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Autore

Alessandra Lamboglia

in archivio dal 07 mar 2006

05 agosto 1968, Roma

24 aprile 2006

Dieci passi

Intro: L'amore non esiste, l'amore è tutto. Incalzante narrazione sulle paure, i tormenti, la debolezza, l'ebbrezza dell'amore.. Perché il fluire l'uno nell'altro è un duello tra la voglia di fondersi e quella di sopravvivere. Un racconto in cui immergersi per lasciarsi raccontare.

Il racconto

I duellanti si danno la schiena. Non si toccano, non si parlano, ma ognuno sente l’incalzante presenza dell’altro incombere su di sé. Le regole sono quelle classiche. Dieci passi in direzioni opposte e uno di loro cadrà per mano dell’altro. Nella quasi fulminea rapidità di quel lasso di tempo i ricordi occultati, i pensieri compressi esplodono nella mente di entrambi, si liberano a ricostruire una storia mai raccontata. Dieci passi scanditi da un arbitro immaginario.

UNO…
Una sola distrazione. Un’unica debolezza. E ti vidi. Non posavo mai lo sguardo al di fuori di me, per non soccombere, per non farmi sopraffare, per proteggermi dal dolore. Ho alzato gli occhi inavvertitamente, come se percepissi un richiamo, per curiosità, con la convinzione di essere invulnerabile, ed ho incontrato i tuoi. Punte di spillo che hanno bucato la ragione, grimaldelli che hanno scardinato serrature a prova di qualunque altro tentativo di scasso. Ti ho sentito nell’anima, prepotente, e non ho saputo scacciarti prima che contaminassi mente e cuore, che facessi scempio della mia e della tua vita. Non ho trovato il coraggio di smettere di guardare

DUE…

Imbattermi in te è stato routine. Ho sempre guardato solo fuori, sempre e solo gli altri, per l’incapacità di affrontare senza difese quel baratro senza fine che è dentro di me. Facce e nomi diversi, estranei, che appena mi lambivano. E poi ti ho visto, ma non eri tu. Eri uno specchio che assorbiva la mia immagine e me la restituiva accettabile, perché non distoglievi i tuoi occhi, perché mi proteggevi persino dalla vergogna che avevo di me, perché mi permettevi di mostrarmi senza finzioni, senza filtri. Eri una faccia e un nome diverso da ogni altro. Eri un esemplare unico

TRE…
Ti ho cercato come un segugio fa con la preda, per sopravvivere. Un bisogno sentirti addosso, rubare segreti per penetrare nel tuo intimo,  farti rivelare un giorno dopo l’altro, stringerti e lasciarmi stringere. Una felicità senza confini entrare in simbiosi con te senza parole, come due vasi comunicanti che si riforniscono a vicenda, che versano ognuno tutto ciò che hanno da dare perché altrettanto riceveranno. Ho ricevuto, a volte, restituendoti meno di quanto tu richiedessi, ho concesso, altre, più di quanto abbia ottenuto in cambio. Ho gridato e tu sussurravi, ho taciuto e tu domandavi, ho aspettato e tu avevi fretta, ho scavalcato ostacoli e tu hai innalzato barriere ancora più inaccessibili. Mai in equilibrio, mai dalla stessa parte, contraddizioni continue, incompatibilità,  ma indissolubilmente legati da una catena invisibile, inspiegabile

 QUATTRO….

Trovarti è stato una maledetta e meravigliosa scoperta. Mai provato prima, mai una sensazione così forte di pace, di un porto tranquillo dove rifugiarmi in ogni momento, al riparo da qualsiasi agguato.  Mi eri indispensabile. Spiegarti il perché era impossibile, un mistero anche per me. Tentare di comprendere, dominare quel tuo potere di destabilizzarmi un’impresa troppo grande per le mie forze. Evitarti, una follia che mai avrei permesso. Averti per me, un pericolo mortale di cui ero ben consapevole, ma che mi ha catturato prima che potessi sfuggirgli. Mi hai attirato senza neanche toccarmi, stringendomi in un circolo vizioso, il desiderio della tua presenza e la voglia di scappare, la necessità di respirare la tua stessa aria e la paura di soffocare, il mio impellente bisogno di te, maldestramente e implicitamente dichiarato e il tuo impellente bisogno di me, indecifrabile, sommesso o urlato.

