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Racconti di Stefano Di Lorito

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  • 26 luglio 2010
    Il generale Malcontento

    Come comincia:

    Un potente comandante, il condottiero delle catastrofi e delle rivincite. Chi lo possiede come alleato può sovvertire i destini di nazioni intere, della Storia stessa.
    Quell’anno il grande generale aveva già messo a ferro e fuoco l’Etiopia, la Costa d’avorio, il Guatemala. Aveva rovesciato i governi di Palestina, Bangladesh, Utzbekistan, Afghanistan. Guidato sommosse in Iraq, Iran, Camerun, Filippine, Cambogia, Sumatra, Guyana francese. Compiuto eccidi in Algeria, Siria, Mozambico, Uganda, Pakistan, Corea del Sud.
    Ed eravamo soltanto a Maggio.
    Adesso se ne stava placidamente sdraiato al tepore primaverile di Roma, sotto le colonne di San Pietro, il quale lo squadrava facendogli gli occhiacci fin da quando lo aveva visto arrivare in lontananza, luccicante di mostrine e greche d’oro.
    Il generale non si era minimamente intimorito alla vista del grande Santo. Sapeva bene che sulla Terra contava ormai come il due di picche. Lui e tutta la sua gerarchia di Angeli, Martiri, Profeti, Discepoli e quant’altro.
    Si sistemò tranquillamente sotto le colonne, le possenti spalle appoggiate al bianco marmo, e si godette la brezzolina pomeridiana.
    Era stato attirato in Europa dalla crescente crisi economica. Ormai in tutto il mondo centinaia di milioni di persone, che fino a un anno prima stavano discretamente, si trovavano sull’orlo dell’indigenza. Per un po’ era rimasto indeciso, se attraversare l’Atlantico e andare a fare danni negli Stati Uniti d’America, dove la crisi aveva sbattuto sulla strada milioni di poveracci.
    Trovandosi di ritorno dall’Africa, ed essendo pigro per natura, si era limitato a fare quattro bracciate a nuoto, nel tiepido Mediterraneo, emergendo sul Lido di Ostia come un Tritone sgocciolante.
    Durante la breve passeggiata fino alla Città Eterna aveva drizzato le orecchie e aguzzato i suoi grandi occhi bovini. Dovunque segni di rabbia, preoccupazione, disperazione. Tutti se la prendevano con tutti. Bestemmie e imprecazioni volavano a stormi, come i rondoni, nel cielo di Roma.
    Passando per il mercato ortofrutticolo, si inchinò gentilmente ad ascoltare le lamentele delle massaie. Prezzi esorbitanti, poca scelta, frutta e verdura striminzite e pallide.
    Sussurrò nell’orecchio di una anziana signora, china sulle mele ammaccate di un banchetto traballante, le sue osservazioni:
    “Eehhh! Non c’è niente da fare, va tutto a rotoli. I poveracci se lo prendono sempre in quel posto”
    La vecchietta ebbe un attimo di esitazione, non capendo da dove provenisse la rauca e intrigante vociona. Poi, senza nemmeno voltarsi spedì il grande generale a morì ammazzato.
    Il cappello del potente condottiero saltò dalla sua testa larga e rossiccia, mentre lui si ritraeva, stupito di tanta energia compressa nelle fragili ossa dell’anziana signora.
    Si compiacque della reazione e pensò che, se i vecchi erano tanto sotto pressione, pronti a scattare, figuriamoci i giovani. Roma e l’Italia erano una lunga striscia di polvere da sparo pronta ad esplodere al minimo sussulto. Uno stivalone traboccante di marciume e di rabbia.
    Si allontanò fischiettando una marcetta di sua invenzione, facendosi fresco col cappello.
    Arrivato nella zona dei palazzi della politica si mise a spiare ed origliare dalle finestre. Vide deputati che fumavano di scherno e ridevano di arroganza. Ministri fintamente composti e dignitosi, che sbavavano al pensiero della prossima mazzetta e della prossima sgualdrina da cavalcare. Uscieri che distribuivano consigli e soffiate in cambio di laute mance.
    Lo scenario sembrava proprio promettente, completo di ogni ingrediente per una bella rivoltata allo stivale. Si stupì di non essersene accorto prima e deprecò la sua pigrizia e la sua distrazione che, essendo ormai molto avanti con gli anni, erano ormai diventate parti di lui.
    Il generale attese qualche giorno, studiando la città, per preparare al meglio la sua campagna.
    A metà Maggio gli sembrò tempo di agire. La Primavera avanzava, e voleva sbrigarsela prima che facesse troppo caldo.
    Decise di cominciare da un grande quartiere di periferia. Si avvicinò a un folto gruppo di ragazzotti sfaccendati e repressi e, identificato il capetto della banda, insinuò le sue parole di guerra nelle acute, sebbene sporche, orecchie del giovinastro.
    “Ssshhh... tze tze tze... qui bisogna fare qualcosa, reagire. Accaparrarsi quel che si può. Farla pagare a tutti sti signori e signore che se ne vanno in giro impellicciate a primavera, con le loro grosse automobili, con le loro villone...”
    Il giovane scontento e rabbioso, sentendo questi pensieri fiorirgli nel cervello, iniziò a sbuffare e a scalciare una lattina accartocciata.
    “Ahò! E che te pija Francè?” – Chiese uno dei suoi lacchè
    “Che me pija? Che me Pija?!” – Sbottò lui – “me pija che c’ho na voja de menà le mani che quasi quasi te meno a te!”
    Ciò dicendo allungò uno schiaffone al suo accolito.
    “Ahòòòò!! Ma che te la piji con me? Ma vedi d’annà!”
    “Regà, non stiamo a darcele fra noi” – Intervenne il braccio destro del capobanda – “Annamo a fà quarche casino in centro. Magari a ripulì quarche signora”
    “Quarche signora? A’ Gennà, qua ce sarebbe da ripulire tutta la città. Anzi tutta l’Italia” – Ribattè il capo.
    “Annamo ar covo nostro, raduniamo tutti e spaccamo la città!” – Propose un piccoletto dalle gambe storte.
    “Spaccà?! Ma che spaccamo. Ah Fregnoni! Che ce spaccano a noi. Come l’artra vorta a Monte Mario, che a Romoletto ianno messo i braccialetti e se lo so’ tenuti pe’ sei mesi” – Il capobanda raffreddò gli entusiasmi facinorosi dei suoi bollenti coetanei.
    Il generale Malcontento, insisté, con sapienti parole, ad aizzare uno e l’altro. Svolazzava, leggero come un danzatore, da un ragazzo all’altro, soffiando nelle acerbe menti pensieri di rivalsa e di vendetta.
    “Oh regà! Non so voi, ma io a star qua a menarmela me sta a venì mal di testa. Me sento come un ronzìo ner cervello” – dichiarò uno dei giovani.
    “E c’hai raggione Antò” – Soggiunse il capobanda – “Annamo da Rosetta a farci una partitina a bijardo, che c’ho voja de stracciarte un po’”
    I due si presero braccio a spalla e si avviarono verso la sala giochi. Gli altri compari, a poco a poco, si dispersero a loro volta, chi a raggiungere la ragazza, chi a fumarsi quel che aveva dietro i capannoni dismessi, chi a casa a guardare la Tv.
    Il glorioso generale, li inseguì sbattendo i tacchi e sferragliando con speroni e sciabola.
    Non riusciva a credere che le sue sapienti armi di convinzione fossero state annullate da banali pruriti, puerili voglie di gioco e adolescente indolenza di periferia.
    Gli gridò dietro per un po’, accusandoli di codardia, smidollata degenerazione, onanistica rassegnazione. Ma i giovani si dispersero ugualmente per le strade del quartiere, sordi ai richiami guerreschi del  grande condottiero.
    Il supremo Aizzatore rimase solo, in mezzo al polverone della spianata di terra, sotto il sole che picchiava allo zenit.
    Cercò di rimettere in ordine le idee e le mostrine, farfugliando fra sè. Evidentemente aveva avuto una particolare sfortuna, aveva pizzicato proprio  i più codardi e sfaticati di tutti i giovani sbandati di Roma.
    Si riparò dal caldo all’ombra di alcuni platani, presso un grattachecche.
    Il gelataio stava imprecando svogliatamente, in compagnia di due ragazzine che sorbettavano con faccia annoiata e stralunata le loro granite.
    Allungò la sua facciona sudaticcia verso le orecchie della pischella più bardata di borchie, piercing e tatuaggi.
    “Sshhhh...con tutto il mondo intorno, tocca stà qua a ruminare na granita. Si potrebbe invece andare a combinare qualche sfracello. Aizzare qualche ragazzo incazzoso a fare a botte, magari a mettersi d’impegno per tirare su un po’ di grana...”
    Le pungenti parole del generale si insinuarono come biscie nei padiglioni auricolari della ragazzotta, strisciarono su fino al cervello e lì si misero a rigirarsi e attorcigliarsi senza posa.
    “Ah Debborah! Me sa che me stanno a venì !”
    “Che te stà a venì Carmè ? Te ritornano i pruriti alla passera?”
    “Ah ‘ntroiata! Ma che cazzo stai a dì! Me stanno a venì le cose mie. Me sento tutto un subbuglio in testa. Na voglia de fare casino.” – Carmela si aprì in un sorriso bellissimo e sguaiato, strinse la mano dell’amica e si mise a saltellare.
    “Nun sò incinta Debborah! Nun sò incinta! Oh San Gennaro te ringrazio!”
    Le due sgualdrinelle gettarono gli avanzi delle granite, con grande slancio, investendo il corpulento generale e inaffiandolo di menta e mandorla sul cappello, sulle spalline, sulle greche e sugli stivaloni già impolverati.
    “Mah...mah!” – Provò ad esclamare il glorioso disfacitore di mondi, ma le parole gli si seccarono in gola, mentre le grasse e sudaticce manone gli si incollavano al cappello.
    Si accasciò sulla panchina, sotto al platano, leccandosi le dita dolciastre e appiccicose.
    “Ma non c’è più religione!” – Blaterò fra sè e sè – “Sono stato via troppo a lungo. Qua si sono ridotti a poveri idioti. Non c’è più un cane che abbia voglia di sovvertire il sistema. Non un giovane con un po’ di iniziativa e di vera rabbia in corpo”
    Con gli occhi fissi sui suoi stivali, la schiena incurvata dalla frustrazione e le mani penzoloni, il generale Malcontento era stordito. Per la prima volta nella sua lunghissima e gloriosa carriera stava facendo cilecca.
    Non poteva essere vero. Doveva aver sbagliato qualcosa. Tutti quegli anni lontano dall’Italia gli avevano fatto dimenticare la profonda natura dei discendenti di Roma.
    Forse non era lì che doveva aizzare. Forse doveva spingersi più a Nord, o tornare più a Sud. Le isole no, era strategicamente ridicolo. Attese la sera e con il favore della frescura si mosse a grandi falcate verso nord. Superò Firenze, scavalcò l’Appennino e diede una sbirciatina a Bologna. Sembrava che anche lì i ragazzi e gli adulti imprecassero contro tutto e tutti. Ma ognuno intanto sorseggiava una bibita, armeggiava con il cellulare, ascoltava musica con l’I-pod. La rabbia c’era, non si poteva fare a meno si vederla e sentirla. Ma qualcosa distraeva sempre i potenziali rivoltosi. Le loro energie erano come represse, disperse in mille stupidaggini senza senso.
    Fece ancora quattro passi e si trovò alle porte di Milano. Era Lunedì mattina ormai, le strade erano affollate di pedoni e macchine che tristemente si avviavano al lavoro. Una pioggia fitta e gelida batteva sulla città. Il cielo plumbeo si fondeva all’orizzonte con la nebbia. Lo scenario era perfetto.
    Camminando da Porta Genova verso il centro, il generale tese le sue grandi e carnose orecchie.
    Una sinfonia di bestemmie, imprecazioni, ingiurie e maledizioni accompagnava il corteo di uomini e macchine. Era tutto un concerto di odi manifesti, di minacce e insulti. I clacson suonavano in una stupenda cacofonia senza interruzione.
    Due omaccioni sulla quarantina, probabilmente operai o muratori, si affrontavano, muso a muso, per una precedenza rubata. Il grande generale si avventò come un rapace, soffiò nei cervelli semi annebbiati dal sonno, parole di violenza e ribellione, di vendetta e di distruzione.
    I due omoni smisero di urlarsi in faccia e si guardarono un attimo negli occhi.
    Il sommo provocatore si stava già sfregando le mani, in attesa di vedere i primi pugni volare come cannonate.
    I due ascoltarono per qualche istante ciò che gli ronzava nei cervelli, visualizzarono i sentimenti di odio che sentivano montargli dentro. Finché uno disse :
    “Uè ma ghe n’è già tant da essere incazzat, avemm mic da rincarare la dose. E poi il lavur ming aspett!”
    “E dighe bèn” – Replicò l’altro. E presero ognuno la via del cantiere e della fabbrica.
    L’inarrestabile arruffapopoli si sentì mancare. Dovette appoggiarsi a un lampione per non cadere a terra. Le sue gambe muscolose tremavano e cedevano, la testa gli girava, il colletto gli stringeva la gola e gli impediva la respirazione.
    Preso da ira divina iniziò ad urlare, che tutti sentissero, il suo migliore repertorio. Tenne un vero comizio, come non gli accadeva dai tempi della Comune di Parigi. Le masse popolari, nonostante la sua voce stentorea e baritonale rimbombasse come un furioso temporale, continuavano a fluire, incazzate e represse, verso i loro posti di lavoro.
    É sera. Al centro di accoglienza per extracomunitari, centinaia di poveracci, provenienti da ogni parte del mondo, stanno aspettando una scodella di minestra.
    Il grande generale, diligentemente in fila, tenta la sua ultima strategia.
    “Se non si sollevano questi qua” – Pensa – “Allora qui è successo veramente qualcosa di strano”
    Le sue sapienti parole, rodate da secoli di infallibile pratica, rimbalzano nelle orecchie di ogni colore. La rabbia comincia a montare. La sente vibrare sotto pelle. La lunga fila di poveracci ondeggia sempre più vistosamente. I volti si accartocciano in smorfie di dolore, frustrazione, collera.
    Alcuni iniziano a spintonarsi e a reclamare il piatto di minestra. I pochi operatori cercano di sedare gli animi, accelerando la distribuzione. Si sente nell’aria l’elettricità che si accumula. Il generale attende, con le mani giunte, lo scoccare del sacro fulmine della rivolta, la saetta della rivoluzione, il tuono della distruzione indiscriminata.
    Dalla radio portatile di un grosso nero cominciano a risuonare le note ritmate di una famosa canzone reggae. Un altro extracomunitario si mette  a cantare, altri due a battere le mani a tempo.
    In pochi secondi tutta la fila ondeggia al ritmo della musica. Molti cantano con gli occhi al cielo le parole di speranza della canzone.
    Altri ausiliari distribuiscono coperte e bevande. Qualcuno piange di tristezza, pensando alla sua terra lontana. La musica copre il rumore delle bocche che masticano il pasto frugale.
    Il generale Malcontento si rizza in tutta la sua impotenza, per un attimo sembra voler esplodere, poi con marziale disciplina, saluta militarmente la folla di persone, fa dietrofront, sbatte i tacchi, e si allontana a passo di ritirata.

