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Autore

Stefano Di Lorito

in archivio dal 23 giu 2008

31 dicembre 1963, Genova

06 luglio 2011 alle ore 14:44

La tata tatuata

Il racconto

A quei tempi ero ancora un bambino. Era l’inizio del secondo decennio del XXI secolo.
Vivevamo in un grande appartamento a Milano, nel quartiere di città Studi, vicino a Corso Indipendenza.
Io, la mamma, papà, mio fratello Giorgio, mia sorella Annalisa. E la Tata, Miriana.
Di quegli anni così strani per il mondo, appena prima della grande crisi, ricordo poco. Ero più attento a guardare i cartoni animati in TV, che non a seguire e capire i sommovimenti economici e sociali che percorrevano il globo.
I crack finanziari si susseguivano ormai con regolarità, interi imperi economici crollavano col fragore mediatico di moderne torri di Babele.
Ogni anno milioni di persone si ritrovavano sul lastrico. La criminalità si moltiplicava a ritmo sempre più accelerato.
La politica affondava sè stessa nella propria folle e criminosa inutilità.

Il mondo sembrava essere ad un passo dalla catastrofe. Se non scoppiavano guerre era soltanto perchè nessuno aveva il coraggio, o l’interesse, di finanziarle. Nonostante l’inasprirsi degli odi razziali, politici e religiosi, ogni gruppo era ormai talmente invischiato in torbidi rapporti di convenienza e connivenza con tutti gli altri, che le parole e le minacce suonavano soltanto come l’innocuo abbaiare dei cani da cortile, o le grida dei venditori al mercato.

In TV lo show pubblicitario continuava la sua pervicace e delirante danza di falsificazione della realtà.
Dietro ai grandi manifesti pubblicitari le facciate dei palazzi invecchiavano e decadevano.
Sulle strade milioni di macchine smentivano ogni giorno la sbandierata crisi economica globale. Adulti e ragazzi sfoggiavano abiti tanto brutti quanto costosi, cellulari fantascientifici, tagli di capelli omologati.

Ricordo il mio primo cellulare, era un Nokia X3, rosso corsa, me lo regalarono papà e mamma per il mio decimo compleanno. Ormai tutti i miei amichetti e compagni di scuola ne avevano almeno uno. Il saggio pragmatismo dei miei genitori li aveva convinti che il loro bimbo non poteva continuare ad essere un’anomalia nella società.

Passai giorni di eccitato orgoglio con il mio primo cellulare. Lo sfoggiavo a scuola e ai giardini, sull’autobus e in palestra. Era l’ultimo modello, costoso e sofisticato.
Finchè mi fu rubato una settimana dopo, dal mio armadietto della piscina. La mia ostentata soddisfazione aveva provocato l’invidia di qualche coetaneo.

Il dolore per la perdita fu intepretato dai miei genitori come un segnale di eccessivo materialismo da parte mia. Il sostituto del mio primo cellulare fu quindi un sobrio ed essenziale Motorola V2.
Soltanto Miriana, la tata, aveva cercato di consolarmi, partecipando al mio immenso dolore di ometto privato del suo status symbol.

Miriana aveva circa 20 anni a quel tempo, vestiva molto casual, portava i capelli neri e rosa. Era un post dark-punk-emo, qualunque cosa significasse per lei e le sue ancor più strane amiche ed amici.
Con il mio telefonino rosso ci eravamo divertiti a scattarci un tot di foto. Lei stava con noi da più di 2 anni ormai, ed era parte della famiglia.
Le fotografai tutti i suoi tatuaggi. Una rosa sanguinante sulla spalla. Un mostruoso drago sul braccio destro. Croci fantasiose sugli avambracci. Tribal assortiti ai polsi, le caviglie e il fondo schiena. Mi disse di avere anche una farfallina, ma in un punto che non poteva farmi vedere. Nonostante le mie insistenze la misteriosa lepidottera rimase sconosciuta, come una creatura leggendaria.

Quando le dissi del furto del cellulare lei commentò – “Beh, vuol dire che i miei tatuaggi finiranno dritti dritti nella rete”.

