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Autore

Stefano Di Lorito

in archivio dal 23 giu 2008

31 dicembre 1963, Genova

30 gennaio 2012 alle ore 21:19

Il gigante e la belina (1^ parte)

Il racconto

Belina : termine dialettale ligure, per indicare una persona scorretta, stupida e spesso violenta.

Se vi capita di passare per via del Gigolò, nel quartiere di Nostra Signora Birbantella, nella popolosa città di Plebe al Mare, prestate attenzione, potreste incappare in una pericolosa coppia di squinternati delinquenti.
Li riconoscerete subito, uno è alto due metri e sedici, assomiglia vagamente a Danny De Vito (ironia del codice genetico), cammina a lunghissime e lente falcate, un po’ tipo Frankenstein, solo che invece delle scarpone chiodate, porta infradito a fiori, anche d’inverno.
L’altro è un piccoletto, nervoso e dal viso scavato, vestito come John Travolta ne “La febbre del Sabato sera”, capello impomatato, che nemmeno in Albania usa più. State sicuri che dalle tasche del suo vestitello bianco immacolato ne uscirà qualcosa di brutto, coltello a scatto, tirapugni, forse una pistola. Droga a mezz’etti e reganissi a mazzetti. Sì perchè codesto bell’individuo, sfoga la sua rabbiosa isteria masticando a oltranza radice di liquerizia, tanto che i suoi denti sono scuri come quelli dei mangiatori di Betel asiatici e la sua pressione arteriosa si aggira su valori prossimi al Big Bang.

I due personaggi che vi sto descrivendo, rispondono ai nomi di Alfredone e Pasqualetto “cercaguai”. Ma la diceria popolare li ha ormai battezzati, per i secoli a venire, come “Il gigante e la belina”.

Pasqualetto si è distinto fin dai primissimi anni come una vera feccia, tanto da far inorridire perfino la sua mamma, il che è tutto dire.
All’età di due anni ha abbattuto l’albero di Natale, a colpi di patate, gridando : “Wuahuuuu...Arghhh...Arghhh...Sprrr...”
Nel corto circuito conseguente al misfatto, la casa è andata a fuoco, il padre c’è rimasto carbonizzato. La madre, il piccolo Pasquale e i suoi tre fratelli e sorelle, si sono salvati grazie al crollo provvidenziale della parete del soggiorno, finendo direttamente in casa del ragionier Parodi.

Non si erano ancora ripresi dalle ustioni e dal trasloco conseguenti, che il nostro eroe ne combinava già un’altra delle sue.
Era una notte di Febbraio, nell’appartamento caritatevolmente assegnato dal Comune di Plebe al Mare, sito al quarto piano di una palazzina popolare, la famiglia del disgraziato dormiva il sonno dei giusti e degli afflitti di ogni tempo, cioè si dibattevano, chi più chi meno, in incubi di vario genere.
Il freddo attanagliava la città, i marciapiedi erano lastre di ghiaccio, la neve si accumulava per le strade, un vento isterico e pazzo soffiava via la tenerezza delle feste ormai passate.
Pasqualetto non riusciva a dormire. Non che avesse gli incubi dei giusti e degli afflitti., tutt’altro. La sua mente diabolica, ancor prima di saper elaborare parole di senso compiuto, agitava al suo interno proto-bestemmie, pre-insulti da capogiro, blasfemie non verbali assortite per ogni religione immaginabile, mono o politeista. Il tutto si traduceva, nella pratica, in un continuo ululare, simile alla iena africana in calore, cosa che faceva disperare famigliari e vicini, ma anche i meno vicini, tanto che le sibilanti folate del suddetto vento, erano accolte come un lieto, seppure effimero, stacco all’aberrante solfeggio.

