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Autore

Stefano Di Lorito

in archivio dal 23 giu 2008

31 dicembre 1963, Genova

30 gennaio 2012 alle ore 21:31

Un week end al mare

Il racconto

L’automobile correva agevolmente lungo la strada ondulata. I saliscendi si facevano più accentuati, mentre valicavano le alte colline, dietro alle quali si sarebbe aperto all’improvviso il paesaggio marino.Il potente motore della berlina famigliare divorava la strada silenziosamente.
Mario guidava con perizia e tranquilla sicurezza, la moglie Giulia, al suo fianco, leggeva assorta una rivista di moda e design.
Da quanto tempo non facevano un week end da soli? Una vita.
Anni e anni, sacrificati per i figli. Okay, era stata una bella vita la loro, piena di soddisfazioni, professionali e famigliari. Quasi 25 anni di matrimonio. Chi l’avrebbe mai detto, pensava Mario, il giovane ribelle idealista, e anche parecchio coglione, che diventava compagno affidabile, buon padre di famiglia, brillante architetto.
Evviva Evviva!
Finalmente i figli, Luca e Patrizia, erano abbastanza grandi da voler fare le cose per conto loro. Del resto la natura faceva il suo corso, si erano detti i due coniugi, ancora piacenti a quasi 50 anni. Dovevano dare fiducia alla prole, e sperare che non combinassero guai troppo grossi, o addirittura irreparabili.
19 anni Luca, 16 Patrizia. Che strano vederli così grandi, così indipendenti, così protesi verso il mondo esterno. Faceva quasi male al cuore accorgersi, un giorno dopo l’altro, che i loro interessi li trascinavano via da loro, dalla famiglia, dalla casa. Ma era la natura, si poteva solo accettarlo.
E finalmente avevano incominciato, Mario e Giulia, ad avere un po’ di tempo per loro, un po’ di libertà. Quell’anno sarebbero partiti per le vacanze separatamente, genitori e figli, per la prima volta. Che avvenimento, una svolta epocale per la famiglia.
Intanto, per abituarsi all’idea, i due coniugi iniziavano appunto a farsi qualche fine settimana da soli. La stagione era ormai calda e il mare non lontano, quindi avevano approfittato delle gite scolastiche di fine anno per staccare anche loro dalla città.
Giulia aveva scelto quel paesino di riviera, per concedersi due giorni di sole, mare, ristorantini romantici e pace, pace, pace.
Uscendo dall’autostrada l’orizzonte marino, splendente, li incitava a raggiungere la costa, pieno di promesse ed energia. Mario si sentiva rinvigorire, quasi fosse di nuovo giovane e il tempo e la vita passata non fossero che una fantasia sfrenata dalla quale riemergeva ventenne.
Ricordava le molte scorribande, con gli amici di un tempo, in moto e in macchina, verso la riviera, con i suoi locali, le sue spiagge, le ragazze.
Un groppo alla gola gli impedì di accennare a sua moglie, entrando nel paesino, che gli sembrava di esserci già stato, chissà quanti anni prima.
Il groppo ingrandì e gli annodò la lingua, mentre come un relitto raccapricciante, riemergeva dalla memoria quella storia di tanti anni prima.
Riconosceva il luogo, seppure cambiato in molti aspetti. Aveva corso per quella stradella costiera, con la sua moto, scappando.
Dio! Quanti anni prima? Aveva diciannove, vent’anni. L’età di suo figlio. Dio! Come aveva potuto dimenticare per tutti quegli anni, la porcheria che aveva fatto?

All’ incrocio per immettersi nella via principale, Mario non vide lo stop. L’automobilista che arrivava da destra, per fortuna, era attento e con un lungo colpo di clacson lo riportò alla realtà.
Giulia fece un salto sul sedile ed emise un grido, portando la mano verso il cruscotto per istinto.
Lui inchiodò in tempo e strinse il volante. Raramente gli accadeva di distrarsi alla guida. Si scusò con l’altro guidatore e rivolse uno sguardo contrito alla moglie.
Per fortuna l’albergo era ormai dietro l’angolo. Entrò nel parcheggio e spense il motore con sollievo. La testa gli ronzava, il ricordo di quella notte infame emergeva a poco a poco in tutti i dettagli.

