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in archivio dal 22 mag 2012

Annamaria Vezio

03 marzo 1955, Firenze - Italia
Segni particolari: "Attento a ciò che desideri perché lo avrai" (detto berbero)...e che sia buono il tuo pensiero perché egli sarà la tua Manifestazione (detto mio).
Mi descrivo così: Operatrice culturale: Critica letteraria. Responsabile editoriale. Organizzatrice eventi culturari. Formazione Studi Umanistici (ampliati nei rami specifici della Psicologia, dell’Arteterapia, del Benessere Psico/fisico e delle arti Figurative). Promuove " l'Arte per Gioia, Arte per Tutti" .

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  • 08 luglio alle ore 19:07
    Scoprimi

    Scoprimi

    con dita leggere

    sposta

    la foglia adunca

    che nasconde il fiore

    Scoprimi

    con soffio sottile

    sposta

    le ombre del giunco

    che luce offuscano

    Scoprimi

    come vento tremulo

    sposta

    il velo di vesti

    che vita copre.

     

     
  • 05 luglio alle ore 13:16
    Pigro lembo

    Il tempo si è fermato
    sorpreso è rimasto appeso
    a frali fili alla finestra
    Non c'è vento
    a spronar le sue ali
    Dimentico rimane
    in postura supina
    Indolente segue
    le nubi incastrate
    nel pigro lembo di Creato.

     
  • 02 luglio alle ore 20:22
    La notte è, per me

    Fuggenti e suadenti note
    ha fra le pieghe delle dita
    per me
    Sgrana effluvi di suoni
    che al giorno
    sconosciuti restano
    - La notte è per me -
    M’incanta
    in morbidi silenzi
    che silenzi non sono
    s’involano
    piuttosto
    in onde dall’alfa all’omega
    Vagano
    Trasportano
    Rapiscono
    Invergano
    Di vita
    mi stordiscono e seducono
    -La notte è per me-
    Amante amata.

     
  • 24 giugno alle ore 23:45
    Nel silenzio l'incontro

    Nel silenzio incontro
     l'anima dell'Universo
    -il ricordo ancestrale
    di ciò che ero e che sarò-
    Qui
    -nel centro dell'anima
    laddove il silenzio
    è armonia
    dell'uno e del tutto-
    trovo me stessa
    ad accogliere me
    Unicum prezioso e amato
    nel cuore del Creato
    Uno e tutti:
    tracce di eterno qui.

     
  • 24 giugno alle ore 1:15
    Ore del tempo

    Il Tempo raccoglie: 
    -dei fili di seta
    spoglia il baco-
    Raggomitola 
    ore sulle albe 
    -le disfa sui tramonti-
    Le disperde 
    su punte di stelle: 
    -intarsi su vellutato nero manto arcano-
    E ai nostri giorni
    le sottrae
    Il Tempo raccoglie 
    e disperde e consuma e rinnova
    la di noi
    veste di baco 
    -dei fili di seta
    tesse nuove esistenze-

     

     
  • 20 giugno alle ore 20:15
    L’orologio

    Com'è buono il silenzio
    il rintocco sereno
    segna immagini di mamme
    con grembi accoglienti
    e sul grembo un capo di bimbo
    e sul capo una carezza lenta
    Com'è tenero il silenzio
    accarezzato
    dal tic e poi tac
    lento, lento

    L'orologio batte il tempo
    un tempo eterno
    che non corre né si ferma
    solo porta
    come in sogno momenti
    vissuti o forse no
    adagiati in fondo all'anima
    e sollevati dolcemente
    dal tic e poi tac
    ...
    tic e poi tac
    tic tac.
     

     
  • 11 giugno alle ore 22:32
    Parlo con te, Clemenzia

    Un sussurro

    un alito di vento

    ed è notte

    Abbandonerò alla notte

    che viene

    il dolore color tortora

    di questo giorno

    ...

    Ricercherà luce di stelle

    l’anima mia

    vorrà risplendere

    domani

    su me

    in rinnovata gioia

    Ora no

    ora è color tortora

    l’alito di vento

    su me.

     

     
  • 03 maggio alle ore 0:36
    Regalo

    Regalagli un rasoio
    poggia la mano sulla sua
    e allo specchio
    segui la linea del suo viso
    e radi
    radi dolcemente...
    Fai l'amore 
    Sulle curve degli sguardi 
    affonda 
    dell'eros le dita
    Fra i pori della rasata pelle 
    incidi 
    lunghe scie di unghie 
    a percorrere le linee 
    di rasoi allo specchio
    Regalagli un rasoio 
    poggia la mano sulla sua pelle 
    cadi nei suoi pori
    Fai l'amore 
    nello specchio degli sguardi.

     
  • 27 aprile alle ore 17:16
    Dove l’acqua scende lenta

    Guardavo
    quegli occhi genuini
    di bimbo fermato nel tempo
    e caddi
    nei meandri dell’anima
    proprio lì
    dove l’acqua scendeva lenta
    e lambiva i miei piedi bianchi
    e poi gorgogliava
    mentre le mani affondavo
    nell’argento suo felice
    Da quegli occhi di bimbo
    fermato nel tempo
    lacrima senza sale cadde
    e scivolando sul mio petto
    lavò ogni dolore
    purificò goccia a goccia il sangue
    e sbiancò il mio pensiero
    Unendo i colori del cielo
    mi proiettò nell’arco tinto
    e fra garriti di gabbiani in volo
    le note mie lasciò cantare
    in risa di ritrovata vita
    -la mia-
    nell’oscurità del tempo ormai smarrita.

     
  • 26 aprile alle ore 19:43
    Angeli e demoni

    Quanti angeli e demoni

    albergano

    l’ampia distesa dell’anima

    Nebulose gassose

    squarciate

    da rapide saette di luci

    Ali spalancate a fermare

    lingue di spade acuminate

    E le mani sullo sterno

    E le mani sulle tempie

    E gli occhi chiusi sul dolore

    Quanti angeli e demoni albergano

    l’ampia distesa dell’anima

    Ghiacciai neri di sporco

    (su onde rabbiose improvvise all’orizzonte)

    minacciosi protendono

    braccia imperiose

    Ali spalancate a fermare

    lingue di spade acuminate

    Ali luminose a illuminare

    orizzonti neri di sporchi ghiacciai

    E le mani sullo sterno

    E le mani sulle tempie

    E le mani sugli occhi

    per fermare il dolore

    E ali, ali ad abbracciare le spalle

    da muti singhiozzi scosse

    E ali, ali ad abbracciare

    l’acquosa altalena

    dell’anima piagata.

     
  • 25 aprile alle ore 23:19
    Com'io sono

    Io sono come sono
    amabile imperfetta giudicabile
    forte fragile improbabile
    distruggibile
    Io sono come sono
    indistruttibile eterna
    illimitata
    diffusa in molecole
    mobili fisse effuse
    Io sono come sono:
    plancton nei mari
    suoni nell'universo
    granello avvolto dalla rena
    Io sono come sono
    attimo di spazio c'avvolge
    il Tempo d'un abbraccio
    lì, dove tu sei
    Io sono come sono
    uguale a quel che tu vedi
    quando guardi me
    dal qui in poi
    Io sono come sono
    e tu vedimi qual io sono
    c'altro non potrei
    né voglio essere
    Io sono come sono
    l'amabile imperfetta giudicabile
    distruggibible
    fragile e forte anima
    nell'universo tangibile.

     
  • 22 aprile alle ore 1:19
    Osmosi

    S'elevano dai tasti
    note d'amore e di vita
    Beethoven
    vince resistenza d'Elisa
    Nel mentre stilla
    di materno latte il seno
    -nutre di cielo mio figlio-
    Dita nuove
    per giovini note
    Giorni eterni
    su pentagrammi stesi
    S'elevano dai tasti
    note d'eterno fluire
    Dita nuove
    -stille di materno latte
    sui tasti-
    ...
    Ed è vita.

     
  • 21 aprile alle ore 1:53
    Silenzio di parole

    C'è un tempo per le parole
    e un tempo per desiderare
    che le parole raggiungano
    sensi e sentimenti
    C'è un tempo per la gloria
    del silenzio che scarnifica parole
    e le rappresenta
    C'è un tempo per parlare
    C'è un tempo per ascoltare
    -il silenzio-.

     
  • 30 marzo alle ore 22:55
    Grate

    Grate
    - invisibili grate -
    trapassate d'anima
    Cubi di tempo
    a taglio
    Anima appesa
    a fil di ferro
    - scaglionata -
    fra quadrati di grate.

     
  • (Perché, facendo ciascuno a gara per salire, sovraccaricarono le scale)

    Non ho salvato

    la mia vita

    ché ne avevo altre

    La mia

    l’avrei guardata

    in futuro

    Ma il futuro

    è andato

    oltre.

