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in archivio dal 23 mar 2009

Nicola Mariniello

14 giugno 1990, Napoli - Italia
Mi descrivo così: Sono un predatore della vita. Ne divoro quintali ogni giorno senza mai saziarmi. Non uso posate, ma inchiostro e mani. Accompagno con la scelta accurata di immagini e musica. L'arte deve essere un pasto ricco, ma soprattutto completo.

elementi per pagina
  • 13 febbraio 2013 alle ore 3:02
    Goccia

    Onde d'incanto e spuma
    viandanti del mio oceano
    feline sulla piuma
    desio di sale creano.
    E immerso nel sapore
    ma ebbro con l'olfatto
    non vedo che rumore,
    dilapido il mio tatto.
    Biancore d'oltremare
    dipinto di zaffiro
    non ti saprò domare
    più a lungo di un respiro.

     
  • 30 gennaio 2013 alle ore 23:27
    Cielo e nebbia

    Pende dalle chiare distese nude
    l'amor che col suo oscuro canto allude.
    Melodia che col crudo ferro tace
    evapora in un candido "mi spiace"...

    E il grigio resta muto,
    ravvivato da linfa
    che al contatto con
    il sudicio cemento
    si disperde
    in un afono lamento.
    Il circolo si chiude sulla scia.
    È lì! Eppure fugge dai suoi occhi.
    E non vedrà
    e non dirà
    di quei pallori essangui
    e quei rintocchi,
    ma lascerà che il vento lavi via
    le macchie della sua normalità.

    Amore, possa tu erogar perdono:
    dimentica quest'infima morale,
    ignora il perpetuarsi dell'errore,
    ricorda che anche tu sei stato tale.

    [ad Antonio Minichini e tutte le vittime della camorra]

     
  • 16 gennaio 2013 alle ore 4:01
    Sorridendo all'alterigia

    Tanto semplici e serene
    sorgon parve le tue luci
    tra volute
    che son catene.
    Mi dimeno,
    mi sciolgo
    e in un baleno
    mi coivolgo
    in quel candido silenzio,
    seppur nel buio,
    di ragion che
    ricompone,
    anche se nell'effluvio
    di tanta offerta,
    la sua maestà.

    Che poi da offrir
    non c'era proprio nulla
    se non soffrir
    la silenziosa culla
    che nella notte
    e nelle scie di resina
    tramuta in botte
    le dolci carezze.

    Allora avanti!
    Che scruterò il tuo sguardo
    timoroso ed infingardo...
    Avanti
    gentil donzella
    che tra i tanti
    decise che
    l'insicurezza è mia padrona.
    Però il mio ciglio
    non perdona.
    Il margine fatal
    del mio sapore
    non propone respir
    che non mi soffi dentro.

    Ma mi rifiuto.
    E solo un poco tremo.
    Cadendo.
    Sorridendo all'alterigia,
    sia alla tua,
    sia alla mia.

     
  • 09 gennaio 2013 alle ore 1:06
    Pigro

    Chiusura de' sussurri,
    dei rumori in un sibilo,
    un fiato, un respiro
    a colmi polmoni.
    Stanco di rumori,
    dei lumi, del sospiro
    presente sempre, timido,
    grigio tra i colori.

    O Tedio, sfuggi
    o affonda.
    Affondo
    e lascio il Mondo.

     
  • 09 gennaio 2013 alle ore 0:51
    Giochi d'artista

    Siate romantici
    o siate taglienti,
    siate dei salici
    o siate piangenti.
    Giocate coi sensi,
    scherzate col mare,
    saltate le rime
    e iniziate a remare.
    Possiate innalzarvi
    e imbracciare le armi,
    vi insegnerò il verbo
    di chi sa parlarmi.
    E non usiate gli
    schemi, inutili e

    costrittivi

    e palabre inventiate!
    Scordate
    grammatiche
    scordate.
    E mescolatevi
    alla vostra stessa linfa.
    Siate la ninfa,
    la musa, l'eroe,
    la croce e il profeta.
    Siate il  cotone e siate la seta.
    Siate la penna col suo poeta.