CINQUE…

Mi hai tradito, ti ho tradito. Non so perché. Non so chi ha cominciato. Avevo bisogno di cercare qualcosa di simile al di fuori di te, per dimostrare che un legame non è mai unico, ma riproducibile. Ho creduto che fosse così, quando provavo sensazioni con altri corpi, quando entravo in contatto con altre menti, ho pensato di aver raggiunto la libertà, di aver messo da parte quella pericolosa dipendenza da te, mescolando le mie giornate e le mie notti con gente qualunque, senza emozioni violente, senza quelle scosse che tu mi provocavi. Mi sentivo forte, avevo sconfitto il mio nemico più pericoloso, con l’inganno certo, ma non c’erano alternative
SEI…

Ci allontanammo. Fuggendo uno dall’altro come se non aspettassimo altro che farci del male reciprocamente per perderci. Perché io portavo il tuo peso insostenibile e tu il mio e non ce la facevamo più. Ci sputammo in faccia offese, ci ferimmo a vicenda per rendere più giustificato il distacco, per imparare a camminare da soli e non dividere più la stessa via, per non dover essere più nutriti da quell’amore in cui nessuno dei due credeva, che bisognava negare e dimenticare. Tu dovevi scomparire ed io avrei lo stesso trovato la pace, non eri indispensabile

SETTE…

La tua assenza è terribile. Il tempo scorre, le distrazioni sono innumerevoli, ma continuo a svegliarmi col pensiero di te e ci vado a dormire. Non sei solo un ricordo nostalgico, sei me. Ti vivo ancora, ti fantastico ancora, mi domando ancora cosa penseresti delle mie scelte, ti considero ancora ospite delle mie giornate. C’è una sola soluzione: eliminarti per sempre. Al decimo passo. Mi girerò di scatto e ti ucciderò se sarò abbastanza veloce o morirò e dimenticherò comunque. L’amore non esiste, si può sopprimere in un duello, si può neutralizzare
OTTO…

Non ci siamo neanche guardati in faccia. Ci siamo ritrovati solo momentaneamente, perché era inevitabile. Uno dei due deve cadere perché l’altro possa vivere. Sono una nave che non approda mai perché non ha più riparo. Ho recitato un ruolo di spensieratezza e di felicità, ho imparato a memoria un’idea di insofferenza verso di te, me lo sono fissato nella mente, convincendomi che tu non sei importante, che separarci è stato liberarmi di uno scomodo fardello, che finalmente non devo più pensare a te. Ma mi manchi. Non è logico, non è accettabile. Devo cancellarti, devo lasciarti morire. Al decimo passo
NOVE…

Ancora uno e sarà il momento. Ti ucciderò, ti eliminerò

Un solo passo e finirà tutto. Ti cancellerò, ti lascerò morire

DIECI…

Non voglio ucciderti. Non voglio eliminarti
Non posso cancellarti, non posso lasciarti morire


Si voltano, si trovano faccia a faccia. La distanza che li separa è molto più ampia di quei venti passi che hanno percorso in pochi secondi. Nessuno dei due alza l’arma per ferire. Sono immobili, con le braccia lungo il corpo a cercare di organizzare i pensieri, a trovare una strategia. Uno guarda le orme lasciate in quei passi, strada già segnata e senza sorprese, l’altro fissa il terreno inviolato oltre le sue impronte, una via libera ma senza indicazioni su dove dirigersi. Ognuna delle due rappresenta un pericolo, non sanno quale scegliere. Si fissano,  si chiedono con gli occhi una risposta, hanno paura di interpretare ciò che l’altro dice silenziosamente, temono nuovi dolori e nuove sofferenze,  poi d’improvviso si sentono di nuovo due vasi comunicanti che si stanno travasando, si sentono una nave che attracca ed un porto che la accoglie, e capiscono di essere l’uno dell’altro da sempre. E si muovono, tornano indietro, si riavvicinano. In fretta, senza perdere altro tempo. E senza contare i passi.

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