     
  • 09 marzo alle ore 2:00
    Accuso

    Accuso il mio corpo
    Giudico e punisco
    Ha tradito il mio andare
    che pure credevo
    senza pelle
    e bucce da pelare
    Accuso il mio corpo
    che sfacciato mi mostra
    croste che non so levigare
    T'accuso mio corpo
    non più pelle liscia
    da carezzare
    da sfilare nei sensi
    di chi l'ha saputa amare
    Ti accuso mio corpo
    di non saper invecchiare
    di credere ancora
    che amar non vuol dire
    pelle liscia da bramare
    T'accuso mio corpo
    per avermi tradito
    quando bimba credevo
    ch'amor non ha tatto
    se non geografia
    dei sensi d'amore
    T'accuso mio corpo
    per non avermi donato
    l'illusione del sempre
    al di là d'ogni tempo
    Ti accuso mio corpo:
    non dovevi tradirmi
    nell'oggi
    che mi ha visto ancor donna.

     
  • 02 marzo alle ore 18:57
    Castigo

    Stringo i capelli in una nocca
    li castigo
    Che non sfugga ciocca
    Che capello non si stacchi
    e arrivi fin’a te

    ...

    Stringo attorciglio strappo
    Al seno appoggio
    l’idea di te:
    il mio castigo.

     
  • 01 marzo alle ore 23:31
    Albumi noi

    Quanti albumi
    hanno avvolto di noi
    il primo gracile
    fermento di vita
    Sempre nati
    nel liquido c'avvolge
    il perpetuo nascere
    Feti abbracciati
    nel sogno di vita
    - noi -
    Gusci fragili
    per contenere noi
    Albumi sempre gravidi
    - noi-
    Centro di cielo e d'universo
    - noi -
    Universi noi d'albumi:
    - feti -
    votati a nascere mai
    Vibranti 
    gaudio d'esser
    perenne gracile fermento
    di noi
    Così ti ho nel ventre sempre
    Così mi hai nel ventre sempre.

     
  • 27 febbraio alle ore 23:50
    La notte

    "La notte porta consiglio"
    No
    La notte porta nostalgia 
    porta ricordi
    porta profumi 
    Porta fotogrammi 
    porta intatti momenti 
    Porta vita 
    vissuta e da vivere
    Porta dolori 
    di quel che poteva
    esser'e non è
    La notte non porta consiglio
    La notte porta linee
    -su di lei-
    passato presente e futuro
    sfilano insieme 
    La notte porta 
    con sé se stessa
    e l'essenza di te.

     
  • 25 febbraio alle ore 19:02
    Rosso amore di vene

    Cerchi
    si arrotolano
    - scarlatte rose divengono -
    in di loro microspazi
    s'arriccia
    l'essenza di pelle fremente
    Amore
    rosso amore di vene
    e luoghi inesplorati
    - da mente -
    in cieli aperti si arrendono.
     

     
  • 24 febbraio alle ore 23:18
    Non andare

    Un silenzio
    s'incatena allo sguardo
    segue un cielo e il momento
    Lì si perde
    Il grande vuoto s'adombra
    o forse di luce
    d'un ricordo s'acceca
    Non andare ti prego
    non andare resta
    Resta
    in questo mio stesso cielo
    Resta in questo momento
    -utero nostro-
    Inizio e continuum
    di fughe di un sempre
    Non andare ti prego
    Il silenzio
    incatena il cielo
    Lo sguardo
    incatena lo sguardo
    Non andare
    ti prego
    Non andare ...

     
  • 18 febbraio alle ore 20:23
    Laddove il dolore

    Son fluide 
    le curve
    laddove 
    s'incava il dolore 
    Fra righe mute
    lagrima versi.

     
  • 12 febbraio alle ore 1:30
    Felice

    Felice 
    felice chi lo è stato mai
    nella sua vita?
    Attimi d'estasi appesi 
    a un Tempo Fermo
    da cui attingere 
    -nei tempi Statici-
    Attimi appesi 
    nel cielo della gioia
    -da raccogliere-
    come acini d'uva 
    nei giorni d'intenso freddo 
    ... 
    Felice è l'attimo 
    che vive "l'adesso" 
    che poi s'accosta al petto
    -e si carezza- 
    E lo si risveglia
    a ogni attimo 
    di silenzio del cuore
    Felice
    Felice è colui 
    che gusta l'acino 
    raccolto dal petto 
    e ne sente il gusto aspro 
    del Per Sempre.

     
  • 07 febbraio alle ore 1:19
    Amore fra le rughe

    Ho visto rughe
    profonde solcare
    vergini spazi
    - di vita vissuta-
    Ho visto in quei solchi
    antichi enfatici naufraghi nuotare:
    - giovani vite -
    uggere esistenza
    nutrirsi nascere crescere
    essere uomini
    Amare
    Ho visto uomini amare
    rughe profonde disegnare
    Disegnare:
    polpastrelli leggeri delicati innamorati
    solchi di rughe
    su fronti ricamare
    vergini spazi
    -di vita vissuta - 
    È amore
    che rughe non confonde
    con vergini spazi.
    È amore, nulla più. 

     
  • 04 febbraio alle ore 0:19
    Lacrima non fu concessa

    Lacrima
    non mi fu concessa
    per dar'asilo
    a dolore e gioia
    Fu caverna secca
    -esilio di sorgente
    -tormento scelto
    ...
    Lacrima
    non mi fu concessa
    -olio ed acqua
    sacramentali-
    non aprirono canali
    Lacrima non mi fu concessa
    ...
    Andai per anse
    di rudi terre
    in grasso humus
    affondate
    E affondai
    Andai per saette
    -febbricitante
    cielo delirante-
    E illuminai
    Andai bruco
    -del grasso gelso ventre-
    fui lì seta per il petto
    Oh sì lo fui!
    Andai centro
    del buio e del fuoco e del vento
    ...
    Ma lacrima
    non mi fu concessa
    Che desse ragione
    a ogni mia emozione
    Non ci fu pace
    Non ci fu lacrima
    Mai
    mi fu concessa lacrima.

     
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  • 05 luglio alle ore 21:02
    Lascio una lettera per te