  • Come comincia: “Eeehhhhiiii!!! Lassù! Ohh! Tu, cherubino! Sì, dico a te! Di’ al Padrone che ci devo parlare. Subbitooo!”
    Un'eternità dopo.
    “Perché mi disturbi Diavolo?”
    “Uè, Padrone del creato! Io disturbare te? Ma quando mai? Che me ne sto nel mio piccolo regno, senza muovermi da qua.”
    “Se see. E quei demoni che ho scovato l’altro eone a scorazzare per l’Empireo?”
    “Ahh quelli. Non li ho mica mandati io. Sono scappati. Volevano vedere un po’ del creato.”
    “Vabbè. vabbè. Comunque. Perché mi hai chiamato? Che c’è di così importante da disturbare Me?”
    “Gli uomini, Padrone. Gli uomini. Non ne posso più. Devi riprenderteli nell’Eden. Io non ce la faccio a sopportarli.”
    “E che problema ti danno gli uomini? Non ti ho forse lasciato corromperli e farli quasi a tua immagine, come volevi? Non ti adorano come un Dio forse?”
    “Ma quale immagine e quale Dio! Hai detto bene, sono quasi a mia immagine. È per questo che mi fanno tanto arrabbiare.”
    “Non capisco. Spiegati”
    “Sì, non capisci, come no. L’Onnisciente non capisce. E ridacchia pure, mentre lo dice.”
    “Forse, se tu mi spiegassi cosa non va con i tuoi uomini.”
    “Lo sai benissimo cosa non va! Sembrano cattivi, combinano disastri meravigliosi. Ammazzano, distruggono, mentono, tradiscono. S’inventano ogni giorno qualche nuovo peccato.”
    “E dunque? Non ne sei fiero e contento?”
    “Sì. Lo sarei. Se poi, di colpo, non saltassero fuori con azioni belle ed eroiche e meritevoli. D’improvviso si sentono tutti santi, o quasi. Si mettono a pregare, a farsi favori, a coccolarsi perfino. Si amano anche!”
    “Lo sapevi bene che l’uomo ha il libero arbitrio. È la cosa che più di tutte lo differenzia dalle altre creature.”
    “Lo sapevo, sì. È per questo che ho potuto portartelo via. Ci mancherebbe che non lo sapessi.”
    “E allora, di che ti lamenti?”
    “Tu l’hai fatto apposta!”
    “Apposta cosa?”
    “Non fare il finto Inconsapevole con me!”
    “Non ti seguo proprio, Diavolo. Volevi l’uomo e l’hai avuto. Te lo sei portato nel tuo regno. A peccare, a uccidere, a soffrire e far soffrire. Dovresti essere soddisfatto del risultato.”
    “No! Per niente! Appena mi convinco che è ormai in mio possesso, uguale a me, feroce come me, si trasforma in una specie di angeluccio, fragile, amoroso, timoroso. Mi fa uscire di senno!”
    “E io che posso farci?”
    “Devi riprendertelo! Io non lo voglio a rovinare il mio regno!”
    “Non posso. Lo sai. Sta a lui decidere. Ha il libero arbitrio. Si vede che s’è affezionato a te.”
    “Non mi prendere in giro!”
    “Eh eh eh! Magari potessi. Io dico solo la Verità, lo sai”.
    “Devi convincerlo a tornare nell’ Eden! Manda i tuoi angeli, manda chi ti pare. Ma fammelo sparire da qua!”
    “Mi dispiace, ma non funziona. Gli ho mandato perfino mio figlio. Non è servito a niente, se non a far divertire Te.”
    “Ancora mi porti rancore per quella storia? Che ti aspettavi che facessi? Arriva il tuo figliolo, tutto pieno di grazia e d’amore. Come mandare un agnellino nella tana del lupo.”
    “Appunto”
    “Riprenditelo! Oppure distruggilo, annientalo. Fallo sparire!”
    “Lo sai che non è possibile. Perfino l’uomo se n’è reso conto. Tutto si crea e nulla si distrugge. È la regola.”
    “Nel mio regno non ci può stare. Non è come me, non assomiglia neanche alle mie creature.”
    “E nemmeno nel mio può stare. Per un po’ fa il bravo. Poi si rimette a compiere scelleratezze. I miei angeli non ne sopportano neanche più l’odore.”
    “Questa me la paghi. Prima o poi. L’eternità è lunga. Prima o poi te la faccio pagare!”
    “Ammé, Diavolo. Goditi il tuo uomo”

  • 07 aprile 2010
    L'altro uomo

    Come comincia: Da tempo sospettavo l’esistenza dell’altro uomo. Poco a poco, indizio dopo indizio, mi convinsi sempre più della sua realtà.
    Tornai dal mio ultimo viaggio in Africa con la vaga sensazione che “lui” si fosse trasferito in America, da molto tempo, e che io non lo avessi capito per pura e semplice incredulità.
    A quel tempo non volevo nemmeno immaginare che fosse possibile.
    Laura, mia moglie, mi accolse freddamente, dopo una lontananza durata parecchi mesi. Gli scavi in Asia mi avevano trattenuto più a lungo del previsto e i ritrovamenti erano stati promettenti. L’anno seguente avrei ripreso le ricerche, con finanziamenti più sostanziosi speravo.
    Vedevo crescere i nostri figli, Alberto e Sonia, così velocemente e mi pareva che il tempo avesse accelerato, che non mi sarebbe bastata una vita per raggiungere il mio scopo.
    Intanto Laura si faceva sempre meno affettuosa, dovevo capire che tutta la lontananza alla quale la costringevo avrebbe avuto conseguenze.
    Fu proprio lei a insinuare nella mia mente il germe del dubbio. Non poteva essere altrimenti, l’altro uomo doveva essere in America, forse molto vicino a casa nostra. Ma io non colsi l’allusione, accecato com’ero.
    Io volavo in ogni angolo del mondo, rapito dalla mia ricerca, e lei senza muoversi da casa, aveva capito e agito, prendendo la decisione che io non avevo il coraggio nemmeno di pensare.
    Laura non aveva mai smesso di interessarsi al mio lavoro, anche quando la nascita dei figli l’aveva costretta a rimanere a casa, mentre io continuavo i miei viaggi di studio da solo.
    E nella solitudine aveva concepito il suo tradimento.
    La mia coscienza si rifiutava, anche davanti all’evidenza, di accettare il nuovo stato di fatto. L’altro uomo era una realtà, ed era stata proprio Laura a sbattermelo in faccia, come se la cosa fosse inevitabile, normale.
    Stupido, stupido, mille volte stupido. Fidarsi di una donna è sempre stata la causa dei guai e delle delusioni dell’uomo. La storia insegna.
    Io assaporavo il profumo della gloria, il riconoscimento del mio valore, immaginando l’orgoglio di mia moglie e della mia famiglia, per i brillanti risultati ottenuti.
    E proprio lei, nel momento in cui avremmo dovuto raccogliere il frutto di anni di studi, essere ripagati dai tanti sacrifici e fatiche, trovava la sua vendetta nell’altro uomo.
    Laura si era semplicemente stancata delle mie esitazioni, della mia mancanza di coraggio, del mio lavoro silenzioso e solitario. Aveva avuto anni di tempo per riflettere, meditare, capire. E alla fine prese la decisione per la quale io non avrei mai avuto il temperamento e la lucidità.
    Arrivai all’aeroporto di NY, di ritorno dall’Asia, conciato come un esploratore del secolo scorso. Il viso bruciato dal sole tropicale, i vestiti spiegazzati e polverosi. Trovai ad accogliermi James, il mio assistente. Aveva la faccia preoccupata e tesa, non ne capivo la ragione. Gli avevo già spedito da Hong Kong le relazioni preliminari sulla nuova campagna di scavi, avrebbe dovuto essere contento. I nuovi ritrovamenti suggerivano fortemente l’ipotesi che la razza umana avesse vagabondato per i continenti molto più di quanto si fosse teorizzato finora.
    Invece mi accolse con una stretta di mano insicura e uno sguardo triste. Gli chiesi se non stesse bene, ma lui mi rispose che era in perfetta forma. Allora gli domandai se fosse accaduto qualcosa di grave in mia assenza.
    Lui abbassò lo sguardo per alcuni secondi, era chiaramente imbarazzato e intimidito.
    “Franco... tua moglie” – Le parole gli uscivano a singhiozzi
    Temetti un incidente, Laura era stata forse vittima di un incidente?
    “No Franco, no, Nulla del genere, ma forse per te sarà ancora peggio. Te lo dico subito, tanto verresti a saperlo. La notizia ha già fatto il giro della città”
    “Ma cosa dici? Cos’è successo?!” – Alzai la voce, come non mi capitava da molto tempo.
    “Franco. Non so come dirtelo. Laura ha...”
    “Ha...?” – Ripetei io, con gli occhi sgranati e fissi sul mio assistente
    “Ha trovato l’altro uomo”
    Rimasi impietrito. Trovato l’altro uomo? E come? E dove?
    Gli posi le domande come un bambino a cui sia stato rubato il suo giocattolo preferito.
    “A meno di 50 miglia dalla città. Ha scavato un giacimento fossile vergine. E ha trovato scheletri completi”
    Il mio viso doveva essere divenuto più bianco delle ossa calcinate e consumate dal sole equatoriale.
    “Ma... ma... com’è possibile?” – Chiesi più a me stesso che al mio assistente – “Doveva fare uno scavo sugli indiani...”
    “E’ quello che ha lasciato credere a tutti, per avere le autorizzazioni e i finanziamenti”
    Ci avviammo verso l’uscita dell’aeroporto. Camminavo come se il corpo non fosse più mio. James mi teneva per un braccio, temendo che potessi avere un malore.
    Tradito dalla propria moglie. Anni di ricerche vanificati dal raggiro della persona che amavo, che avevo messo al corrente di ogni mia idea, ogni scoperta, ogni ipotesi.
    Lei aveva raccolto e valutato pazientemente e argutamente, certo più di me, ogni informazione. Aveva messo insieme lo scenario e formulato la sua conclusione. E mi aveva pugnalato alle spalle, come in una tragedia antica. Dopo anni di lavoro insieme mi derubava dell’unica cosa che mi importasse veramente, mettere il mio nome accanto a quello degli antropologi di fama.
    Se l’avessi scoperta a letto con un altro uomo, mi avrebbe ferito di meno.

  • 03 dicembre 2009
    Il domatore di penne

    Come comincia: Ho sempre voluto fare il giornalista. Fin da quando vidi, da bambino, il film “Quarto potere”.
    Mi esaltai a vedere tutti i film di giornalismo, anno dopo anno. Intanto studiavo come una bestia, sempre ottimi voti. Il liceo, poi l’università, sempre fra i migliori.
    Dopo gli studi e la laurea, la vera gavetta, i veri insegnamenti della vera vita.
    Il primo impiego in un piccolo quotidiano di provincia, a scrivere di cicli della semina, allevamento di suini e festività religiose.
    Il giornalista scrive di tutto, sa scrivere di tutto, e in fondo è come se sapesse tutto.
    Ho fatto carriera. Con l’appoggio giusto al momento giusto si arriva in alto. Funziona così. È una di quelle verità che non insegnano a scuola, ma che tutti imparano molto presto nella vita.
    I giornali sono imprese commerciali e politiche, come ogni altra cosa umana. La cultura con la C maiuscola non appartiene al giornale, se non per dargli un minimo di spessore, nella pagina culturale appunto. Una farcitura. Un modo per dire “guardate che potremmo disquisire su Proust o Kant per giorni interi, non lo facciamo soltanto perché voi non siete all’altezza. E noi non siamo così spocchiosi”. Autorevolezza e simpatia in un unica soluzione.
    Sono diventato direttore, seguendo diligentemente la gavetta, i suggerimenti dei miei sponsor politici, e la rigorosa filosofia “cintura e bretelle”. Mai farsi trovare col sedere scoperto. Meglio una notizia in meno che una causa o un nemico in più. Punto.
    Sono passati sotto la “mia scuola” ormai centinaia di giovani aspiranti giornalisti. Li ho visti arrivare da me, come pulcini sotto le ali di mamma chioccia. Tutti pieni di compunzione e coscienza della nobile missione. Tutti traboccanti di arguzia e cultura e intelligenza. Tutti pieni di ideali e di desiderio di verità.
    Tutti con la penna affilata e temprata al sacro fuoco del mito.
    E a tutti ho spuntato la penna, come avevo dovuto fare io, e come migliaia di altri prima di me.
    Ad uno ad uno, questi giovani leoni sono stati addomesticati, le loro penne smussate, i loro artigli limati. Fino a renderli tutti docili e partecipi del comune interesse.
    Il giornalismo è mestiere. Non è arte. Non è studio. Non è guerra. Non è religione. Soprattutto non è rivoluzione.
    Il mondo lo cambiano altri, se ci riescono, il giornalista riporta soltanto la notizia che il mondo sta cambiando.
    Ho allevato generazioni di giornalisti, sotto le mie ali ingrigite e annoiate. Ho fatto scenate e fatto piangere fior di ragazzoni e legioni di ragazzotte. Per il loro bene, per insegnargli il mestiere.
    Ci vuole poco a bruciarsi in questo campo. Basta un articolo un poco sopra le righe, una frase un poco malevola verso qualche potente, o amico di potente, o amico di amico di amico....
    Chi avrebbe detto che dopo tanti anni avrei visto tutta la faccenda da questa nuova posizione, da questo nuovo punto di vista.
    A volte le vita sorprende. Raramente, ma a volte lo fa.
    Stavo “domando” la nuova ragazzina, 23 anni, fresca di laurea in storia moderna.
    Aveva preparato un pezzo di costume, sulla stagione balneare. Solo che l’aveva riempito di riferimenti ad abusi edilizi, inquinamenti fraudolenti, speculazioni, processi, nomi, luoghi, sembrava si fosse andata a studiare tutti i fattacci della riviera degli ultimi 50 anni.
    Gran bel pezzo, non c’è che dire, perfino divertente nella sua stesura ritmata, ironica e appassionata.
    Roba da far chiudere il giornale, o far saltare tutte le poltrone, da quella dell’amministratore delegato, alla mia, fino a quella dell’usciere invalido.
    Ho dovuto domare la ragazzina. Un ragnetto di 55 chili scarsi. Occhialuta e brufolosa.
    Ha cercato di tenermi testa. Ho dovuto, come spesso succede, alterarmi ad arte. Ormai so urlare meglio di un sergente maggiore anziano dei Marines.
    Al primo urlo è impallidita.
    Poi man mano che rincaravo la dose, ha ripreso colore, passando da un bel rosa carnicino, a un ramato rosso-arancione, fino a un rosso infuocato.
    Io intanto continuavo la mia missione formatrice, impartendo a lei e, per la forza dei miei polmoni, anche a tutti i colleghi, un’ennesima lezione sul giornalismo moderno.
    Mi aspettavo ormai di vederla scoppiare in lacrime e probabilmente scappare via come un povero animaletto braccato.
    Lei invece si è tolta gli occhiali. Ha preso la mia grossa e preziosa stilografica di marca dalla scrivania, l’ha scappucciata, e me l’ha infilzata nel petto. Me l’ha infilzata nel cuore!
    Adesso sono a terra, riverso malamente tra la scrivania e la poltrona girevole.
    Da questa posizione vedo la mia stanza completamente diversa.
    Chi avrebbe mai pensato che il piano della scrivania, sotto fosse così pulito, virgineo; niente macchie di inchiostro e caffè, molto più caffè che inchiostro a dire il vero.
    Invece la mia poltrona, sotto, è tutta una ragnatela, è tutta un grumo di polvere accumulata in anni di redazione coscienziosa e attenta.
    La stilografica doveva essere ben affilata, la sento dentro al petto, brucia. Sento colare il sangue e altro sangue sento salire su per la gola. Chi avrebbe mai pensato che una penna stilografica di marca potesse diventare un’arma bianca.
    E chi avrebbe mai pensato che quel ragnetto di ragazza, occhialuta e brufolosa, potesse avere tanta forza e tanta follia.
    Da questa posizione supina, sento la moquette sotto le dita, è ruvida e secca, come la mia lingua.
    Vedo tutti i miei redattori, dal basso in alto, che strana visione, li avevo sempre visti dall’alto al basso.

  • 03 dicembre 2009
    Leggero

    Come comincia: Mi sono accorto di perdere peso, alcuni mesi fa. Non che la cosa mi dispiacesse, non sono mai stato grasso, ma qualche centimetro di meno sulla pancia sarebbe stato un tocco di ringiovanimento.
    Normalmente mi aggiro intorno ai 75 chili, essendo alto soltanto 1 e 70 erano un po’ troppi.
    Stranamente, nonostante dopo 1 mese avessi perso quasi 5 chili, i pantaloni continuavano a starmi su come sempre, la cintura continuava a chiudersi al secondo buco.
    Parallelamente perdevo anche l’appetito. Ero meno attratto dal cibo. Non che mi facesse schifo o mi disturbasse, semplicemente sentivo il bisogno di mangiare meno.
    Qualcosa non tornava. Comunque mi sentivo bello leggero, camminavo più speditamente e senza quei fastidiosi crampetti ai polpacci, se facevo una corsa.
    Mi sentivo bene insomma.
    Dopo un altro mese, altri 5 chili. Iniziai a preoccuparmi un po’. Molte brutte malattie hanno questo primo indizio, un dimagrimento veloce e continuo.
    Però non stavo male. Andai dal dottore, feci un check-up completo, tutte le analisi possibili. Niente di niente, sano come un pesce.
    Il terzo mese ancora altri 5 chili. Ormai mi sentivo leggero come quando avevo 16 anni. Anche l’energia era la stessa. E anch’io però continuavo ad essere lo stesso, identico. Le mie braccia, le mie gambe, la pancetta, la faccia, tutto normale.
    Era molto strana questa faccenda. Un vero mistero.
    I mesi passarono e la bilancia, sulla quale mi pesavo ormai con frequenza ossessiva, continuava a registrare questo calo inarrestabile.
    Ormai mangiavo come un uccellino, due o tre crackers mi bastavano per tutto il giorno.
    Ero arrivato a pesare 35 chili. Neanche la più anoressica delle modelle è mai giunta a tanto, anzi a così poco.
    Eppure ero in perfetta forma, mai stato così bene.
    Andavo normalmente al lavoro, uscivo con la mia fidanzata, facevo lunghe scampagnate nei fine settimana. Tutto regolare.
    I problemi cominciarono quando, a causa del peso ridottissimo, pesavo ormai 20 chili, camminare divenne una pratica difficile. Ad ogni passetto un po’ più slanciato schizzavo come un razzo. Ad ogni saltello mi ritrovavo nell’aria, a 3-4 metri d’altezza, come un astronauta sulla luna. Dovetti fare molta attenzione. Così presi ad appesantire i miei abiti con delle zavorre.
    Un bel giorno la bilancia segnò zero.
    Io ero lì, così come adesso sono qui, c’ero tutto, testa, torso, braccia, gambe, tutto quanto. Però non pesavo più nulla.
    Andare in giro con pantaloni e giacca imbottiti di piombo era una soluzione temporanea, che avrei fatto quando fosse arrivata l’estate? Più di tanto un pantalone e una camicia non possono essere zavorrati.
    La situazione era imbarazzante e problematica.
    Un pomeriggio andai sul terrazzo, mi tolsi i pesi di dosso e subito, al primo spiffero di vento, mi alzai dal suolo, trasportato come un soffione. Ebbi paura lì per lì. Paura di precipitare nel vuoto, dall’ultimo piano del palazzo.
    Poi mi resi conto che non potevo precipitare. Non pesavo niente quindi non potevo cadere. La forza di gravità non aveva più effetto su di me. Sbracciando e dimenando le gambe riuscii a riconquistare il terrazzo.
    Sentivo il sole sulla faccia, che mi faceva bene, mi nutriva, mi dava energia, così mi spogliai e mi sdraiai a prendere il sole, rimuginando su tutta questa stranissima storia.
    Attesi la notte e ripetei l’esperimento.
    Mi lasciai trasportare dalla brezza primaverile. Era bello, rilassante, per niente pauroso.
    Direi di più, era esaltante galleggiare nell’aria a 50 metri d’altezza.
    Provai a muovere braccia e gambe come se nuotassi e incredibilmente navigavo nell’aria.
    Trasportato dal vento, feci un lungo giro sulla città, nelle luci della notte. Meraviglioso.
    La perdita totale di peso mi faceva sentire libero, svuotato da tutte le angosce.
    Ormai non mangiavo più nulla da giorni, mi limitavo a stare al sole e mi ricaricavo come una batteria. Fantastico, oltre che economico.
    La notte, non potendo ovviamente farlo di giorno, me ne andavo volando per i cieli, sempre più in alto e sempre più distante. Il mondo pareva un luogo diverso, più accogliente, il cielo era mio amico, era divenuto il mio ambiente, come un uccello.
    Anche la mia mente vagava libera per il pensiero, sognando, immaginando, fantasticando.
    La vita di ogni giorno perse interesse per me, non che fossi diventato misantropo o peggio, semplicemente camminare e fare la vita normale non era più necessario.
    Volavo, andavo dove volevo, e mi nutrivo d’aria e di sole.
    Rimanevo in aria, ad alta quota, per giorni interi.
    Ero diventato Leggero.

