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in archivio dal 26 ago 2006

Ugo Mastrogiovanni

12 marzo 1936, Orria (SA)
Mi descrivo così: Mi diletto a scrivere poesie da quando ero al liceo. Dopo la laurea, la mia vena poetica è stata bloccata dal lavoro. Ora che sono a riposo... spero nei lunghi periodi di riflessione e nipoti permettendo per recuperare i giorni perduti.

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  • 11 febbraio 2014 alle ore 17:19
    Una candela accesa

    Una candela accesa,
    un soffio di vento questa vita
    sembra una fiaccola infinita
    quand’ecco è spenta;
    laddove sembra d’essere in salita
    mai pensi ci sarà discesa,
    t’accorgi appena
    e stramazzi giù.

     
  • 11 febbraio 2014 alle ore 17:11
    Rosa

    Rosa, curva, pensosa
    a contemplar la strada
    che ti segna il posto;
    graziosa creatura
    profumato omaggio mi permetti,
    gesto gentile
    quando ti voglio offrire.
    Mi perdonerai
    ti coglierò fra poco
    ma ti voglio donare
    alla mia sposa.

     
  • 11 febbraio 2014 alle ore 17:08
    Aspetto ancora

    Ho in cuore d’una vita il canto,
    di pianto riempito il velo,
    il peso di quest’anima scomposta
    che aspetta ancora
    risposta e resoconto
    di cosa che non so che sia,
    mentre chiara è la via
    dell’andata e del non ritorno.

     
  • 25 ottobre 2013 alle ore 11:11
    La rosa dei venti

    Da nord, ma con il tempo asciutto,
    gelida e fredda vien la tramontana.
    Il Grecale si, è molto brutto,
    sale dal nordest e con la Bora
    la corsa verso casa rende vana.
    Quindi ci amareggia il Maestrale
    che viene dal nord, d’origine polare
    si scontra con il clima temperato
    siccome sale su dal nostro mare
    e il gelo suo sfidar non vale.
    Ponente e Levante sono venti estivi
    da ovest ed est detti primitivi;
    il primo soffia presto dal mattino,
    il secondo concilia la mia siesta:
    sorvolano il Tirreno da vicino
    e anche all’altro mare fanno festa.
    Il sudest genera il Libeccio,
    un vento umido e violento;
    assai temuto per le mareggiate
    per l’intreccio delle condizioni
    di burrasca e piogge esagerate.
    Umido e secco invece è l’africano,
    lo Scirocco, caldo e pieno d’afa.
    Invece l’Ostro che è meridionale,
    poco si sente e poi non fa male.
    Direte: e il Fohn l’hai dimenticato?
    No, no, l’Alpi ascende in primavera,
    risale freddo e cala riscaldato
    tra le region del nord di giorno e sera.
    Ecco, la rosa dei venti ho dettagliato,
    tolgo il disturbo e passo all’altro lato.

     
  • 25 ottobre 2013 alle ore 11:10
    Abbandonata

    Poco brillante e lo sguardo spento,
    l’ostilità del tempo appariscente,
    velato e lento il suo nativo acume;
    è quel che fu d’una bella donna,
    ritrovatasi sola e solamente nonna.
    Quasi più nulla della sposa ch’era,
    madre esemplare, fine e premurosa.
    Pena il capriccio d’un’età distorta:
    quarant’anni consumati insieme
    e a settanta: io non t’amo più.
    Pugnalata l’aorta, la vita cancellata,
    come un tornado che s’abbatte giù.
    Pulsioni estreme al suon d’una risata,
    la confusion dell’anno con un giorno,
    il genitor che chiude in buffonata.
    Il divenir che manca del contorno
    ch’annienta ragion e realtà snatura;
    l’illusorio vigore divenuto attacco
    che il valore antico trasfigura.
    Paradisi di carta e pueril distacco.
    Questo è un canto per la delusione,
    è il lamento d’un amico affranto,
    un tormento offerto all’illusione,
    questa è un’ode forte come il pianto.