    Come comincia: Freccia Rossa 9440
    Caro Luca,
    sono sul treno che mi porta nella la tua città, non ti cercherò, penso a te e lascio all’inchiostro sul foglio la gioia di raggiungerti. Avrei voluto vederti e parlarti, non hai voluto. Mentre ti scrivo fingo di essere seduta sul tuo divano: io, me stessa e te. Vedi, ora non soffoco più, ricordi? Ti dicevo spesso soffoco ed avevo difficoltà fisiche a respirare. Ti parlo di me che non conosci e che nessuno ha visto oltre la mia immagine di donna importante, non so se vorrai leggere, poi penso al tuo viso quando mi incoraggiavi a parlare ed io non ne ero capace e mi rilasso; alla fine, se non vuoi, non mi leggi. Non riuscivo a parlare, dentro me le emozioni erano confuse: persone che dipendevano da me e non lo sapevo, ero io a dipendere da loro ché pur di ricevere un sorriso e un po’ di tenerezza mi facevo ora tappeto, ora coperta e quando il tessuto si è disfatto sotto il loro peso, non mi hanno buttata come un oggetto vecchio ma amato, no, mi hanno sfilacciata e buttata nel camino. Ho smesso di lottare mio amato, e sono crollata, l’ultimo lampo di vita mi ha portata su un treno e sono partita, sola, senza un saluto. Quando si ama troppo, si perde ogni diritto d’amore e non è lecito soffrire e aspettarsi un abbraccio. Per un tempo ho vissuto nel silenzio, in un sopore cullato dall’aria mesta del mare che mi ha coccolata curando le ferite. Ora dopo ora fra le nebbie dell’anima si è sviluppata la luce fino a intravedere la trama della mia vita intessuta di dolore. Sono tornata bambina, alla prima violenza per ripercorrere me stessa e il bisogno d’amore che sempre più donavo nell’infantile speranza di riceverne in parte come scambio, che mi ha invece portata a trascinare l’esistenza in un labirinto di angherie che credevo di dover meritare. Mi sono rivoltata non come un guanto, troppo gentile come metafora, rivoltata e lavata come la trippa, hai presente? L’hai mai vista preparare? Mi sono giudicata, accusata, rimproverata di essere così finta: fuori forte e dentro cubo di burro. Mi sono persa: allora cosa e chi sono? Mi sono ritrovata: ero io, quella che sono; tenuta in vita dall’amore che proteggeva come guscio d’uovo, la mia parte sana. Avevo perso di vista me stessa perché dovevo lottare per chi esigeva tutte le mie energie. Ho dovuto restare assopita per non farmi ingurgitare. La mia realtà di sposa è stata aberrante, sopravvivere alla falce della violenza fisica e psichica è stato sfibrante e mi sono ritrovata covone di iuta abbandonato in un campo arido.Tu mi hai incontrata lì, credendo fossi un fiore mi hai raccolto aspirandone il profumo, io ti ho fatto credere di essere un fiore vivo, colorato, profumato.Con te mi sentivo davvero fiore, ma ero un sacco di iuta. Vuoto. Il verde della poltroncina della freccia rossa mi ha ricordato una lezione di psicologia studiata da ragazza, cito: “due rane vengono messe a bollire in due pentole, una contiene acqua fredda, l’altra è già in bollore; la rana messa nell’acqua fredda rimane nella pentola e quando questa arriva all’ebollizione, la bestiolina è già morta senza essersene accorta; la rana messa nella pentola dell’acqua bollente, si scotta e salta. Mi sono perdonata, ero la rana nella pentola dell’acqua fredda. Non rimpiango di aver amato tanto, ma solo ora so che posso essere amata senza pagare. So che non ero io a suscitare attenzioni malate a cinque anni, ma una bambina che non è stata protetta e difesa dalle brutture della vita quando era impreparata a vivere e, bambina di quindici anni sono andata nella pentola dell’acqua fredda…mi sono sposata. Non so perché ti sto aprendo l’anima così, forse è perché non ti vedrò più o forse perché so di dovere a me stessa la sincerità. Questo aprirmi avrebbe voluto essere aprirsi, questo essere letta avrebbe voluto essere ascoltarsi come persone, come un uomo e una donna che si sono amati. Avrei voluto vederti per salutare il mio tratto di vita vissuta sul tuo cammino, confrontarmi con chi ho amato, vederti senza veli. Non me lo hai concesso. Hai voluto lasciarmi nella sospensione, anzi no, sei tu che ti sei messo lì, sospeso nel mio cielo e non ti posso guardare posizionato in nessun luogo. In me, ognuno e ogni cosa ha preso il suo posto, tutto si è raffigurato come in un dipinto, tu hai rubato una goccia di colore e voli autonomamente sulla tela. Il quadro della mia vita è nei miei occhi, negandoti hai lasciato che non ne veda una parte. Non posso né voglio fingere che tu non sia esistito, che il “chi è passato nella mia vita” non esista. Non voglio credere che ci sia un luogo dove gli “incontri” non significano nulla. Non c’è regno, terreno o celeste che viva il congiungersi senza motivo, senza emozione. La vita è un incontrarsi di linee che producono altre linee. Noi ci siamo incontrati.
    Il treno ha attraversato la Toscana e raggiunto l’Emilia senza che mi accorgessi del buio delle gallerie o del sole che balenava fra l’una e l’altra: ho te nella luce del cuore, ti sto vedendo, illuminato di sole e di sorriso e d’amore mentre voliamo in un abbraccio e mi prendi in giro perché il mio corpo accanto al tuo fa di noi l’aquila e il passerotto. Mi prendi il viso fra le tue larghe mani a coppa e gli occhi tuoi blu si fondono e sciolgono nei miei. Ci sciogliamo cielo nel cielo. Sensi e sentimenti si liquefanno e ci lasciamo scivolare l’uno nell’altro. Ricordi? Dicevamo di produrre una luce così potente che avremmo potuto illuminare una metropoli, far viaggiare centinaia di treni. Quanto dolore mi sono data questa volta.
    A remissione di tutti i miei peccati. E quanto ne ho dato a te! Ora i nostri peccati tutti, sono rimessi. Non so come salutarti, ti dico: ti abbraccio forte, fortissimo come ci dicevamo pieni d’amore? Potrebbe venirci nostalgia feroce per quell’amore che impreparati abbiamo strapazzato e ucciso, che io più di te ho ucciso. Oppure chiudo dicendoti: “so che non ti sentirò più, ma che me ne importa”?
    No, sarò sincera. Mi manchi, mi manca l’amore che avrei potuto ancora ricevere da te, mi manca l’amico e l’amante che non ho saputo amare, ho capito tardi ciò che è passato nella mia vita senza averlo saputo vivere. Ora, per un attimo, lasciami respirare un volo libero nel tuo abbraccio come ogni volta che mi hai tenuta stretta.
    È così che ti saluto. E sii felice, che la vita ti regali gioia e serenità.
    Sempre.
    Stazione di Milano, lascio una lettera per te.

     
  • 04 giugno alle ore 1:46
    Lettera di una mamma in prestito

    Come comincia: Ti ho protetto come ho saputo fare, era l'unico modo di amarti che conoscevo, se altro non ho potuto dare è perché non lo avevo. Perdonami bambino per quanto non ho, amami bambino per quanto ti amo. Dei suoni del Tutto ho cibato il mio nulla nel mentre dal mio ventre nutrivo il tuo, del  mio battito pulsavo il tuo, dal mio respiro ti portavo, onda, nel cielo. Ti ho amato come amore sa fare, bambino che hai abitato il mio ventre. Ti amo della potenza del tempo che concede l'incontro di anime in prestito, bambino mio sconosciuto, amore unico e vero di mia esistenza. Forse un giorno, un sorriso degli occhi schiaffeggera' il momento che sfiorando lo spazio di due anime, si riconosceranno, e illuminando il presente, avvolgeranno di luce quegli attimi di ventre traslocatore di vita. Mi riconoscerai, ti riconoscero'. Ci scambieremo l'eterna promessa di ritrovarci nella stessa vita, laddove già ci conosciamo.

     
  • 11 maggio alle ore 18:21
    Umani per caso

    Come comincia: Succede senza preavviso.

    L'organza dei giorni, su cui sono poggiati gli attimi, d'un tratto slarga le maglie e senza rumore alcuno, lascia precipitare i giorni confusamente, l'uno sull'altro. In turbinio frastornante cadono senza toccare terra, restano impigliati nell’aria, fra denti digrignati, fra frammenti di pensieri scomposti.

    È polvere in granuli graffianti quanto rotea nell’intercapedine del corpo eterico: vuoto colmo.

    Mesti i momenti si mostrano sfuggendosi l’un l’altro, ora lampi luminosi e visi imbrattati d’amore…

     
  • 27 aprile alle ore 22:25
    Umani per caso

    Come comincia: Vorrei dirti: "forse non capiresti mai", per delicatezza, ma io so che non puoi capire la mia vita. È un ginepraio ridente il mio momento, un ballo sciamanico di forze e fragilità, un cuneo di vibrazioni di tamburo in spazi di un violino tormentato, un respiro in membri tremolanti di fisarmonica struggente. Un canto amaro di viole profumate e calpestate. Un pianto di corbezzoli appassiti. Non puoi capire i miei giorni appesi al vento, e i nembi torturati da un sol nascente. Non puoi, non puoi capire i lapilli incandescenti che friggono la mia pelle. Non puoi sentire l'humus impregnare le mie vene. Non puoi vedere licheni e muschi e brattee di piante finte morte, e nemmeno stremate ragnatele di ragni, pasti d'una lucertola. Non puoi vedere i miei giorni stesi ad asciugare al sole della misericordia, al vento del giudizio, al sale del mio pianto asciutto. Non puoi. Nessuno può essere verme e serpe e farfalla che ha cambiato la sua pelle, se non è boia e condonatore di se stesso come io fui.

     
  • 03 aprile alle ore 16:29
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra, vi resto seduto su, allungo le gambe e sorrido.

    I piedi nudi sul tappeto mi regalano sempre una sensazione di piacere, io e te su questo divano color delle foglie in autunno, i nostri occhi calati fra le pagine di un libro, i tuoi occhiali che sistematicamente scivolano sul naso, dovrò stringere le viti delle aste un giorno o l'altro, te ne lamenti sempre. Mi sfuggono quotidianamente i particolari che rendono conciliabile la convivenza, piccolissimi particolari, come le piccolissime viti nelle aste degli occhiali che, nella microscopica potenza della loro misura, hanno pur aperto un varco, hanno trasformato in canale incontenibile la traccia nella quale erano state inserite. Una vite di pochi millimetri balla nell'asta che scivola sotto il peso delle lenti, lima pian piano la conformazione e ne indebolisce la struttura, e gli occhiali cascano inesorabilmente a ogni istante sulla punta del naso, e tu li tiri su ormai per inerzia, non ti innervosisci più, è diventato un gesto abituale, rassegnato. Aspettavi che fossi io a ricordarmi di un tuo bisogno, lo pretendevi: - è dovere dell'anima sapersi prendere cura l'uno dell'altro quando si è in coppia, deve essere l'altro a saper anticipare il bisogno dell'uno, deve essere la voce interiore ad avere la supremazia, quando si è in coppia - .