Fattostà che il pargoletto (ricordiamo che aveva egli poco più di due anni e non camminava ancora, strisciava piuttosto come un serpentello velenoso per casa) decise che la tormenta esterna e il domestico supplizio, non fossero ancora abbastanza. Buttatosi giù dal lettino si avviò con la velocità del topo verso la cucina.
La sua mente acerba e ancora poco pratica della vita, cercava di capire in quale modo poter arrivare fino alla scatola dei biscotti, che il piccolo manigoldo sapeva essere nascosta nei pensili sopra la cucina a gas.
Come una cavia di laboratorio, spinta da opportuni stimoli gira e rigira per la gabbia, finchè non trova il passaggio giusto, Pasqualetto tentò più volte la scalata della cucina, finchè il portello del forno, miracolosamente, calò come un ponte levatoio ed egli potè issarsi, afferrando le manopole del gas, fin sul ripiano dei fornelli.
Il resto è storia nota. Stava su tutti i giornali locali e nazionali. L’esplosione, dovuta alla fuga di gas, disintegrò l’intero condominio. Si salvò soltanto il demoniaco infante, protetto dalla cappa della cucina che, abbattendosi su di lui lo isolò dal rogo. L’esplosione lo sparò nell’orbita del condominio di fronte come un piccolo Gagarin.

Tutta la comunità di Plebe al Mare, si strinse al piccolo sfortunatissimo pupo, ormai orfano totale. Le donazioni e le richieste di affidamento fioccarono come coriandoli, nel Carnevale ormai inoltrato. La celebrità inconsapevole di Pasqualetto, lo rese oggetto di attenzione generale, di preghiere, e perfino di una canzone di successo.

Ben presto il piccolo anatema strisciante trovò una nuova famiglia, e di tutto rispetto, trattandosi della facoltosa dinastia di notai Bellamore.
Nelle braccia della nuova famiglia Pasqualino trovò tutto l’affetto e la comprensione di cui il suo ego malato aveva bisogno, per crescere e migliorare le proprie capacità.
A Tre anni e mezzo si proiettò come una furia sul fratellastro Gianni, di sei anni, invidioso del suo grembiule di scolaretto, precipitandolo giù dallo scalone marmoreo di casa Bellamore. Le numerose fratture costrinsero il bambino a rimandare di un anno l’ingresso nel mondo scolastico.
A quattro anni e due mesi, la sorellastra Iolanda di otto anni si preparava per la comunione. Vuoi per la sua innata inclinazione al Male, vuoi per l’ingenua e inavveduta richiesta di lei a fargli da paggetto nella sfilata casalinga, con tanto di candela accesa, diede fuoco al vestitino santo e alla bambina in esso contenuta, provocandole ustioni di dodicesimo grado. Non vi fu Comunione e per l’infelice bambina si aprirono le porte dell’ospedale psichiatrico dell’infanzia.

Ma il vero trionfo del malefico pargolo si realizzò con il raggiungimento dell’età scolare.

In prima elementare provocò l’allagamento della scuola, che venne attribuito al suo eccessivo entusiasmo per la coltivazione di piantine di fagiolo, strumento didattico fondamentale nella formazione dell’infanzia.
In seconda mandò all’ospedale tutta la classe, grazie alla somministrazione incontrollata di psicofarmaci rubati in casa e spacciati come caramelle.
In terza eliminò decisamente la maestra, con un cinismo degno dei servizi segreti deviati. Bloccò il pedale del freno con un banalissimo orsacchiotto di peluche, la giovane istitutrice finì direttamente nella scarpata sulla via di casa.
In quarta si sentì pronto ad alzare il livello del suo attacco alle autorità scolastiche. Il direttore della scuola fu visto precipitare dal terrazzo, durante la festa di fine anno. Si vociferò che avesse il vizio del bere, ma nessuno notò che le stringhe delle sue scarpe erano legate insieme, soltanto che il parapetto era troppo basso per le persone adulte. Prodigi del Montessori.
In quinta, avvicinandosi l’esame di fine anno, compì il suo capolavoro. La scuola doveva cessare di esistere, fisicamente, e gli incendi erano una sua antica passione.
Non ci furono vittime soltanto perchè il tutto avvenne di notte. Furono però tutti promossi a causa di forza maggiore.

Vi domanderete : ma com’è possibile che uno scellerato come Pasqualetto la facesse sempre franca? Presto detto, nel mondo civile nessuno crede che un bambino, per giunta mingherlino e con gli occhioni blu, possa incarnare il male.