     
  • 25 ottobre 2013 alle ore 11:09
    Io non c’ero

    <Ancora qualche giorno
    e toglierò il fastidio.>
    Vedersi tutti intorno
    mia madre ne soffriva.
    Lei se lo sentiva,
    infatti dopo poco
    contrita, dipartiva.
    Ed io non c’ero,
    non c’ero io
    quando l’Angelo di Dio
    ti tese la sua mano
    per elevarti al piano
    oltre il firmamento.
    Più tardi, m’arrivai.
    Il farti compagnia
    fu eco e antologia
    di tutti i miei perché.
    Eri severa in volto
    come nell’ore estreme,
    io un po’ stravolto
    di quel stare insieme,
    e ne approfittai:
    non piansi, ma parlai.
    Muto ed in catene
    ti dissi all’infinito:
    ti ho voluto bene.

     
  • 25 ottobre 2013 alle ore 11:08
    Amore incredibile

    E fu così ancora, da ottant’anni ormai
    anche quel dì di freddo e come ogni mattina,
    che Gianni come sempre fece il suo caffè
    per portarlo a Lina che l’aspettava a letto.
    Un rito cominciato dal primo giorno sposo,
    sempre continuato con lo stesso affetto.
    Un tempo si levava all’alba che bussava,
    ma or che malandato non prima delle nove.
    Gridò: “Stamani piove, non muoverti di lì.”
    E non aprì finestre, anzi accese il fuoco.
    Faceva anche il cuoco per la sua Lillina,
    ne era innamorato come un fidanzato.
    La chiamò di nuovo, ma lei non gli rispose;
    pensò dormisse ancora ma più non era l’ora.
    L’accarezzò, la mosse, le sussurrò qualcosa
    ma lei non lo sentì. Non pianse, si vestì.
    Riesumò il vestito del giorno delle nozze
    triste e senza forze le si distese affianco
    le cercò la mano e la trattenne stanco.
    Nessuno volle intorno, gradì restare solo.
    la morte vide in volo pregando fino a sera,
    quando muta giunse appunto quella vera.
    Alle ventuno in punto così come alle nove
    si destò per sempre mosso a strade nuove.
     

     
  • 11 luglio 2012 alle ore 18:24
    Tornerò a trovarti

    Or son degli anni e ti rivedo ancora
    sulla sabbia vivida che fuma.
    L’ulivo bigio nella chioma,
    il casolar diruto, la ritorta spiaggia,
    gl’infiniti sassi variopinti e la fremente spuma.
    Solitario venivo a rimirarti
    ed ascoltai sovente singhiozzar l’acque e sfasciarsi,
    a lungo ruggir, sfrenarsi l’onde.
    Udii tuoni rombar, sbiancare lampi;
    gabbiani vidi tuffar, pesci guizzare.
    A volte di lassù tra i rami
    mi sentivi dire dall’ulivo le odi eterne.
    Io tornerò di nuovo a ritrovarti
    perché,
    tra l’umido echeggiar delle tue brezze
    respiro tenerezze semplici,
    intimità perdute,
    speranze ritrovate e dolci inviti a sognare.
    (1960)

     
  • 11 luglio 2012 alle ore 18:22
    Tramonto

    Tramonto sui muri alti, muti, ed in quattro,
    serrando gelosi un più alto e muto silenzio.
    Tramonto di raggi infuocati tra sbarre rossastre
    di largo e pensoso cancello;
    Tramonto d’un sole che bello godettero un giorno i defunti.
    Oggi triste e sanguigno s’adagia tra filari di croci
    che decoran di morte le marmoree piastre.
    Pianto di raggi che crudi quel giorno
    su loro si spenser per sempre.
    Ora, pentiti e tremanti, con veste di lutto, proiettan le croci:
    quasi in quell’ombre rendessero vita e il ricordo.
    Sordo richiamo di purpurea luce
    che trai fronzuti pini guarda crucciata.
    Occaso di morte
    su funereo manto di bigia terra ch’adornato di larve
    cela dal freddo le infinite spoglie d’una vita antica.
    (1960)