     
  • 05 gennaio 2013 alle ore 2:47
    Abbraccio

    Tu chi sei? Forse un gelido anello
    di ghiaccio che in bello
    pietra cerulea
    ha raccolto
    e molto
    ha
    già
    in silenzio
    senza indizio
    sunto con erculea
    ostilità negl'iridi
    ch'or sono bigi e aridi
    i qual s'affannano pietosamente
    ed or lambiscono la morsa ardente?

    Nulla cerchi,
    nulla arranchi,
    nulla affidi:
    non ti fidi.
    Nulla chiedi,
    ivi assedi
    la punta
    delle dita ch'ancor
    s'inebriano toccando
    il cuor della tua
    nuda scorza.

    E allor
    qual forza
    non ancora amor
    che non sia amor
    mi induce
    all'aspra duna
    della bocca tua
    si' tanto truce?

    Fai me custode
    delle piume tue,
    sia angelo
    di chi luce non ode.
    Sia io cerèa
    languida stretta
    sulla tua costa
    come candida livrea.

    E non prestarmi fede.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:32
    Due Tramonti

    Principio di notte,
    rosso tramonto,
    suicidio di luce.
    Va spegnendosi il tepore del visibile.
    Arde il labbro sul sole dormiente.
    Principio di vita,
    armonia del buio,
    vita nascente.
    Caldi tramonti che annunciano il freddo.
    Eppur si scaldano.

     
  • Cova l'ambita veste
    il duo che con campestre
    desider d'amaro sangue
    unisce ancor un lembo
    fecondo di libidine
    n'cotal scontro de le lingue.
     
    Eterno sia o non sia
    'sto lampo candido
    son io che ambisco mia
    la deliziosa derma.
     
    Azzanna la mia essenza,
    spolpami, ragazza.
    Scarna questa ebrezza
    e saggiala in potenza.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:27
    Solchi

    Rivedrai
    rilievi
    tra le labbra.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:26
    Virilità

    Maschio come il coraggio,
    maschio come il silenzio,
    come il percorso e l'arrivo,
    come il sangue e come il respiro.
    Maschio come un patto,
    come il verbo e come l'atto.
    Uomo come l'errore,
    come lo sguardo
    e come l'amore.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:25
    Poema

    Non ho bisogno di rime.
    Necessito dell'atmosfera,
    di quando, solo, sei in casa
    e l'oscurità ti rinnova.
     
    Ma nella notte non sei solo:
    le luci avvolgono il tuo volto,
    i mille suoni della strada
    coprono i battiti del cuore.
     
    E allora compongo le mie preghiere.
    L'osanna dei miei pensieri,
    le mie riflessioni sul mondo
    prendono forma nella realtà.
     
    Ma forse la realtà
    non è qualcosa di fisso:
    è ciò che ti fanno credere.
    Come questi versi.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:23
    Credi agli angeli?

    Vedrei le fila unire ogni mia giunta,
    strizzare le mie ossa e le mie piaghe;
    Respireresti forte ad ogni punta
    mirando mie emozioni altresì vaghe?
     
    Osservami, ossessiva dannazione!
    M'avresti mai pregato di non dirtelo?
    Invoco la tua insita attenzione
    e chiedo, quanto meno, se sei un angelo.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:22
    Viso di donna

    Dolci colline prossime ai fiori,
    ampie e lisce distese d'umori,
    solchi di prato di immensa espressione.
    Viso di donna, azzurro e ciclone.
     
    Monte elegante che emana profumi,
    rilascia frammenti di aridi fumi,
    sorseggia la vita e nulla ne dice.
    Viso di donna, amaro e felice.
     
    Grandi fessure dipinte d'astri,
    capaci di pace, eppur sinistri.
    Un lucido specchio che cela uno scrigno.
    Viso di donna, sei truce e benigno.
     
    Tiepidi viveri dell'umana specie,
    son loro che creano il mondo in Sua vece.
    Il lor cratere sia la mia custodia.
    Viso di donna, che m'ama e m'odia.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:19
    Insensatezza

    Liquidità. Fluisce alla foce
    un flusso di misera logica,
    con insensatezza tragica.
     
    Le acque dilagano
    fuori controllo.
    Sfuma in ammollo
    la pelle tua.
    Rode lieve
    il tuo silenzio
    solleticandomi.
     
    E, cavalcando le onde,
    il mio siero mi infonde
    nuova ragione.
    E temo tu non l'abbia.
    Non l'abbia mai avuta.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:17
    Le mie dita s'immersero

    Le mie dita s'immersero
    nell'aspro aere chiuso,
    le unghie nel sopruso
    di quel piacere effimero.
     