Con chi era? Con Paolo, detto Pablo, e con Franz, sicuramente. Erano stati amici per tutta l’adolescenza, poi si erano persi all’improvviso. E adesso capiva, ricordava il perchè. Per quella notte brava, notte vigliacca, notte stupida.
Erano arrivati sulla costa con le moto, pieni di entusiasmo e ormoni.
Mentre entravano nell’albergo, Mario occhieggiò dalla vetrata. Giulia gli rivolse uno sguardo sornione e complice, pensando che il suo fedele e adorabile marito stesse già assaporando la sabbia e il mare.
Ma lui invece cercava di cogliere dalla memoria i particolari di quella notte, di orientarsi. Era successo in spiaggia quel fatto orribile, se lo ricordava bene adesso. La ragazza si era dibattuta, mentre lui le alzava la gonna  e le palpava le cosce. Erano un po’ ubriachi entrambi, ma non era certo una scusa per quello che aveva fatto. Lei aveva cercato di respingerlo per un po’, inutilmente.
Lui le aveva strappato via le mutandine e l’aveva penetrata a lungo. L’aveva lasciato fare, probabilmente terrorizzata e paralizzata
Dopo l’orgasmo era rimasto alcuni istanti su di lei, immobili e ansimanti entrambi.
Poi si era alzato di scatto e, riabbottonandosi i pantaloni si era allontanato in fretta. I suoi amici dovevano essere ancora in giro, poco lontano. Aveva vagato, stordito dall’alcol, fino a raggiungere la moto, ed era fuggito via, vigliacco infame, lasciando la ragazza, di cui non ricordava neanche il nome, stesa sulla sabbia. Ma il viso sì, lo ricordava, era bruna, con il naso piccolo e le labbra turgide dei vent’anni, gli occhi blu e gli zigomi alti. Era splendida. E lui aveva ceduto alla libidine come una bestia.

La mano di Giulia si posò sulla sua spalla e lo riscosse dall’incubo. Nel vederlo così distratto e turbato, gli domandò che avesse. Lui se la cavò con una strizzata agli occhi e una debole spiegazione, riprendendo all’istante il suo antico ruolo di uomo maturo e consapevole.
Salirono in camera e si concedettero una bella doccia, indossarono i costumi da bagno e scesero in spiaggia. Il sole era alto e cocente, l’aria leggera e frizzante.
Per tutta la restante mattinata si crogiolarono al sole, assaporando la ritrovata libertà. La sua compagna di tanti anni era ignara ed eccitata, sentiva la sua pelle calda contro la sua, le sue carezze affettuose sulla schiena. Era un idillio, turbato però dalla nuvola nera del ricordo.

Decisero di cercare un bel ristorante e si avventurarono per le stradine laterali del borgo.
Mario si aggirava con fare guardingo, gli occhiali da sole mascheravano i suoi occhi spaventati e dolorosamente colpevoli. Per un attimo pensò di fingere un malessere e convincere Giulia a rientrare in città, ma si rese conto che la cosa non sarebbe stata credibile e inoltre avrebbe preoccupato la sua dolce metà, inutilmente. Il ricordo era ormai riaffiorato e non poteva farci nulla, solo conviverci e sperare che col tempo sarebbe risprofondanto nell’oblio.

Giulia, come sempre più decisionista e intraprendente del suo creativo e un po’ distratto marito, addocchiò il delizioso pergolato di un ristorante e, preso per mano l’affannato compagno, lo condusse nell’ameno giardino.
Seduti all’ombra, con la fresca brezza di inizio estate che li carezzava, Mario cercò di rilassarsi e scacciare il suo orribile fantasma. Quel che era fatto era fatto, in fondo, pensò, non aveva mica ammazzato nessuno. Era stata una bravata, una ragazzata, un attimo di incoscienza, di follia, nella vita di un uomo integerrimo.
La tranquillità del luogo, la bontà del pranzo di pesce, e la dolce allegria della consorte, riportarono l’architetto a uno stato d’animo più sereno. Sembravano tornati ai tempi del fidanzamento, si tenevano per mano, seduti al tavolo, come una giovane coppia appena colta dalle frecce di cupido.