I rivolgimenti globali degli anni che seguirono cambiarono il mondo e segnarono la fine della fanciullezza e l’inizio dell’adolescenza. I beni effimeri continuarono la loro conquista dei mercati, mentre la gente rinunciava sempre più ai servizi, alla salute, alla cultura. La competitività si era trasformata in lotta per la pura e semplice convenienza, le apparenze mascheravano la miseria morale e la pochezza intellettuale. La corsa globale verso un’omologato e disperato egoismo era ormai inarrestabile.

La tata tatuata terminò il suo servizio in casa nostra l’anno seguente, ormai ero abbastanza cresciuto. La salutai con grande tristezza una sera d’inverno. Miriana uscì dalla mia vita avviandosi nella pioggia, avvolta nel suo trench nero e rosa.

Gli anni seguenti corsero via come automobili su un’autostrada, dritti e decisi verso le mete da raggiungere. Finii le scuole medie, il passaggio al liceo scientifico segnò l’avvento dell’adolescenza e dei primi amori. E delle prime sconfitte sentimentali. Mi innamorai follemente di una ragazza del secondo anno, Marisa, bella come si può essere solo a sedici anni, e come soltanto un’ingenuo quindicenne al primo amore può provare. Lei non mi degnò mai di attenzione, come tutte le ragazzine di quell’età era attratta dai maschi più grandi, del terzo, quarto, quinto anno.
Io rimanevo imbambolato per interi quarti d’ora, a guardarla mentre mangiavamo alla mensa scolastica, o durante la ricreazione nel cortile. Feci di tutto per cercare di farmi notare, cambiai radicalmente il mio look, diventando una sorta di giovane teddy boy post-moderno, con una vena dark e qualche sfumatura glamour, o almeno era ciò che credevo a quel tempo. A nulla servirono i miei sforzi, Marisa vedeva in me soltanto un ragazzino più piccolo, goffo e ingenuo.
Per un intero anno soffrii le pene dell’inferno. Il mio cuore spezzato sanguinava copiosamente, come la rosa tatuata sulla spalla di Miriana.

Faticosamente, ma inevitabilmente, la gran cotta per la compagna di scuola si stemperò, con l’aiuto delle prime pomiciate con altre ragazzine. Il primo sesso, con una coetanea, spalancò le porte del piacere davanti ai miei occhi stupefatti.

Dopo il diploma mi iscrissi a ingegneria. Avevo sempre avuto una passione per le macchine, di qualunque tipo e quell’indirizzo di studi sembrava l’ideale. Lo stress degli esami, o forse semplicemente il mio retaggio genetico, incominciarono presto a farmi perdere i capelli. A 21 anni avevo già una vistosa stempiatura. Il giorno della laurea, il cappello nero copriva la mia inarrestabile calvizie.
Nonostante i buoni risultati all’università, negli anni seguenti faticai molto ad inserirmi nel mondo del lavoro. Non c’era nulla delle mie fantasie giovanili, in quegli ambienti burocratici e votati alla pura e semplice produzione in serie. Io sognavo di fare l’inventore, e mi ritrovai invece a svolgere compiti di assemblatore, di ottimizzatore e di product manager. Guadagnavo bene, ma il mio entusiasmo scemava ogni mese di più.
Con la grande crisi che tornava a ondate regolari, le produzioni industriali erano indirizzate quasi esclusivamente alla riduzione dei costi e alla speculazione, semplicemente non c’era spazio per la ricerca e le innovazioni. Il mondo continuava ad essere invaso dalle macchine, ma erano sempre più simili fra loro, e sempre più omologate al ribasso.

Parallelamente la mia vita sembrava aver imboccato la medesima direzione. Vivevo ormai per conto mio, in un discreto appartamento in una zona medio borghese. Avevo la mia automobile, qualche amico, vecchio e fidato, qualche sporadica storia di sesso. Alla soglia dei trent’anni, con la mia calvizie ormai compiuta, l’amore sembrava ignorare le pulsioni nascoste del mio animo. Avevo delle simpatie, ma nessuna donna mi faceva sobbalzare il cuore, così come io non ne infiammavo nessuna di passione. Ancora ricordavo con rimpianto il volto e i fianchi di Marisa. Apprezzavo le molte bellezze che la mia generazione aveva prodotto, ma nessuna mi rapiva la mente come quando ero adolescente.