     
  • 11 luglio 2012 alle ore 18:20
    Freddo in montagna

    La stanza rigida e l’alito che fuma.
    Sibila il vento, ulula, infuria,
    sbatte, s’adira.
    Un noce nell’orto combatte;
    scheletrito e bruno si curva,
    scricchiola, si drizza, quasi s’abbatte;
    si scuote, s’inchina, si torce.
    Sull’erba in ginocchio,
    atterrito e tremante, piagnucola il passero:
    a stento saltella.
    Belante un agnello prillando rincasa,
    rincasa intirizzito un cane, un pastore ammantato s’affretta;
    la vetta ondeggiante si copre di nebbia.
    Qualche finestra s’assicura sbattendo;
    continua il vento e il cielo s’abbuia.
    Fumano i comignoli.
    (1960)

     
  • 17 marzo 2012 alle ore 17:28
    Il tessuto dell’amore

    È tela preziosa per quadri d’autore,
    per le Madonne di Raffaello,
    cromatismi di Tiziano è questo l’amore.
    Pettinato tessuto di lana, tepore d’agnello,
    morbido cachemire, soffice angora.
    Zephir di seta, l’amore,
    chiffon, tessuto avvolgente, satin di valore,
    privato indumento eccitante.
    Antico tessuto di lino, fresca radice del tempo,
    durevole, puro, elegante.
    Di cotone lindo tessuto, ovatta fasciante bambino,
    morbido, tenero, assorbente.
    Piacevole e freddo l’amore, come la canapa e la juta,
    tessuti primitivi sempre vivi.
    Stoffa di sogni, l’amore, ordito perenne, sopraffino,
    sommario di dolci parole, rete d’emozioni,
    parato a liste d’oro fino.
    Annuario di trame e passioni.
    Drappeggio di stelle e di sole, decori su panno “ti amo”,
    Tela pregiata l’amore, da onorare, da non maltrattare,
    da non tendere troppo,
    per non ricucire, per non riparare,
    ne otterreste un goffo rattoppo.
    (febbraio 2011)

     
  • 17 marzo 2012 alle ore 17:27
    Golgota

    Parole atroci
    i loquaci silenzi
    spalmati sul monte delle croci.
    L’uomo riservato e buono,
    devoto nascondeva in petto
    il suo grande dolore
    e con rispetto recitava
    il mea culpa
    ed il peccato gli squarciava il cuore.
    Taceva il cattivo corrucciato,
    forse tremava ravveduto
    dell’atroce misfatto consumato
    o spaventato a morte
    meditava sulla sua futura sorte.
    Intanto squarciava
    il tuono fuso con il lampo
    il drappo del tempio.
    e l’empio intorno annottava.

     
  • 17 marzo 2012 alle ore 17:25
    Illusione

    Come ruscello gonfio di procella
    rovinoso cala dalla costa
    ed assapora il vanto,
    che sia per poco,
    d’esser diventato fiume,
    così impazza e accoltella
    l’umana illusione,
    e travolge ogni cosa
    con solenne tristezza
    devota alla dea passione.

     
  • 17 marzo 2012 alle ore 17:24
    Per Grazia un mese dalle nozze

    Che cosa posso darti:
    soavità di muschi e dell'aloe,
    incenso d'ambra per inebriarti
    o vorresti briciole d'eterno?
    La ricchezza forse, oppure le mie cure
    base di tua vita e perno?
    Medita e dici.
    Non chiedi gloria e gioie,
    vuoi la fama e gli agi,
    o la certezza delle mie radici?
    <Nulla di tutto ciò,
    solo una carezza e tanto amore.>
    E questo posso darti,
    senza pretese,
    ecco perché ti prendo con me.
    presto, fra un mese.