  • 17 novembre 2009
    Onan il burbero

    Come comincia: Onan il burbero, pur essendo uomo di polso, è l’antieroe “par excellence”.
    La sua ruvidità di carattere è dovuta più all’esasperazione, per i continui fallimenti amorosi, che non a una congenita maldisposizione nei confronti del prossimo.
    Fin dalla pubertà, Onan ha dato il suo giornaliero contributo alla più popolare delle ossessioni umane, il sesso.
    Ha adempiuto con costanza e solennità al rituale quotidiano della manipolazione dell’alter-ego che tutti portiamo fra le gambe. Ma che, ormai sospetta da tempo, sia invece il vero io incarnato e tutto il resto soltanto una complessa macchina della menzogna, costruita dalla natura per portare il vermiciattolo rosa al compimento della sua missione procreatrice.
    Gli anni di intenso allenamento hanno portato Onan, come tutti i maschi del pianeta, a un certo vigore. Il suo pupazzetto di elastica libidine si erge fra le sue cosce come un piccolo Duce, aggressivo e assetato d’azione.
    L’ardimentoso nano, con il suo elmetto turgido e spavaldo, è il condottiero che indica la direzione da seguire, la meta da raggiungere, la terra da conquistare.
    Sfortunatamente il resto della gioiosa macchina da guerra non è all’altezza delle aspirazioni e delle qualità del capo. Onan è infatti un ometto piccolo, stempiato, di poca favella e perennemente afflitto da numerosi problemi di salute.
    Gli approcci del nostro burbero antieroe sono molteplici, sviluppati nel corso di anni e anni di studi empirci e la lettura di qualche manuale del playboy.
    In discoteca.
    Onan si avvicina con fare anguilloso alla femmina designata. La scruta da dietro, valutando il potenziale erotico. La aggira come una mangusta fa con il cobra, cercando l’incontro degli occhi, per ipnotizzare la preda con il suo magnetismo animale. Saltella, come uno stambecco in calore, intorno all’avvenente esemplare femminile. Ella compie ugualmente i gesti rituali, fingendo di ignorarlo e gettando occhiate indispettite alle sue simili.
    Il piccolo generale preme nei pantaloni, per esortare la truppa a maggior ardimento. À la guerre comme à la guerre!
    Onan passa all’attacco, apre il suo vero io alla potenziale compagna, offrendo da bere con gesti plateali, nel surreale scenario pirotecnico, per superare il bombardamento musicale.
    La femmina, mossa dalle sue imperscrutabili strategie, accetta l’offerta, bagnerà le sue labbra con la libagione del focoso maschio. Un primo simbolico atto di accettazione.
    L’imperatore rosa, sorride dal suo palazzo di cotone e dirige il suo robot di carne, il suo goldrake ormonale, il suo gigantesco schiavo dal cervello binario, verso il bar.
    Tornando in pista, tenendo due cocktails in equilibrio sui suoi maldestri desideri, Onan si sente già un conquistatore.
    La scena si ripete varie volte nell’arco della serata. La femmina si riempie di alcol e le tasche di Onan si svuotano velocemente. Ella ormai barcolla e caracolla, più che danzare. Il pretendente alle sue grazie, alla regina del palazzo di seta, sente che è arrivato il momento dell’assalto alle mura della felicità, ai bastioni del piacere, alla torre cava dell’estasi.
    La danza si fa frenetica, i corpi si dibattono ormai posseduti dalla trance ormonale. Il re e la regina si scrutano dai loro castelli.
    L’aggraziato corpo della femmina manda segnali favorevoli, lo sguardo è acquoso e trasparente, la bocca dischiusa; la testa ciondola di qua e di là, le mani compiono gesti sinuosi, comunicando voluttuosi inviti.
    Onan si prepara all’assalto finale, la breccia nelle mura è ormai aperta per lui, la chiave della torre è stata gettata ai suoi piedi.
    Balza con vigore predatorio verso la regina del palazzo di seta, ma mentre lui si avvicina, ella come in una moviola, indietreggiando, rimane alla medesima distanza. I reni di Onan spingono atleticamente, l’imperatore esige il tributo alla sua maestà. Si protende ancora di più, ma il viso di lei tramonta dal suo orizzonte, come una Luna frettolosa. Il cavaliere frena il suo destriero, appena in tempo per non calpestare la principessa addormentata, che giace ormai riversa sulla pista da ballo.
    Il resto è storia ordinaria di ambulanza e lavanda gastrica. La magia della conquista è svanita. L’epica dell’accoppiamento è sfumata in una vaporosa fiatata alcolica.
    Il Re piange nel suo palazzo di cotone.

  • Come comincia: Entro nella sala, riservata nel pomeriggio al ristorante ***, non il più lussuoso e costoso della città, ma comunque di buon livello.
    I miei “allievi” sono già tutti presenti, o forse no. Se ne stanno sparpagliati per la sala a chiacchierare e sorseggiare l’aperitivo.
    Sono giovani, fra i venti e i trent’anni, di varia estrazione sociale, ma tutti benestanti. Vengono ai miei seminari di convivialità per imparare a stare a tavola. Non nel senso di apprendere il bon ton, anche se quello che insegno si potrebbe anche definire tale.
    Io non insegno quali posate e quali bicchieri usare, a seconda dei piatti e delle bevande.
    Elargisco invece perle di saggezza riguardo a come si sta insieme agli altri intorno a un tavolo, imbandito o meno.
    Avete presente quelle tavolate, soprattutto se numerose, dove l’atmosfera dovrebbe essere di allegra convivialità, di rilassato piacere, di gioiosa interrelazione?
    E avete presente quando, nella improvvisata e insufficiente realtà, ci si trova invece seduti, circondati da persone che non “combinano” fra loro?
    È una questione di educazione, di entusiasmo, e di tecnica. Io insegno questa tecnica.
    Prima regola: se ci sono delle coppie, devono separarsi, non devono stare gomito a gomito, sennò finiscono per abbracciarsi e tubare fra loro, escludendo il resto della compagnia, provocando una scissione, una barriera che interrompe il fluire della convivialità.
    E nemmeno devono sedersi uno di fronte all’altra (o altro, non siamo certo omofobi), altrimenti si perdono occhi negli occhi, magari sotto il tavolo piedi fra i piedi, ed è come stendere la rete in un campo da tennis; si creano due versanti, due campi separati, se siedono in mezzo, oppure si crea come un fondo, una direzione morta a un estremo della tavola.
    Seconda regola: maschi e femmine non devono formare gruppi compatti. Non siamo in una chiesa del secolo scorso, siamo qui per interagire e favorire l’interazione fra le persone.
    Terza regola: ognuno deve scambiare parole, gesti e sorrisi con tutti i presenti. Non sono ammesse antipatie manifeste o preferenze esclusive.
    Sono solo tre regole semplicissime. Due di pura strategia dispositiva, l’altra di semplice cortesia, ma che applicate cambiano volto alla dimensione conviviale.
    I giovani qui presenti dovrebbero essere 22 più il sottoscritto, mi vedono arrivare e si zittiscono un attimo. Io li saluto con un generoso sorriso e li invito a sedersi, rispettando la prima e la seconda regola.
    Per qualche secondo c’è un certo trambusto, com’è usuale quando molte persone, per quanto educate, spostano sedie e prendono posto. Fra risatine, battute e qualche moina si dispongono attorno al desco.
    Bene, fra maschi e femmine c’è un discreto equilibrio numerico. Già a vederli, così ben miscelati, si capisce che ci saranno più occasioni di contatto che non se si fossero seduti secondo le abitudini e le attitudini convenzionali.
    Per stare bene a tavola, con altre persone, bisogna averne voglia innanzitutto. Inutile andare a una festa se si ha intenzione di tenere il broncio. Inutile accompagnarsi a molte persone se si vuole stare soltanto con il proprio partner o isolarsi in profonde riflessioni solipsistiche.
    Il cameriere viene a prendere le ordinazioni, ci vuole parecchio tempo. Dopodiché, si prosegue a sorseggiare l’aperitivo e a gustare stuzzichini.
    La mia funzione non è di pormi come un docente, o un giudice. Io sono qua alla pari degli altri, uno fra tanti. Semplicemente, osservo lo svolgersi della cena e vi partecipo. Faccio qualche commento, qualche appunto, a volte prendo anche qualche nota scritta, per sottoporla a fine serata agli allievi.
    Le mie doti dialettiche, la mia naturale socievolezza, l’arguzia che mi contraddistingue fin da giovanissimo, nonché la mia esorbitante cultura, mi permettono di partecipare a qualunque simposio o convivio senza problemi, anzi con la certezza di dare un contributo significativo.
    Uno degli allievi ha iniziato a tenere un comizio su una questione di attualità. Scrivo un bigliettino e glielo faccio avere, passando di mano in mano. La regola è che solo il destinatario deve leggerlo. Gli giunge la missiva, la legge sottecchi e calmiera il suo furore oratorio. Non è bello catalizzare l’attenzione di tutti sulle proprie convinzioni, non siamo qui per fare competizioni oratorie o proselitismo.
    A tavola tutti i discorsi sono, anzi devono essere, ben accetti. Escludendo le sconcerie eccessive e sgradevoli.
    Un altro giovane ha appena raccontato una barzelletta, evidentemente buona, perché metà della tavolata e scoppiata in una fragorosa risata. L’altra metà non ha sentito e non ha potuto godere del momento ludico. Invito tutti a fare un attimo di silenzio e il ragazzo a ripetere la storiella a beneficio di tutta la brigata. Il momento ludico si raddoppia.
    Una coppia di ragazze, evidentemente molto amiche, sta cercando di comunicare, da un capo all’altro della tavolata, gridando e facendo gesti ampi ed agitati. Le rivolgo un’occhiata perplessa, subito pongono fine all’assurda conversazione a distanza e prestano attenzione ai vicini.
    Squilla un cellulare, uno dei più adulti della combriccola, controlla chi sta chiamando, chiede scusa e si alza, allontanandosi verso l’ingresso per non disturbare. Molto bene, apprezzabile educazione spontanea, doppiamente encomiabile in questi tempi di volgare cicaleccio tecnologico, impudente e menefreghista.
    La cena prosegue, di portata in portata. Le vivande sono di ottima qualità e contribuiscono a generare buon umore. Il chiacchierio ha i suoi periodi, i suoi alti e bassi, i momenti di intensità e quelli prossimi al silenzio. Una tavolata ben vissuta non rimane mai in completo silenzio e non eccede mai nel fracasso e nel chiasso corale.
    Suona un altro cellulare, una ragazza controlla e spegne l’apparecchio. Bene, brava, così si fa. Se non è importante, quando si è con altre persone si deve rimandare il contatto.
    Arrivati al dessert, gli sguardi sono già più intorpiditi per le libagioni abbondanti e lo spirito si fa dolcemente eccitato. Arrivati a questo punto, il fervore conviviale ha fatalmente una flessione, è fisiologico. I discorsi si fanno più pacati, anche privati. Ognuno tende a rinchiudersi in una comunicazione privata con il vicino, magari confidenziale. È normale. Provvedo quindi ad evocare un brindisi, per chiudere in bellezza la cena. Un ultimo artificioso slancio comunitario, per non far decadere il convivio nell’apatia. Il caffè e gli amari suggellano l’esperienza gastronomica e sociale.
    È il momento del conto. Si è stabilito prima che si paga “alla romana” ognuno per sé. Questo non vuol dire che ognuno tira la somma di ciò che ha consumato, magari con la calcolatrice. Si fa la media, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato. Niente sarebbe più triste che finire una cena con conti e riporti, resti e competenze.
    Bene. È andata bene. Ci alziamo e prima di uscire, invito i ragazzi a rimanere un attimo, in piedi, intorno alla tavola ed esprimere le loro impressioni. Chi più chi meno si dicono sorpresi piacevolmente. Effettivamente la cena ha avuto un decorso più agile, è stata più proficua e piacevole per tutti. Nessuno è rimasto escluso, nessuno ha fatto il capo banda. La lezione era proprio questa, mostrare come, con pochi accorgimenti e un po’ di buon senso ed educazione, anche una semplice cena riesce a dare il meglio di sé.
    Missione compiuta. Usciamo e ci salutiamo. Qualcuno mi domanda se è possibile fare un’altra riunione conviviale, avrebbe delle persone a cui mostrare l’efficacia dei miei precetti. Do ovviamente la mia disponibilità.
    Torno a casa in taxi, dopo una cena abbondante, con altrettanto abbondanti bevute, non c’è niente di più piacevole che farsi scarrozzare, intorpiditi e rilassati, da un autista professionista.
    Passando davanti a un ristorante, noto un folto gruppo di persone che ha appena finito di cenare. Si salutano di malavoglia, alcuni sbadigliano, altri fanno la faccia disturbata. È chiaro che questo gruppo avrebbe bisogno di una lezione del professor Edgardo Palombi, Maestro di tavola.

  • 10 ottobre 2009
    La legione dei dispelati

    Come comincia: Io sono cinese, della plovincia di Wang-Ton, sul fiume Shang-Li.
    Sono emiglato in Eulopa, in celca di migliol foltuna, pel sfuggile alla poveltà delle mie telle.
    Nel mio paese siamo tutti poveli, anche il govelnatole locale tila avanti alla meno peggio.
    Eppule lidiamo semple, folse solo pel falci colaggio a vicenda, pel non pensale alla nostla sfoltuna, alla fame, alle malattie, alle cicliche devastazioni natulali.

     

    Sono allivato in Italia nascosto in un containel, una tlavelsata dulata quasi un mese. Quando sono sgusciato fuoli dal cassone metallico, elo più molto che vivo, ma felice di essele allivato nel paese della pasta, della pizza, della Fellali, della Felilli e del bel canto.
    In questa città, Genova, capoluogo della Legione Ligulia, la gente vive bene da secoli, hanno un passato di glandi navigatoli, di glandi commelcianti.
    Dopo avel tlovato aiuto e lavolo plesso alcuni miei compatlioti, ho celcato di inselilmi, pel quanto possibile, nella vita italiana.
    Non so cosa abbiano, qua, le pelsone. Quasi nessuno muole di fame, quasi tutti hanno casa e macchina e bei vestiti, vanno in vacanza, lavolano, hanno assistenza medica, pensione. Eppule vanno tutti in gilo con celte facce tlisti, allabbiate, sfiduciate, malevole. Se gualdi qualcuno negli occhi, mentle sei a passeggio, o si gila dall’altla palte, oppule ti fulmina con un’esplessione ilata e diffidente.
    Non capisco ancola bene la lingua italiana, ma avvelto nei toni di voce una genelale nota di labbia leplessa, di odio pel tutto e tutti.
    Ho celcato di falmi spiegale dai miei compatlioti che vivono qua da anni, che cosa abbia di sbagliato questa legione. Lolo la chiamano olmai la Legione dei dispelati.
    Quando al listolante, selvendo la clientela, celco di ascoltale e capile i lolo discolsi, sento soltanto palole di invidia, lancole; flasi immancabilmente negative, dilette a deniglale qualcuno, spesso amici e palenti, mogli, maliti e figli. Il displezzo leciploco legna sovlano. Pelfino quando pallano di spolt, del bellissimo calcio italiano, finiscono semple pel litigale e offendelsi a vicenda. Se poi pallano di soldi o di politica diventano addilittula fuliosi, feloci come tigli selvagge.
    Spelo di lacimolale in fletta abbastanza soldi pel tolnale al mio povelo paese, questa tlistezza mi sta uccidendo.