    Non ti capivo, Marta, non ti capivo proprio quando mi dicevi queste cose, quant'è più semplice che tu mi chieda esplicitamente quel che ti bisogna. Non puoi dirmi: - la vite degli occhiali è da stringere ? - No?

    No, vuoi che sia io ad accorgermi che gli occhiali non ti stanno più sul naso, che le aste sono slargate e che tu non puoi usare il cacciavite e stringere quella benedetta vite perché senza occhiali non ci vedi.

    Ti rigiri sul divano, cambi continuamente posizione, ti guardo di sottecchi mentre arricci il naso o mordi il labbro superiore. La lettura ti avvince, è lampante che sei trama nel tessuto del libro che stai leggendo. Sei in uno di quei momenti in cui il racconto è coinvolgente movimento, se continuassi a studiarti, sono certo che indovinerei le scene in cui sei immersa. Mi piace studiarti e far finta di essere completamente avulso dalla realtà del momento. Sei qui ma non ci sei, il tuo mondo è sprofondato nelle pagine che ti avvolgono e rapiscono, ti proteggono da me, il tuo compagno che di compagnia ne fa poca; il tuo compagno che non sa anticipare le tue esigenze perché non sa guardare e recepire, dalla variazione di luce e di intensità dei tuoi occhi, quel che dicono senza parlare. O forse è proprio perché ho letto troppo in quel tuo sguardo che ho innalzato tra me ed esso un invisibile e potente schermo.

    Quando ho iniziato a non voler più ascoltare le parole senza suono? Forse avevi ragione tu, non volevo anticipare i tuoi bisogni, non sapevo e non potevo soddisfarli. Ti ho persa per strada mentre camminavo percorsi miei, geloso del mio tempo. Non ti ho fatta entrare volutamente. Mi bastava la certezza di ritrovarti a ogni incrocio. Inseguivo la mia crescita rifiutando il ruolo di figlio, proiettandomi tenacemente nella sfera di uomo, di adulto, e non mi son accorto che volevo dimostrare a te quel che un bambino dimostra alla propria madre. Ma tu non eri mia madre, quante volte me lo hai detto e spiegato e poi urlato; e come per gli occhiali alla fine ti sei rassegnata.

    Ti guardo, sei in fondo al libro dalla copertina azzurra, ogni tot numero di pagine spunta una strisciolina di carta, mi fanno sorridere i tuoi segnalibri, stralci di biglietti di treno di un viaggio di chissà quanto tempo fa, pezzetti di un tovagliolo di carta, l'involucro trasparente delle sigarette e perfino foglie, rametti. Quando smetterai di trasformare un libro in un campo archeologico!?! È bellissimo il tuo fare, in ogni cosa. In ogni cosa rifletti quel mondo incantato che è dentro te, sei qui ma non sei qui, da sempre, è questo che mi ha fatto innamorare: quel tuo essere corpo eppure impalpabile, se ti stringo a me sento la tua carne sotto le mani, ma ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale si ammirano monti valli fiumi e mari sottostanti. E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia. Ascoltare qualsiasi cosa tu dica è entrare nel vortice di una girandola di luce e di colori, perfino una disavventura che pure è motivo di tensione la fai divenire ameno racconto. Tutto diventa favola con te, ma chi sei? Sei una favola da cui son uscito per paura di me bambino, per paura di essere un infante da accudire, e non capivo che solo un uomo cresciuto e consapevole di sé, sa essere bambino.

    ...Dammi gli occhiali, voglio stringere le viti.

    Oh Marta, sono lacrime il sale essiccato sotto le tue palpebre chiuse nel sonno? Vieni, vieni accanto a me, lasciati avvolgere dalla mia essenza, concedile di penetrare in ogni spazio tempo che ho spezzato. Lasciami carezzare tutti gli anni che ho tinto di grigio, vedi? è bastato un gesto, ogni silenzio si è colorato.
    Ti stringo a me, sento la tua carne sotto le mani, ancor più sotto mi par di sfiorare un cielo dal quale ammiro monti valli fiumi e mari sottostanti.
    E vento, sento sempre il vento quando ti ho fra le braccia.
    La pietra è larga, una poltrona costruita dal vento e dalla pioggia e dal tempo che le si sono versati sopra; vi resto seduto su, ti guardo e sorrido. Quassù è pace.
    Lavi dal viso le lacrime essiccate, seguo allo specchio i tuoi lineamenti, ne carezzo col dito ogni curva; in ogni ruga semino un sorriso, sul solco degli occhiali appoggio un bacio. Sento il vento scuotermi dentro, lo senti anche tu e mi cerchi nel riflesso dello specchio. Non mi vedi, Marta. Non puoi, ma mi senti. Mi sorridi, sai che sono io il fremito. Non più distanze ora che so abbracciarti l’anima.
     

     
  • Come comincia: Ho visto povertà e umiliazione, bimbi giocare sui tralicci, ridere accanto a fili di corrente scoperti, saltare nell'acqua di pozzi neri mai cotruiti, mamme incinte e stanche trascinare figli stanchi. Ho visto "ospedali" che sono vecchie case fatiscenti, e "dottori" maneggiare strumenti disinfettati in carta riciclata in fornetti a carbone. Ho visto acquistare di nascosto un pezzo di carne per gli "ospiti turisti", e tavole imbandite nel proprio desco: riso e platano e fagioli, il pasto ricco. E bimbi crescere con questo cibo. E bimbi seminudi e scalzi per le strade a imparare la legge del più forte. Ho visto cubani tornare a Cuba inanellati e tirati a nuovo in stretti jeans comprati nei negozi dei cinesi europei, con le tasche piene di pochi euro, comprare la sudditanza di chi è rimasto a mendicare qualche pesos correndo a piedi scalzi con in groppa un risciò. Ho visto strade con buche profonde mai riparate, e vecchi caderci e rialzarsi e continuare a piedi verso le proprie case costruite con materiali di riciclato riciclaggio. Ho visto mezzi di trasporto inventati con carcasse di chissà quale decrepito ricordo. Ho visto risciò ibridi di sedie a rotelle e bici e camion e pezzi stramazzati di poltrona. Ho visto la povertà, quella vera, quella che non ha il problema di arrivare a fine mese, perché non ha nemmeno le ore. E ho visto donne dagli occhi luminosi di kajal e bimbi ridere a crepapelle, e uomini "machi" esigere il "rispetto" dopo sbronze e violenze. E il silenzio nelle loro case. Cosa non hanno visto questi miei occhi stanchi.
    Quanta desolazione c'è, fuori dal nostro orticello, e quanta dignità, nonostante tutto...