     
  • 17 marzo 2012 alle ore 17:20
    La guerra giusta

    Eventi imprevisti, c’è di mezzo un tiranno,
    genocidi mai visti, vive sotto un capanno!
    Dobbiamo, corriamo, è una guerra di pace
    andiamo e torniamo, al soldato piace;
    elettronica e scienza, divisioni avanzate,
    di gran competenza, niente marce forzate.
    C’è la nostra aviazione, tre bombe soltanto
    son la sua punizione.
    Ma lì il camposanto s’allarga ed echeggia
    di grida e di pianto e nessuno indietreggia.
    Per amor della gente s’è fatta la guerra.
    Purtroppo era urgente, lo sa il presidente.
    C’è chi ha mormorato, che rischiasse parecchio,
    a scadenza mandato non verrà confermato;
    occorreva uno specchio ch’elevasse il riflesso
    di forte coesione: ne va del progresso,
    serve intesa e ragione.
    Sulla stampa il partito ha riscritto:
    son tutte menzogne e panzane
    sarà rapido e breve il conflitto
    l’han richiesto le genti africane;
    non fra molto ritorna la pace.
    Intanto il cannone non tace
    la posta è il potere salvato,
    e a tutta risposta:
    “Chi ha avuto ha avuto
    e chi ha dato ha dato!”

     
  • 24 gennaio 2012 alle ore 13:47
    Uomo e poeta

    Poeta rozzo son io, ma delicato,
    comune, a volte dozzinale
    talora insigne e riservato.
    Da fredda allegoria passo ad agitare
    sensi animosi e vanitosi istinti,
    ma resto umile figlio riverente,
    originale come galleria di vita,
    di vizi e virtù bella signora.
    Carico d’anni, che nessun ripaga,
    il mio verso schiudo poco a poco
    dove il guardo indifferente vaga
    e faccio dell'acqua neve e fuoco.
    Con l’ultima energia a me rimasta
    canto la pietà ed urlo il pianto
    e musico il ciel che mi sovrasta.
    Intanto, difetto del mondo,
    sfuma quest’uomo e si consuma
    a trar nel proprio cuore dal profondo
    cronaca e storia, non per vanagloria,
    ma ché non vada persa la mia scoria.

     
  • 24 gennaio 2012 alle ore 13:45
    Fratelli d’Italia

    Fratelli d'Italia l'Italia s'è desta,
    parlo di quella, non certo di questa.
    Adesso dell’inno che cosa è cambiato,
    cosa ne pensa di questo lo stato?
    Quell'elmo di Scipio tanto parlato
    in casco integrale è stato mutato.
    Come vittoria abbiam la Brambilla
    per un turismo che poco sfavilla.
    Roma fa leggi e le manda repente
    alla gente d’Italia che schiava si sente.
    “Stringiamoci a coorte” è stato abolito
    perché il senatur si sentiva tradito;
    “perché siam divisi” nessuno lo sa,
    era d’uso così e così si userà.
    “Pronti alla morte” neanche per sogno
    il parlamento non ne vede il bisogno.
    “Uniamoci, amiamoci, l'unione e l'amore”
    di questo se n’occupa un famoso signore.
    “I bimbi d'Italia si chiaman Balilla”
    infatti c’è sempre chi parla e chi strilla;
    chi rompe i Maroni, chi se La Russa.
    Sacconi spartisce, Tremonti ci bussa,
    nessuno più pensa a “Le spade vendute”
    abbiam deputati di larghe vedute:
    c’è chi telefona, chi illustra la legge,
    chi gioca all’iPod, chi parla e chi legge
    è Fitto di generi il Transatlantico,
    perfino i nomi han del romantico:
    ci sono Gatti ed Orsi, Lupi e Leoni
    Barbari e Angeli, Zucche e Meloni,
    Cardinale e Papa Angelici e Fini
    e proprio per questo non fanno Casini.
    Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta,
    corriamo al palazzo lì si fa festa.
    (Luglio 2011)