  • 03 ottobre 2009
    Cocktail

    Come comincia: Cocktail non è un aperitivo o un long drink. È un uomo sui 30 anni. Il suo soprannome gli deriva dal fatto di essere il fantastico e inusuale prodotto di una miscela genetica a dir poco variegata.
    Il padre è siciliano, la madre finlandese. I nonni paterni sono uno irlandese e l’altra marocchina. I nonni materni, uno giapponese e l’altra eritrea. Come si siano stabiliti in Italia è un mistero tuttora irrisolto.
    La realizzazione di un tale, improbabile, miscuglio di razze è cosa degna di nota, il prodotto delle vite straordinarie dei sei ascendenti maggiori. Per tralasciare il retaggio genetico delle generazioni precedenti. C’è di tutto: montanari altoatesini, pescatori maltesi, coltivatori boliviani, segretarie inglesi, acrobati francesi, perfino un imam sudanese e un rabbino israeliano.
    Sembra che i componenti della famiglia *** abbiano l’irrefrenabile istinto a cercare e trovare un compagno o una compagna, il più possibile differente da loro.
    Cocktail ha una fisionomia che lo rende definibile come un arcimboldo di tratti etnici, un compendio di caratteri fisiognomici, un collage di forme esotiche.
    È di altezza media e fisico asciutto e muscoloso. Ha i capelli rossi, liscissimi. La pelle colore ramato, tendente al caffelatte, come dire, cangiante. Gli occhi a mandorla azzurri non si erano mai visti sulla faccia della terra e di nessun altro essere umano. Il naso importante, ma ben formato, gli dà un’aria autoritaria e volitiva. La bocca è carnosa e rosea, ma piccola. I denti sono forti e bianchissimi. La mandibola è pronunciata, il mento arrotondato ma vigoroso.
    Essendo cresciuto in giro per il mondo, il padre è diplomatico per una cosca mafiosa della Sicilia occidentale, Cocktail ha vissuto un po’ dappertutto, acquisendo nozioni disparate e varie quanto il suo aspetto fisico.
    La vita di questo anomalo individuo, sintesi di una bella fetta del genere umano, è stata altrettanto indefinibile.
    Il giovane ben presto si rese conto dell’attività del padre, non che fosse un killer o un estortore, diciamo più un riciclatore. Tuttavia il suo elevato senso morale gli suggerì di allontanarsi dal genitore e accompagnare la madre, artista internazionale, nei suoi pellegrinaggi ispirati.
    Per dimostrare al maschilista e reazionario padre-padrino di non essere una checca, viste le sue inclinazioni artistiche, mise incinta una ragazza californiana, di origine occitano-madagascarese, in sventurata vacanza a Palermo, a soli 18 anni, ricavandone una coppia di gemelli assortiti e salvando l’onore agli occhi del virile papà.
    Il nostro Oriente rosso, o Negroni sbagliato che dir si voglia, del genere umano, ha sempre avuto un’intelligenza spiccata e una favella molto sciolta e creativa. Purtroppo uno dei suoi ascendenti doveva essere uno scioperato di prima grandezza, un fannullone di magnitudo superiore. Pur avendo doti eccezionali ed essendo uno spirito fremente, una mente in continua fibrillazione, Cocktail non si è mai sognato di adattarsi a un lavoro fisso, a una carriera coerente e razionale.
    A 14 anni fu iscritto a forza, dal padre, all’istituto nautico di Palermo, la scelta più virile disponibile, escludendo la carriera di baby-killer, troppo prosaica per il raffinato rappresentante finanziario.
    Dopo essere stato bocciato in prima, seconda e terza classe, al quinto anno di infruttuosa iscrizione, non si può parlare di frequentazione, visto che il giovane arlecchino genetico marinava per mesi di fila, avendo trovato un’interpretazione tutta personale del concetto di arte marinaresca, il padre si convinse a lasciar perdere. Domandò al figlio diciannovenne cosa “minchia” volesse fare nella vita.
    Il polimorfo discendente lo guardò con aria trasognata e ironica, e gli rispose maliziosamente che si sentiva molto portato per l’uncinetto e il punto croce, ma sapendo di non avere chances in quel settore di squali, avrebbe optato per le arti visive.
    Il genitore lo guardò per alcuni minuti, col viso impietrito, poi afferrò il telefono, chiamò la sua ormai lontana consorte e glielo spedì in tutta fretta a casa.
    La mamma viveva, a quel tempo, in una piccola cittadina olandese, insieme a un politico locale del partito verde; accolse il figlio con la distaccata grazia che solo gli artisti sanno avere. In realtà non le importava un fico secco di riunirsi alla prole, era immersa nella sua arte e nella sua love story.
    Questa nuova situazione diede a Cocktail la possibilità di esprimersi liberamente, i soldi non mancavano, anche perché il padre gli inviava comunque sostanziosi assegni, era pur sempre il solo frutto dei suoi lombi.
    All’accademia d’arte, alla quale ebbe accesso grazie allo sponsor politico del “patrigno”, il ragazzo multicolor trovò la dimensione adatta al suo spirito irrequieto e creativo, per qualche mese. Dopodiché, stanco di anatomia, ornato e storia dell’arte, abbandonò gli studi e si dedicò alla vita attiva.
    Trasferitosi ad Amsterdam, prese in affitto una boat-house e ne fece la sua casa-studio. Il primo anno lo passò girovagando per fiumi e canali, accumulando sensazioni visive da trasferire sulla tela.
    Purtroppo si rese conto che la pittura abbisogna di un’applicazione e di una disciplina ferrea, elementi totalmente estranei al suo carattere mutevole.
    Ripiegò quindi sulla fotografia, illudendosi che la semplicità meccanica del gesto implicasse un’altrettanto facile raggiungimento di risultati.
    Dopo migliaia di scatti dell’otturatore e un sostanzioso numero di scatti di nervi, per gli scarsi risultati, Cocktail, a 22 anni, si trovò finalmente di fronte alla verità nuda e ben poco sexy : non aveva talento e ancor meno voglia di lavorare.
    Nella disperazione che scaturì dalla consapevolezza, il giovane pesce variopinto si sentì affogare nel suo stesso mare. Il mondo gli pareva una ghiotta barriera corallina, nella quale però non trovava collocazione.
    Partì quindi alla ricerca di sé stesso.
    Fu notato, durante un soggiorno in California, mentre era in visita ai suoi due gemelli, da un produttore di Hollywood che, stupito dal suo aspetto, gli domandò a bruciapelo chi fosse il suo make-up artist.
    Alla risposta di Cocktail, di non adoperare nemmeno un leggero fondo tinta, il talent scout lo scritturò immediatamente per interpretare sé stesso in un colossal di fantapolitica.
    Il circo delle produzioni cinematografiche si rivelò al ragazzo come l’apparizione nel deserto della mitica Shangri-La. Sembrava nato per fare l’attore, in effetti si rese conto di aver recitato tutta la vita. Mancando totalmente di referenti solidi e attendibili nella sua esistenza, e ispirato forse anche dal suo inclassificabile aspetto, egli era l’attore “par excellence”, l’uomo dalla personalità multipla e spumeggiante, ma privo di una identità definita.
    Cocktail ha quasi trent’anni ormai, è una star internazionale. Il suo aspetto incarna alla perfezione lo spirito dei tempi moderni. Un cortocircuito di culture, patrimoni genetici, influenze internazionali.
    Non ha ancora capito cosa vorrà fare da grande, se mai lo diventerà, ma la sua figura ispira le nuove generazioni di questo piccolo e convulso mondo. Sta diventando di moda sposarsi con la persona più diversa da sé, i chirurghi plastici e le industrie di cosmesi si stanno sbizzarrendo in trattamenti e prodotti “esotizzanti”.
    C’è già chi pensa al possibile incrocio, un giorno, con esseri di altri mondi.

  • 13 agosto 2009
    Contenitore per anima

    Come comincia: "Contenitore per anima, vendesi. Quasi nuovo, garanzia eterna. Colore blu metallico. Completo di tracolla e filtro."
    L’offerta mi aveva tentato, il prezzo era senz’altro vantaggioso. Il CPA è l’unico articolo che vale di più usato che nuovo, per l’ovvia ragione che se è stato usato e svuotato vuol dire che funziona, e se funziona è eterno, praticamente, salvo ovviamente manomissioni o danni.
    I CPA, per qualche strano motivo, pure essendo fabbricati tutti con una tecnologia, materiali e standard identici, non funzionano tutti. La percentuale dei TPA, i cosiddetti Tombe Per l’Anima, è orribilmente e irrimediabilmente alta, quasi il 15 per cento. Un TPA imprigiona l’anima, per l’eternità. Pare che sia un problema quantistico, anche se la percentuale di apparecchi difettosi è superiore a quella di qualunque altro manufatto.
    Chi accetterebbe di farsi custodire l’anima in un involucro non sicuro?
    E’ una roulette russa usare un CPA nuovo, non collaudato.
    E i collaudatori sono pochi, anche se pagati cifre favolose.
    Io ero uno di questi. Un collaudatore di quelle che tra noi chiamavamo semplicemente “le bare”, per scaramanzia.
    L’ho fatto per 3 anni, un collaudo al mese. Oramai ero ricco, potevo permettermi di passare il resto della vita in agiatezza, a 40 anni.
    Non sono molte le persone disposte a farsi travasare l’anima una volta al mese, dal proprio corpo al contenitore e viceversa.
    A me era andata bene. 35 travasi, tutti a buon fine.
    Il problema è che, nel frattempo nonostante sia ancora giovane, mi sono ammalato gravemente.
    Le cure costeranno molto e richiedono un travaso d’anima, e quindi un contenitore mio.
    Il CPA è un articolo per ricchi, molto ricchi. Così come i corpi di ricambio, anche se quelli si trovano facilmente, muore o scompare tanta gente ogni giorno.
    Mi è stato chiesto spesso, cosa si prova a non avere l’anima per alcune ore. Beh, è come dormire, ci si ricorda soltanto dei sogni che si stavano facendo al risveglio, per il resto nulla.
    Ho acquistato il CPA. Me lo consegneranno oggi pomeriggio a domicilio, con molta discrezione, è l’articolo più prezioso della storia umana.
    Quando sarò pronto al travaso, per la prima volta in vita mia un travaso sicuro, andrò alla clinica del dottor Ridley. Gli lascerò in custodia la mia anima e il mio corpo, separatamente, la prima per essere conservata, il secondo per essere curato.
    Ho scelto di curare il mio corpo originale, invece di cercarne uno nuovo, perché ci tengo alla mia persona. Sono abbastanza bello, alto e atletico, vale la pena recuperarlo. Inoltre la nano-tecnologia me lo renderà perfino migliore di prima. Fegato nuovo, reni nuovi, pancreas nuovo.
    Ricomincerò a vivere, un po’ meno ricco di prima, ma finalmente libero e sano.
    Dopo essermi venduto l’anima per 35 volte, credo di essermelo meritato.