Una sera, mentre rientravo a casa molto tardi, dall’ufficio, mi fermai con la macchina davanti a uno di quei minimarket aperti 24 ore al giorno, per procurarmi qualche cosa da mangiare. Tornando alla mia vettura, con un sacchetto di golosità assortite, quanto improbabili, vidi che una donna, con un cappotto nero corto, se ne stava placidamente appoggiata alla mia portiera.
Era Autunno, e il vento faceva volteggiare foglie e cartacce, come irreali entità, agitate da un moto interno di melanconia. Con il telecomando sbloccai le portiere della macchina, le quattro frecce lampeggiarono ed un sonoro bip fece sobbalzare la sconosciuta.

Io mi avvicinai, quasi scusandomi per averle fatto fare quel salto. Lei sorrise un po’ di imbarazzo, un po’ per apparente divertimento.

“Hai una sigaretta bell’uomo?” – Domandò guardandomi dritto negli occhi, con una evidente posa ammaliatrice.

Io, armeggiando goffamente con chiavi, sacchetto della spesa e tasche, estrassi un pacchetto nuovo e glielo porsi.

“Ehh...basta una. Grazie” – Commentò lei divertita dalle mie mosse sgraziate e generose.

“Fai pure” – Le dissi io – “Prendine pure qualcuna, ne ho altre”.

Mentre la donna apriva con graziosa destrezza il pacchetto e prendeva una sigaretta, la osservai. Aveva circa 40 anni, il suo volto segnato rivelava ancora una certa bellezza.
Le feci accendere, avvicinando il viso alla fiamma, la sua carnagione si accese di un bianco arancione, gli occhi verdi le brillarono. Il polsino del cappotto, lasciò intravedere un tatuaggio tribal. E fu allora che la riconobbi. Era Miriana, la mia tata tatuata.

Per qualche secondo rimasi interdetto, indeciso su come agire. Sotto il cappotto nero le gambe di Miriana, velate da un collant nero, conservavano la loro pienezza levigata.

La mia mente fu invasa da un’ondata di ricordi. Avevo dormito per anni, abbracciato a quella ragazza, ormai una donna matura, cullato dalla sua voce. Avevo fotografato ogni suo tatuaggio. Tranne uno. Conoscevo ogni curva del suo corpo, il suo calore, il suo respiro, i suoi movimenti, come mai avevo conosciuto nessun’altra.

Miriana notò la mia empasse. Non mi aveva riconosciuto, erano passati, quanti? 17-18 anni, ero un uomo e lei si ricordava di me come di un bambino di 11.

“Che c’è?” – Domandò sparandomi uno sguardo erotico, con quei suoi occhi verdi e conturbanti.

“Io...” – Balbettai

“Ti piaccio? Vuoi fare l’amore?” – Disse senza pudore e senza imbarazzo, evidentemente abituata dalla pratica.

Vedendomi rimanere lì impalato, come uno stoccafisso, la sua espressione divenne dubbiosa e sospettosa.

“Che hai? Non hai mai visto una come me? Non ti piacciono le donne?” – Il suo tono stava prendendo una sonorità arrogante, quasi beffarda. Probabilmente si aspettava un mio imbarazzato rifiuto e si preparava a darmi un addio indispettito.

In quel  momento mi tornò in mente la sua misteriosa farfalla, che tanti anni prima mi aveva proibito di guardare e fotografare.

“No, anzi...cioè...sì...sei molto bella” – Riuscii a spiccicare

“Allora che ne dici di farci un po’ di compagnia? Sono cento euro per una cosa veloce...o se vuoi qualcosa di più rilassato...vedi tu. Abito qua vicino, ci si arriva in 5 minuti”

Deglutii vistosamente, diviso com’ero fra l’attrazione per quella donna facile e disponibile, il suo ricordo famigliare,  e la curiosità di vedere la sua misteriosa farfalla.

“Dài sù, non c’è tanto da pensarci. Mi sembra che tu ne abbia voglia, allora perchè non farlo? La macchina puoi lasciarla qua” – Aggiunse prendendomi per mano.

Ero lacerato dalla sorpresa di quell’incontro, dalla sua manifesta professione, e dal senso di incesto che mi dava il pensiero di fare sesso con lei.

Mi lasciai tirare per la mano, incapace di prendere una decisione. Ci avviammo per la strada buia e ventosa verso la sua abitazione.

“Tu...” – Azzardai mentre camminavamo a braccetto, come una coppietta che torna dallo shopping – “Da quanto fai questo...lavoro?”

“Da un po’” – Rispose lei, senza aggiungere altro.

