Quello che non puoi ricordare

Ricordi?
Quand’eravamo ragazzi, a volte, prendevamo la bici, la domenica pomeriggio, e andavamo a infilarci su per ripide stradine di montagna in cerca del posto perfetto da cui guardare il panorama della valle senza trovarlo mai. Ci fermavamo ad un certo punto della nostra “biciclettata” vinti dal caldo e dalla fatica e tu dicevi “Facciamo una pausa”. Tiravi fuori dalle tasche un pezzo di fumo e con l’accendino davi inizio alla scrematura, poi, con mani sapienti, ribaltavi il tutto in una Smoking Gold farcita con la mista e il filtro che, nel frattempo, io preparavo. Tu mi mostravi ammirato un panorama che non c’era ma che a noi, ugualmente, sembrava bellissimo, vuoi per la stanchezza, vuoi per l’immaginazione che andava a rimpiazzare l’effettiva mancanza di un belvedere, vuoi per l’hascisc che, volenti o nolenti, non tardava a fare il suo effetto e a rapire, a piccole dosi, le nostre menti.
Ricordi, vero? Sono certo di si.
Ci sono state milioni di volte in cui il tuo sguardo si soffermava fisso su qualcosa e io ero convinto di leggervi i tuoi pensieri, chiari come in un foglio di carta scritto in stampatello a caratteri grandi.
Quelle volte che tu, d’estate, arrivavi sotto casa mia e sghignandoti, mi mostravi l’alone di sudore di sudore sotto l’ascella, testimone di una giornata di fatica, fiero come il guerriero che porta al villaggio gli scalpi dei nemici. Quelle volte eri il migliore.
Io ricordo anche di quando ti alzavi e prendevi a cantare dimenandoti nel mezzo dei nostri amici senza metterci molto a contagiarli con la tua dilagante allegria. Trascinavi le persone attorno a te nella spirale psichedelica e affascinante dei tuoi pensieri senza nemmeno immaginare il fascino che esercitavi.
Sono sicuro che anche tu te le ricordi queste cose.
Ricordo così tanto di te, di noi, che potrei riempire un libro con le tue storie.

Quand’ero più giovane ogni tanto prendevo la bici e venivo a trovarti, sfidando il sole cocente d’agosto o le intemperie invernali, macinando i tre o quattro chilometri che ci separavano.
Avevo sempre molta voglia di stare assieme e raccontarti qualcosa anche se non potevi rispondere.
Lasciavo la bicicletta fuori dal cancello e mi avviavo verso il tuo posto, mi sedevo lì accanto e tra una sigaretta e l’altra, una birra e l’altra e talvolta anche tra una canna e l’altra, stavo a farti compagnia per qualche ora. Quasi sempre facevo scivolare qualche foglio di carta con scritti alcuni pensieri nel vaso accanto ai fiori e mi sentivo un po’ meglio allontanandomi per  tornare a casa.
Presa la bici e iniziata la pedalata una canzone mi martellava la testa e rimbalzava da una parte all’altra del cervello, inghiottendomi. Sempre. Ogni volta che me ne andavo da te.
So, so you think you can tell Heaven from Hell, blue skies from pain. Can you tell a green field from a cold steel rail? A smile from a veil?
Do you think you can tell? And did they get you trade your heroes for ghosts?
Hot ashes for trees? Hot air for a cool breeze?
Cold comfort for change? And did you exchange
a walk on part in the war for a lead role in a cage? How I wish, how I wish you were here. We're just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
running over the same old ground. What have we found? The same old fears,
wish you were here.
Questi versi mi martellavano il cervello e mi rendevano faticosa la pedalata. Le lacrime mi toglievano la vista e la lucidità e il respiro si faceva affannoso.
E’ che tu questo non te lo puoi ricordare. Non lo puoi ricordare perché te ne eri già andato. Questo non lo sai. Tu non la conoscevi nemmeno la strada che facevo per venirti a trovare. Non la conoscevi nemmeno la strada per il camposanto.