  • Come comincia: I mucchi di spazzatura erano stati provvidenziali. Carmelina ringraziò San Gennaro, la fasulla amministrazione della città e ovviamente Santa Camorra Organizzata.
    Non c’è nascondiglio migliore della spazzatura. Lì nessuno viene a cercarti. La puzza che le si era appiccicata addosso, non l’avrebbe abbandonata che dopo molti bagni. Ma le aveva salvato la pelle.
    È incredibile come un corpo umano vestito, si confonda alla perfezione tra la spazzatura.
    I killers le erano passati davanti, in pieno giorno, molte volte. Si erano perfino voltati verso di lei, semisepolta tra sacchi, stracci e ogni possibile rifiuto, e non l’avevano vista. Si erano limitati a tapparsi il naso e a fare una smorfia di disgusto. Uomini sensibili e raffinati.
    Carmelina se ne stava seduta, come una bambola rotta, tra i sacchi sventrati. Si era gettata addosso in tutta fretta quello che aveva intorno, verdure marce, stracci, pezzi di mobili vecchi. Teneva in grembo un lavandino incrostato e crepato, come fosse uno scudo.
    Non aveva creduto nemmeno per un secondo di potersi salvare così. Si era messa lì per istinto, come un animale braccato dai segugi.
    I sicari, con i loro occhiali scuri, le loro pistole, i loro maledetti ghigni, erano passati e ripassati. Sapevano che non poteva essere lontana, ma non riuscirono a trovarla.
    Perfino per gente così, la puzza degli scarti umani era troppo forte.
    Era rimasta lì per ore, fino a che il buio era sceso nelle strade, a dare conforto e sonno ai disperati come lei. Stranamente, nel suo terrore, non sentiva l’odore stomachevole in cui era immersa. Anzi, nella lucidità e acutezza di sensi che la paura le generava, avvertiva distintamente ogni singolo effluvio di quella montagnola di sozzura. Un intero campionario di odori, una collezione del disfacimento delle cose.
    Il suo uomo era morto. Ucciso da altri come lui. Carmelina non cercava vendetta. Voleva solo andarsene più lontano possibile da quella città, da quel maledetto paese di criminali.
    Tutto era iniziato quando Antonio, il suo fidanzato, era arrivato a casa con quella valigia, piena di soldi. Era entrato ansimando, sudato per il calore estivo e la corsa che aveva fatto su per le scale; l’ascensore, come al solito, era guasto.
    Si era richiuso la porta alle spalle con un gran colpo. Carmelina sentendolo aveva subito pensato che fosse arrabbiato, magari per l’ennesima inutile fila al collocamento, o attesa al bar, di qualche piccolo boss del quartiere, per ottenere una raccomandazione.
    Tiravano avanti a stento, stavano insieme da ormai 5 anni, e nessuno dei due riusciva a trovare una collocazione stabile. L’appartamento, al quarto piano della palazzina di periferia, glielo aveva dato il comune, grazie all’intervento di Don Raffaele. Santa Camorra era l’unica che avesse mai pensato a loro. In cambio, Antonio era stato ingaggiato come “cavallo”, ma essendosi dimostrato maldestro e inaffidabile, era stato messo da parte, per sua fortuna, o sfortuna, chissà.
    Sta di fatto che lui aveva preso la cosa come un’offesa personale e aveva rotto con il clan di Don Raffaele, che da parte sua era stato ben felice di liberarsene. Di gente giovane, sveglia e senza scrupoli ne avevano quanta ne volevano.
    Quella sera Carmelina si aspettava di veder sbucare Antonio dal corridoio, con la solita espressione corrucciata e arrabbiata. Invece era corso da lei, aveva buttato una valigia sul divano e l’aveva abbracciata.
    “Siamo a posto Carmè!” le aveva detto nell’orecchio, mentre la baciava.
    La valigia era piena di soldi. Mio Dio quanti soldi!
    Carmelina ebbe subito paura. Era chiaro che Antò aveva combinato qualcosa d’irreparabile e non faticava a immaginare che la provenienza di quel denaro fossero le tasche di qualche boss.
    Ma come aveva fatto Antonio, maldestro e non certo un campione di furbizia, a impossessarsi della valigia?
    Alle sue domande insistenti e preoccupate, lui rispose solo con vaghe parole, stazione, polizia, retata, Don Raffaele...
    A sentire quel nome, Carmelina lo prese per il colletto della camicia sudata e lo tempestò di schiaffi. Antonio, invece di prendersela e di ragionare, continuava a ridere.
    Mezz’ora dopo erano entrambi in strada, con i soldi stipati in due borse, che si affrettavano verso la fermata degli autobus. Portarono il malloppo a casa della vecchia zia cieca di Carmelina, nel suo cadente appartamentino del centro, lontano dal loro quartiere. Avrebbero pensato dopo, con calma, cosa fare.
    Rientrati a casa, lei si mise a preparare la cena. Antonio continuava a saltellare per casa come un grillo eccitato, dicendole che si sarebbero trasferiti al nord, avrebbero comprato una bella casa, anzi una villetta, e finalmente avrebbero fatto tutti i figli che volevano.
    Dopo cena, lui se ne uscì, per andare al bar come al solito. Carmelina lo strinse per le spalle e, guardandolo fisso negli occhi per almeno due minuti, gli raccomandò di tacere, non dire niente a nessuno, nessuno, nessuno. Lui sembrava essersi calmato e le promise che sarebbe stato una tomba.
    Un’ora dopo, dal bar, le telefonò il cugino Salvatore, piangendo. Tra un singhiozzo e l’altro, riuscì a dirle che avevano sparato ad Antonio, lì fuori dal bar.
    Carmelina riagganciò il telefono e rimase alcuni secondi immobile. Sapeva che di lì a poco, i killers sarebbero arrivati. Ovvio.
    Corse a vestirsi. Afferrò la borsa e, mentre si precipitava verso la porta, sentì l’ascensore che scendeva. Evidentemente l’avevano riparato, ma loro rientrando non se ne erano neanche accorti. Presi com’erano dall’eccitazione e dalla paura, avevano fatto i quattro piani di scale tutti d’un fiato.
    Aprì la porta e si affacciò alla tromba delle scale. Qualcuno stava salendo a piedi. Ovvio. Tutto come nei film, pensò, le tagliavano ogni via di fuga.
    Rientrò in casa e chiuse la porta. Non c’era tempo di chiamare aiuto, tanto meno la polizia, che in quel quartiere si faceva vedere ben di rado.
    Corse in bagno e prese il secchio d’acqua che usavano come sciacquone. Lo rovesciò sul pavimento, davanti alla porta di casa.
    La sua mente, invece di smarrirsi nel terrore, era diventata lucida e indifferente. Come quella volta che quei ragazzi l’avevano inseguita, nei prati della campagna intorno al quartiere, quando aveva 15 anni. Lei li aveva seminati, poi era tornata indietro, con un bastone, e aveva spaccato la testa al loro capetto, un moccioso di 13 anni, più stupido che eccitato.
    Questa volta però era diverso. Questi erano sicari professionisti.
    Staccò i fili volanti, che collegavano l’impianto elettrico di casa a quello del condominio e li appoggiò allo zoccolo della porta.
    Intanto sentì l’ascensore che si fermava al piano. E passi pesanti che risuonavano dalle scale.
    Tornò di corsa in salotto e prese dal cassetto una manciata di petardi, in casa di Antonio non mancavano mai. Si appostò in cucina e attese.
    La maniglia della porta ebbe un sussulto. Nel buio, sentì imprecare. Accese un petardo.
    Tutto si svolse in pochi secondi. La porta si aprì di schianto, lei lanciò un petardo che esplose immediatamente. Due uomini scivolarono sull’acqua e caddero sparando, i fili della corrente caddero sull’acqua e li fulminarono.
    Il silenzio calò irreale. Carmelina attese qualche secondo. Non si sentiva alcun rumore dal pianerottolo. Forse erano solo in due. Ma certamente qualcuno era rimasto di sotto, ad aspettare i compari, con la macchina o con le moto.
    Si avvicinò ai sicari, scostò il filo sfrigolante con il bastone di plastica della scopa. Li smosse con vigore, ma non reagirono. Allora prese una delle pistole. Era pesante e tiepida.
    Uscì sul pianerottolo, con la pistola puntata, non c’era nessuno. Si chiuse la porta alle spalle.
    Scese di due piani e suonò al campanello di Rosa, la sua amica e confidente. Dopo ripetuti squilli, la porta si scostò di pochi centimetri. Carmelina entrò di prepotenza e se la richiuse alle spalle.
    Rosa la guardava con occhi sgranati, che saltavano dal suo viso alla pistola. Le fece segno ti stare zitta. Si guardò intorno. Dal salotto i lampi del televisore, intermittenti, svelavano le sagome della famiglia schierata, immobile. La pubblicità strombazzava nell’aria i suoi slogan.
    Andò verso la cucina, trascinandosi dietro Rosa. Aprì la finestra e guardò di sotto. Eccoli lì. Altri due, sulle moto, coi caschi in testa e i motori accesi.
    Fu tentata di provare a sparargli, ma poi si rese conto che non sapeva nemmeno come puntare una pistola.
    Con gesti veloci prese i panni stesi e, mentre si avviava verso la camera da letto, sull’altro lato del palazzo, li annodò più stretti che poteva.
    Dalla finestra della camera si calò giù in strada. Mentre si allontanava, vide con la coda dell’occhio Rosa che ritirava i panni.
    Aveva corso finché il fiato non le si era bloccato in gola. Almeno due chilometri. Poi si era gettata sul primo autobus che passava, verso il centro.
    Sotto casa della zia Concetta, una macchina se ne stava parcheggiata, i due a bordo erano certamente uomini di Don Raffaele.
    Doveva riuscire ad entrare, recuperare i soldi e uscire. Si appostò sull’altro lato della strada, nascosta dietro al cartellone pubblicitario della nota bevanda che mette le ali. La zia abitava al primo piano.
    Accese altri due petardi e li gettò più lontano che poteva. Scoppiarono quasi all’unisono. La macchina scattò sgommando in mezzo alla strada e si allontanò nella notte.
    Mentre correva verso il portone, sentì stridere le gomme, stavano girando intorno al palazzo.
    Ci mise meno di un minuto a prendere i soldi e lanciarsi dalla finestra della cucina di zia Concetta.
    Ma intanto la macchina era tornata indietro e i sicari l’avevano vista.
    Si proiettò verso i vicoli, dove non avrebbero potuto inseguirla. Le due borse di soldi pesavano come macigni. Non avrebbe mai pensato che i soldi sarebbero diventati un problema di peso. Non per lei.
    Era notte. Carmelina vagava per i vicoli con le sue borse piene di denaro. Si fermò in una pensione e prese una stanza. Il mattino dopo doveva riuscire a lasciare la città. Ma non sapeva come.
    La stanchezza la fece piombare nel sonno immediatamente.
    Mentre dormiva, la sua mente continuò a cercare una soluzione. Sognò di scappare, esattamente com’era successo, ripercorse ogni passo che aveva fatto. Per una strana sovrapposizione, sognò di essere lì, in albergo, addormentata.
    Alle 8, come aveva chiesto, il telefono sul comodino squillò. Era ora di ricominciare la fuga.
    Non si sentiva riposata, aveva dormito vestita e con la pistola a fianco. Non era dormire quello.
    Per un attimo la sua mente focalizzò il viso di Antonio. Le lacrime le scorsero immediatamente sul viso. Fece qualche profondo respiro, per recuperare la lucidità e smettere di singhiozzare.
    Andò in bagno e si diede una rinfrescata sommaria. Poi rinfilò la giacca di pelle e uscì.
    Alla reception consegnò la chiave e si avviò verso l’uscita senza dire nulla.
    Il sole la abbagliò, non aveva gli occhiali scuri, erano rimasti a casa. Si fermò a comprarne un paio a una bancarella. Era nel quartiere del mercato etnico, non si era accorta di essersi spinta fin lì, la notte prima. La paura mette le ali, altro che bevande energetiche.
    Non sapeva dove dirigersi. Gli uomini di Don Raffaele controllavano certamente le stazioni, l’aeroporto, magari anche gli imbocchi delle autostrade. Tanto era tutta roba loro. Ma non poteva rimanere lì, a girare come una scema, l’avrebbero trovata in poco tempo. Dai parenti non poteva andare, non poteva farli rischiare. Ehhh… la famiglia, la famiglia...
    Si diresse verso il parcheggio dei taxi. Per una volta si concesse il lusso di un taxi vero, non abusivo. Si fece portare all’altro capo della città. Appena scesa, ai margini di un’altra periferia, appena un poco più decente di quella dove abitava, l’odore della spazzatura che marciva al sole, le fece girare la testa.
    Ebbe il tempo di prendere un caffè e un cornetto al bar, poi, mentre usciva, una macchina inchiodò, tre uomini la fissarono per un momento, mentre lei già si lanciava in una corsa sfrenata, oppressa dal peso delle borse. Svoltò un angolo, poi un altro e un altro ancora, continuò a correre e svoltare angoli. Ogni rumore di passi, ogni stridìo di gomme, ogni voce, la faceva scappare ancora più velocemente. Finché le gambe le cedettero e si ritrovò a cadere in un mucchio di rifiuti.
    Mentre cercava di districarsi dalla spazzatura, vide la macchina degli assassini passare dall’altra parte della strada e fermarsi. S’immobilizzò, semicoperta di rifiuti, con un lavabo in braccio.
    Gli uomini di Don Raffaele scesero dalla macchina e si sparpagliarono lungo la strada. Passarono e ripassarono più volte, guardandosi l’un l’altro, scrutando la strada e le poche persone che camminavano come stordite dal sole e dalla puzza dei rifiuti.
    Carmelina sentiva soltanto il suo cuore pulsarle nel petto e nelle tempie, tutto era come ovattato, irreale. Rimase seduta nella spazzatura per ore, finché fece buio. Nessun camion della nettezza passò a raccogliere i rifiuti. Santo sciopero degli operatori ecologici.
    Quando si rialzò, a notte fonda, dal mucchio di spazzatura, le sembrò che tutta la schifezza del mondo si alzasse insieme a lei e si mettesse a camminare con lei. La puzza che la impregnava era rivoltante, se ne rendeva conto. Evitò il più possibile ogni contatto e si diresse verso una lavanderia a gettoni. Fortunatamente era deserta. Si sfilò gli indumenti e li mise nella lavatrice, come in quella vecchia pubblicità. Ogni tanto una macchina passava rombando sull’asfalto, e ogni volta il cuore le si fermava.
    Mentre la lavatrice faceva il suo lavoro, Carmelina si pulì alla bell’e meglio col detersivo, raschiandosi la pelle fino ad esserne completamente arrossata. La puzza non se ne andò completamente, ma almeno non era più così nauseante.
    Si rivestì in fretta, gli indumenti erano ancora bagnati e odoravano di un tremendo mix di detersivo e spazzatura.
    Si diresse verso la campagna, nella notte, niente e nessuno l’avrebbe fatta tornare in quella città, niente e nessuno.

  • 06 giugno 2009
    Humus in fabula

    Come comincia: “Hanno ucciso l’Uomo Ragno, Capitan America è molto malato, Iron Man è decisamente appesantito. Confidiamo nell’intervento di Miss Universo, l’Uomo Focaccetta e il Bambino Maggico.”
    Con queste solenni parole, il presidente del Coniglio superiore intercontinentale, isole comprese, un organo saltellante e molto prolifico, concluse il suo intervento sulla situazione dei rapporti Europa-Africa-Medio Oriente.
    Le telecamere scivolarono elegantemente su Buccia di banana, membro aggiunto, appena giunto per giunta dall’Africa, il quale, dopo essersi schiarito la voce e ravviato i lembi del vestito giallo, iniziò il suo autorevole e coraggioso intervento.
    “Ringrazio il presidente e tutti i membri e le membra e le membrane di quest’assemblea. Dopo aver ascoltato le parole dette fin qui, ma anche prima e probabilmente altrove, sento il dovere di richiamare la vostra acuta e brillante attenzione su un problema di non poco conto. Il Mar Merditerraneo, come tutti sappiamo è ormai divenuto una splendida cloaca, una magnifica immensa piscina piena di ogni rifiuto possibile immaginabile, di ogni ben di Dio, aggiungo io!”
    Le facce dei presenti ruotarono una verso le altre, in un graziosissimo gioco collettivo di ammiccamenti, ammaliamenti e ammonimenti. Un vago odore di fogna penetrò le narici e i cervelli, ma era soltanto il delegato dell’Ente Gas e Acquitrini che aveva detto la sua, a microfono spento, infido come al solito.
    Buccia di banana riprese.
    “Insomma, siamo divisi soltanto da questo laghetto merdoso, cari amici e colleghi e collegati, quindi io propongo di solidificare tutta questa distesa di eiezioni trans-continentali, trasformare questo giardino di humus, in fabula! Avremo così una fertile e rigogliosa nuova terra, su cui vivere, prosperare e tapparci le narici. Ci servirà per unire fisicamente le nostre merde. Allora io dico... ”
    E qui la sua voce si fece stentorea e appassionata…
    “Vive la merde! Fondiamo una nuova era di prosperità sulla merda!”
    Gli applausi scrosciarono immediati e calorosi, le mani si sbucciavano, mentre Buccia di banana, al contrario si riabbottonava l’ampio vestito giallo, riprendeva fiato e recuperava aplomb.
    Non si era aspettato una risposta così unanime ed entusiasta, ne era stupito lui stesso.
    La solidificazione del Merditerraneo non fu difficile, essendo ormai già allo stadio di palude merdosa, bastò intensificare per un paio d’anni le emissioni da parte di tutti. Fu varato un piano apposito, l’“Ejection Act”, che prevedeva forti sgravi fiscali per chi si impegnasse a produrre più merda e spazzatura possibile.
    Scoppiò la moda della “merde”, in francese, non per eufemismo, ma per autentico e orgoglioso spirito innovatore.
    I lassativi divennero moneta sonante. In giro per il Merditerraneo si vedevano milioni di uomini e donne, accucciati e con le braghe calate. L’inno del corpo sciolto si stabilì saldamente in testa alle classifiche.
    I problemi iniziarono a solidificazione avvenuta.
    A quel punto, si dovevano ridisegnare i confini delle nazioni e i dissapori si fecero subito sentire.
    Dal sud e dal nord le masse di cagoni si precipitarono verso il centro del grande bacino essiccato, deponendo i propri stronzi come fossero pietre miliari o cippi confinari.
    I litigi sfociarono presto in scontri aperti a suon di secchiate di escrementi.
    Fu istituita una commissione internazionale, la A.N.A.L. Agenzia Nuove Aree Latrinari, alla quale si contrappose immediatamente il M.E.R.D. Movimento Europeo Ridistribuzione Deiezioni, che rivendicava il diritto a maggiori territori, proprio in considerazione del fatto indiscutibile che era stata l’Europa e non l’Africa o il Medio Oriente, a contribuire per secoli in misura preponderante alla trasformazione del Merditerraneo.
    Squadre di specialisti in coprologia mapparono tutta l’area, prelevando campioni di deiezioni in ogni angolo. Fu stabilito che, sì, l’Europa aveva dalla sua una maggiore quantità di merda, ma quella africana e mediorientale risultò essere di qualità superiore. Inoltre, finché il mare non fu definitivamente essiccato, stronzi e spazzatura avevano viaggiato liberamente e alacremente per tutto il territorio, dunque non era possibile fare una distinzione precisa.
    La “Guerra della Merda” scoppiò in pochi mesi. La corsa al riarmo degli sfinteri fu combattuta a suon di mangiate pantagrueliche e quantità industriali di lassativi, che ormai costavano come la cocaina. Ogni popolazione elevò, nel mezzo del Merditerraneo i suoi baluardi di escrementi, vere e proprie fortezze e cattedrali adorne di tarzanelli e pinnacoli marrone.
    Il sogno, la visione di Buccia di banana, rischiava di naufragare, di fallire per l’inguaribile egoismo dell’uomo. Le forze armate di ogni nazione occupavano e presidiavano porzioni del nuovo territorio. Gli scontri si facevano sempre più frequenti e cruenti.
    La soluzione arrivò, inaspettatamente, da un cartello di multinazionali. Proposero di costituire tutto il bacino del Merditerraneo come territorio indipendente e autonomo, governato da una commissione di imprenditori e politici. I proventi sarebbero stati suddivisi equamente fra la popolazione ivi stanziata e i paesi contribuenti.
    Non essendoci un progetto alternativo credibile, la mozione al Coniglio intercontinentale fu accolta.
    Il nuovo territorio ebbe finalmente un nome, COPROMAR.
    La straordinaria avventura del Merditerraneo era iniziata, finalmente era nata la prima democrazia fondata sulla merda.

  • 06 giugno 2009
    Il robot curioso

    Come comincia: Click... Bzzzzz...gnak gnak gnak...Vrrrrrr...
    QROCT 32 si riattivò, dopo alcune ore passate a ricaricare le batterie, allacciato alla rete elettrica di casa Webster.
    Il suo programma di lavoro indicava in bell’ordine tutte le mansioni che doveva svolgere quel giorno.
    Pulire pavimenti, lavare piatti, rasare l’erba del giardino, verificare la funzionalità della lavatrice, che da qualche giorno non faceva il suo lavoro.
    La sua speciale, e anomala, subroutine, denominata LFT (Look For Truth) si intromise nella perfetta tabella di marcia, inviando al processore numerose richieste.
    1) Verificare l’attendibilità delle parole di Maggie, padrona di casa, moglie di Bill, e madre di 3 figli, Carrie, Bob e Alice.
    La sera prima aveva dichiarato al marito: “Caro, domani devo uscire presto, per incontrare la mia vecchia amica Julie, è tornata da NY e avremo un sacco di cose da raccontarci. Probabilmente pranzeremo fuori.”
    2) Verificare le parole di Bill: “Ok cara, non c’è problema, io sarò fuori tutto il giorno, accompagno il direttore in un giro di visite ai clienti, probabilmente ci vedremo per cena.”
    3) Verificare le dichiarazioni di Carrie, la figlia maggiore, di 15 anni: “Papà, mamma, domani ho l’allenamento di ginnastica, il Prof dice che siamo indietro per la gara e dobbiamo fare attività extra, quindi starò fuori anche tutto il pomeriggio, dopo la scuola.”
    4) Verificare le intenzioni di Bob, secondogenito, 12 anni. La sera prima ha detto al padre:  “Se non mi compri le nuove scarpe superfighe, giuro che vado a rubare per comprarmele io”.
    Bill non aveva dato peso alle parole esagerate del figlio, faceva spesso così, ma non aveva mai combinato niente, poi.
    5)Verificare le parole di Alice, 4 anni: “Buuuh... Cai ha un odoe stano, sa tutta di vaniglia! Nel sgazubbino c’è un animale butto!” Cai, era ovviamente Carrie, Alice stava manifestando una certa difficoltà a pronunciare la R.