Mentre l’eroico diavoletto compiva tali e tante gesta, all’altro capo di Plebe al Mare, cresceva indisturbato e felice un altro bambino, Alfredo.
Era costui l’esatto opposto di Pasqualetto. Già a tre anni era alto un metro e dieci, e aiutava la mamma a lavare i piatti. Il suo candore e la sua generosità, unite a una non ignorabile lentezza di cervello, lo avevano reso subito la vittima preferita degli scherzi dei coetanei. Egli dal canto suo, non si arrabbiava mai, ma si univa alle risate dei dispettosi con una spontaneità disarmante. Essendo così prestante fisicamente, e crescendo tale dismisura fisica si fece sempre più evidente, i suoi coetanei e non solo, finirono col rispettarlo, nonostante la sua evidente pochezza intellettiva.
Alfredone, come era ormai soprannominato, non smentì mai la sua bontà di cuore, la sua mansuetudine, la sua generosità. Mentre Pasqualetto compiva le sue malefiche gesta, egli si distingueva immancabilmente nell’aiutare il prossimo, nel servire come chierichetto, nel badare come un alano fedele ai fratellini e alle sorelline.

Risalta con evidenza che le azioni dei due siano diametralmente opposte, e che quelle di Pasqualetto risultino ben più avvincenti e interessanti. Per una strana aberrazione umana infatti, fa molta più impressione e genera ben più interesse ed emozione, un bambino che brucia una scuola, piuttosto di un altro che serva messa tutte le domeniche per dieci anni, senza versare mai una goccia delle sacre ampolle. Non che questo fosse il caso di Alfredone che, come vedremo, era tutt’altro che abile nel lavoro e nel gioco.

Anch’egli, nella sua non lunga vita, ne aveva già combinate di grosse, ma non per malvagità, soltanto per una serie di sfortunatissime coincidenze e per il suo splendente candore.
Essendo così sviluppato fisicamente, all’età di sette anni venne spedito dal padre, alcolizzato e fallito, a lavorare come manovale presso un cugino attivo nel campo dell’edilizia.
I compiti di Alfredone si limitarono al trasporto di mostruose quantità di detriti, giù per le scale della casa in ristrutturazione. Non avendo ricevuto, come istruzioni, nient’altro che un “butta via sta robaccia”, il povero bambino sovradimensionato di corpo, ma decisamente sottosviluppato cerebralmente, pensò bene di gettare tutta quella massa di quintali e quintali di macerie, nella cantina della casa. Giorno dopo giorno il peso dei laterizi di scarto si accumulò, provocando una sempre maggiore pressione sulle fondamenta del fabbricato. Alla fine dei lavori, un mese dopo, la cantina era colma quasi fino al soffitto, la pressione raggiunse parecchie tonnellate e, pochi giorni dopo che i proprietari vi erano rientrati, tutta la struttura cedette di schianto, seppellendo un’intera, numerosa e stimata famiglia.
Il disastro e la conseguente indagine di polizia, svelarono facilmente che la ditta non era in regola, non possedeva alcuna assicurazione, e che per giunta aveva impiegato nei lavori un dolce bimbone di sette anni. Il cugino e il padre finirono dritti in gattabuia, Alfredone fu perdonato per la sua tenera età e ancor più tenera dabbenaggine.

A scuola il monumentale bambino non rendeva granchè. A nove anni sapeva a malapena recitare l’alfabeto, era chiaro che non era fatto per lo studio o qualsivoglia attività mentale. I maestri lo promuovevano soltanto per carità cristiana e per bieco opportunismo, volevano liberarsi in fretta di quell’ingombrante bambinone che, ad ogni piè sospinto, provocava danni e lesioni a cose e persone. Fu esentato da educazione fisica già all’inizio della seconda elementare, considerato che atterrava immancabilmente compagnucci e insegnanti con la medesima facilità, incoscienza e disinvolto entusiasmo. Peccato per Alfredone, perchè amava visceralmente lo sport.
Infatti il padre, dopo aver scontato due anni di galera, per la sfortunata vicenda della casa crollata, pensò bene di utilizzarlo come lottatore in incontri clandestini, gestiti da un suo zio malavitoso.
Al primo scontro Alfredone, appena novenne, abbattè in pochi secondi un giovane extracomunitario, guadagnandosi l’ammirazione della mafia locale.
Per alcuni mesi, la carriera di Alfredone nella lotta fece progressi al fulmicotone, era popolare come il gladiatore Ispanico nel famoso film. Il padre racimolava bei soldi, grazie alla erculea possanza del frutto dei suoi lombi. Per lui era una vera rivincita nei confronti della vita.
Era comunque chiaro a tutti che questo Carnera dell’infanzia, questo Hulk di quartiere, non era nè gestibile nè controllabile. Ogni scontro era un vero macello, al suono del gong Alfredone correva sorridendo verso l’avversario gridando “giochi con me!”, e a forza di pattoni, strette, morsi, e grida gioiose, lo lasciava immancabilmente a terra in un lago di sangue. Non si rendeva affatto conto di fare del male, glielo avevano presentato come un gioco e, nella sua fiduciosa ingenuità di bambinone idiota, tale era e rimaneva.