    Libero e relegato,
    lontano dal suo senno,
    sicuro in ogni cenno
    del mostro che ho creato.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:15
    Ho un varco ornato dal cuore

    Ho un varco ornato dal cuore
    nel petto. Asciutto, arido.
    Ho un vuoto che arde impavido,
    la carne che cerca il tuo amore.
    Sono preda dei tuoi occhi,
    libellula latente nel cielo
    aperto, avvolta nel tuo velo,
    in fuga da te.
     
    Non provo a far altro.
    Fallisco
    e ti amo.

     
  • 04 gennaio 2013 alle ore 2:13
    Mezzanotte

    Sudici vapori,
    piste schiarite,
    remoti cruori,
    recenti ferite...
    Domini il vento
    il cuore che scuoto,
    vasi d’argento
    pulsano al vuoto.
    Fluidi d’aere,
    di sangue il mare,
    passano arterie.

    Non te ne curare …

     
  • 20 aprile 2009
    Al cancello

    Scarica di rabbia.
    Cozzare della sbarra.
    Elettrico lo scatto
    del cuore di chi sgarra.

     
  • 20 aprile 2009
    Angelo caduto

    Pure se tanti i modi di mostrare
    io provo ancora ad insegnarti l'essere
    l'esistere, il possibile e il volare
    degli angeli, ma non riesci a credere.

    Non semplice è vedere con la fede:
    ti mostro piume sparse sul terreno,
    il sangue di chi ama e di chi crede,
    il sangue di chi ama senza un freno.

     
  • Turpi cavità d'incandescenza
    tiepida e solida e nulla.
    Un ego integro, fermo, pensa,
    battaglia con me e si trastulla
    nel panico ibrido, unico
    da fattori di forza maggiore,
    essangue, debole, pudico
    ma cavo del suo stesso dolore.

    Lotta di spiriti in guerra santa,
    tra angeli e dominazioni,
    chi cozza per ciò in cui si schianta,
    chi batte affinando le azioni.
    Virtù si consuma,
    sfumata sul campo con l'aria spirata,
    dispersa nell'umida bruma
    un po' usufruita, un po' insanguinata.

     
  • 31 marzo 2009
    Piananera

    Immagina ch'ogni uomo
    rimarci dentro il buio.
    Immagina che al petto
    ognuno porti un tasto.
    Cliccandolo, d'un lustro
    ogn'uomo il suo cospetto
    illumina, sia il suo
    che lembo d'altrui animo.

    Immagina che un Uomo
    già lumeo di virtù
    illumini col dito
    il petto di un vicino,
    che insegni anche a quest'ultimo
    che insegni all'infinito
    al popol di quaggiù
    a diventare Uomo.

    Immagina le mani
    che illuminino altre
    finché tutte le luci
    creeranno un gran bagliore.
    Ma in assenza d'amore
    con consumismo e croci,
    puoi soltanto sognare
    un sogno per domani.

     
  • 31 marzo 2009
    Graffio

    Il cielo è livido, gonfio,
    le nuvole storpie
    percosse da un soffio.

    Qualcosa mi bagna il fianco.
    Sollevo lo sguardo
    al mio cielo stanco.

    Non piove su questo appiglio.
    Dipinge il dolore
    il ciel di vermiglio.

    No, quella croce non duole:
    è la sua catena
    con quello che vuole.

    E, insieme, la pena.

     
  • 24 marzo 2009
    Vita

    Freddamente fermo
    attenderei nell'immobilità.
    Appesantito solamente dalla pena
    condanno la tua stupidità.
    Mi domando quanta stupida bioetica
    serva da sapone all'uomo: ah ah ah!
    Prego, infondo, per non esser come loro,
    perché vita anche per me non ci sarà.

     
  • 23 marzo 2009
    In quest'aria

    Voglio fuori
    tutto ciò che ho dentro adesso.
    Non è giusto relegarlo, proprio ora.
    Proprio ora che c'è lei.

    Mi sento in debito.
    Mi sento stupido.
    Mi sento tanto ridicolo.