Arrivammo alla porta di un palazzo popolare, lei aprì e io sgusciai dentro, intimorito come un clandestino.
L’atrio era spoglio e cadente, l’ascensore per fortuna funzionava. Salimmo al 5° piano. Il corridoio era altrettanto malandato e umido. Miriana aprì la porta di casa sua ed io la seguii dentro, senza dire nulla.

L’interno era piacevole. Un mix di vintage, new technology, e lussuriose sete artificiali.

“Siediti qua” – Disse lei con un tono gentile, ma che non ammetteva repliche – “Vuoi bere qualcosa?”

“Sì grazie, hai un wishky o una vodka, qualcosa di forte” – Sentivo di aver bisogno di una scossa, per sottrarmi allo stato quasi limbico in cui l’incontro mi aveva gettato.

“Ok, te lo porto subito, poi mi dò una rinfrescata” – Parlando si era tolta il cappotto. Le sue gambe velate di nero, ora erano scoperte fin quasi al pube, sotto il vestitino di maglina nera, attillato, che fasciava la sua vita ancora snella e il suo seno generoso. Era appena un po’ più grassa di come la ricordavo. Le mezze maniche lasciavano in mostra alcuni dei tatuaggi. Rivederli mi fece l’effetto di un colpo in testa. Restai  a fissarli, credo con una faccia da perfetto idiota, tanto che lei abbassò lo sguardo sugli avambracci e disse – “Che c’è? Ti danno fastidio i tatuaggi? Non ti piacciono? Ma sei strano sai?”

“No, figurati” – Farfugliai tendendo la mano per sfiorare il tribal che le avvolgeva il polso destro. Lei, in piedi davanti a me, prese la mia mano nella sua e se la pose sul ventre. Sentii il calore del suo corpo, del ventre sul quale avevo dormito tante notti innocenti, ancora ignaro del sesso.

Accarezzai i suoi fianchi per qualche secondo, lei mi lasciò fare, poi si allontanò e andò a versarmi un generoso bicchiere di wishky.

“Come ti chiami? – Domandò mentre mi porgeva il bicchiere e le sue mani indugiavano ad accarezzare le mie.

“Ehm...Franco..Franco” – Ripetei il mio nome, come per ricordarmi meglio chi ero io, e chi era lei

“Io sono Miriana, molto piacere Franco...” – Sussurrò il suo e il mio nome, sentirli pronunciare dalla sua voce, con il leggero accento dell’est, mi fece tremare le mani. Strinsi più forte il bicchiere, per evitare figure da scemo. In quei tempi lontani, lei mi chiamava Franchino, o pirata, o astronauta, a seconda delle manie infantili che accendevano la mia fantasia e i miei giochi.

“Allora Franco” – Sussurrò sedendosi sulle mie gambe – “Che ne dici? Vuoi fare una cosa lunga, tranquilla, rilassante?”

“Come vuoi tu” – Risposi io, sempre meno sicuro di ciò che stavo facendo, ma ormai certo che mi sarei lasciato andare a quel commercio sessuale.

“Mmhh...secondo me tu sai apprezzare le cose fatte bene. Per 300 euro, anticipati, ce ne stiamo a letto tutto il tempo che vuoi” – Il suo sedere premeva conto il mio pene, provocandomi una immediata erezione.

“Entro certi limiti, ovviamente. Poi, se vuoi possiamo stare insieme anche tutta la sera, ma ti costerà un po’” – La sua puntualizzazione, mi fece sentire come una preda in trappola. Le sue arti ammaliatrici avevano sbaragliato la mia volontà, ero in balia dei ricordi e della sua carnale presenza.

Bevvi un sorso di liquore – “E quanto per tutta la sera?” – Domandai continuando ad accarezzarle le cosce e i fianchi

“Almeno 500, amore, devi essere generoso con me, ed io lo sarò con te”

Mi ricordai in quel momento che in tasca avevo meno di duecento euro, glielo dissi e lei, senza sorprendersi, mi suggerì di scendere al bancomat a prelevare il contante.

“Intanto io mi faccio bella per te” – Aggiunse, togliendomi il bicchiere vuoto dalle mani.

Scesi in strada, in cerca dello sportello automatico, sorpreso io stesso della situazione in cui mi ero cacciato. Non era la prima volta che andavo con una prostituta. Ma questa era lei, Miriana, e la cosa mi sconvolgeva e stimolava in maniera quasi oscena.