     
  • 24 gennaio 2012 alle ore 13:43
    Una lacrima

    Bruciante
    il vuoto che ti manda in pezzi
    inattesa, solinga, esitante,
    spesso giunge a sorpresa
    da quel profondo lontano
    quando al tuo frantumarsi
    ribellarsi è vano.
    Mille orme cancellate,
    insidia fatal della speranza,
    riesumando scorre.
    Per dignità frenata,
    più volte solitaria e schiva,
    da un rivolo chiaro e trasparente
    si fa gemito e pianto,
    mugolio, singulto;
    è scroscio, rovescio, un acquazzone.
    È sociale, non esclusiva
    è uguale per tutti
    per umili e nobili, per poveri e ricchi,
    per vanità di condotta,
    per quel tempo ch’è venuto in uggia,
    per chi chiede aiuto.
    Se per bontà troppo indulgente
    sovente porge una mano,
    sapore dell’anima,
    inezia, minuzia sostanza di vita
    oggettiva realtà.
    e così come è venuta
    sommessamente piano se ve va.
    Questa è la mia lacrima.

     
  • 11 ottobre 2011 alle ore 18:15
    Ti canto

    Spandevi odore dell’aria ardente

    vestivi il colore della primavera

    parlavi poco da sembrar severa,

    ma se ti sfioravo non capivi niente

    sentivi solamente

    recitare il silenzio

    ed è per questo che ogni tanto

    licenzio gli anni e ti canto,

    ancora come allora.

    (2000)

     
  • 02 settembre 2011 alle ore 16:22
    L’urlo della memoria

    Lavati con l’alba fredda,
    lavati con l’aria di gennaio,
    con l’anno appena iniziato;
    non è peccato il suo ricordo,
    non servirà un ghiacciaio
    per seppellirlo,
    ti sembrerà ammazzarlo,
    rompere il raccordo
    coi fili della storia che fu,
    ma, manco a dirlo,
    integro sarà serbato
    e lo restituirà con l’urlo
    sempre più forte
    della sua memoria.

     
  • 02 settembre 2011 alle ore 16:20
    Lettera d’amore

    Che serva un programma dedicato
    per scrivere una lettera d’amore?
    Elaborarla usando l’alfabeto
    con grafica, termini e fonesi
    che ti lascino incredula e stupita?
    Niente di questo dopo cinquant’anni,
    uso la penna di quel primo giorno:
    un bacio, un abbraccio, una carezza,
    un fascio di rose e quegli affanni
    che ci fondono e fanno compagnia,
    la certezza d’averti consacrato
    la vita con la mia allegria.

     
  • 02 agosto 2011 alle ore 17:42
    Temporale

    Nero d’asfalto, a chiazze bigio,
    ostile, minaccioso,
    a tratti grigio, domini oscuro,
    copri rovinoso il sole,
    prendi il posto del cielo.
    E fulmini, scarichi, saetti,
    ignaro del giorno e della sera
    copri ogni suono e di boati echeggi,
    alzi del tuono la bandiera,
    estate e primavera tiranneggi.
    Scagli, avvolgi, torci, sovrasti,
    e scrosci e grandini e disperdi,
    guasti la mia quiete.
    Geme stupita la natura, sbotta la terra,
    il ruscello si trasforma in fiume
    è in guerra ma regge la foresta.
    Ha poche risorse l’uccellino implume,
    e dal giardino scampa nel silvestre
    dove la macchia mitiga il frastuono.
    Non m’avventuro, serro le finestre,
    m’assicuro e scruto le tue mosse.
    Prendo posto alla scrivania
    penso, esamino, rifletto i brontolii,
    i tuoi schianti indago e le tue scosse,
    ti abbozzo e metto in armonia,
    cerco di darti un bell’aspetto
    ti tratteggio, disegno,
    ti travesto in poesia.

