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Autore

Stefano Di Lorito

in archivio dal 23 giu 2008

31 dicembre 1963, Genova

03 ottobre 2009

Cocktail

Intro: Scanzonato e simpatico racconto, proposto dal nostro autore, in cui il protagonista, una sorta di personaggio multi- etnico, raffigura con estrema lucidità quel malessere, quella non identificazione di una società alla ricerca di una definita collocazione.

Il racconto

Cocktail non è un aperitivo o un long drink. È un uomo sui 30 anni. Il suo soprannome gli deriva dal fatto di essere il fantastico e inusuale prodotto di una miscela genetica a dir poco variegata.
Il padre è siciliano, la madre finlandese. I nonni paterni sono uno irlandese e l’altra marocchina. I nonni materni, uno giapponese e l’altra eritrea. Come si siano stabiliti in Italia è un mistero tuttora irrisolto.
La realizzazione di un tale, improbabile, miscuglio di razze è cosa degna di nota, il prodotto delle vite straordinarie dei sei ascendenti maggiori. Per tralasciare il retaggio genetico delle generazioni precedenti. C’è di tutto: montanari altoatesini, pescatori maltesi, coltivatori boliviani, segretarie inglesi, acrobati francesi, perfino un imam sudanese e un rabbino israeliano.
Sembra che i componenti della famiglia *** abbiano l’irrefrenabile istinto a cercare e trovare un compagno o una compagna, il più possibile differente da loro.
Cocktail ha una fisionomia che lo rende definibile come un arcimboldo di tratti etnici, un compendio di caratteri fisiognomici, un collage di forme esotiche.
È di altezza media e fisico asciutto e muscoloso. Ha i capelli rossi, liscissimi. La pelle colore ramato, tendente al caffelatte, come dire, cangiante. Gli occhi a mandorla azzurri non si erano mai visti sulla faccia della terra e di nessun altro essere umano. Il naso importante, ma ben formato, gli dà un’aria autoritaria e volitiva. La bocca è carnosa e rosea, ma piccola. I denti sono forti e bianchissimi. La mandibola è pronunciata, il mento arrotondato ma vigoroso.
Essendo cresciuto in giro per il mondo, il padre è diplomatico per una cosca mafiosa della Sicilia occidentale, Cocktail ha vissuto un po’ dappertutto, acquisendo nozioni disparate e varie quanto il suo aspetto fisico.
La vita di questo anomalo individuo, sintesi di una bella fetta del genere umano, è stata altrettanto indefinibile.
Il giovane ben presto si rese conto dell’attività del padre, non che fosse un killer o un estortore, diciamo più un riciclatore. Tuttavia il suo elevato senso morale gli suggerì di allontanarsi dal genitore e accompagnare la madre, artista internazionale, nei suoi pellegrinaggi ispirati.
Per dimostrare al maschilista e reazionario padre-padrino di non essere una checca, viste le sue inclinazioni artistiche, mise incinta una ragazza californiana, di origine occitano-madagascarese, in sventurata vacanza a Palermo, a soli 18 anni, ricavandone una coppia di gemelli assortiti e salvando l’onore agli occhi del virile papà.
Il nostro Oriente rosso, o Negroni sbagliato che dir si voglia, del genere umano, ha sempre avuto un’intelligenza spiccata e una favella molto sciolta e creativa. Purtroppo uno dei suoi ascendenti doveva essere uno scioperato di prima grandezza, un fannullone di magnitudo superiore. Pur avendo doti eccezionali ed essendo uno spirito fremente, una mente in continua fibrillazione, Cocktail non si è mai sognato di adattarsi a un lavoro fisso, a una carriera coerente e razionale.
A 14 anni fu iscritto a forza, dal padre, all’istituto nautico di Palermo, la scelta più virile disponibile, escludendo la carriera di baby-killer, troppo prosaica per il raffinato rappresentante finanziario.
Dopo essere stato bocciato in prima, seconda e terza classe, al quinto anno di infruttuosa iscrizione, non si può parlare di frequentazione, visto che il giovane arlecchino genetico marinava per mesi di fila, avendo trovato un’interpretazione tutta personale del concetto di arte marinaresca, il padre si convinse a lasciar perdere. Domandò al figlio diciannovenne cosa “minchia” volesse fare nella vita.