     
  • 02 novembre 2017 alle ore 19:36
    Annadelmare del sì

    Come comincia: "...Da partenze diverse, avevamo percorso tutti la stessa strada accidentata; cadendo e ferendoci, tutti abbiamo sentito dolore e tanti ne sono rimasti accecati; io sono stata fortunata, il dolore è stato pietoso con me e mi ha lasciato solo le ferite che se pure non guariranno, lasceranno cicatrici a testimonio del vissuto.
    Il male ricevuto, altro non era che l’evoluzione del Maestro d’Amore; non lo seppi subito, dovetti camminare ad occhi spalancati nell’inferno senza mai poterli chiudere, costretta a sentire l’humus spalmato sulla pelle e il viscido strisciare dei vermi sul mio corpo. Girovagai per anni nel ventre della terra, come vecchia quercia, mi nutrii del putrido lasciando cadere ad una ad una le foglie che ornavano le mie fronde. 
    Quanto dolore per ogni foglia che si staccò, quanto amore precipitava e cadeva in un sordo tonfo, come costruzione di cemento a cui si bombardano le fondamenta; erano foglie ma non volteggiavano mestamente per raggiungere il terreno, si fracassavano sull’anima. Io, quercia, mi spezzavo sotto il peso dei miei stessi rami e nel tentativo di fermare il sangue che stillava impavido dal moncherino lasciato da ogni foglia, squarciavo il tronco.
    Imparai la compassione di me.
    Il Maestro d’Amore, paziente, mi guardava apprendere con fatica. 
    Rimase seduto ad ascoltare i miei ruggiti di animale ferito, accanto a me, nella mia tana buia che pur facendomi paura mi riparò dal cataclisma tutt’attorno. 
    Mai mi lasciò chiudere gli occhi per non vedere, non fu pietoso; restava compagno silenzioso, sentivo il suo respiro soffiare sulle ombre gelide dei mostri che coprivano il mio cielo da quando avevo aperto il vaso di Pandora, e vagavano dispersi sul mio suolo. 
    Fu il mio unico amico, l’unica essenza che mi rimase accanto, quando sparii dalla società. Chi mai avrebbe potuto capire la mia anima spezzata, se avevo ripetutamente dimostrato di essere un’araba fenice? Quante volte ero rinata dalle mie ceneri… Ero una colonna portante, ero marmo che nulla poteva scalfire e tutti ebbero facoltà di sbertucciarmi. 
    Tutti quelli che avevano bevuto alla mia fonte non accettarono che non ci fosse acqua per loro e distrussero la sorgente coprendola di massi.
    Il marito, gli affetti, il lavoro, la città, mi lasciarono ai piedi della fonte, Maestro d’Amore spostò i massi e mi tirò fuori circondando con le sue braccia le mie spalle insanguinate, mi strapazzò quando vide che volevo raggiungere la dimensione dove tutto è pace e mi portò al mare, in un silenzioso paesino toscano, e nelle acque fredde di quell’inverno, lavò le mie ferite. L’anima pianse e strepitò quando la salsedine bruciava sulle piaghe aperte e senza pietà lasciava colare il mio malessere nelle onde increspate. 
    La musica tempestosa del libeccio portò verso terra voci di angeli che non riuscii a distinguere finché non guarirono le mie orecchie, sfidai il mare grosso per riscoprire la forza, figlia della paura, e raccolsi ortiche per nutrirmi, volli rimanere cucciolo di animale esposto e solo, per imparare a vivere; conobbi Dio affondando i piedi nella montagna di alghe che ricoprì la riva quel ventoso e gelido inverno, io, che avevo sempre affidato a Lui ogni mio giorno nuovo, mi accorsi di aver condiviso e mai affidato veramente la vita che avevo vissuta, soltanto in quei momenti lo avevo fatto pienamente. 
    Ero nelle sue mani, Lui sapeva se quel giorno avrei trovato da sostentarmi e se mi fossi svegliata ancora e se avrei camminato con le mie gambe. 
    C’era Lui e si prese cura di me, fu il mio cardiologo e il mio pneumologo, fu il medico che tenne costanti i parametri del sangue e del calcio nelle ossa, stabilì le mie capacità fisiche finché rimasi sola, mi diede da bere e da mangiare tutti i giorni. 
    Volle lasciarmi in vita per non tagliare il nastro del traguardo prima che io arrivassi, pronta. Mi regalò Maestro d’Amore e quadrifogli, e farfalle e uccelli svolazzanti nella mia aria, e anime belle e nuove che hanno profumato di pulito il mio andare.
    Sotto la lava che tutto aveva coperto, rimasero vivi affetti creduti dispersi che tornarono a sfilare nel mio sangue per appoggiarsi dolcemente sul mio cuore troppo malato per reggere colori pesanti, malato e vivo di forza nuova quanto basta per concedergli di pompare e far danzare nei suoi riflussi l’amore..."

     
  • 19 ottobre 2017 alle ore 19:16
    Padre

    Come comincia: Eccolo lì un nodo, uno di quei puntini nascosti in un groviglio che sembrano una chiara matassa della vita e invece se ci metti il dito, nel tentativo di toccarlo e scioglierlo, te lo ritrovi impiccato e stretto nella morsa; sì, eccolo lì un nodo, uno dei tanti, sparato nel mirino che inquadra un letto, un letto di morte. E sono lì, ora, dopo tre anni della vita vecchia, proiettata nel quarto anno della vita nuova, col corpo e la coscienza seduti accanto a un letto e con il filo che li lega all’anima, ed è lungo, lungo, lungo, fino ad uno dei nodi.E sei morto, quattro giorni dopo, nei miei occhi è rimasto il tuo corpo magro e il viso emaciato e maestoso incorniciato dalle pareti della tua stanza. La laurea in giurisprudenza datata 1947 con le didascalie in latino “Senarum Universitade” e l’onorificenza del Presidente della Repubblica che in pompa magna ti fregia di “Cavaliere” e poi più in là la foto con Papa Wojtila, tu e lui, le mani unite e il sorriso e lo sguardo dell’uno nell’altro.

    E questo filo lungo e annodato che vedo solo ora, guardando te, l’ho visto materializzarsi mentre col cuore colmo d’amore ti sussurravo parole gentili che potessero penetrare e blandire il tuo animo dolorante (il corpo no, era sazio di morfina e nulla più sentiva) quando la mia mano accompagnava un cucchiaio di minestra verso le tue labbra pronte dicendoti: - “sono pronta!”- e tu socchiudevi la bocca e ringraziando mi dicevi: “- anch’io”-.

    Il nodo, il nodo, uno dei nodi.

    Accanto a te ad aspettare la morte, perché da mio padre sono arrivata in ritardo, di quattro ore e te invece, ti ho accompagnato fino all’attimo prima. Eppure non mi hai cercata, son capitata da te per caso, mi dicevi. - “a domani cara”- e domani, io c’ero. Mio padre invece, mi cercava, mi voleva vicino ed è morto senza potermi vedere. Quanto mi ha cercata mio padre? Quanto teneva di me nel cuore, in quel momento e nei momenti in cui la mia vita non prevedeva la sua?

    Quanta è la colpa di un padre che pensa a sé e non si cura di altri se non del proprio presente e passato e quanta è la colpa di un figlio che concede al padre il contentino di un sorriso e di un abbraccio e forse anche con trasporto?

    C’ero, ci sono stata accanto a te, mio padre, nel tuo letto d’ospedale e mi son chiesta e mi chiedo se lì dov’eri, è stato per reale bisogno o per bisogno di essere amato, eppure dopo due mesi sei morto davvero; era il tuo ultimo tentativo di avermi accanto quando ormai le tue difese del passato erano crollate? Di sentire il mio amore o di darmelo un po’ d’amore?

    Di amore lasciato indietro negli anni, amore barattato per il tuo comodo e per il mio.

    Amore confuso, cancellato e imbrogliato col sorriso di cerimonia che il tuo e il mio ruolo esigevano. Pensa che davvero ti amavo e t’amo, nel mio andare e tornare nella tua vita; di te, m’accorgo ho un tessuto forte, i miei principi, i miei modi di dire e di fare, quanto sono ancorati ai tuoi!

    Ma non c’ero, quando hai lasciato la vita io ero in viaggio verso te, non ero accanto a te

    a sussurrarti i miei “credo”, ad accarezzarti l’anima come so fare con tutti; a te, il mio amore e la mia compassione, non sono toccati.

    So accompagnare, sai papà? So accompagnare con dolcezza e tenerezza, mi viene spontaneo, so sussurrare parole dell’anima che toccano le corde mie e del fratello morente e all’unisono si accordano alle note dell’aldilà. Ma con te non mi è stato concesso cantare quella musica, né a te è stato concesso udire la mia musica. Perché? Perché il mio treno è arrivato quella manciata d’ore più tardi. Tardi per tenere una tua mano fra le mie, per lasciare la voce del mio cuore nel tuo. Quel più tardi che era la musica nel tunnel, nel tuo e nel mio. Sei venuto però, a salutarmi. Nell’ora esatta che il tuo respiro si è fermato, nella mia cuccetta in quel vagone, mi hai svegliata e bagnandomi con l’acqua che non c’era, mi hai costretta ad alzarmi e senza più sonno, guardare l’orologio, cosicché dopo avrei potuto avere un riscontro. Il tuo ultimo saluto. Io non arrivavo e tu non potevi più aspettarmi. Ecco papà, oggi ti sono stata accanto, ti ho imboccato, accarezzato, sorriso e sussurrato parole amorose, ti ho dato un bacio ogni giorno nei tuoi ultimi giorni. Ti ho raccontato delle mie conquiste, ti ho letto l’ultima recensione che hanno fatto su di me. Ti ho fatto partecipe dei miei momenti di gloria e tu mi hai sorriso, sorriso ed annuito orgoglioso di questa figlia.

    Ogni giorno per giorni accanto a un uomo che moriva, come te, come mio padre. Non eri tu, non sei stato tu a morire con la gioia di tua figlia accanto, è stato un altro uomo che ha avuto me, figlia tua.

    La morte mi ha dato un nodo pronto da sciogliere, ha liberato il dito rimasto incastrato nel filo in questa stanza di Firenze e quel dito ha lacerato il tempo e le distanze, e ha toccato te, mio padre. Io ci sono accanto a te, adesso, con due anni di ritardo, ma tu sei lì dove il tempo non ha la stessa connotazione ferma del mondo, ha una pulsione eterna. C’ero, ci sono stata, a dirti addio, attraverso un altro padre io ti ho accompagnato nel passaggio e ti ho amato, ti ho avvolto d’amore in un abbraccio tenero mentre andavi nell’abbraccio eterno.
    Ecco papà, ora so che questa opportunità mi è stata regalata per farti arrivare quel momento che ho mancato, per farci incontrare in quel nodo che altrimenti sarebbe rimasto legato per sempre. Ora è sciolto, ora abbiamo vissuto quell’ultimo incontro che ci è mancato, a cui ho e abbiamo mancato.