     
  • 02 agosto 2011 alle ore 17:40
    Giovane

    Ora che tutto t’è venuto in uggia
    t’affiderai ai segni del tramonto;
    ripenserai alle mille astuzie,
    ai giorni percorsi con la marcia
    più veloce della vita stessa,
    al trascurato valor delle minuzie,
    al troppo volar dell’incoscienza,
    alla mancata rinunzia.
    Saprai che la pazienza,
    se bene esercitata,
    ti sarebbe sembrata più fresca
    dell’aria respirata.
    Questo saprai quel giorno,
    un giorno di sottili rughe
    che un vuoto bruciante ti leggerà negli occhi
    la prepotenza amica e quell’insofferenza
    usate come un ubriaco,
    compiacenti come dei balocchi,
    bruciata alla rincorsa del successo.
    Pensaci figlio,
    questo tuo cuor non sia mostro crudele,
    ma scrigno di bene prezioso e raro,
    faro splendente, utile consiglio,
    conquista d’onestà e salute,
    un delicato abbraccio fanciulla
    per non scoprirti terrificante nulla.

     
  • 07 luglio 2011 alle ore 8:21
    Come fanciulli

    Ancor come fanciulli
    ci teniam per mano;
    trastulli pochi,
    molta più saggezza,
    un po’ di tenerezza non manca,
    una carezza abbozzata,
    dignitosa,
    un’impronta di colore
    dà vigore alla passione stanca.
    Ed io ci provo,
    mi carico tutto il cuore
    che son capace di portare
    con quei battiti
    che non riesco a regolare,
    per ritornare nella tua mattinata
    ove vecchie grandi cose
    svaniranno in tumultuosa fretta
    per ricominciare
    come fanciulli.
    (2006)

     
  • 07 luglio 2011 alle ore 8:18
    Aspetta

    Stendi la tenda sullo specchio,
    guardar non serve la ragione,
    pure il sentimento è fatto vecchio
    ed anche se cambi posizione
    sempre quelle sono le stagioni.
    L’ampio viale oggi ormai sentiero;
    tutto ciò che avevi è consumato,
    finanche il certo più non sembra vero;
    appenditi
    scampato
    al chiodo d’un attaccapanni
    e aspetta i nuovi vent’anni.
    (2006)

     
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  • 11 febbraio 2014 alle ore 16:40
    ‘U munaciello