    Talmente tanto radicato in questo terreno,
    come i fiori di Carlo.
    E tu, lettore, che tanto sei pregno dei suoi nutrimenti,
    ma non sbocci,
    ne subisci solo l'effetto,
    tu,
    guarda bene
    e sta' zitto.

    Tremendamente determinato a saldare il mio debito.
    Tremendamente determinato a concretizzare ciò che ho di buono.
    Tremendamente determinato ad avere.

    Come al solito...

     
elementi per pagina
  • Come comincia: Non un suono, non un luogo, non una palpitazione.
    Solo assenza. Di lumi, di udito, di vista, di olfatto. A nulla serve la cornice di cinque sensi che attornia l’incontro. Solo un contatto. Solo tatto. Pura perdizione. Le voci della televisione e il chiacchiericcio dei vicini oltre le mura della stanza si annullavano nelle note della Fur Elize di Beethoven. Le cuffie piantate in testa, fuori dal mondo. Trasportato in un mondo di sogni solo dal senso dell’udito.
    Incredibile come qualche nota, ordinata al giusto modo, riesca a insinuarsi nell’anima umana modificandone la percezione della realtà. La musica trasporta i miei sensi fuori dal vero. E dove mi trovo? Non qui, non in questo angolo di stanza. Non tra questi tre sorsi di caffè: perduto nelle mie fantasticherie, nei mari, in una superficie bianca senza spuma. Mare calmo. Mare agitato.
    Finché la melodia cambiò ritmo.
    Basta così. Non ascolto mai musica classica, anche se ho questo amore per la Fur Elize. Mi rilassa, disperde la mia ragione, il mio buonsenso che stressa ogni movimento che metto in atto. E’ così bello accendere la musica, di tanto in tanto, spegnere qualche neurone e passare la soglia di quelle stupende visioni che solo lei sa darmi, siano esse reali o fantastiche. Quella pelle…
    Erano le otto meno un quarto. Avevo il treno alle venti in punto. Alzandomi carezzai inconsapevolmente la superficie della scrivania, immaginando di sfiorare ancora quelle lisce sinuosità. La musica insinua. Corsetta in bagno, una manata d’acqua in faccia, spazzolata ai denti, su il giaccone, giù per le scale, su e giù col pensiero ancora perso mentre le mani e i piedi eseguivano il tutto con il pilota automatico inserito. Passo su passo entrai nella stazione per prendere la solita linea. Le otto meno cinque, giusto il tempo di Can’t Get Enough Of Your Love Babe. Passo dopo passo giù per le scalette e un salto quasi a tempo sulla panca infondo al binario. Si voltò mezza stazione e mi scappò un sorriso consapevole di essermi lasciato trasportare troppo.
    Il vociare delle persone presenti venne poi interrotto dal fischio del vento nella galleria. Alzai lo sguardo ai fili sospesi della galleria e notai il loro vibrare appena percettibile all’occhio: il treno stava arrivando. Due minuti ed ero a destinazione. Stavo bene.

    - Numero 33. -  Non so per quale motivo mi sono sempre state antipatiche le pulsantiere numeriche dei citofoni. Punti di vista.
    - Amore, puoi salire su? Non mi va tanto di uscire e poi fa freddo ed è da poco che mi è passato il raffreddore... – la sua voce era più calda del solito, ma triste.
    - Sei pazza?
    - Idiota, non c’è nessuno altrimenti che te lo chiedevo a fare? – replicò impaziente ma con una vena d’ironia, riprendendosi tutto d’un tratto – Sali!
    Il cancello fece uno scatto. Lo aprii e mi diressi al portone del palazzo.
    Ancora la pulsantiera…
    Rilasciando un sospiro con una nuvoletta d’aria calda, digitai ancora quel maledetto trentatré e suonai il campanello. Le mani in tasca, spallucce, con la sciarpa intorno al collo e il freddo intorno alle braccia e sul viso ma con il calore del benessere che mi pervadeva il petto, presi a salire le scale.