     

    Quando tutta la famiglia fu pronta per uscire, Stak (diminutivo di Stakanov, scherzosamente attribuitogli da Bill) accompagnò tutti alla porta, fino al vialetto e si apprestò ad organizzarsi per armonizzare la tabella di lavoro e le richieste dell’LFT.
    Per alcuni microsecondi, la sua IA (intelligenza artificiale) faticò a trovare lo schema migliore. Poi, con un inudibile click, il relais del “Pronti, via!” scattò.
    L’agile e scintillante figura di plastica e acciaio balzò verso lo sgabuzzino, prese scopa, straccio e secchio e li mise da parte. Poi svuotò completamente il piccolo locale di servizio e trovò un buco, che conduceva all’esterno della casa. Lo chiuse in circa 7 secondi, inchiodando una tavoletta di legno alla parete. Dell’ “animale butto” nessuna traccia, evidentemente era già a spasso per il giardino.
    In altri 8 minuti pulì il pavimento del piano inferiore.
    Altri 12 gli ci vollero per quelli del piano superiore, le stanze dei ragazzi erano, come ogni mattina, un’indescrivibile giungla di disordine.
    Per riordinare la cucina gli bastarono 4 minuti netti.
    Quindi, attaccò il suo cavo di collegamento alla lavatrice, per un check up completo. Il chip di memoria dell’elettrodomestico era andato, bruciato.
    Corse in giardino, afferrò il tosaerba e, come una tempesta, percorse in lungo e in largo lo spiazzo erboso, sollevando una nuvola di coriandoli verdi.
    Nell’angolo nord-est le lame incontrarono qualcosa di anomalo. Un lieve rallentamento e uno schizzo di sangue e interiora, gli rivelarono la presenza del “fu animale butto”, una talpa. Raccolse i resti dell’intrusa e li depose nel bidone dei rifiuti.
    Tempo necessario per tutta l’operazione taglio erba, 11 minuti.
    Il suo orologio interno gli comunicò che erano le 8.49.
    Avendo stimato che la famiglia avrebbe impiegato 43 minuti per raggiungere le scuole e lasciare i figli e altri 12 per arrivare all’ufficio di Bill, Stak calcolò che aveva
    14 minuti per trovarvisi anche lui.
    La subroutine CAMOUFLAGE, elaborò il travestimento adatto.
    Un minuto dopo, il domestico cibernetico era trasformato in operaio stradale. Salopette di jeans di Bill, guanti gialli da giardinaggio di Maggie, casco di plastica rossa da skateboard di Bob.
    Così trasformato, l’uomo sintetico sfrecciò verso la city, alla velocità di 45 km/h.
    Mentre si dirigeva verso l’ufficio di Bill, superò la macchina della famiglia, con i due coniugi a bordo. Dovevano aver incontrato più traffico del previsto. Bene. Calcolando che avevano ancora 6 isolati da percorrere, Stak si fermò al negozio di elettrodomestici e acquistò il chip nuovo per la lavatrice.
    Quindi, si appostò all’angolo del palazzo della Future Insurance, la Compagnia dove Bill lavorava.
    Pochi minuti dopo, la grossa auto famigliare accostò al marciapiede e sbarcò l’uomo.
    Maggie ripartì con una leggera sgommata, nonostante il cambio automatico. Stak diagnosticò un consumo eccessivo del battistrada e memorizzò l’informazione.
    Seguì la padrona fino a un centro commerciale poco distante. La signora Webster varcò l’entrata e si mischiò alla folla. Il detective sintetico, azionò la vista a infrarossi e “targetizzò” il bersaglio.
    Dalla strada, dove si era appostato, fingendo di ripulire una scritta sul muro, vide la donna avvicinarsi ad un soggetto umano maschile e prenderlo per mano.
    I due si sedettero al bar del centro commerciale e presero da bere.
    All’uscita dei due amanti sospetti, il robot della famiglia Webster attivò la telecamera e si mise a pedinare i fedifraghi. Maggie e l’uomo camminavano fianco a fianco, lanciandosi occhiate e sorrisi. Stak li filmò mentre entravano in un albergo.
    Avendo registrato prove indiziarie sufficienti, secondo le istruzioni dell’LFT, il cervello elettronico passò alla seconda missione.
    La ricetrasmittente incorporata compose il numero di telefono di Bill.
    “Prrrooontooo” - rispose il padrone dopo 2,49 secondi.
    “Signor Webster” – esordì Stak – “La chiamo per comunicarle che il chip della lavatrice era bruciato e ho dovuto acquistarne uno nuovo. Totale spesa 53 dollari e 24 centesimi.”
    “Bene, bene Stak. Ottimo. Ciao” – tagliò corto Bill, che evidentemente era indaffarato.
    I pochi secondi di comunicazione bastarono al robot per tracciare la posizione dell’uomo. Era ancora in ufficio.
    Andò ad appostarsi nuovamente all’ingresso del palazzo, riprendendo a grattare dal muro scritte e manifesti.
    Dopo poco, il signor Webster uscì di corsa e si avviò verso il bar di fronte. Seduta a un tavolo, in fondo al locale, un’avvenente bionda, sui 35 anni, gli rivolse un cenno con la mano e un sorriso. Lui andò dritto da lei e si sedette a sua volta.
    La telecamera di Stak si attivò immediatamente, compiendo numerose zoomate dei due che si baciavano e stringevano le mani.
    Missione completata.
    Era il turno di Carrie. Il cyber-tuttofare analizzò i dati relativi alle lezioni della ragazza. Ne avrebbe avuto fino alle 12.30.
    Si diresse speditamente verso casa Webster, entrò e sostituì il chip della lavatrice.
    Tornando verso il centro città, si fermò all’asilo di Alice, che stava giocando nel giardino con altri bambini.
    La informò che il “butto animale” dello sgabuzzino era stato trovato ed eliminato.
    Quindi riprese la strada verso la scuola di Carrie e, per passare inosservato, si mise a raccogliere foglie secche nel grande prato antistante.
    Il suono dell’ultima campanella arrivò mentre finiva di ammassare le foglie in un grande mucchio, vicino ai cassonetti dell’immondizia.
    Attese di vedere la ragazza che usciva, tra la massa degli studenti. Scendeva le scale esterne a braccetto di altre due coetanee. Sghignazzavano e lanciavano battute e commenti all’indirizzo di altri compagni.
    Stak azionò il microfono direzionale.
    “Marc... fra 5 minuti al rifugio, ok?” – disse Carrie ad un aitante biondone – “e non dimenticare l’attrezzatura, mi raccomando!”
    L’analisi delle frasi, effettuata dalla subroutine “YSB” (Young suspect Behaviour), attivò numerose funzioni algoritmiche, concludendo che Carrie non sarebbe andata a ginnastica.
    Il pedinamento fu breve. La ragazza si avviò, insieme alle amiche, verso un magazzino, aprì la porta secondaria e vi si infilarono di soppiatto. Dopo pochi secondi 4 ragazzi imitarono le studentesse.
    Stak girò intorno all’edificio, analizzando la struttura. La sua trasmittente si collegò all’ufficio catastale e apprese che il magazzino era intestato al padre di un compagno di classe di Carrie, ma risultava inutilizzato.
    Con un salto si portò sul tetto e, attraverso le vetrate sporche, si mise in osservazione.
    Al centro del vasto locale era stato allestito un set per riprese amatoriali. La telecamera del robot filmò alcuni minuti di scene molto hard e considerò conclusa la missione.
    L’orologio interno avvertì l’uomo artificiale che era tempo di dirigersi verso la scuola di Bob, per completare l’ultima missione.
    In pochi minuti la raggiunse, ma il ragazzo non era presente. Doveva essere uscito prima dell’orario o aver marinato del tutto.
    I microcircuiti si misero al lavoro, per cercare la strategia da seguire.
    Banalmente, gli suggerirono di fermare un compagno di classe di Bob e chiedere di lui. Cosa che fece immediatamente. Il ragazzino consultato gli riferì che era andato di corsa al negozio di scarpe per acquistare il modello che gli stava tanto a cuore. I soldi, a quanto pare, li aveva semplicemente sottratti dal cassetto dei genitori, dove tenevano sempre del contante per le emergenze.
    Missione completata.
    Quella sera, il robot domestico QROCT 32, denominato Stak, servì la cena alla famiglia Webster.
    Dopodiché, attivò le registrazioni compiute quel giorno sul grande monitor del soggiorno.
    Mentre la famiglia assisteva basita e sconvolta alle proprie imprese giornaliere, il robot curioso uscì dalla casa. E non fece più ritorno.
    L’ultima comunicazione, scritta su un bigliettino lasciato nell’ingresso fu:
    “Gomme auto consumate, sicurezza insufficiente, provvedere a sostituzione”.

  • 13 maggio 2009
    I loghi innamorati

    Come comincia: C’erano una volta due loghi. Una era femmina, una loga quindi, era il simbolo grazioso ed elegante di una multinazionale di cosmetici. L’altro era maschio, il lucido ed energico marchio di un’industria automobilistica.
    Essendo i simboli di mondi molto lontani e differenti fra loro, logo e loga non si erano mai visti né conosciuti.
    Loga se ne stava nei manifesti e sui prodotti di bellezza, alle fiere di estetica, nelle boutiques femminili e nei bagni delle signore.
    Logo invece scorrazzava felice per le città, attaccato alle potenti automobili, troneggiava imperioso ai motorshow e ovviamente nei suoi manifesti pubblicitari.
    Entrambi comparivano frequentemente negli spots televisivi, ma non si erano mai incontrati.
    Un giorno, per sbaglio, un grafico impaginando il nuovo numero di una rivista a grande tiratura, per errore, inserì le pubblicità delle case produttrici di Logo e Loga, in due pagine affiancate. I due si ritrovarono faccia a faccia in decine di migliaia di copie.
    Inevitabilmente, si notarono e si trovarono entrambi molto affascinanti. In poche parole s’innamorarono a prima vista. Quando qualcuno leggeva la pubblicazione, i due fingevano di non vedersi nemmeno, ma quando richiudeva la rivista, dopo averla sfogliata, Logo e Loga ne approfittavano per baciarsi di nascosto.
    Fattostà che i due amanti simbolici, iniziarono a desiderare di conoscersi profondamente e ad amarsi sempre di più. Sempre più spesso si vedevano in giro per le città i loro manifesti affiancati. Misteriosamente le loro aziende cominciarono a frequentare una le fiere dell’altra. Si videro automobili fiammanti esposte ai meeting di bellezza, creme e prodotti per il corpo fecero capolino tra gli stands delle automobili.
    Tanto forte divenne il legame tra Logo e Loga che, piano piano, i prodotti delle due industrie cominciarono ad assumere gli uni i caratteri degli altri.
    Una vezzosa automobile sportiva, rosa e profumata, fu lanciata sul mercato con grande successo.
    Si videro signore e signorine imbellettarsi con creme e fondotinta metallizzati e cromati, tanto da somigliare esse stesse a delle macchine di lusso.
    Nelle strade il traffico, invece dei soliti roboanti rumori di marmitte e clacson, si mise a parlare francese, i suoni si fecero più suadenti e fascinosi, quasi musicali.
    Le donne di tutto il pianeta invece, sfrecciavano per le strade come fuoriserie sportive, riuscivano ormai a fare 100 cose alla volta, tanto da sembrare moltiplicate.
    Fino a che i consigli di amministrazione delle due aziende, si riunirono, e decisero di effettuare una joint venture. Avrebbero prodotto la perfetta fusione fra il trattamento di bellezza e l’automobile sportiva.
    Per il lancio della nuova attività fu creato un marchio tutto nuovo, che somigliava moltissimo a Logo e Loga, e non poteva essere altrimenti, essendo nato dal loro amore.
    Adesso, nel mondo si vendono automobili superaccessoriate, attrezzate per la cura del corpo; tutti scendono dalle loro vetture profumati, perfettamente truccati, coi capelli scintillanti e le unghie smaltate.

  • 13 maggio 2009
    Il paese dei malocchi

    Come comincia: Vi arrivai per caso, o meglio, mi ci ritrovai all’improvviso.
    Un attimo prima, camminavo per strada normalmente, come ogni giorno.
    Un attimo dopo, ero immerso in una città, una nazione, un mondo, dove ognuno spande a piene mani le sue malie, le sue magie, le sue maledizioni.
    Era chiaro che si trattava di una condizione di improvvisa paranoia, un attacco di panico, atipico, perché non dava sintomi fisici, ma solo intellettuali.
    In altri tempi, avrei potuto prenderlo per un’illuminazione improvvisa, una presa di coscienza. Ma non allora, non in quella fase della mia vita, non in questo tempo di confusioni endemiche.
    Mi abbandonai comunque all’intuizione.
    In ogni volto che incrociavo, vedevo la protervia dell’esistenza individuale. Drammatica, feroce, insulsa. Eppure inevitabile.
    Negli occhi dei passanti, scorgevo una misteriosa e terribile energia che, chi più chi meno, riversava sugli altri.
    Una rete capillare e intricata di reciproci incantesimi, per lo più malevoli, per lo più dei
    malocchi appunto.
    Mi domandai se non fosse vero tutto questo.
    Se oltre agli atti, alla presenza fisica, che ognuno di noi impone agli altri, non ci fosse, per sovramisura, anche questa influenza invisibile, tra tutti noi.
    È antica come l’uomo, la credenza nel malocchio. Ma la si ritiene comunemente la capacità rara e malefica, di pochi individui dannati dalla sorte o dal demonio, o da se stessi.
    Invece forse, appartiene a tutti. Nel bene e nel male. Ci si porta fortuna e sfortuna, uno all’altro, senza nemmeno scambiarsi parole, senza nemmeno conoscersi.
    Quasi una “massa oscura”, invisibile appunto, che costituisce il principale componente dei rapporti, ma rimane occulta. Come nella moderna cosmologia.
    E la cosa terribile, è che nessuno è cosciente di cosa proietta realmente, intimamente, nella vita degli altri. Non sono le intenzioni coscienti, non sono gli stati d’animo soggettivi, a generare il bene o il male. È solo alchimia.
    Una persona che ti ama, può essere invece fonte di sfortuna e disgrazia, e una che ti odia, al contrario, inconsapevolmente e suo malgrado, portarti fortuna.
    Una simile visione toglierebbe ogni senso all’umana coscienza, alle umane intenzioni. E anche alla divina giustizia.
    Mi riscossi da questo rapimento paranoico, guardai negli occhi blu di quella bella ragazza che passava. E preferii credere in quello che vedevo.

  • Come comincia: È giorno di elezioni, anche per il distratto e astratto Signor S.
    Si reca al seggio, diligentemente, come tutti, con in testa quel vago senso di irrisolta consapevolezza, che dal segno che traccerà sulla scheda, dipende il futuro del suo paese.
    Il fatto che i seggi siano immancabilmente allestiti nelle scuole, genera in S., nonostante la sua ormai non più verde età, un reminiscente senso di disagio e soggezione, retaggio di ogni studente del mondo conosciuto, bravo o asino, intelligente o stupido, mediocre o brillante.
    S. entra nell’aula, come se si presentasse a un tardivo esame di maturità. Solo che invece della temibile commissione d’esame, trova i soliti quattro addetti, annoiati, impersonali, inidentificabili.
    Presenta il suo documento e la sua tessera elettorale, pezzi di carta attestanti il suo status di cittadino con diritto di voto.
    Ritira la scheda. Spiegata, ha le dimensioni di un grande tovagliolo, ci si potrebbe agevolmente incartare un pollo. Già, un pollo, il Signor S. si stupisce di tale accostamento e si domanda per quale ragione gli sia venuto. Non ha bisogno di darsi risposta, ovviamente.
    Dentro la cabina elettorale. Tre paratie di legno grigio. Neanche le più scalcinate cabine dei più scalcinati impianti balneari, d’infantile memoria, erano tanto tristi e dimesse.
    S. pensa che il luogo dove si decidono le sorti del paese, dove si esprime la volontà di un intero popolo, dovrebbe essere assai meno decadente e insignificante. Nella sua fantasia eccessiva, immagina ogni cittadino, chiamato a gran voce, per nome, che sale una maestosa scala marmorea, fino all’altare della democrazia e deposita il frutto del suo pensiero sociale in un bronzeo cratere istoriato.
    S. osserva la scheda. Incasellati secondo un ordine non identificabile, i simboli di 43 partiti. C’è di tutto. Animali disneyani, alberelli e arbusti di vario genere, icone variopinte e infantili, stemmi e stemmini di volgare contraffazione storica e culturale. I nomi e le sigle sono a dir poco sconcertanti.
    PDL, PD, PDL secondo estratto, PC, PCR, PCRII, PC MACHETELODICOAFARE, PSI, PSD, PSSTCISIAMO ANCORA, DCMANON SIAMO PIÙ QUELLI LÀ, DCTRANQUILLINON CENESIAMOMAIANDATI, POLODELLELIBERTÀ (DI CHI?), POLO DELLA LEGALITÀ (DI COSA?), POLO NORD, POLO SUD, POLO DI CENTRO (EHHH?!).
    Mancano solo l’equatore galattico e l’altezza azimutale. S. è molto perplesso, quasi angosciato e, diciamocelo, fortemente nauseato.
    Nota, con un senso di affranto spirito estetico, che in fondo alla grande scheda è stato lasciato uno spazio vuoto. Come se mancasse un partito all’appello o come quando a una tavolata si lascia un posto vuoto, per un ultimo arrivato, che mai arriverà.
    Preso dall’antico “orror vacui”, il Signor S., con la matita copiativa, che ormai non usano nemmeno nelle favole retrò, medita sul da fare.
    Che fare? Che decidere? A chi dare il proprio consenso?
    Dopo alcuni minuti, sentendosi un po’ come il fruitore, colto da improvvisa colica intestinale, di una toilette pubblica, il Signor S. opta per la fantasia e la creatività.
    Nello spazio vuoto, disegna accuratamente un cerchiolino, vi inscrive un bel punto interrogativo, svolazzante ed elegante, e scrive a fianco MAH!