     

     
  • 20 luglio 2017 alle ore 1:21
    Storia breve dell' infermiera di paese

    Come comincia: Ecco che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto come compenso per una iniezione. Ti ricordi? Mi ricordo Annam? Sì, mi ricordo quando andavo per i campi e le lunghe strade sterrate accecate di sole con in fondo il colore del mare per portare le mie mani a quei corpi sofferenti e vecchi. Non avevano soldi da darmi ma mi riempivano borse di omaggi, omaggi alimentari. 
    Tornavo a casa con lo zucchero e il caffè e la bistecca appena macellata e i funghi freschi e patate e frutta.
    Andavo a piedi con gli scarponcini dalla suola più volte incollata ma sempre lucidi di cromatina, il mio cappotto con la mantellina che in caso di pioggia sbottonavo dalle asole e diventava il mio ombrello. Avevo sorrisi nelle tasche dove riparavo le mani fredde e viola e chiavi di case, della mia e di quelle dei miei malati. Me le davano fiduciosi le loro chiavi, e io arrivavo puntuale all’ora di colazione per preparare un po’ di latte col caffè che offrivo loro come fosse il pasto di un re e poi li lavavo, li massaggiavo, e raccontavo cose belle per accendere un sorriso nei loro occhi spenti. Mi aspettavano, i miei malati, senza sveglie né orologi, sapevano quando era l’ora in cui sarei arrivata. E sollevavamo il corpo stanco e maltrattato dal tempo afflitto colorando di chiaro il loro momento di cure e attenzioni. 
    Compresse, iniezioni, bendaggi e bisturi per le zone in cancrena, sorridevano alle mie parole, ai miei racconti romanzati di fatti veri e piccoli ma ingranditi, ironizzati per suscitare il loro riso. Ridevano i miei malati e mi benedicevano, benedizioni per le mie mani calde, a bollore dicevano, le mani a bollore che risucchiavano ogni loro male e lo gettavano via, lontano dai loro corpi. Ah! I miei malati che mi consegnavano il loro dolore fisico e morale affinché lo portassi via, ad annegare nel mare, a bruciarlo nelle sere di falò sulle spiagge gremite di marinai appena rientrati dalla pesca. Mi consegnavano i loro mali e un chilo di zucchero e magari le due tazzine del servizio ormai spaiato che con cura tenevano come importanti cimeli di grande fattura nella credenza, però me le davano, con amore e malizia mi hanno dato due tazzine perché chissà, fuori, tornando verso casa potrei incontrare un uomo, un principe azzurro che di azzurro potrebbe colorare il mio solitario andare. Sì, è per questo che Amina mi regalò le due tazze del servizio ormai spaiato e morto di porcellana inglese; nel rigo d’oro vedeva la corona dell’immagine di me ridente insieme ad un sorriso di uomo. Si dilettò a raccontarmi della perfezione di quelle dita che strinsero i manici di quella tazza che mi mostrava: dita affusolate d’uomo molto colto ed elegante, che non conosceva calli da zappatore, ma la seta delle pagine dei tomi che a getto continuo leggeva, mai affettato però se pur distinto e di buon linguaggio, dotto e forbito, uomo che per lei nutriva un grande amore nascosto eppure svelato ai quattro venti, sussurrato, urla sussurrate ai venti per un amore che mai avrebbe potuto consumare. È bella Amina mentre rievoca queste cose, si rianimano le tazze e la stanza buia e grigia di polvere antica diventa ridondante di suoni e luci a festa e fra tanti ospiti cinerei si illuminano le due figure, lei e il capitano, bello nella sua divisa bianca e blu. La mano inguantata stringe quella tazza e poi si sveste per stringere la delicata mano di Amina e l’accarezza, accarezza il viso e il ricciolo ribelle che ribelle non è, è inanellato sulla fronte a bella posta, per farsi accarezzare, e tra la ciocca e la fronte ben poco è lo spazio per poter consentire alle dita di lui per non poggiarsi sulla pelle in un elettrico frammento di istante, un istante lambito dal calore della mano d’uomo sulla tenera pelle del viso di una giovane e bella Amina, istante che è rimasto impresso sul manico della tazzina e sul suo bordo l’impronta di un bacio che mai toccò la bocca di Amina. Amina, Amina ora sfiora la tazza con le sue dita raggrinzite dall’artrite, accarezza il bordo poi lo porta alle labbra e torna giovane donna innamorata, nel suo cuore pulsa lo stesso sangue giovane che irrora il corpo in un fremito di piacere e accende la gioia rimasta chiusa nel cassetto dei ricordi. 
    Quella tazza era una storia, era un film a lento tempo fermo su quel ricciolo accarezzato, su quelle dita scivolate sulla pelle del viso di giovane donna ora rugoso e spento che per un attimo si è riacceso, per il tempo del racconto si è illuminato di quel tempo fermo fra le rughe e le ha ringiovanite. E quella tazza me l’ha regalata, due tazze, l’altra è riservata a me per quando mi innamorerò di un capitano bello e colto ed elegante e con lui, fra sguardi d’intesa amorosa e lievi carezze rubate, sorseggerò il caffè. 
    I miei malati, quante storie belle ora racchiudono fra le piaghe cancerose i miei malati, e quanta storia mi porto a casa racchiusa in quelle tazze che non userò mai, che guardo oggi vedendo l’ ieri.
    Ecco, che ritorna il bel tempo del tempo brutto. Una bottiglia di vino e due fette di prosciutto, oggi, come compenso ad un ago infilato nel gluteo di una donna ammalata oggi, ma che domani guarirà perché è giovane, lei è giovane e guarirà, lei l’accompagneranno le mie mani a bollore e i miei racconti sereni e le mie dita precise sulla siringa.

     
  • 04 luglio 2017 alle ore 20:08
    I sette anni nuovi- la donna nuda

    Come comincia: L’albero dei cento uccelli

    La luce del mattino successivo mi diede il buongiorno con un freddo e azzurro cielo, insieme al cinguettio degli uccelli annidati a centinaia sulla grande quercia, “l’albero dei cento uccelli”, così l’avevo battezzato al mio arrivo in quell’ameno paese marino. Oasi di ogni mio rientro a casa, convolvolo dove riparava il mio animo taciturno.
    L’albero dei cento uccelli mi veniva incontro, sulla strada del ritorno al mio rifugio alla sera, e mentre lentamente scendeva il silenzio fra i rami, arrivava forte il profumo dei ceppi nel camino che si insinuava nelle narici evocando immagini di famiglie riunite, di paioli sul fuoco, di tavole imbandite. Scoppiavano i profumi della mia famiglia, del mio focolare, della mia vita, nella mente scoppiavano i giorni andati e si dibattevano in una immane lotta per fermare il tempo perduto. Scoppiavano lacrime pesanti che come petardi cadevano incandescenti sul mio cuore e bruciavano le viscere, il sangue era lava che nel passaggio ardeva la pelle.
    La mano dei miei bambini, dei mie figli o dei miei nipotini, di chi? Di chi era la mano che solleticava leggera la mia? Sulla pelle violacea e gelida per il freddo, mi sembrò di sentire la mitezza di quelle dita e fra i suoni delle fronde al vento, le loro risa squillanti e le loro corse di corpi leggeri, danzanti nella giocosa scorribanda.
    Non c’erano bimbi sulla strada buia, tanto meno i miei, c’era il vento impietoso che sferzava il mio corpo indifeso; e lontano, grida di gabbiani spruzzate di onde.
    Eppure sotto la grande quercia li sentivo, sentivo le loro mani cercarsi sfiorando la mia gonna nel rincorrersi, sentivo le manine stringersi ai miei vestiti e tirarmi nel loro gioco, e nei gorgoglii delle vocine il mio nome: “mamma! Mamma, nonna, mamma, cercami, sono qui, lui è lì, non ci vedi? Siamo più furbi di te, ma mamma… nonna! Mamma, nonna, hai perso!…”
    Ho perso.
    Ho inciampato e sono caduta, nel passato.
    Volti e immagini di istanti si sovrappongono, emozioni identiche si abbarbicano a tempi diversi, a bimbi diversi. I miei figli? I miei nipoti? Di chi sono queste voci e questi teneri corpicini, questi amori, di chi sono.
    Il cuore si arrotola su se stesso, confonde il suo compito e non pompa nei suoi ritmi, si arrotola e conforma ogni orizzonte.
    Muta e ferma e rinchiusa nel debole involucro di me stessa, mi vedo centrifugare nel vortice di un dolore che non sa mostrarmi vie di scampo. Animale ibrido, feto indeciso in un utero sconosciuto; scalcio nel tempo liquido che non mi riconosce, e non mi riconosco nel mio tempo, annaspo in acque che non so se sono le mie, follia di un'anima in cerca del suo corpo. Del suo tempo.
    Il mio tempo di mamma dov'è, quando finisce il tempo di una mamma.
    Lontana dai miei figli sento ingrandirsi sempre più il vuoto del mio ruolo sospeso in un argine di mondo che oggi mi ospita, che tenta di riconciliarmi, di mostrarmi quali siano i ruoli di ognuno, quali siano i dispiaceri che abbiano diritto di alloggiare momentaneamente in un essere umano. I miei figli, bimbi ormai adulti, ma figli. I figli di mio figlio, bimbi.
    Rivolta ai pochi bagliori rimastele, l'anima mia sussurra parole e in cunicolo del cielo, a loro le invia:
    Ti ho lasciato
    Ti ho lasciato, figlio mio
    andare via in un sussurro
    mentre un urlo avrei voluto
    lanciare dallo sterno
    Ti amo, ti amo mio bambino
    uomo d’oggi ormai adulto
    eppure ‘si piccino
    e d’amore bisognoso
    di mamma e braccia larghe
    che avvolgendoti cancelli
    tutto il male e le tristezze
    che il destino ci ha donato
    per condividere il bisogno
    d’esistenze rinnovate
    Ci vuol forza bimbo mio,
    uomo ormai adulto,
    per percorrere la vita
    che ignari abbiamo scelto
    quando nell’ombra di un’aurora
    il nostro sì alla vita è stato detto
    Ti amo, figlio mio
    e se una piuma mai vedrai
    sulla tua spalla abbandonata
    accarezzala e sorridi
    che mamma tua è lì appoggiata.