Finchè un bel giorno, il boss intimò al padre del piccolo ercolino di perdere un incontro truccato, come in qualunque copione noir che si rispetti. Il problema era convincere, far capire ad Alfredone che la faccenda era seria e pericolosa. Il padre lo istruì per due giorni, cercando di spiegargli che un gioco dove vince sempre la stessa persona diventa noioso, ogni tanto bisogna anche perdere, per far piacere al pubblico e all’avversario. Il figlio lo guardava, dall’alto in basso, agitando la testa e sorridendo, incredibilmente aveva capito.
La sera dell’incontro, appena il gong risuonò, Alfredone si precipitò come al solito verso l’avversario, solo che invece di mettere in moto la sua micidiale macchina da guerra, si buttò a peso morto per terra, ridendo, ed ivi rimase per tutto il conteggio dell’arbitro.
La folla inferocita di leggère (altro termine dialettale ligure per indicare  guappi, sfaccendati e teste di cazzo in generale) insorse e demolì completamente il locale, il boss fu costretto a restituire i soldi delle scommesse, una tale vergogna era troppo perfino per la mafia.
Il padre di Alfredone scomparve entro poche ore, non si sa se nella soletta di cemento di qualche costruzione, oppure in precipitosa fuga all’altro capo del mondo. La diceria di quartiere opta decisamente per la prima ipotesi.

Fu così che Alfredone, al quale non fu torto un capello, perchè la mafia non tocca i bambini, si ritrovò senza padre e senza più il divertimento della lotta clandestina.

Come i due si incontrarono e strinsero un’amicizia di ferro è cosa degna di essere raccontata nel dettaglio.

Era un tiepido pomeriggio di primavera. Nell’aria già svolazzavano le prime rondini, il cielo si stendeva sulla città come uno splendente zaffiro. Uomini, mezzi uomini e bestie godevano della brezza del sud che dissipava gli ultimi brividi dell’Inverno.
Alfredone aveva a quel tempo 12 anni, non avendo nemmeno finito le scuole medie, lavorava come fattorino per il negozio di vernici di un parente. Pasqualetto compiva in quei giorni 14 anni, ormai fumava regolarmente, beveva, giocava a poker e a biliardo, scommetteva su tutto quello che c’era da scommettere, e ovviamente correva dietro alle donne, di qualunque età, sesso, condizione sociale e mentale.

Al negozio di vernici lavorava anche una giovane commessa, di nome Lucia, capitata forse da qualche regno fatato, era infatti bionda, con gli occhi blu intenso, bella come un angelo. Che ci facesse in una rivendita di vernici era uno dei tanti misteri dell’universo.
Alfredone era divenuto praticamente il suo cavalier servente, abbagliato dalla purezza e dalla beltà di questa creatura ultraterrena. Ella era forse la prima persona al mondo che gli parlava senza deriderlo, che non gli faceva brutti scherzi, e che gli dimostrava un sincero affetto.
Pasqualetto capitò per caso al negozio, voleva acquistare una vernice indelebile, possibilmente molto tossica, per imbrattare la macchina di un suo rivale.
Appena mise piede nel negozio, rimase fulminato dalla bellezza di quell’angelo divino, per la prima volta in vita sua restò senza parole (fortunatamente), imbambolato davanti a Lucia. La scena era assai singolare, Alfredone stava dritto e immobile a fianco del banco, in attesa di ordini, come un robot disattivato, gli occhi persi in fantasie non comprensibili neppure a lui stesso.
All’ingresso se ne stava altrettanto immobile, quel rospetto impomatato di Pasqualino. Lucia sorrise al nuovo cliente e lo invitò a domandare in che cosa potesse servirlo.
Il giovane debosciato, in un moto di orgoglio tamarro, si riebbe il tempo sufficiente per accostarsi al banco, balbettare la parola vernice e ricadere in uno stato di totale estasi mistica, gli occhi fissi alle deliziose tettine che si indovinavano sotto la cappetta blu della ragazza.