    Passo dopo passo risalivo le scale bianche ibride ricche di venature, mentre diventavo sempre più sensibile alle pulsazioni delle mie vene. Mi succedeva spesso, era una sorta di musa ispiratrice di pensieri che sussurrava al cuore di battere e, battendo, di vivere. Come una piuma di vetro azzurro che fluttua in un’aria densa di respiri condensati, un’aria liquida capace di lasciar planare il vetro e la pergamena sulla quale avrebbe inciso il succo del suo piumaggio. Un altro passo.
    Immerso nella scia di polveri lasciata dalle piume azzurre di poeti e musicisti, improvvisamente risalì tra le infinite particelle che affollavano la mia mente. Lei, perché poesia, perché nota mancante sul pentagramma argenteo delle mie emozioni, nota che rende perfetta tutta l’armonia che vi si adagia. Filo di seta accuratamente intrecciato nella trama del lenzuolo che stringe il corpo della mia piuma. Soffio d’alito tra labbra socchiuse che saturava l’aria di questa densità, respiro di rosea dolcezza. Un nuovo gradino.
    Sognavo tra le fessure delle mie palpebre quegli attimi di rumoroso silenzio, di tensione adagiata sotto la sua pelle chiara. Sognavo gli intrecci delle dita delle mani, i polpastrelli che sfioravano appena e sentivano troppo. Sentivo due onde rosee in tempesta e il dolce naufragio del mio tiepido vascello. L’annegamento delle sue parole, l’affievolirsi delle vocali e la chiusura in un sibilo delle consonanti. Un nuovo passo svelto nella moviola dei miei pensieri.
    Le dolci acque dei suoi occhi, come laghi scuri paradisiaci tra il sale che affolla le spiagge col suo sapore inconfondibile. Le mani arrancavano sprofondando sempre più negli abissi, inesorabilmente, senza possibilità di risalire in superficie rimpiangendo il cielo e godendo dei fondali. E non esiste fondo più dolce del suo, dello spettacolo di coralli lucenti come rubini, morbidi, addolciti dalle calde acque dei fondali. E non esiste suono più dolce del canto di queste sirene e delle dee del vento che sussurra ai miei lobi il suo soffio di vita.
    Un desiderio intenso e peccaminoso mi avvolgeva nelle sue correnti marine, sfiorava il mio mento, il mio collo, il mio petto... sfiorava il mio ventre e inebriandomi, stringendomi nella candida seta azzurra che filava attorno alla mia pelle.
    Mi guardava.
    Le scale erano finite.

    “Fai volare questa piuma nel luogo che nessun uomo ha mai osato rivelare.”