  • Come comincia: Il nobile Ercole Amedeo Duca di Fossostretto, si è ritirato in convento, essendo giunto agli ultimi giorni, o mesi, di vita.
    Non per l’età, che ha da poco superato i quarant’anni.
    La malattia che lo ha colto, nel fiore della maturità, non lascia scampo.
    I cerusici non conoscono rimedio alcuno al male che lo affligge. Hanno decretato che il cancro che lo divora, se lo porterà via in breve tempo, poche settimane.
    Così Ercole, uomo di straordinaria energia fisica e mentale, condottiero di armate e amante vigoroso, come l’eroe semidivino di cui porta il nome, ha deciso di passare il breve tempo che gli resta, chiuso nella cella di un convento, tra l’umiltà e la semplicità dei frati francescani.
    Un giovane novizio gli è stato assegnato come domestico.
    Lui, che possiede castelli, palazzi, boschi e campagne, è ridotto ad avere come unico servo un imberbe fanciulletto.
    Il duca ha dato disposizione che nessuno venga a disturbare la sua fatale attesa, la sua agonia silenziosa, né per affari di Stato né per affari di famiglia. I consiglieri, la sua devota moglie Isabionda, il padre e tutti i suoi congiunti, sapranno ben governare i possedimenti.
    Ercole si sente svuotato delle proprie forze, come se un demonio gli avesse prosciugato l’energia vitale. Non prova dolore alcuno, a parte un certo affanno al petto, che diventa soffocante se prova a sforzare i movimenti.
    Il primo attacco, di questo male oscuro e silenzioso, lo ha subìto mentre cavalcava verso il suo castello, al ritorno dalla campagna contro i briganti di Montecuzzolo.
    Appena un mese prima.
    Il nobile condottiero se ne sta sdraiato sul lettuccio di paglia, nell’ombra della sua celletta. Ode i rumori del lavoro dei frati, all’esterno. Un pacato e ritmato scavare di zappa dall’orto. Un tranquillo sfregare di raspa dalla falegnameria. Il cigolio di un carretto a mano, dalla strada.
    A distanza cadenzata, il suono gentile e pulito della campanetta, gli conta le ore che passano. Quando è tempo di orazioni, l’odore dell’incenso invade magnificamente la sua cella, insieme al canto basso e pacificatore dei frati. Si sente nell’anticamera di Dio. In attesa dolce e serena di tornare fra le Sue onnipotenti e amorevoli braccia, ben più possenti delle sue, che pure hanno sconvolto non poche urbe e stretto una moltitudine di fanciulle.
    Ripensa alle sue gesta, il duca, che già gli paiono lontane nel tempo e nello spazio. Eppure l’ultimo sangue lo ha versato meno di 40 giorni prima, sul crinale nord di Montecuzzolo, dove il suo esercito ha stretto in un canalone Nerofumo e tutta la sua banda di tagliagole.
    Il capo dei briganti, noto per la sua efferata crudeltà, impazzava da anni nelle lande montuose della regione, era tempo di porre fine alle sue malefatte.
    Nerofumo, uomo di non comune statura, seppure magro e legnoso come un cipresso, aveva fama di potente mago, oltre che sanguinario brigante. Solo per questa ragione nessuno aveva osato braccarlo veramente. Tutti i vassalli della regione si limitavano a inseguire le sue bande fino ai propri confini, finché giunti alle montagne, lasciavano perdere la caccia, ben lieti di tornarsene a casa loro.
    Ma Ercole non poteva sopportare che quegli straccioni, per giunta eretici, continuassero a depredare le sue terre. Era giunta l’ora di appendere Nerofumo per il collo, come la legge degli uomini e di Dio imponeva.
    Quando, dopo l’inseguimento e la battaglia, il lungo e segaligno brigante fu appeso con la corda al collo ad una grossa quercia, in una radura tra Val del Giusto e la vecchia Via Romana, Ercole e i suoi soldati gridarono di orgoglio e di giustizia compiuta.
    Nei suoi ultimi rantoli, Nerofumo sputò le sue maledizioni all’indirizzo del Duca. Non si capì nulla delle sue parole, ormai la corda gli stava stringendo in gola i suoi ultimi blasfemi insulti.
    Sulla via del ritorno, a due giorni dall’esecuzione, a mezza strada per il castello, Ercole avvertì un senso di affanno al petto, che mai aveva provato in vita sua.
    La stanchezza lo faceva cavalcare lentamente. I suoi sergenti nulla sospettarono, godendosi il tranquillo rientro verso casa.
    Giunta l’ora del vespro, il duca ordinò di accamparsi in riva al torrente. Nella notte il male lo assalì con malefica protervia.
    Giunse al castello in lettiga. I sudditi lo credettero ferito in battaglia. Ma quando si seppe dello strano male che lo affliggeva da due giorni, il popolo e i cortigiani rimasero stupefatti che un pezzo d’uomo come lui, potesse ridursi a tal meschino sembiante non per colpa del ferro, ma di un qualche male di stagione.
    Fatto sta che il duca non si riprese più. I cerusici mandarono a chiamare altri cerusici, e questi altri ancora, più famosi di loro. Nessuno parve in grado di trovare una cura per il grande soldato.
    Sdraiato sulla paglia, con indosso soltanto le brache, un camicione di flanella e avvolto nel mantello scuro, Ercole pareva un eremita, smagrito e pallido. Ma la sua mente stava conquistando una forza prima sconosciuta. Non più impegnata nelle questioni di governo o nei piani di battaglie, vagava senza meta per le vie dei ricordi e per i sentieri dell’immaginazione.
    Passando continuamente dal torpore della malattia al sonno, Ercole viveva quei suoi ultimi giorni in uno stato quasi di grazia, sentendosi egli uomo giusto e retto, servitore di Dio e del suo regno.
    Il giovane novizio lo disturbava il meno possibile, soltanto per farlo mangiare e per lavarlo. Il priore lo veniva a trovare ogni giorno, nell’ora quarta, per informarsi sulle sue condizioni e le sue necessità; ma il condottiero non aveva richiesta alcuna, se non che pregassero un po’ per la sua anima.
    Passo così una settimana, senza che il duca migliorasse o peggiorasse. E poi un’altra ancora. Giunse un messo dal castello a informarsi sulle sue condizioni, ma nulla di nuovo v’era da riferire.
    L’inverno iniziò e si fece rigido. La neve cadde su tutta la regione. Nelle campagne deserte volavano soltanto i corvi, a caccia di cibo. Nelle case ognuno badava ai suoi affari e si cullava nella stagione del riposo.
    Al castello la vita era continuata come sempre, gli affari di corte tenevano impegnata la duchessa Isabionda e i suoi consiglieri.
    Ercole passava ormai da due mesi dal sonno al torpore, come si è detto, senza che il suo male si aggravasse e senza segni di miglioramento.
    Arrivati all’approssimarsi della Primavera, dalla corte ducale giunse ancora un messaggero, ma nulla di nuovo vi fu da riferire. Al castello i preparativi per i riti funebri erano stati approntati da tempo. Ma alla cerimonia mancava il cadavere.
    Con la bella stagione, la vita riprese, anche nel convento i rumori si fecero più intensi, le giornate lunghe e luminose. Ma le condizioni del duca non cambiarono in nulla. Se si alzava dal giaciglio, un giramento di testa lo faceva barcollare. Una semplice passeggiata nel chiostro lo affaticava oltremodo. Il cibo non gli era di nessun conforto e beneficio.
    Ercole si rassegnò ad una lunga agonia, in fondo neppure sofferta, visto che a parte la stanchezza, le vertigini e l’affanno, non avvertiva dolore alcuno.
    Gli venne in mente che forse Dio non lo voleva con sé. E si mise a ricordare tutto ciò che gli riusciva della sua vita intensa e avventurosa. Certo, aveva ucciso, ma senza mai godere nel farlo. Aveva amato molte donne, ma era normale a quei tempi, per un nobile. Nulla che una semplice confessione e penitenza non potesse rimediare.
    Si domandava quindi il perché di quella insolita, lunga e indolore agonia.
    I mesi passarono, i cerusici vennero richiamati, per capire cosa stesse tramando il male che debilitava il duca, ma nulla più della prima diagnosi fu possibile, ai dotti maestri, emettere.
    Ercole ribadì il suo ordine, che nessuno lo cercasse e lo disturbasse, per nessuna ragione. Se Dio voleva farlo attendere così a lungo nell’anticamera della morte, che fosse rispettata la Sua volontà. Non sarebbe stata certo la sua la peggior sorte del mondo.
    Il grande soldato, immaginò che, da uomo d’azione quale era stato per tutta la vita, adesso Dio volesse imporgli quella lunga, insipiente agonia, perchè imparasse la pazienza e la sopportazione, e per dargli modo di meditare a fondo sulle vie dell’espiazione.
    Passò un anno intero e il duca non morì.
    Ne passarono altri due, ed Ercole non dava segni né di guarire né di morire.
    Al castello e in tutto il regno, ci si dimenticò dell’agonia del duca. Egli rimase sempre nel convento, quasi sempre sdraiato nella sua celletta, assistito dal novizio, che era ormai divenuto frate, e poi bibliotecario e infine, dopo vent’anni, priore a sua volta.
    Nessuno seppe che fine fece Ercole, duca di Fossostretto.
    Nessuno seppe mai della sua morte, nessuno compì le sue esequie. Nessuno conosce l’ubicazione della sua tomba.
    Il convento non esiste più. Le guerre e i rivolgimenti che seguirono quegli anni, hanno cambiato il mondo.
    Rimane solo la leggenda, del duca Ercole e della sua ultima impresa, la caccia al brigante Nerofumo. Di cui si diceva fosse un grande stregone oltre che sanguinario bandito.

  • 06 febbraio 2009
    Le strane idee del Signor S.

    Come comincia: Strane forte le idee e i pensieri che nascono nella testa del Signor S.
    Oggi pomeriggio, ad esempio, riordinando le sue librerie, gli venne fatto di notare come la polvere che immancabilmente e pervicacemente si attacca ai libri, con una sconfinata attrazione, degna del miglior bibliofilo, gli sembrasse differente a seconda, non dei tipi di libri o di rilegature o di carta, ma a seconda invece degli autori.
    Notava che sui volumi di Borges, ad esempio, essa avesse una consistenza sabbiosa, più ruvida che non quella che avvolgeva gli amati libri di Conrad. Questa era invece più appiccicosa e quasi salmastra.
    E così pure il pulviscolo aereo, che tutto e tutti ci avvolge non visto, sceglieva per fermarsi e rendersi visibile, sulle pagine di omero, un aspetto come di cenere sottile, quasi fosse stata setacciata e filtrata dai secoli. Eppure S spolverava le librerie tutte assieme, quando ne aveva il tempo e la voglia.
    Si domandò se non fosse un segno tangibile e veritiero delle sue abitudini letterarie. Forse i libri che leggeva maggiormente in un periodo, si ritrovavano assaliti da polveri diverse, a seconda della stagione, del tempo, dei pollini.
    Ma questa ipotesi dovette essere scartata subito, poiché ricordava benissimo di aver divorato la nausea di Sartre, con veloce e ironica passione e di aver invece tralasciato per mesi e mesi di proseguire la lettura della ben più ponderosa e pesante, e peraltro incompiuta  essa stessa “Critica della ragione dialettica”. Eppure entrambi avevano quella polverina, che per curiosità S assaggiò dalla punta dell’indice, dolciastra e scivolosa al palato.
    L’idea che la polvere, come essenza distillata del mondo, della vita e della materia tutta, potesse possedere una qualche sorta di coscienza o di distinzione per affinità elettiva, lo affascinò per tutto il giorno.
    Così i tomi dei filosofi greci, avevano una particolare polvere di consistenza cristallina, quelli dei latini si sporcavano immancabilmente di micro noduli nerastri e fuligginosi.
    Pasolini era preda preferita di materiale atmosferico aspro e pungente, la Yourcenar invece di una morbida bambagia grigia, Bukowsky aveva le pagine intaccate e corrose da un qualche polline aggressivo e dirompente, su Goethe si posava leggera e romantica una patina quasi azzurrina.
    Insomma non c’era autore che non avesse la sua sporcizia preferita. S si chiese se non fosse ormai preda di allucinazioni visivo-olfattive-gustative. Non si risolse a sottoporre la questione nemmeno al suo vecchio amico Alberto, studioso puntiglioso e irreprensibile di filologia classica, che nel pomeriggio era passato a trovarlo per una amichevole chiacchierata.
    Quella notte, sprofondato nel sonno più tardi del solito, per via della insistente allergia alla polvere che lo accompagnava, a periodi, fin dall’infanzia, S fece un sogno conturbante e disturbante al tempo stesso.
    Stava dormendo su un letto di libri, una vera catasta. Accanto a sè vedeva distintamente che, dove era sempre stato il comodino, c’era un perfetto cubo di tomi rilegati in pelle. La testiera del letto, era un muretto di pubblicazioni tascabili. Girate verso la sua testa per il lato libero delle pagine, emettevano fruscii ad ogni suo movimento, quasi sussurrassero a bassa voce i loro brillanti contenuti, per riversarli copiosamente nella sua scompigliata testa di intellettuale.
    Sul display della sveglia elettronica, poggiata sopra il cubo di carta compatta e rilegata in pelle, scorrevano, come titoli di borsa, autori e titoli degli innumerevoli volumi della sua biblioteca, e di ognuno ricordava qualche frase, o la copertina, o addirittura il prezzo stampato sul retro.
    Una specie di febbre letteraria, di incubo tipografico, gli stava inondando la mente di parole, effigi di marmo, quadri e dagherrotipi. Si svegliò in sogno, come spesso gli accadeva, sudando e tremando, le lenzuola stropicciate intorno a lui, erano di fine e velenosa carta di quotidiano. Il Corriere ammiccava dal suo petto ansante, Il resto del Carlino gli avvolgeva la mano destra e il Secolo XIX la sinistra. Sopra la sua testa, vide appesa al muro una copia dell’Osservatore romano benedicente. Si rigirò di scatto, per cercare di recuperare il sonno. Il rosa tenue della Gazzetta dello sport fasciava i suoi cuscini, chiamando la sua fronte imperlata di sudore ad asciugarsi con la foto di Pantani sul Tourmalet.
    S si levò a sedere sul letto letterario, sulla pira culturale, sulla sua alcova intellettuale.
    Vide con chiarezza che la polvere era su tutte quelle pagine, quei dorsi, quei tagli di cultura.
    Formava un paesaggio variegato e affatto dissimile nei colori e nelle dimensioni dei granuli.
    Si guardò le mani e le vide coperte di pulviscolo grigio e uniforme, si strofinò i capelli già scompigliati e altra polvere grigia si diffuse nell’aria.
    Cominciò a sentire un prurito in tutto il corpo, che lo costrinse a scendere dal letto e allontanarsi da tutti quei fogli, quei caratteri neri, quelle parole che adesso erano un marasma unico e indistinto, senza punteggiatura, senza sintassi comprensibile, senza l’ombra di un sintagma riconoscibile.
    La paura di aver perduto e intossicato la sua intera vita, di futili parole, di esercizi intellettuali fini a sè stessi e in nulla veritieri o attinenti alla realtà, lo sconvolse e rimase in mutande, a un metro da quel monumento alla sua presunzione e mania, tremando e piangendo.
    Per quella provvidenziale caratteristica onirica, che ci permette di introdurre, come il vero deus ex machina, i cambiamenti necessari alla storia, S si avvide di avere, infilata nell’elastico dei boxer, una grossa scatola di fiammiferi da caminetto.
    La aprì e ne trasse un lungo bacchetto zolfato, lo sfregò sul lato della scatola e lo gettò sulla catasta di carta. Immediatamente il fuoco divampò alacre e felice. Le pagine si contorcevano e accartocciavano nel calore rosso e purificatore, le parole bruciavano e si dissolvevano in nera cenere volatile e non più significante né significata.
    Tutta la sua stanza da letto fu piena di quel rogo giustiziere, vide il volume tascabile di Farenheit 451, cercare di darsi alla fuga, sbattendo le pagine come ali di colibrì, ma le fiamme lo avvolsero e cadde in picchiata, scomparendo nel caos piro-letterario.
    Il fuoco consumò in fretta i quintali di carta vecchia e rinsecchita. S rimase nella stanza da letto, attonito e mezzo scottato. Ai suoi piedi tutto era cenere. Una coltre grigiastra e uniforme. Esultò per la liberazione da quell’assedio librario. Poi, con una tristezza inspiegabile, si avvicinò a quel tappeto di cultura bruciata, ad osservare il frutto del suo sdegno di spirito libero. Alla luce nascente del mattino, che filtrava serena dalle imposte socchiuse, vide che le ceneri non erano grigie e uniformi, erano un finissimo caleidoscopio di colori. Riconobbe in quel mare bruciato, i cristallini splendenti dei suoi amati filosofi greci, l’azzurrino di Goethe che si spandeva in sottili onde sulla superficie, la bambagia della Yourcenar accumularsi in arcipelaghi...