Per quel giorno la faccenda non ebbe sviluppi, intimidito come un fanciullo perbene, Pasqualetto acquistò la vernice e se ne andò a compiere il suo misfatto. Aveva notato la presenza del monolitico ragazzone nel negozio e si chiedeva che ruolo vi svolgesse e in che rapporti fosse con Lucia. Ormai infatuato oltre il limite dell’umana sopportazione, provava già una divorante gelosia nei confronti di chiunque avesse a che fare con l’angelica commessa, a maggior ragione per Alfredone che era già alto intorno al metro e 90 e sembrava una sorta di titano in un mondo di seppie.

Il giorno dopo tornò nel quartiere, a lui estraneo, dove per fortuna nessuno lo conosceva, e si aggirò per tutto il giorno, non facendo un tubo dalla mattina alla sera, nei dintorni del negozio, sbirciando Lucia e tenendo d’occhio gli spostamenti del presunto rivale.
Meditava già di eliminare Alfredone in qualche modo cruento e fragoroso, ma ben presto si accorse che il ragazzone era completamente idiota. Lo seguì nel suo giro di consegne, vedendolo muoversi a lunghe e lente falcate per il quartiere, sulle spalle inverosimili grappoli di latte di vernice e prodotti chimici pericolosi, simile a un mammuttone sardo multicolore.
Nei giorni seguenti, continuando la sua indagine amorosa, scoprì che Lucia abitava poco lontano dal negozio e che Alfredone la accompagnava fino a casa ogni sera, essendo di strada. Era chiaro che tra i due non c’era nessuna storia, però erano visibilmente legati da una stramba e profonda amicizia. Alfredone insisteva per portare anche il minimo pacchettino che Lucia avesse con sè, allontanava chiunque si avvicinasse troppo alla bionda ninfetta, colpiva con potenti pugni i cofani delle auto che intralciavano il loro cammino.

Il giovane delinquente meditò a lungo su come poter avvicinare il suo amore novello. Gli parve logico e astuto cercare di fare amicizia innanzitutto con la possente guardia del corpo.
Una mattina si presentò di buon ora al negozio, ordinando una partita di vernici da far consegnare a casa sua, i soldi li aveva racimolati nella notte, truffando a carte un paio di gonzi coetanei.
Ritrovarsi faccia a faccia, rivolgere la parola a Lucia, lo riempì di esaltazione. Ella aveva una voce flautata, la sua boccuccia rosa e virginea gli faceva girare la testa e gonfiare i pantaloni senza pudore alcuno. Riuscì comunque a trattenere i suoi bassi istinti, abituato com’era da sempre alla finzione e all’inganno.

Dobbiamo chiarire a questo punto che, tecnicamente, quello che Pasqualetto provava era certamente amore vero e potente, ma come tutte le cose del mondo, dipende sempre dalle qualità del soggetto. In questo caso parlare di virtù sarebbe come minimo inappropriato. Il sentimento che, in una persona buona, avrebbe generato una tempesta di tenerezza e positività, nel nostro discutibile protagonista ispirava più che altro concupiscenza, invidia, odio per tutto il resto del creato, soprattutto verso gli altri maschi del pianeta, tutti possibili rivali.

Il piano procedette come previsto. Alfredone fu incaricato di portare le vernici a casa del diabolico Romeo, il quale con la scusa di dare una mano, afferrò un barattolino anch’egli, lasciando al Sansone nostrano, le altre 40 latte di colore, e insieme si avviarono verso il quartiere di Pasqualetto, distante giusto quei 6 o 7 chilometri.

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