Dopo una decina di minuti ero di ritorno. Trovai la porta accostata ed entrai, richiudendola con cautela, come se fossi penetrato ingiustamente nell’alcova di una principessa, o nell’antro di una strega.

Lei aveva l’orecchio fine, mi sentì ugualmente e, dal bagno mi cinguettò soddisfatta

“Sei qua. Hai fatto veloce. Prenditi un altro wishky, io sarò da te fra poco”

Mi risedetti sul divano, mentre ero fuori, Miriana aveva acceso varie luci soffuse, e spruzzato un profumo dolce e persistente. Il soggiorno era caldo e invitava a spogliarsi e godere dei piaceri del sesso. Di certo la mia ex tata sapeva il fatto suo.

Dal vano della porta vedevo la camera da letto, anch’essa illuminata da tenui luci rosso-arancione, una musica lounge, molto rilassante, ammorbidiva l’atmosfera.

Mi alzai e andai a sbirciare meglio nella camera dove avremmo consumato quell’atto sospeso nel tempo, tra il passato e il presente, tra i ricordi della mia fanciullezza e la mia virilità di uomo adulto.

Rimasi appoggiato allo stipite, giocherellando col bicchiere e immergendomi nei ricordi :

Miriana aveva di nuovo i capelli neri e rosa, i jeans tutti strappati, come andavano di moda a quel tempo. Giocavamo ai cowboys e agli indiani, nel soggiorno di casa, rincorrendoci intorno ai divani e sotto il tavolo, sparando colpi di revolver e tirando frecce immaginarie, gridando come selvaggi.

Un abbraccio, caldo, umido e profumato, mi afferrò da dietro e mi riportò alla coscienza.

“Allora...Franco...ti piace la mia camera?” – Disse strofinando il suo corpo contro il mio

Mi girai, accarezzando la sua pelle morbida e liscia. Aveva indosso soltanto un perizoma nero, le mie mani si allargarono sui suoi glutei, setosi e caldi.

“Direi che dovresti cominciare a spogliarti anche tu no? Se vuoi darti una rinfrescata, il bagno sai dov’è. Io ti aspetto a letto” – Si divincolò dalle mie braccia e camminò, flessuosa ed elegante, verso il suo talamo.

Andai in bagno a rendermi presentabile, in effetti dopo una giornata di lavoro non ero certo in condizioni appetibili, anche per una prostituta.

Tornai in camera, completamente nudo, il mio pene continuava ad oscillare fra un’erezione, provocata dal desiderio della Miriana prostituta, e una repentina ritirata non appena i ricordi si riaffacciavano alla mente, con tutta la loro forza onirica e nostalgica.

Lei era sdraiata sulle lenzuola di seta, in attesa, il suo corpo era bello e attraente, il tempo era stato clemente con lei. Avvicinandomi, il mio sguardo percorse ogni sua curva. Vederlo così, nudo, quel corpo che credevo di conoscere tanto bene, mi sembrò di un’altra persona. Il ricordo dell’intimità fisica asessuata, innocente e giocosa, in quegli anni così lontani, lottava con l’immagine erotica, esposta, della sua nudità, presente ed eccitante.

Miriana si rivelò all’altezza delle aspettative. Le sue performaces sessuali erano intense, era sicura di saper far godere un uomo. Restammo a letto a lungo, ripetendo atti che davo ormai per scontati, ma che con lei assumevano valenze nuove e inquietanti.
Fare sesso con lei, non potrei certo dire fare l’amore, era comunque qualcosa di assurdo, e di particolare, di unico. Mai avrei pensato, mai avevo neanche immaginato di andare a letto con la mia tata.
Mi guardai bene dal rivelarle la mia identità. Lei non fece domande su di me, chi ero e cosa facevo, si concentrò soltanto sul suo mestiere.

Uscii dal portone di casa sua verso le 3 del mattino. La prestazione di Miriana mi era costata 600 euro. Pagare una cifra del genere per andare a letto con una prostituta di 40 anni, era semplicemente ridicolo. Probabilmente lei avrà pensato di aver accalappiato un uomo particolarmente gonzo. Mi ha lasciato il suo numero di cellulare, per chiamarla quando avessi voglia di ripetere l’esperienza. Chissà come reagirebbe se le dicessi che il cliente che ha appena agganciato, e che sta cercando di “fidelizzare”, è stato il suo bambino per quasi 4 anni.