    C’era una frase che di continuo risuonava attraverso la mia stessa voce. Il suono non si propagava nell’aria, ma nella mia anima.
    “Sono solo sensazioni”...
    Le mie labbra schiuse continuavano a calcare mutamente quella frase. Mi avvicinai alla porta del suo appartamento e bussai il campanello. Dietro la porta mi attendeva Iris, col suo sorriso, i suoi boccoli color mogano belli come l’inferno, morbosi e possessivi come catene intrecciate, le sue dita sottili terminate da unghie che erano dolci pugnali, le punte di una trappola per l’uomo. La porta si schiuse calcando l’uscio con un po’ di difficoltà e potevo intravedere i suoi occhi azzurri attraverso i nodi della catena del chiavistello.
    Lei lo aprì, con una strana espressione sul volto. Entrai. La Fur Elize aveva smesso di cullarmi.
    La mia attenzione per un attimo di silenzio fu tutta per Iris mentre la porta si chiudeva in un secondo stridio sul pavimento la cui percezione fu ovattata come un urletto filtrato da un muro di spugna. Era come una foto d’arte in cui solo il soggetto prendeva colore; ed era grigio il pavimento di parquet, bianche le tende dorate, grigio ancora il tavolo da pranzo di ciliegio, nera la mensola scarlatta della libreria … tutti i colori perdevano saturazione per rendere grazie alle sue mani, alle sue labbra.
    - Per quale motivo mi hai fatto salire su, piccola? – le richiesi, poco convinto della prima motivazione.
    - Mia madre non c’è e avevo bisogno di approfittarne per stare un po’ sola con te. Devo dirti … una cosa … - rispose mentre i suoi pugni vibravano leggermente. – io.. non posso … -
    - Cos’è che non puoi? -
    - Non ci riesco. – esitava sottovoce.
    E la sua esitazione era la mia tensione, come una corda del pianoforte trattenuta dall’alto e in procinto di essere battuta col martelletto: essa sa già di non potere emettere alcun suono. E il silenzio fu il portatore del suo messaggio attraverso l’intensità delle sue pupille lucide puntate nelle mie. Quel silenzio mi innervosiva. Con lo sguardo nascosto afferrò il suo braccio con la mano, ma le tesi la mia. Guardai lo specchio dell’ingresso alla nostra destra, il jeans e la maglia azzurra che vestivano il suo corpo, la mia mano nella sua e le nostre dita che si sfioravano, si intrecciavano, si avvinghiavano l’una con l’altra. E ad un tratto quelle luci bellissime nacquero tra i riccioli sulla sua fronte: mi sentivo impallidire. I suoi occhi fissi nei miei resero d’un tratto in bianco e nero non solo i colori ma anche il tempo che ci circondava. La mia mano era intessuta nella sua, l’altra sul suo fianco stretto, sull’epidermide vellutata della sua schiena, le dita vivaci attorno alle fossette di venere. La mia luce la scaldava, la sua luce mi fondeva. Le mie labbra alla soglia delle sue, le sue labbra in un tremolo sulla soglia della pazzia e il mio viso, il mio collo, le mie spalle, le mie braccia, il mio petto, il mio ventre non desideravano altro che accoglierla. I secondi rallentati dal pallore dell’assenza in quella stanza, iniziavano a desiderare di smettere d’esistere e la loro volontà stava per avverarsi. Talvolta la realtà può essere rimpiazzata, e l’essere umano ha la piena facoltà di gestire lo sviluppo della sua: si possiede la possibilità di vivere in un modo o nell’altro il nostro contesto, e questo stravolge la nostra versione dei fatti. Ciò che resta è solo la poesia e il sapore di un corpo lasciato immergere nella nostra anima.
    Non c’erano più scuse perché questo preambolo si prolungasse oltremodo. La magia era pronta per essere scoccata dalla punta della nostra bacchetta, era sufficiente pronunciare la formula giusta, la giusta combinazione di movimenti. E fu così che le mie mani sopraggiunsero al suo viso, impugnando la sua bocca nella mia: forti, decise, rigide.
    - No … non farlo... … Ti amo Paolo. – Senza legame, senza collegamenti e l’unico senso che poteva trovare una sosta per le infinte ipotesi che si accalcavano era nascosto nelle parole che sprigionavano dal suo seno, dal suo ventre meno che dalle sue labbra tremanti e impedite, almeno fino a che un bacio, una boccata d’ossigeno per le mie membra soffocanti, non ebbe avuto modo di parlare più chiaramente, imponendosi al di sopra del suo arbitrio. Una dolce violenza scorreva nelle mie braccia, avviluppava nell’assuefazione ogni sua volontà trascinandola nel nostro regno del piacere.
    I suoi fianchi divennero più morbidi, la schiena si inarcò, il vento soffiò dietro le tende incolori, dietro le sue orecchie attraverso le mie narici fino a che i suoi occhi non si spensero e si chiusero nella resa più totale. Un altro bacio. Un nuovo bacio. “Eri già partita, amore mio”.
    La sua maglia morbida era adagiata sul letto, planata e atterrata con leggerezza, non lanciata. Potevo assaporare le sue spalle, ancora una volta, e godere dell’illanguidirsi del suo collo che portava pesante la sua testa all’indietro. E i suoi occhi divenivano preda dell’estasi perché la predatrice potesse provare l’ebbrezza dell’essere predata.
    La sua chioma divenne la trama di una rete, il suo seno appena scoperto per l’impeto che si manifestava a tratti nei miei movimenti nel mio modo soffocato di afferrarla e portarla al mio corpo. Finché uno scatto non strinse improvvisamente le mie dita nel palmo e la pelle della sua schiena tra essi, e l’altra mano portò violentemente il suo bacino al mio inebriando le sue gambe, il suo sesso con la sensazione tattile della mia eccitazione a loro stretto contatto. Potevo percepirlo nei versi misti alla sua voce, ai suoi “no” di flebile resistenza e di scarsa credibilità. Mi invitava.
    Le pareti, le lenzuola, le tenebre e l’acqua di vita che risaliva le nostre carni.
    E all’improvviso nulla emise più un gemito, un fonema, un accenno di fiato, non un suono, non un luogo, non una palpitazione. Solo noi, solo la nostra pelle e la pulsazione repressa nei nostri polsi che sarebbe esplosa di lì a poco.