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Autore

Ugo Mastrogiovanni

in archivio dal 26 ago 2006

12 marzo 1936, Orria (SA)

mi descrivo così:
Mi diletto a scrivere poesie da quando ero al liceo. Dopo la laurea, la mia vena poetica è stata bloccata dal lavoro. Ora che sono a riposo... spero nei lunghi periodi di riflessione e nipoti permettendo per recuperare i giorni perduti.

11 febbraio 2014 alle ore 16:40

‘U munaciello

Il racconto

Questo è un fatto vero, alquanto strano, forse incredibile, ma veramente accaduto.
Avevamo ventidue anni io e Pigi, mio collega di università e di scappatelle. Pigi ora non c’è più, mi ha preceduto e da Lassù sorride sapendo che vi sto raccontando una delle nostre avventure, certamente indimenticabile.
Nel nostro quartiere correva voce che la signora Pina, pace all’anima sua, avesse un amante che la pagava profumatamente. Molto strano però, perché la signora Pina era un doppio armadio e difficile da abbracciare, non c’era in giro un uomo dotato di braccia per tale circonferenza! Non avevano pensato a questo quelli che la criticavano e sparlavano alle sue spalle. La gente mormorava e la poverina era sulla bocca di tutti! <<Il marito oggi ha trovato una mazzetta di cinquemila lire sul tavolo; la settimana scorsa la tavola era imbandita a festa con tovagliato pregiatissimo e cristalleria di Boemia, mai posseduti. Il marito si è chiesto perfino da dove fosse uscito un diamante da 2 carati.>> Di questo, e di più, si diceva della sfortunata o fortunata signora. Del marito poi, anche se cornuto a tutti gli effetti, erano tutti invidiosi: con tutto il denaro che intascava, era ben ripagato e poetava sopportare una moglie così brutta.
Noi, che la conoscevamo bene, non la pensavamo allo stesso modo. Certo, qualche dubbio c’era venuto, ma prevaleva in noi l’idea che non poteva esserci un uomo così coraggioso da avvicinarla.
La signora era avvilita e amareggiata e non negava la manna di tutto quel denaro, ma sosteneva di subire spesso delle vere e proprie angherie. Le lo chiamava “munaciello pazzariello”, una specie di folletto giocherellone. Raccontava che non si limitava a farle doni, ma molto spesso le metteva in subbuglio la casa: sedie e tavoli capovolti, cassetti svuotati, bicchieri e piatti rotti. Tollerava tutto la nostra amica, tranne di esser chiusa fuori, perché doveva ricorrere ai pompieri per rientrare in casa. Era stata lei a chiudere a chiave il portoncino prima di uscire, era lei in possesso della chiave, come mai non poteva riaprire quella porta che lei stessa aveva chiuso? Ci raccontò e ci portò a constatare di persona che dietro il portone c’era un’ulteriore chiusura di sicurezza che si poteva azionare solamente da dentro.
Alla sua casa si accedeva da una scala esterna di circa quaranta scalini, divisa in due rampe e fiancheggiata da una vecchia ringhiera di ferro. Non vi erano altri ingressi ad abitazioni, né sul primo, né sul secondo e ultimo pianerottolo dal quale si accedeva solo alla sua. L’ingresso era costituito da un antico portoncino di legno, ancora molto solido e ben tenuto. La signora fece girare nella serratura per ben quattro volte una vecchia chiave a tubo lunga circa 15 cm e la porta si aprì su un soggiorno, modestamente arredato e con un grande tavolo al centro. Si preoccupò di farci constatare che l’abitazione era costituita solamente dalla cucina e da altre due camere da letto. La sua affacciava sulla strada principale con un balconcino alto da terra circa 10 metri; precisò, ed era vero, che affianco esisteva solamente il balcone di casa mia, distante una decina di metri. L’altra camera, nella quale dormivamo le sue due figlie di 16 e 18 anni, era totalmente buia. La cucina, nella quale si fermò a fare il caffè, obbligatorio per noi che non lo avevamo mai preso prima d’allora, ci mostrò la finestra, confinante con quella del mio bagno e distante un paio di metri. Dopo questo doveroso sopralluogo, servito a scartare ogni possibilità di altre entrate in casa sua, ci mostrò il retro dell’incriminato portoncino. Notammo subito un grande chiavistello di ferro massiccio situato in orizzontale, lungo più di mezzo metro, largo 5 e spesso quasi 1 centimetro. Non aveva nessun contatto con l’esterno, poteva essere azionato solo dall’interno. Scorreva in 6 massicce asole di ferro, avvitate tre su un battente della porta e tre sull’altro. Per assicurarci che non ci fossero trucchi, io e Pigi abbiamo azionato più volte il chiavistello; lo abbiamo fatto scivolare avanti e indietro spingendolo con una rozza maniglia, un solo pezzo di ferro cilindrico, liscio, senza capocchia all’estremità e anche difficile da afferrare. Il catenaccio serrava perfettamente i due battenti dell’uscio, ne eravamo certi e non poteva essere assolutamente mosso dall’esterno. Il dubbio non solo restava, ma era aumentato.
La signora Pina aveva ragione. Allorché uscita, nessuno avrebbe potuto attivare il chiavistello senza essere in casa; allora, chi serrava il portoncino lasciandola fuori di casa?