Tornai a casa turbato, pervaso da una sensazione che non avevo mai provato, come se avessi violentato la mia fanciullezza, l’avessi strappata all’aura magica del passato per sbatterla sul duro cemento del presente, questo presente decadente e putrescente.

Il mio cellulare suonò mentre varcavo la porta dell’ascensore di casa mia. Il numero era sconosciuto, chi poteva essere a quell’ora?

“Pronto” – Dissi con voce assonnata e un po’ scostante.

“Pronto, sono Miriana. Sei già a casa?” – Disse lei, con la sua voce da gatta.

“Sì, sto entrando ora, perchè mi hai chiamato? E come fai ad avere questo numero?”

“Hai dimenticato il portafoglio da me. E c’era anche il tuo biglietto da visita. Franchino”

Sentirla pronunciare il mio nome di bambino mi paralizzò. Rimasi zitto.

“Ehi, guarda che ti avevo riconosciuto sai? Non penserai che non riconosco il bel bambino a cui ho badato per anni?”

Il mio prolungato silenzio le diede conferma del mio stato d’animo.

“Franch...Franco” – Si corresse lei, intuendo che chiamarmi col nomignolo dell’infanzia non era più cosa da fare.
“Non volevo turbarti. Anche tu mi hai riconosciuta subito, non è vero?”

“Sì” – riuscii solo ad emettere un monosillabo.

“Che c’è? Non volevi vedere la mia farfallina?” – domandò ridendo in modo complice
“Come vedi basta aspettare, e arriva il momento giusto per tutto”

“Miriana...io...non so che dire...” – Era la verità, vedermi scoperto in quel torbido gioco di lussuria e nostalgia per l’infanzia, in quella sovrapposizione di tempi, luoghi e persone, mi faceva sentire come un maniaco smascherato, o un folle additato e screditato.

“Non c’è niente di male in quello che abbiamo fatto. A me è piaciuto, anche se lo faccio per mestiere non vuol dire che non senta differenze. E farlo con te è stato quasi come tornare alla mia giovinezza”

Le sue parole mi rivelarono un aspetto che non avevo nemmeno preso in considerazione. Avevo dato per scontato che lei non mi avesse riconosciuto, e quindi non mi ero nemmeno posto il problema di cosa avrebbe potuto significare per lei.

“Anche a me è piaciuto. Sei molto bella. È solo che abbracciarti e..fare sesso con te...mi ha dato una sensazione che non so interpretare, e neanche descrivere a dire il vero”

“Ti ha fatto sentire sporco? Ti è sembrato di farlo con una persona di famiglia? Lo capisco, anche per me è stato strano” – La sua voce si era fatta tenue e fraterna.

“Ma non siamo parenti, Franco. E siamo entrambi persone adulte e consapevoli. Ti ripeto, a me ha fatto molto piacere stare con te. E mi piacerebbe se tornassi a trovarmi. Chissà, magari possiamo diventare qualcosa di più che clienti. Sono contenta di averti rincontrato, e di vedere che sei un uomo a posto. In questo mondo ci sono tanti pazzi, e criminali e stronzi di ogni sorta...”

Ascoltare le sue considerazioni sulla vita, restituì a Miriana la pienezza di una persona vera, reale, con tutta la sua storia e i suoi percorsi. Non ero scandalizzato per la vita che faceva, ero soltanto intristito.

“A me dispiace che ci siamo rincontrati così, in questo modo” – Glielo dissi sinceramente

“Anche a me Franco. Ma la vita è strana e imprevedibile. E comunque non abbiamo fatto niente di male”

“Lo so, ma non credo di voler ripetere l’esperienza. Non so come spiegarlo, ma forse non ce n’è bisogno, credo che tu capisca”

“Sì. Non preoccuparti. Allora buona notte Franco. Stai bene eh?”

Chiuse la comunicazione prima che potessi rispondere. Era meglio così, sarebbe stata una storia assurda frequentare Miriana in quel modo.

La sera dopo trovai una busta nella cassetta della posta. L’aprii in ascensore. Dentro c’era il mio portafoglio, i 600 euro e un biglietto.

“Non pentirti mai di aver fatto una cosa piacevole. Baci”.

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