato come tutte le altre volte? Perché coinvolgere uno sconosciuto in una situazione assurda legata assolutamente al caso? Quasi una superstizione da parte sua. Una riserva assurda, per certi versi offensiva nei riguardi del «signor Raffaele» come lo chiamava lei.
Raffaele era rimasto stranamente frastornato. Caterina ‐ aveva letto il suo nome sul cartellino che portava al petto ‐ aveva frapposto fra loro due un misterioso limite: il caso.
Come una scommessa col destino, Raffaele non diede peso più di tanto alla faccenda. Continuò a passare le sue vacanze al mare con gli amici, la sera in qualche ritrovo o in pizzeria. Caterina, da parte sua, passeggiava con le amiche o si dava a preparare le sue ferie visto che quella sarebbe stata l’ultima settimana di lavoro, secondo il turno prestabilito dal suo direttore.
Raffaele non sarebbe più tornato presso l’ufficio postale se la telefonata di suo padre (che stava passando qualche giorno al mare col resto della famiglia) non lo avesse obbligato: aveva dimenticato di pagare due bollette che scadevano proprio quel giorno.
Dire che Raffaele non avesse più pensato a quello strano appuntamento della bella postale non era vero. Ma non poteva credere che stava ritornando in quell’ufficio guidato da un destino che veramente si stava divertendo un mondo (e lo immaginava proprio a sghignazzare!) dietro le sue spalle. Caterina, quando vide entrare Raffaele, anzi il «signor Raffaele», dalla porta scorrevole dell’ingresso, non poté trattenersi dal sorridere.
Raffaele appoggiò la carta sul distributore, in maniera che il microchip potesse elaborare. Uscì il biglietto Priority «numero sette», sempre col simbolo del cuore, e Raffaele iniziava a crederci! Si fermò in attesa del suo turno. Perché gli batteva forte il cuore? La gente attorno era, quel giorno, particolarmente numerosa. Caterina era allo sportello sei. Non più al primo (perché le batteva forte il cuore?). Il display continuava imperterrito a indicare gli abbinamenti tra numeri stampati sui bigliettini e gli sportelli. Richiamo sonoro e numero lampeggiante. Richiamo sonoro e numero lampeggiante. Arrivò il turno di Raffaele. Sorpreso ancora una volta lesse, sul tabellone elettronico, ciò che sembrava impossibile e che, invece, stava lampeggiando: «numero sette, sportello sei».