Dopo di allora, non la cercammo più, anzi la evitavamo per non sentire le solite lamentele. La gente continuava a mormorare, certa che i doni arrivassero regolarmente e il marito era sul punto di rompere il rapporto con la moglie.
Continuavano anche gli episodi di sabotaggio, lei lo raccontava in giro: letti e tavoli capovolti, piatti e bicchieri rotti, ma sempre largamente risarciti. Venne il giorno in cui rimase ancora una volta chiusa fuori casa. Era disperata, non sapeva cosa fare e non aveva il coraggio di chiamare di nuovo i pompieri. Mi venne a pregare di aiutarla. Fortunatamente la finestra della sua cucina era aperta, quindi vi potevamo accedere dalla finestra del mio bagno; era l’unico modo per aprire la porta e farla rientrare in casa. Rimasi alquanto interdetto; malgrado le due finestre ad angolo fossero abbastanza vicine, sarebbe stato comunque pericoloso, ma l’incoscienza giovanile prevalse. Analizzammo la cosa con il mio amico Pigi, molto più alto e snello di me, e decidemmo di servirci di un asse per muratori che mio padre aveva in soffitta.
Non senza fatica, la tavola pesava ed era sporca di calce, l’appoggiammo a ponte sui due davanzali e, con una certa tremarella, passammo anzi saltammo nella cucina della signora Pina. Il portoncino d’ingresso era chiuso a quattro mandate con la serratura a chiave e sbarrato perfettamente dalla barra di ferro. La casa era deserta e immersa nel silenzio, tanto che, non vi nego, quasi ci tremavano le gambe dalla paura! <<Ci siete, ci siete? Gridava la Pina fuori dall’uscio, in attesa di aprire con la chiave. <<Apra pure>>, quasi balbettammo e contemporaneamente facemmo scivolare indietro il pesante chiavistello. <<Avete visto che avevo ragione, vedete che non me le invento le cose io!>> Blaterava la signora mentre noi la guardavamo attoniti e col sorriso tra i denti, per non palesare il nostro imbarazzo misto a paura.
Rientrammo dalle scale e levammo l’asse tirandola dal mio bagno. Restammo muti per un po’, poi commentammo la situazione e anche Pigi la trovava strana, irreale, quasi soprannaturale, voleva dire che il “monaciello” esisteva davvero. Quindi solo un muro mi divideva dal fantasma, ma era buono e generoso, e poi ce l’aveva con la Pina, io non c’entravo. Dopo discussioni e lunghe riflessioni, mi balenò un’idea: <<La Pina si chiude fuori con l’aiuto di uno spago! Lo arrotola con due giri intorno alla maniglia del chiavistello, fa scorrere i due capi fin fuori da sotto la porta, esce e chiude a chiave. Si sposta lateralmente, afferra lo spago per i due capi e lo tira fino a far scorrere la sbarra sull’altra anta e la serra la porta; quindi tira per un capo lo spago in modo da slacciarlo dalla maniglia  e lo recupera lo spago facendolo scorrere nel piccolo e sufficiente spazio sotto la porta. È questo il marchingegno, è questo il sistema che usa per fregare la gente e il povero marito, e si che gli fa le corna.>> Anche Pigi ne era convinto, era così che faceva, bisognava rinfacciarglielo subito, ma ci ripensammo. <<Dobbiamo chiederle di farci fare una prova>>, disse Pigi, <<ma dobbiamo rimanere soli, lei non deve assistere.>>
Decidemmo di attendere l’indomani, era troppo fresco il fattaccio…e avrebbe potuto irritarsi. Il giorno dopo, quando fummo certi che fosse sola, le proponemmo la prova e la invitammo a lasciarci soli. La Pina non si scompose, anzi accettò con piacere e convenimmo che sarebbe dovuta ritornare non prima di un’ora.
Rimasti soli, procedemmo come avevamo pensato. Avvolgemmo lo spago intorno alla maniglia del chiavistello, facemmo scorrere fuori i due capi attraverso il breve spazio che era sotto la porta, Pigi uscì fuori e io rimasi dentro, per riaprire in caso l’esperimento fosse riuscito. Pigi si spostò lateralmente e tirò con forza i due capi dello spago, ma la sbarra non si mosse di un millimetro, anzi lo spago slittò più volte dalla maniglia. Non convinto, presi io il posto del mio amico e ancora ripetetti l’esperimento: nulla da fare, la sbarra non scorreva, rimaneva immobile. Riprese a tentare Pigi e poi ancora io, il sistema non era valido e dovemmo convincerci che non ne esistevano altri.
Non informammo la signora Pina del nostro esperimento, avrebbe potuti avere qualche reazione inaspettata alla quale non avremmo saputo rispondere.
Il folletto bonaccione continuò le sue elargizioni e le sue persecuzioni e i pompieri non vollero più intervenire per aprire la porta di casa alla Pina.
Questa intanto, che nel frattempo era anche dimagrita, pur di salvare il rapporto col marito e la pace della famiglia, decise di trasferirsi in un'altra città.
Noi non potemmo che accettare il mistero e continuammo a raccontarlo in giro, così come ho fatto io con voi.

Commenti
  • Tiziano Ardiccioni Il mistero irrisolto mi è piaciuto. Aspetto nuovi racconti di esperienze vissute nella speranza di esserne coinvolto come dal 'U Munaciello. Saluti, Tiziano.

    13 febbraio 2014 alle ore 14:02


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