  • 20 gennaio 2009
    La principessa povera

    Come comincia: C’era una volta una principessa di nome Normalina.
    La principessa era una normale principessa, non particolarmente bella, ma nemmeno brutta, non molto alta, ma nemmeno bassa, non molto intelligente, ma nemmeno stupida.
    Suo padre, il re, era un re normale, come tanti altri; non più giovane, ma non ancora vecchio, non molto potente, ma nemmeno debole, né buono né cattivo.
    Il regno del re e della principessa era un regno normale, si chiamava infatti Normalandia, né grande né piccolo, non ricco, ma nemmeno povero, non sovraffollato ma nemmeno disabitato.
    Tutti vivevano delle vite normali, non avventurose, ma neanche banali o noiose.
    Un giorno giunse davanti alle porte della capitale un corteo regale, in visita da un altro regno.
    In testa allo sfarzoso corteo trottava il Principe Anselmo, figlio del potente e ricchissimo re di Crapulonia. In sella a un destriero bianco splendente, il principe vestiva tutto di broccati e sete, ricamati d’oro e pietre preziose. Mai nel regno di Normalandia si era visto tanto lusso tutto in una volta.
    Il re e la principessa Normalina, si precipitarono all’ingresso del loro palazzo, nè grande nè piccolo, per salutare e accogliere il principe Anselmo.
    Il corteo giunse quindi davanti al palazzo e il principe Anselmo mise piede a terra, su un tappeto intessuto d’oro, che un suo valletto gli aveva posto accanto al cavallo.
    La principessa Normalina, abbagliata dallo splendore del principe rimase incantata e senza parole.
    Il re si avvicinò ad Anselmo e lo abbracciò e baciò, come usa tra le persone civili.
    Ma Anselmo ricevette con poca grazia quel gesto di benvenuto e si affrettò a lustrarsi le guance che il re aveva baciato, con un fazzolettino di seta purissima.
    La povera principessa era stata folgorata dalla bellezza del principe Anselmo che, oltre che riccamente abbigliato, era veramente molto bello e ben fatto, per quanto tutti notassero come fosse un po’ carente di gusto e di educazione.
    Tutta la città venne addobbata a festa, come mai era stato fatto a memoria d’uomo, in onore del principe Anselmo.
    Al banchetto furono serviti tutti i cibi più raffinati e deliziosi, per compiacere il palato del nobile ospite.
    La principessa Normalina, poverina, se ne stava seduta di fronte al principe Anselmo, piluccando appena un grappolino d’uva, con gli occhi incollati sul giovane aitante rampollo del re di Crapulonia. Era ormai completamente innamorata.
    La sera, dopo che si furono ritirati, Normalina andò dal padre e lo informò con grande calore dell’amore che sentiva per Anselmo.
    Il re, che si era accorto subito del dardo che aveva trafitto il cuore della sua unica figlia, promise alla fanciulla di parlare col principe, per capire se anche lui provasse gli stessi sentimenti.
    Il giorno dopo, mentre passeggiavano per i giardini del palazzo, nè troppo grandi nè troppo piccoli, il re prese sottobraccio Anselmo e con garbo e molta attenzione portò il discorso su sua figlia.
    Al sentire il nome della giovane, il principe si fece rosso in viso e cominciò a balbettare, il re ebbe così la prova che anche lui era follemente innamorato.
    Rientrò quindi alla reggia, non tanto sontuosa ma nemmeno spoglia, con il cuore pieno di gioia, per dare la notizia all’amata figlia.
    I festeggiamenti per l’ospite durarono alcuni giorni, durante i quali le dispense del palazzo furono svuotate di ogni ben di Dio, per onorare il principe.
    Quando giunse la vigilia della partenza, il re, che vedeva la figlia struggersi d’amore per il bel giovane, si fece coraggio e preso Anselmo in disparte, gli comunicò i sentimenti che ella provava per lui.
    Anselmo ne fu tutto felice, si fece ancora più rosso in viso e confessò al re di essersi innamorato di Normalina al primo sguardo.
    Il re scoppiava di felicità, voleva correre subito dalla figlia per darle la bellissima notizia, ma vide che Anselmo si era fatto pensieroso. Gli domandò come mai fosse triste invece di essere contento e il principe gli fece una confessione.
    Gli disse che suo padre e sua madre, i sovrani di Crapulonia, non avrebbero mai acconsentito alle sue nozze con una principessa di un regno così povero.
    Il re fu quasi colto dal pianto a sentire quelle parole e si ritirò nelle sue stanze a meditare.
    Dopo una notte insonne, passata ad arrovellarsi sul problema, si alzò dal letto con una decisione in testa.
    Prima di tutto andò dalla figlia e la informò dell’amore di Anselmo.
    A sentire la notizia, Normalina pianse di gioia e abbracciò il padre e si mise a saltare sul letto e non finiva più di agitarsi. Purtroppo il re dovette anche dirle del problema che Anselmo gli aveva posto e la sua povera figlia passò in un istante dalle lacrime di gioia a quelle di disperazione.
    Il re, che pur non essendo né buono né cattivo, amava la sua unica figlia più di qualunque altra cosa al mondo, si affrettò a metterla al corrente della sua decisione. Avrebbe trasformato il suo regno nel luogo più lussuoso che si fosse mai visto, per non dispiacere ai sovrani di Crapulonia.
    Quando si salutarono per la partenza, il re disse al principe che, se fosse tornato di lì a un anno, in compagnia dei genitori, avrebbe trovato il regno, la capitale e il palazzo trasformati e avrebbe potuto senz’altro sposare Normalina.
    Anselmo ne fu tutto felice e partì al galoppo con tutto il suo seguito, per dare la grande notizia ai genitori.
    Immediatamente il re promulgò un editto, nel quale imponeva a tutti gli abitanti di partecipare, senza risparmiare né lavoro né denaro né ingegno, alla trasformazione del regno. Tutto doveva essere abbellito, ricostruito, addobbato e decorato.
    Per un anno intero tutto il regno di Normalandia fu assorbito in questa epica impresa. Alla fine non restava più una moneta d’oro nelle casse del re o nel borsellino del più umile artigiano. I granai erano vuoti, i magazzini privi di tutto, la gente era tutta dimagrita per i digiuni forzati, però tutti vestivano abiti di velluto e seta e la capitale era uno splendore di marmi e ori e opere d’arte.
    Il re e la principessa, fin dalle prime luci dell’alba, stavano sulla torre del palazzo, né alta né bassa, per avvistare il corteo dei sovrani di Crapulonia. Quando lo videro spuntare al limite della valle, non molto estesa ma nemmeno angusta, i loro cuori ebbero un sobbalzo.
    Alla notizia dell’avvistamento la capitale si animò come un alveare, tutti correvano di qua e di là per dare gli ultimi ritocchi. Chi spolverava per la centesima volta le bandiere, chi spazzava la strada, ormai lucida come uno specchio, chi si abbigliava col suo vestito più bello.
    Il corteo dei signori di Crapulonia giunse davanti al palazzo, che risplendeva come un gioiello.
    Il re e la regina scesero dalla carrozza, accompagnati dal principe.
    Anselmo non osava levare lo sguardo sul re di Normalandia, né tantomeno sulla principessa Normalina.
    Il signore di Crapulonia, con fare gentile ma altezzoso, si guardò intorno per un po’. Ammirò il palazzo e i vestiti dei nobili e del popolo, tutti ricchi e impeccabili, notò le strade belle e pulite e i giardini rigogliosi di fiori e piante.
    Poi si avvicinò al re di Normalandia e presolo sotto braccio, si incamminò verso il palazzo, come fosse casa sua. Tutti notarono che anche il padre, così come il figlio, mancasse di educazione e buon gusto. I due sovrani si ritirarono quindi nel palazzo.
    Passarono le ore e nulla si sapeva della decisione del re di Crapulonia o anche solo di cosa stessero discutendo i due regnanti.
    Normalina ed Anselmo se ne stavano in disparte, ognuno per conto suo, lui nella sua stanza e lei nella sua, tenendo il fiato sospeso per l’attesa sfibrante. Gli abitanti della capitale erano tutti raccolti intorno al palazzo reale, in silente e trepidante attesa.
    Alla fine dopo molte ore i due sovrani ricomparvero nella sala del trono.
    Tutti i cortigiani si fecero attorno, per sapere finalmente quale fosse l’esito di tutto l’immenso sforzo che avevano sostenuto per amore della principessa.
    Il re di Crapulonia si portò al centro del palco reale e nella sala calò il silenzio.
    Si schiarì la voce con un colpo di tosse e poi disse, con voce annoiata che sì, il palazzo era bello, ma i marmi non erano di prima qualità, gli ori non erano puri e i tessuti belli ma di fattura mediocre, che la città era pulita ma non splendente, che i giardini erano rigogliosi ma non lussureggianti, che gli abiti dei cortigiani erano ricchi ma non lussuosi, che tutto il regno era bello ma non stupefacente.
    Quindi non avrebbe potuto dare in sposo suo figlio alla figlia del re di Normalandia.
    Detto questo, tutto il corteo uscì dal palazzo e si diresse verso le porte della città, per rientrare a Crapulonia.
    La principessa Normalina si chiuse nelle sue stanze, il re rimase seduto sul suo trono e tutti i cortigiani se ne stavano muti e afflitti per le stanze del palazzo. In città gli abitanti erano tristi e disperati. Avevano dato fondo a tutte le loro ricchezze, ai loro sforzi, al loro ingegno, ma non era bastato. Adesso si ritrovavano un regno bellissimo, ma privi di risorse e perfino il cibo scarseggiava.
    Da quel giorno, in tutto il regno di Normalandia, fu proibito per legge, di eccedere in sfarzo e lusso.

  • 15 luglio 2008
    Il drappo

    Come comincia: Solitamente il mondo non si cura di me. Intendiamoci, non il mondo nel suo complesso, sto parlando il linguaggio socio-psicologico che un tempo si chiamava “presenza del Fato”.
    Il mondo, quindi, per lunghi periodi non mi invia nessun messaggero, nessun attore, a chiedermi attenzione e ad offrirmene.
    Così che io, per lunghi periodi, riesco quasi ad ignorarlo e ad illudermi lucidamente ch’esso non sia nulla più di un palcoscenico di cartone e di gesso, con qualche drappo colorato per coprirne i buchi e le mancanze. E per ospitare quelli come me.
    Io vivo sotto uno di questi drappi da così tanto tempo che non lo vedo neanche più.
    Ogni tanto qualcuno nota il mio sudario, in mezzo a mille altri (il palcoscenico è infinito), vi si avvicina e scosta il velo, incuriosito.
    Di certo il mio drappo non è molto colorato, vivace, accattivante, poiché sono pochi coloro che ne sono attratti.
    Sotto il mio velo io sono comunque molto attento, come tutti. In genere vedo da lontano le figure che si muovono per la scena; a volte poche e sparse, a volte moltitudini intere.
    Le vedo aggirarsi, guardinghe o distratte, scostare veli, inciamparvi o evitarli di proposito, quasi sdegnose.
    Noto facilmente quali drappi le attirano maggiormente. Ce n’è uno a pochi metri da me, molto colorato. Sembra fatto di stoffe diverse, è molto ampio, potrebbe ospitare molte persone. Ma io so che sotto c’è solo un ragazzo, avrà 25 anni circa.
    Una volta ci siamo affacciati nello stesso momento, scostando i lembi dei sudari e rimanendo per qualche secondo a fissarci.
    Era notte, c’erano solo il silenzio e la luce della luna piena, che rendeva i drappi quasi fosforescenti. Non ci siamo detti nulla, né abbiamo fatto alcun cenno.
    La cosa strana, del vivere così, sotto i drappi, è che nessuno conosce il colore del suo, perché a nessuno interessa saperlo. Tanto non potremmo cambiarlo e in questo palcoscenico così conosciuto e prevedibile, stantio quasi, è l’unico mistero che ancora serbiamo inviolato.
    Dovete sapere che noi, sotto i drappi, non facciamo quasi nulla, a parte pensare e sognare.
    I più giovani passano le giornate a sbirciare la scena, curiosi, ma verso i trent’anni diventiamo tutti molto più introspettivi e cauti, forse addirittura insofferenti.
    E così passiamo anche intere settimane senza nemmeno gettare un’occhiata fuori.
    E’ abitudine all’abitudine.
    Però l’altro ieri una visita l’ho avuta, e non era il postino né il lattaio, che arrivano sempre al mattino presto e, senza nemmeno scostare un lembo del velo, posano quello che devono e se ne vanno fischiettando.
    Quella mattina avevo ancora la testa piena di sogni, non sentii i passi né una voce o un respiro, ma avvertii che qualcuno si era fermato vicino al mio drappo (non chiedetemi come lo sapessi, noi dei drappi sviluppiamo una sensibilità superiore).
    Sta di fatto che questa persona se ne stava lì, davanti al mio sudarietto gualcito, senza dire nulla, senza chiamare, niente.
    Io trovai la cosa curiosa, nessuno si ferma vicino a un drappo se non ha l’intenzione di vedere chi c’è sotto.
    Poi mi sentii indispettito da quella mancanza di educazione e fui sul punto di mettere fuori la testa, guardare in faccia il maleducato e dirgliene quattro.
    Pensai, però, che era questo che voleva lo screanzato e mi proposi di dargli una lezione. Nessuno è più paziente di noi drappisti. Sarei rimasto muto ed immobile fino a stancarlo.
    Doveva essere ben giovane, pensai, per non sapere che la nostra più grande virtù è proprio l’immobilità, il disinteresse per la scena.
    Così passarono le ore, una, due, tre, quattro.
    Ciò che mi incuriosiva era che l’individuo là fuori non emetteva suono alcuno, non faceva il benché minimo movimento. Eppure sapevo che c’era, non mi ero mai sbagliato su queste cose.
    Pensai ad uno scherzo, o ad una sfida, addirittura alla provocazione di qualcuno, magari di quelli delle corde, che vivono appesi come prosciutti e fanno scherzi ai passanti. Possibile che uno di loro fosse sceso giù?
    Ma poteva anche essere uno del sottopalco, che era uscito finalmente a vedere com’era fatto il mondo. Oppure chi altri?
    Con il passare delle ore la mia compiaciuta ostinazione divenne preoccupazione, c’era qualcosa che non andava, non si era mai visto né sentito che qualcuno, chiunque fosse, si accostasse ad un drappo e non dicesse nulla, non facesse nulla per ore e ore.
    Lasciai passare il giorno e la notte, e ancora il giorno e la notte seguenti.
    In certi momenti mi dimenticai della presenza ingombrante dello sconosciuto.
    Avevo i miei pensieri e i miei sogni a cui badare, non potevo certo stare lì a fare nulla, con le orecchie tese per cercare di cogliere in fallo il misterioso e maleducato visitatore.
    Dopo una settimana precisa (noi drappisti abbiamo un senso del tempo perfetto) udii un leggerissimo scricchiolio.
    Fui inondato da un sentimento di trionfo, la prima sfida era vinta, lui aveva emesso il primo rumore.
    Che principiante! Io avrei potuto stare immobile per mesi, senza neanche muovere un granello di polvere o far borbottare lo stomaco.
    La seconda settimana mi cominciai a preoccupare un po’.
    Tutto preso da quella sfida e fiero della prima vittoria, non mi ero accorto che, da quando quel maledetto scocciatore si era piazzato vicino al mio drappo, né il postino né il lattaio si erano più fatti sentire.
    Era già accaduto in passato che per qualche sciopero noi drappisti si rimanesse per alcuni giorni in perfetta solitudine.
    Stava accadendo qualcosa di insolito, il misterioso astante e la misteriosa assenza del postino e del lattaio potevano anche non essere casuali.
    Per tutta la terza settimana mi scervellai per cercare di capirci qualcosa, ma bisogna ammettere che stando immobili sotto a un drappo è difficile capire cosa accade sulla scena.
    Di certo il mondo stava cambiando, se succedevano cose come queste.
    Il primo giorno della quarta settimana udii nuovamente lo scricchiolio.
    Mi prese un impeto di rabbia e fui lì lì per spalancare un lembo e risolvere la faccenda una volta per tutte, ma la mia ferrea disciplina e l’educazione mi impedirono un gesto così platealmente isterico.
    Il giorno dopo un altro scricchiolio.
    E ancora un altro il giorno appresso.
    Quotidianamente, ormai, uno scricchiolio accompagnava i miei risvegli.
    Con il passare del tempo imparai a riconoscerli uno dall’altro. A volte era il rumore sordo e ottuso di un metacarpo, altre volte quello secco e penetrante di una falangetta o lo schioccare largo e sgradevole di un’anca.
    Erano chiaramente dei messaggi in codice.
    Mi buttai per settimane nello studio degli scricchiolii misteriosi, annotando mentalmente le sequenze : una falangetta, una mandibola, due falangi, ancora l’anca, un ginocchio.
    Formulai decine di codici, per cercare di interpretare il messaggio segreto, ma i segnali non si ripetevano mai in sequenze sensate.
    Sotto il mio drappo cominciai ad innervosirmi, ormai era arrivata l’estate e il caldo iniziava a farsi sentire. Avrei voluto poter riprendere le mie sane abitudini : scostare un lembo di due dita, la mattina, per far entrare un po’ d’aria pura; dare qualche colpetto al drappo, per far cadere le foglie secche e la polvere accumulata nell’inverno. E magari anche gettare qualche occhiata al mondo.
    Il mistero non accennava a risolversi, decisi quindi di porvi fine e attesi la luna nuova.
    Nel buio completo avrei scostato il drappo lentamente, quando certamente il provocatore dormiva, pensando di tenermi in scacco, e lo avrei colto impreparato.
    Quella sera non riuscii a concentrarmi su nulla, i pensieri andavano e venivano, agitati dalla sortita imminente.
    A metà della notte allungai le dita verso un lembo del mio drappo, senza fare il minimo rumore.
    Lo sollevai di un paio di centimetri, ma non vidi nulla, soltanto il nero della notte.
    Mi azzardai ad aprire il varco di altri due centimetri, l’aria della notte era ferma, immobile, non sentii la minima corrente o variazione di temperatura.
    Continuai a sollevare il drappo, un palmo, due palmi; ormai avevo il braccio completamente steso in alto, ma continuavo a non vedere nulla, se non il nero della notte illune.
    Portai il drappo al di là della testa e cominciai a sollevarla verso l’alto.
    Mi resi conto che quel nero non era il buio, ma un pesante drappo nero, che si innalzava davanti a me.
    Mi sporsi completamente dal mio vecchio sudario e mi buttai all’indietro, per poter alzare lo sguardo fino alla sommità di quel muro nero, che adesso vedevo ondeggiare lentamente.
    I miei occhi percorsero tutta la nera superficie, su verso l’alto, fino ad incontrare il bianco cereo e lucido, le orbite vuote ed il ghigno fisso della Signora.
    Mi salutò con un lieve schiocco della mandibola, mentre il mio drappo ricadeva dalle mie spalle.