    Come comincia: Questo è un fatto vero, alquanto strano, forse incredibile, ma veramente accaduto.
    Avevamo ventidue anni io e Pigi, mio collega di università e di scappatelle. Pigi ora non c’è più, mi ha preceduto e da Lassù sorride sapendo che vi sto raccontando una delle nostre avventure, certamente indimenticabile.
    Nel nostro quartiere correva voce che la signora Pina, pace all’anima sua, avesse un amante che la pagava profumatamente. Molto strano però, perché la signora Pina era un doppio armadio e difficile da abbracciare, non c’era in giro un uomo dotato di braccia per tale circonferenza! Non avevano pensato a questo quelli che la criticavano e sparlavano alle sue spalle. La gente mormorava e la poverina era sulla bocca di tutti! <<Il marito oggi ha trovato una mazzetta di cinquemila lire sul tavolo; la settimana scorsa la tavola era imbandita a festa con tovagliato pregiatissimo e cristalleria di Boemia, mai posseduti. Il marito si è chiesto perfino da dove fosse uscito un diamante da 2 carati.>> Di questo, e di più, si diceva della sfortunata o fortunata signora. Del marito poi, anche se cornuto a tutti gli effetti, erano tutti invidiosi: con tutto il denaro che intascava, era ben ripagato e poetava sopportare una moglie così brutta.
    Noi, che la conoscevamo bene, non la pensavamo allo stesso modo. Certo, qualche dubbio c’era venuto, ma prevaleva in noi l’idea che non poteva esserci un uomo così coraggioso da avvicinarla.
    La signora era avvilita e amareggiata e non negava la manna di tutto quel denaro, ma sosteneva di subire spesso delle vere e proprie angherie. Le lo chiamava “munaciello pazzariello”, una specie di folletto giocherellone. Raccontava che non si limitava a farle doni, ma molto spesso le metteva in subbuglio la casa: sedie e tavoli capovolti, cassetti svuotati, bicchieri e piatti rotti. Tollerava tutto la nostra amica, tranne di esser chiusa fuori, perché doveva ricorrere ai pompieri per rientrare in casa. Era stata lei a chiudere a chiave il portoncino prima di uscire, era lei in possesso della chiave, come mai non poteva riaprire quella porta che lei stessa aveva chiuso? Ci raccontò e ci portò a constatare di persona che dietro il portone c’era un’ulteriore chiusura di sicurezza che si poteva azionare solamente da dentro.
    Alla sua casa si accedeva da una scala esterna di circa quaranta scalini, divisa in due rampe e fiancheggiata da una vecchia ringhiera di ferro. Non vi erano altri ingressi ad abitazioni, né sul primo, né sul secondo e ultimo pianerottolo dal quale si accedeva solo alla sua. L’ingresso era costituito da un antico portoncino di legno, ancora molto solido e ben tenuto. La signora fece girare nella serratura per ben quattro volte una vecchia chiave a tubo lunga circa 15 cm e la porta si aprì su un soggiorno, modestamente arredato e con un grande tavolo al centro. Si preoccupò di farci constatare che l’abitazione era costituita solamente dalla cucina e da altre due camere da letto. La sua affacciava sulla strada principale con un balconcino alto da terra circa 10 metri; precisò, ed era vero, che affianco esisteva solamente il balcone di casa mia, distante una decina di metri. L’altra camera, nella quale dormivamo le sue due figlie di 16 e 18 anni, era totalmente buia. La cucina, nella quale si fermò a fare il caffè, obbligatorio per noi che non lo avevamo mai preso prima d’allora, ci mostrò la finestra, confinante con quella del mio bagno e distante un paio di metri. Dopo questo doveroso sopralluogo, servito a scartare ogni possibilità di altre entrate in casa sua, ci mostrò il retro dell’incriminato portoncino. Notammo subito un grande chiavistello di ferro massiccio situato in orizzontale, lungo più di mezzo metro, largo 5 e spesso quasi 1 centimetro. Non aveva nessun contatto con l’esterno, poteva essere azionato solo dall’interno. Scorreva in 6 massicce asole di ferro, avvitate tre su un battente della porta e tre sull’altro. Per assicurarci che non ci fossero trucchi, io e Pigi abbiamo azionato più volte il chiavistello; lo abbiamo fatto scivolare avanti e indietro spingendolo con una rozza maniglia, un solo pezzo di ferro cilindrico, liscio, senza capocchia all’estremità e anche difficile da afferrare. Il catenaccio serrava perfettamente i due battenti dell’uscio, ne eravamo certi e non poteva essere assolutamente mosso dall’esterno. Il dubbio non solo restava, ma era aumentato.
    La signora Pina aveva ragione. Allorché uscita, nessuno avrebbe potuto attivare il chiavistello senza essere in casa; allora, chi serrava il portoncino lasciandola fuori di casa?
