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Autore

Stefano Di Lorito

in archivio dal 23 giu 2008

31 dicembre 1963, Genova

06 luglio 2011 alle ore 14:53

Nessuno legge i contratti

Il racconto

Quando ho firmato il contratto per questa vita, ovviamente ho dato soltanto un’occhiata alle parti in evidenza. Le rimanenti centinaia di pagine di articoli accessori, clausole e riferimenti giuridici non le ho nemmeno guardate.
Anche perché alla fin fine, prendere o lasciare, non è che con l’emissario dell’Altissimo si possa discutere molto.
Nel mio caso il promotore di polizze vita è stato un giovane beatello africano, di fresca nomina. Aveva un gran sorriso e occhi altrettanto grandi e devoti.
Mi ha parlato brevemente delle opzioni relative a luogo di nascita e livello sociale. Raccontata da uno che era morto ammazzato a 16 anni nell’Africa equatoriale, per mano di miliziani comunisti atei, incarnarsi in Italia, nel Belpaese, in una famiglia umile ma onesta, sembrava già una gran figata.

Qualche cosa però non è andata come pensavo.

Appena nato, mi sono reso conto che incarnandomi, ero di gran lunga peggiore di ciò che credevo.
Avevo mille capricci, ambizioni, egoismi, sofferenze, gelosie, invidie.
Finché stavo nell’empireo a crogiolarmi nella pace cosmica, chi se lo immaginava.

Avrei voluto dare una bella controllata al contratto, purtroppo era rimasto nell’Aldilà, e inoltre avrei dovuto aspettare di imparare a leggere. 

Una vaga reminiscenza però, mi suggeriva di avere fiducia nella vita e non preoccuparmi troppo. Mi pareva che un’entità non riconoscibile, ma non sconosciuta, mi guardasse e sorridesse, con grandi occhi e un grande sorriso smagliante.

I primi anni trascorsero tra pianti, poppate, cagate, tremendi bruciori al sederino. Ma anche strepitose nanne in braccio alla mamma, giocattoli colorati e fantastici.
Insomma la situazione era piuttosto ambigua, da una parte c’erano oggettive e terribili sofferenze, dall’altra innegabili piaceri.

Arrivato all’età scolare, per qualche motivo ero ansioso e impaziente di imparare a leggere, e non solo per emulazione dei fratelli più grandi. Mi sembrava di avvertire nel profondo, come un’esigenza impellente, come se dovessi leggere al più presto qualcosa di importante. Ma ormai il ricordo del contratto era svanito, subissato dalle ondate di stimoli terreni.

La scuola fu un’esperienza terrificante e meravigliosa al tempo stesso. La maestra era una vera arpia, degna di figurare in un romanzo di Dickens. Si accaniva soprattutto contro i pochi bambini “sfigati”, i poveri che arrivavano dai vicoli del centro storico. Ovviamente io ero uno di questi.

Furono anni di sofferenze e umiliazioni. Imparai che, se io mi ero scoperto pieno di difetti, altri bambini erano decisamente peggio di me. Già a quella tenera età avevano malizie, razzismi, malvagità gratuite, che faticavo a considerarli esseri umani. Parevano dei piccoli diavoli.

Per fortuna c’erano i pomeriggi ai giardini pubblici, a giocare con fratelli e amici, a pallone e mille altri stupendi passatempi dell’infanzia. Ecco, giocare era la cosa che più si avvicinava all’esistenza ultraterrena.

Crescendo i rapporti famigliari si deteriorarono parecchio. La famiglia umile ma onesta, si rivelava un’arma a doppio taglio. La certezza di essere persone per bene non compensava affatto i periodi di cruda indigenza, le continue tragedie per ogni bolletta, ogni spesa prevista e imprevista. Si viveva con un costante senso di catastrofe imminente.

Arrivarono le prime infatuazioni, e allora sì che iniziarono le vere sofferenze, quelle che ti stravolgono e ti fanno sentire talmente male da desiderare di non essere nato.
Già alle elementari ci furono un paio di bambine di cui mi ero innamorato. Ma erano cose innocenti e asessuate, forse le ultime reminiscneze dell’amore angelico dell’Aldilà.

La scoperta della sessualità fu ovviamente l’autoerotismo, la masturbazione, parola terribile, brutta, indegna. Sulle prime mi sembrò una cosa incredibile, bellissima, stranissima. La iscrissi decisamente nella colonna delle cose belle della vita. Era una scoperta inaspettata e sconvolgente.

Purtroppo la cultura terrena inquinò quell’innocente e delizioso passatempo con il marchio dell’infamia, della sporcizia e della depravazione.
Crebbi, come tutti gli altri esseri umani, pervaso di un senso ambiguo di attrazione e senso di colpa.

Fortunatamente il richiamo dei sensi è assai più forte di qualsivoglia falso moralismo. E inoltre prendevo coscienza, ogni giorno di più, di essere misteriosamente e potentemente attratto dalle ragazze.

L’adolescenza portò i disastri che tutti devono sopportare, gli infatuamenti non ricambiati, la pressione delle tempeste ormonali, i brufoli e la competizione. Terribile.

Ma arrivarono anche i primi baci, i primi palpeggiamenti, i primi orgasmi condivisi. Tutta l’esistenza fu cooptata nell’orbita dell’amore e del sesso. La precoce passione per i libri, la cultura, le scienze, non valse a distogliermi dalla potente calamita dell’amore.

Dopo un inizio promettente, le delusioni si susseguirono con disperante regolarità. Sembrava uno scherzo di un dio malvagio. Se mi innamoravo di una ragazza, questa non voleva saperne di me. Se invece non provavo niente più che un desiderio sessuale, allora le cose andavano meglio.
Pareva che l’amore fosse una specie di condanna alla sofferenza.

Dopo anni di storie relativamente insoddisfacenti, arrivò un primo vero amore corrisposto.
L’idillio durò un paio d’anni. Dopodiché l’amore si trasformò in qualcosa di grottescamente perverso. La passione scomparve, la stima fu scacciata dal disprezzo, la fiducia affogò in un mare di gelosie, delusioni, recriminazioni.
L’amore fu sconfitto dalla vita reale, dalle aspettative sociali, dalle interferenze degli estranei. Misteri del cuore e della pische. Il buio totale.

La lavagna delle cose belle e di quelle brutte, perse la sua simmetrica coerenza, per sempre.
Le due colonne incominciarono a confondersi una nell’altra, ogni voce positiva trovava una sua valenza negativa. La bilancia del brutto e del bello iniziò a pendere inequivocabilmente verso il primo piatto.

Gli anni si susseguirono, fallimenti lavorativi, solitudine confortata dalla presenza di qualche amico.
Rimaneva padrona del campo la passione per la cultura, la conoscenza, l’arte.
Tanto da divenire l’attività principale. Mi parve che la creatività e la vita intellettuale fossero le uniche vere gioie della vita. Le più affidabili, le più soddisfacenti, le più esaltanti.

Le storie d’amore tornarono ad essere essenzialmente storie di sesso. Comodo, piacevole, ma inefficace e inappagante.

Tornò l’amore, per la seconda volta. E si concluse disastrosamente.

E poi una terza volta, ancora più potentemente. E finì ancora più disastrosamente.

Giunto all’età matura, senza una posizione stabile, senza una compagna di vita, senza avere avuto successo come artista, decisi di farla finita.

Era chiaro, per me, che nella vita, o in me, c’era qualcosa di profondamente e incorreggibilmente sbagliato.

Mi chiedo ancora che diavolo ci fosse scritto in quel “benedetto” contratto.

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