    E sotto l'albero dei cento uccelli, carezzata da una piuma scivolata dal vento, lascio la mia anima appoggiata sulla spalla dei miei figli.
    Non sono strilli di bimbi, né figli né nipoti che accarezzano la mia aria, e il tepore che mi sembra di assaporare sulle mani non è il tocco di manine di bimbi, né miei né di altri, è il sangue che ancora come lava arde, e vuole irrorare queste mie mani gelide e violacee dal freddo che mi pervade, dentro e fuori. Cado sulle ginocchia su quest'asfalto che pure sembra abbracciarmi e consolarmi. Sono caduta, ho inciampato nel passato e sono caduta.
    Sono caduta nel passato, in un giorno del giorno di ieri.

     

     
  • 11 dicembre 2016 alle ore 21:08
    Io, il mare e i sette anni nuovi

    Come comincia: Come si inizia: Si arriva fino alla cima dopo dolorose e faticose scalate. Dopo esser caduti e feriti, dopo aver calmato il sangue che sgorga dalle ferite, e della benda insanguinata se n’è fatto il proprio vessillo, ti fermi a guardare la bellezza dal piccolo spazio sulla cima, e vivi la meraviglia. Inizi l’istante che si dilata e che contiene ogni pensiero fermo, immagini senza suono sfilano, e abbracciato dal senso di pace, guardi il silenzio nel silenzio.

    Ogni momento di vita è davanti ai tuoi occhi e si lascia guardare, scrutare, capire.

    E tu, buon osservatore guardi, guardi te stesso nella luce della cima e ti capisci. Capisci te e la tua vita. Ma dove inizia il tremore del luogo dove sei poggiata?

    Capitolo I

    Io, il mare e i sette anni nuovi

    A. D. 2007

    Cancellavo con i passi l’asfalto che correva dietro me. Turista, mi ero persa, nella periferia della città dell’Arte, nel silenzio di un mezzogiorno di domenica. Palazzi chiari di sole, strade larghe come uno stretto abbraccio; mi fermai stupita del mio stupore e mi sentii leggera, aria dell’aria che respiravo e che mi avvolse. Guardai quel paradiso di quotidiano nascosto alla memoria. Si aprì ai miei occhi curiosi il frontespizio di una chiesa in tutto il suo splendore, lontana dall’eleganza rinascimentale, liscia e chiara, semplice, dai muri color paglia che sembravano pennellate di luce. Entrai.
    Sentii il bisogno di far parte del silenzio sacro di quel luogo, di quelle fiammelle di candele che come mani di un pittore giocoso disegnavano sagome ballerine nella morbida penombra così piacevole e contrastante con la strada accecata dal sole dietro la grande porta. Mi sentii fusa nei colori bruni della chiesa e nel profumo di incenso appena percepibile, mentre da lontano mi raggiungeva un canto che pareva innalzarsi fino a superare il cielo.

    Io, mi sentii in quel canto e come se volassi negli stessi cieli, mi vidi scendere e posarmi sugli scuri pavimenti di San Miniato. L’istante era lo stesso.
    Gradini
    Avevo salito tutti quei gradini arrivando col fiatone al portone, il sole accecante lambiva la scalinata facendola sembrare una gialla collina sbiadita dalla luce, e assonnata scivolava sulla città, l’interno per contro era fresco e piacevolmente ombroso, lo stesso profumo di incenso, lo stesso canto lontano, la stessa luce tremula e fioca di candele votive. La stessa aria disegnata dai giochi di luce. Era Firenze, era il mio viaggio alla ricerca del bello attraverso cui poi, poter vedere me stessa.
    Con un sorriso mesto pensai all’Ara Coeli, ai suoi tantissimi gradini a picco che avevano fatto urlare i muscoli delle mie gambe per poi ripagarmi con l’incanto che fa vivere ogni meraviglia che ci concede di farne parte. Tanti gradini antichi da salire, a Firenze come a Roma, come nella vita.
    Salire i propri gradini antichi e poi dall’alto, guardare.
    Mi abbandonai al presente. Circondata dal bello creato nel tempo grazie alla capricciosa intuizione di grandi artisti in luoghi diversi, mi spinsi nel mercato di San Lorenzo lasciando rotolare il mio corpo sballottato da altri corpi distratti, ubriacata da voci dai suoni ridenti e ondulate in lingue sconosciute.
    Che strano, cercarsi tra la folla, nelle grandi città dove a ogni sguardo, un’opera d’arte si impone altera fra gente che frettolosa zampetta urtandosi. Suoni di clacson rabbiosi, visi deformati dalla tensione, bocche in continuo movimento, spalancate, tristi, ridenti. Voci, voci concitate, voci e rumori di città. Cercarsi tra la folla… forse che i rumori sono tanto forti da non concedere alla mente di formulare un qualsiasi pensiero, forse che il caos esterno ghiacci il proprio e restringendosi conceda spazio all’anima. È così che il vagare per la città tra frotte di turisti, sentendosi un giapponese fra giapponesi col naso all’insù a rimirare e fotografare ogni angolo partorito dall’Arte, può essere illuminante: il frastuono resta sospeso attorno al capo mentre tutto l’essere viene inondato dalla bellezza, il bello dilaga, come acqua pura, come restare immersi in un lago di montagna, come lasciarsi abbracciare dalle colline toscane. E abbracciarle. E si annulla ogni moto dell’anima confusa.
    Ritorno nel rifugio della chiesa e guardo il silenzio che cade sulla città insonnolita della domenica mattina, in silenzio; e mi guardo dentro, nel mio silenzio, poi mi segue sulla strada allagata di sole e mi rende l’eco ovattata dei miei passi solitari in una delicata sinfonia.

     ....

     

     

     

     
  • 16 settembre 2016 alle ore 19:26
    "I sette anni nuovi - Anima nuda"

    Come comincia: Rapita
    Cecina 2003
    Sonnambula nel sole, cammino avvolta dai colori di luce perdendo la percezione della realtà, come non fossi più corpo pesante ma solo pensiero sospeso, mi sento risucchiare e scivolare nella luminosità del mattino di Firenze.
    E mi lascio rapire.
    Quella luce mi rapì, inondò il mio essere e allargò le braccia stringendolo ad essa per adagiarlo sulla sabbia di Cecina, fresca di mattino, che solo un istante fa, di una vita fa, celava il suo spazio sotto i miei passi nelle vie di Firenze.
     