    Dopo di allora, non la cercammo più, anzi la evitavamo per non sentire le solite lamentele. La gente continuava a mormorare, certa che i doni arrivassero regolarmente e il marito era sul punto di rompere il rapporto con la moglie.
    Continuavano anche gli episodi di sabotaggio, lei lo raccontava in giro: letti e tavoli capovolti, piatti e bicchieri rotti, ma sempre largamente risarciti. Venne il giorno in cui rimase ancora una volta chiusa fuori casa. Era disperata, non sapeva cosa fare e non aveva il coraggio di chiamare di nuovo i pompieri. Mi venne a pregare di aiutarla. Fortunatamente la finestra della sua cucina era aperta, quindi vi potevamo accedere dalla finestra del mio bagno; era l’unico modo per aprire la porta e farla rientrare in casa. Rimasi alquanto interdetto; malgrado le due finestre ad angolo fossero abbastanza vicine, sarebbe stato comunque pericoloso, ma l’incoscienza giovanile prevalse. Analizzammo la cosa con il mio amico Pigi, molto più alto e snello di me, e decidemmo di servirci di un asse per muratori che mio padre aveva in soffitta.
    Non senza fatica, la tavola pesava ed era sporca di calce, l’appoggiammo a ponte sui due davanzali e, con una certa tremarella, passammo anzi saltammo nella cucina della signora Pina. Il portoncino d’ingresso era chiuso a quattro mandate con la serratura a chiave e sbarrato perfettamente dalla barra di ferro. La casa era deserta e immersa nel silenzio, tanto che, non vi nego, quasi ci tremavano le gambe dalla paura! <<Ci siete, ci siete? Gridava la Pina fuori dall’uscio, in attesa di aprire con la chiave. <<Apra pure>>, quasi balbettammo e contemporaneamente facemmo scivolare indietro il pesante chiavistello. <<Avete visto che avevo ragione, vedete che non me le invento le cose io!>> Blaterava la signora mentre noi la guardavamo attoniti e col sorriso tra i denti, per non palesare il nostro imbarazzo misto a paura.
    Rientrammo dalle scale e levammo l’asse tirandola dal mio bagno. Restammo muti per un po’, poi commentammo la situazione e anche Pigi la trovava strana, irreale, quasi soprannaturale, voleva dire che il “monaciello” esisteva davvero. Quindi solo un muro mi divideva dal fantasma, ma era buono e generoso, e poi ce l’aveva con la Pina, io non c’entravo. Dopo discussioni e lunghe riflessioni, mi balenò un’idea: <<La Pina si chiude fuori con l’aiuto di uno spago! Lo arrotola con due giri intorno alla maniglia del chiavistello, fa scorrere i due capi fin fuori da sotto la porta, esce e chiude a chiave. Si sposta lateralmente, afferra lo spago per i due capi e lo tira fino a far scorrere la sbarra sull’altra anta e la serra la porta; quindi tira per un capo lo spago in modo da slacciarlo dalla maniglia  e lo recupera lo spago facendolo scorrere nel piccolo e sufficiente spazio sotto la porta. È questo il marchingegno, è questo il sistema che usa per fregare la gente e il povero marito, e si che gli fa le corna.>> Anche Pigi ne era convinto, era così che faceva, bisognava rinfacciarglielo subito, ma ci ripensammo. <<Dobbiamo chiederle di farci fare una prova>>, disse Pigi, <<ma dobbiamo rimanere soli, lei non deve assistere.>>
    Decidemmo di attendere l’indomani, era troppo fresco il fattaccio…e avrebbe potuto irritarsi. Il giorno dopo, quando fummo certi che fosse sola, le proponemmo la prova e la invitammo a lasciarci soli. La Pina non si scompose, anzi accettò con piacere e convenimmo che sarebbe dovuta ritornare non prima di un’ora.
    Rimasti soli, procedemmo come avevamo pensato. Avvolgemmo lo spago intorno alla maniglia del chiavistello, facemmo scorrere fuori i due capi attraverso il breve spazio che era sotto la porta, Pigi uscì fuori e io rimasi dentro, per riaprire in caso l’esperimento fosse riuscito. Pigi si spostò lateralmente e tirò con forza i due capi dello spago, ma la sbarra non si mosse di un millimetro, anzi lo spago slittò più volte dalla maniglia. Non convinto, presi io il posto del mio amico e ancora ripetetti l’esperimento: nulla da fare, la sbarra non scorreva, rimaneva immobile. Riprese a tentare Pigi e poi ancora io, il sistema non era valido e dovemmo convincerci che non ne esistevano altri.
    Non informammo la signora Pina del nostro esperimento, avrebbe potuti avere qualche reazione inaspettata alla quale non avremmo saputo rispondere.
    Il folletto bonaccione continuò le sue elargizioni e le sue persecuzioni e i pompieri non vollero più intervenire per aprire la porta di casa alla Pina.
    Questa intanto, che nel frattempo era anche dimagrita, pur di salvare il rapporto col marito e la pace della famiglia, decise di trasferirsi in un'altra città.
    Noi non potemmo che accettare il mistero e continuammo a raccontarlo in giro, così come ho fatto io con voi.