Il polimorfo discendente lo guardò con aria trasognata e ironica, e gli rispose maliziosamente che si sentiva molto portato per l’uncinetto e il punto croce, ma sapendo di non avere chances in quel settore di squali, avrebbe optato per le arti visive.
Il genitore lo guardò per alcuni minuti, col viso impietrito, poi afferrò il telefono, chiamò la sua ormai lontana consorte e glielo spedì in tutta fretta a casa.
La mamma viveva, a quel tempo, in una piccola cittadina olandese, insieme a un politico locale del partito verde; accolse il figlio con la distaccata grazia che solo gli artisti sanno avere. In realtà non le importava un fico secco di riunirsi alla prole, era immersa nella sua arte e nella sua love story.
Questa nuova situazione diede a Cocktail la possibilità di esprimersi liberamente, i soldi non mancavano, anche perché il padre gli inviava comunque sostanziosi assegni, era pur sempre il solo frutto dei suoi lombi.
All’accademia d’arte, alla quale ebbe accesso grazie allo sponsor politico del “patrigno”, il ragazzo multicolor trovò la dimensione adatta al suo spirito irrequieto e creativo, per qualche mese. Dopodiché, stanco di anatomia, ornato e storia dell’arte, abbandonò gli studi e si dedicò alla vita attiva.
Trasferitosi ad Amsterdam, prese in affitto una boat-house e ne fece la sua casa-studio. Il primo anno lo passò girovagando per fiumi e canali, accumulando sensazioni visive da trasferire sulla tela.
Purtroppo si rese conto che la pittura abbisogna di un’applicazione e di una disciplina ferrea, elementi totalmente estranei al suo carattere mutevole.
Ripiegò quindi sulla fotografia, illudendosi che la semplicità meccanica del gesto implicasse un’altrettanto facile raggiungimento di risultati.
Dopo migliaia di scatti dell’otturatore e un sostanzioso numero di scatti di nervi, per gli scarsi risultati, Cocktail, a 22 anni, si trovò finalmente di fronte alla verità nuda e ben poco sexy : non aveva talento e ancor meno voglia di lavorare.
Nella disperazione che scaturì dalla consapevolezza, il giovane pesce variopinto si sentì affogare nel suo stesso mare. Il mondo gli pareva una ghiotta barriera corallina, nella quale però non trovava collocazione.
Partì quindi alla ricerca di sé stesso.
Fu notato, durante un soggiorno in California, mentre era in visita ai suoi due gemelli, da un produttore di Hollywood che, stupito dal suo aspetto, gli domandò a bruciapelo chi fosse il suo make-up artist.
Alla risposta di Cocktail, di non adoperare nemmeno un leggero fondo tinta, il talent scout lo scritturò immediatamente per interpretare sé stesso in un colossal di fantapolitica.
Il circo delle produzioni cinematografiche si rivelò al ragazzo come l’apparizione nel deserto della mitica Shangri-La. Sembrava nato per fare l’attore, in effetti si rese conto di aver recitato tutta la vita. Mancando totalmente di referenti solidi e attendibili nella sua esistenza, e ispirato forse anche dal suo inclassificabile aspetto, egli era l’attore “par excellence”, l’uomo dalla personalità multipla e spumeggiante, ma privo di una identità definita.
Cocktail ha quasi trent’anni ormai, è una star internazionale. Il suo aspetto incarna alla perfezione lo spirito dei tempi moderni. Un cortocircuito di culture, patrimoni genetici, influenze internazionali.
Non ha ancora capito cosa vorrà fare da grande, se mai lo diventerà, ma la sua figura ispira le nuove generazioni di questo piccolo e convulso mondo. Sta diventando di moda sposarsi con la persona più diversa da sé, i chirurghi plastici e le industrie di cosmesi si stanno sbizzarrendo in trattamenti e prodotti “esotizzanti”.
C’è già chi pensa al possibile incrocio, un giorno, con esseri di altri mondi.

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