Mario fece cenno al cameriere di portare il conto, questi gli consegnò un foglietto e lo informò che si pagava alla cassa uscendo. Quindi chiesero ancora un limoncino e si godettero la pace della riviera e l’intorpidimento della pancia piena.
Infine si alzarono e si avviarono verso la cassa, posta all’ingresso principale del ristorante.
Quando Mario alzò gli occhi dal portafoglio la carta di credito gli scivolò dalla mano irrigidita dall’orrore. Lei era lì, davanti a lui, alla cassa. Lo guardava sorridendo con la cordialità professionale e la tranquilla autorità della padrona. Lei, era lei, Cristo Santo! La mente di Mario fu sbaragliata da una vertigine, temette di svenire e si appoggiò d’istinto alla moglie. Lei si accorse del malore e così pure la ristoratrice. Lui si riprese, e rassicurando moglie e antica vittima, pagò e si diresse verso l’uscita. Giulia gli trottò dietro e lo abbracciò alla vita.
Ipotizzando che forse il primo sole, dopo tanto stress di vita cittadina e lavoro, aveva squinternato il suo adorabile compagno, consigliò di ritirarsi in albergo a riposare. Mario si disse d’accordo, ma costrinse l’esuberante e instancabile moglie a non rinunciare al pomeriggio di mare. Era solo lui ad avere bisogno di riposare un paio d’ore, l’avrebbe raggiunta in spiaggia più tardi.

Sdraiato sul letto, Mario, vagava con la mente, in uno stato di ipnotica schizofrenia, tra la reale, concreta, durevole, ineccepibile esistenza dell’architetto, padre di famiglia, devoto marito, e quel bestiale episodio, quel momento di giovanile follia, che pareva, da solo, confutare e falsificare tutta la sua intera vita.
Il senso di colpa gli arrivava a ondate sempre più forti, provocandogli palpitazioni e sudori freddi. Fu sul punto di affondare la faccia nel cuscino e scoppiare in un pianto dirotto. Come poteva un uomo ridursi in tale stato? Come poteva aver fatto ciò che ricordava bene, adesso, di aver fatto, e averlo rimosso per tutti quegli anni?
Si alzò meccanicamente dal letto, con il cervello annebbiato, infilò le scarpe e uscì in fretta dall’albergo. Il sole del primo pomeriggio cercò di richiamarlo all’atmosfera estiva e gaudente dell’estate, inutilmente.

Camminò in fretta fino al ristorante. A pochi metri dall’ingresso si bloccò terrorizzato. Vedeva dal vetro la padrona, la ragazza di un tempo, la sua vittima, tranquillamente al lavoro dietro al bancone, che faceva il conto della mattinata di lavoro.
Per alcuni istanti l’uomo si molleggiò sulle gambe, come un atleta che debba prendere una decisa e risoluta rincorsa. Fece i pochi passi che lo separavano dalla porta, la aprì ed entrò.

Gli occhi della donna si sollevarono, blu come allora, pieni di vita come allora, e lei gli sorrise.
Mario si avvicinò al banco e rimase fermo a guardarla con la faccia imperlata di sudore e l’espressione sconvolta. La ristoratrice notò il disagio, forse il malessere, e gli domandò se avesse bisogno di aiuto.
Lui disse di no, poi le chiese, con la voce tremante se si ricordasse di lui, di tanti anni prima.
La donna arrossì un poco e la sua testa compì un gesto d’assenso, ripetuto più volte, mentre lo fissava negli occhi, alzando il sopracciglio. A Mario parve lo sguardo della condanna e si sarebbe buttato in ginocchio ai suoi piedi, se non ci fosse stato l’alto bancone a separarli.
Dopo istanti che sembrarono congelati, lei gli disse :

“ Mario. Non mi sono dimenticata di te, sai? Ti farà ridere magari adesso, ma sei stato il mio primissimo amore, e il primo con cui sono stata. Me lo ricordo bene, in spiaggia, quella notte, che pazzi siamo stati. Ma eravamo così giovani, e tu eri così bello...”

L’uomo era ghiacciato davanti al viso della donna, non riusciva  a capire se le parole che sentiva fossero reali, o frutto del suo allucinato bisogno di perdono e di espiazione.

“ Mi dispiace che tu sia scappato via quella notte, avremmo potuto essere felici insieme. Sono stata maldestra, mi sono vergognata come una ladra, per la mia inesperienza, per la mia incapacità. Dio che figura!”
Si portò le mani al viso, arrossendo ancora di più.

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