    Guerra cieca
     
    Eccomi prigioniera di quel giorno in cui obbligai me stessa a percorrere la strada che mi divideva dal mare. Ero nell’istante di una vita lontana, da me e da Firenze e da ogni mio passato, nella stessa luce di una stessa strada colorata di silenzio, del silenzio di una mattina di domenica in città; nel silenzio del giorno di ogni giorno d’inverno sulla sponda del mare toscano. Nella piccola casa, al mare.
    Il buio e la guerra cieca che avevano consumato il mio essere, rimbombanti di parole mute, erano straboccati dal mio corpo. Figure mostruose, come ectoplasma dai colori ombrosi cangianti, nefande lottavano fino a squarciare tutto il mio essere; soltanto un’ultima fessura che lasciava intravedere la luce, mi mostrò il mare.
    E andai verso la mia vita al mare.
    Il viale alberato di pini lanciava schegge di resina, il cielo l’aiutava, pesante ed elettrico schiacciava al terreno profumi ed umido plumbeo. Tutto schiacciava verso terra.
    Il mio pensiero, i miei mostri, le immagini della mia esistenza che come cani rabbiosi invadevano le mie notti e i miei giorni, furono compressi dalla pesantezza del cielo e dalla rigidezza dell’asfalto.
    Il mare, la spiaggia, la friabilità della ghiaia che sprofondava sotto il mio passo, furono la  mia musica pregna di cacofonie, la mia unica possibilità di fuga.
    La fuga da me stessa, da quei mostri che possedevano me e tutto: tutto ciò che respiravo, la piccola casa al mare, il mio rifugio, la mia tana, la mia libertà incatenata.
    Rintanata come animale ferito e sanguinante per puro spirito di conservazione, senza pensiero cosciente, con solo una montagna frantumata sul mio corpo e sulla mia anima: ero morta e non lo sapevo.
    Come spirito ancora incatenato ai ricordi della terra, vagavo nell’etere sbattendo sui corpi fisici.
    Sfuggendo alle leggi di gravità, ora cadevo, ora tornavo a volare. Mai fui consapevole del mio andare, “sapevo” che erano quelli i passi che dovevo seguire, né mai seppi però, se percorsi piste celesti o caverne o sentieri. L’istinto mi spinse a camminare, a scoprire come neonato ogni oscillazione del tempo, ogni contatto con la vita.
    Ero morta e lo sapevo, pur essendo conscia di avere un corpo fisico che sentiva il freddo e il caldo e forse il dolore riservato agli esseri animati.
    No, il dolore no, non sapevo più se lo sentivo, non ricordo infatti di essermi mai fatta male o di aver sanguinato o fratturato un osso. So di aver cercato l’ ortica nei campi un giorno in cui un flash umano mi portò a pensare: ”- cosa ho da mangiare? Nella dispensa ho solo il riso che, chissà quale attimo di discernimento mi ha portata nel supermercato ed ho comprato -” ricordai una ricetta semplice con ingredienti il riso e l’ortica.
    E cercai l’ortica.
    La cercai, oh sì, la cercai! Iniziai ad estirpare un’erba che nella mia memoria di vivente equivaleva ad essa, un passante curioso e stupito mi chiese cosa stessi raccogliendo, e perché. Ero sveglia, ero in un angolo di vita in cui l’appetito fa ricordare all’uomo che è un essere corporale succube di bisogni come il cibarsi. Non parlavo con nessuno da settimane, la voce di quel giovane mi rimbombò dentro improvvisa come una scarica elettrica, tornò spontanea l’autodifesa dell’uomo colto in flagrante, e con falso candore risposi che raccoglievo ortica per preparare un infuso rigenerante per i capelli -come ricordavo di aver davvero fatto- atteggiandomi a cultrice di rimedi naturalistici. Ero dispersa in un mondo che non riconoscevo e che non mi riconosceva, ma l’arcaica dignità umana mi spingeva a mantenere uno status quo che comunque mi apparteneva.
    -“No, signora, non è mica questa l’ortica... non vede, non punge! L’ortica punge, irrita…- “
    Fu così che imparai a riconoscere l’ortica, doveva pungere, irritare. Non usai più i guanti per questa impresa, prima toccavo con la punta delle dita le foglie. Imparai a cercarla fra le erbe con le mani nude utilizzando uno dei cinque sensi che per primo mi venne in aiuto più degli altri quattro. Il tatto.
      Capitolo V
    L’inizio della scoperta
    2003
     Imparai la potenza del tatto. Che dono possiede l’uomo! Il tatto. Ce ne siamo scordati, così veloci nel percorrere l’istante, malediciamo questo senso nello scottarci con il fuoco o nell’incontro con un corpo tagliente o se battiamo; se ci facciamo male, solo se ci facciamo male ci ricordiamo del tatto.
    Penso alla dolcezza di una mano che accarezza e trasporta nel proprio sangue la geografia della pelle toccata; alla mano di un cieco che disegna nei propri occhi e accende nella mente quanto sfiora, e lo fa intimamente suo. La mano di un bimbo che accarezza e trasporta nella sua anima il corpo di sua madre, dal suo primo contatto nell’utero. Il tatto: la telecamera dell’anima.
    Sì, conobbi il tatto nella sua arcaica fattezza e mi fu dolce il bruciore spinoso dell’ortica quando per esso, la riconobbi.
    È vero, qualche dolore fisico lo conobbi, anzi, lo riscoprii, il pungere dell’ortica fu l’inizio.
    Posso dire allora, che sentii anche il dolore fisico, se il fastidio urticante di quest’erba si può definire doloroso.
    Tanto incupita era l’anima da negarmi la percezione di ogni realtà fisica, la scoperta dell’erba urticante mi fu da apripista nell’indagine del mio sopore indotto dal fiume sporco nel quale ero annegata.
    Gli istanti incastrati nelle ore dei giorni che mi sono passati addosso non mi hanno fatto molto male, il male umano, il dolore fisico. No, hanno disegnato solchi nei quali sono cresciuti disegni, non cose, disegni. Solo l’anima è stata in grado di vedere, ha seguito i ritmi giorno-notte, lavoro-riposo. Solo l’anima. 
    Fui per un periodo indefinibile, nel tempo dell’anima, e fu più potente del percorso umano della vita. Visitai zone sconosciute e rivisitai tutta la mia esistenza come nel lungo flash che vive l’ uomo nell’atto della morte, ma lo feci da viva. Lo feci nell’inconsapevole culla verde delle colline toscane e fra i suoi liquidi azzurri.
    Come sa un luogo, regalarti e alimentarti delle proprie energie!
    Quando un essere umano è smarrito, quando nel suo sterno albergano solo fumi di pensieri morti che senza regole si espandono e ottenebrano, può suggere da cieli nuovi e forti, una parvenza di timida energia, che lentamente lo avvolge e senza né rumore né movimento, lo possiede. Lo rinvigorisce senza che se ne renda conto.
    E quelle colline e quei liquidi azzurri toscani, furono le mie nutrici.
    Mi lasciai supinamente trasportare dal letto di fratello Fiume e nelle soste, depositare sulle sue rive.
    Vissi la morte nell’ultimo cunicolo che ci separa dalla vita e tornai indietro dopo aver intravisto la luce. La rubai, la luce, come scia di un abito da sposa la portai con me, attorno a me, nel percorso di vita che ancora non avevo vissuto.
    Oltrepassai la linea e vidi ciò che solo i folli sanno vedere, oltrepassai la linea e rubai con astuzia quanto si poteva rubare e portare indietro, anzi, avanti, nella vita.
     

     
  • 13 settembre 2016 alle ore 15:48
    Annadelmare del sì

    Come comincia: Sarei stata madre perfetta. Avrei espiato l'arcana e involontaria colpa. Così come avevo imparato già da bambina, mi sarei presa cura di chiunque attraversasse la strada della mia vita, avrei dato tutto l’amore e la comprensione che non avevo ancora vissuto; le attenzioni malate che avevo conosciute, le avrei trasformate in sentimenti puliti, lavati con le lacrime del cuore, purificati.
    E divenni alchimista di me stessa.
    Usai il dono dell’intuizione e dell’allegria per alleviare le sofferenze di chi mi stava intorno.
    La mia penna seguitava a inondare pagine che inviavo ai miei piccoli, pagine pregne di amore, atte a scaldare le loro notti, e tanto più lunghi erano i discorsi scritti, tanto più lunghi vedevo i loro momenti fra le mie braccia. Ero la loro mamma virtuale. Gli abbracci d’amore erano righe colorate d’azzurro su fogli animati da sentimenti belli.
    Abbracci che nostra madre non poté partecipare.
    Colorai di sole la casa dell’uomo nero. Era questa la promessa fatta a me stessa in fondo: dare la gioia di cui ero composta, che la capacità di uscire dal mio corpo e di guardarmi a distanza, aveva preservato...
    ... Durai poco a sfondare le corazze di stanze viventi chiuse nelle proprie stanze, il mio spirito determinato a volere armonia iniziava a conquistare ognuno, sviluppai le doti della maiéutica ed entrai nei loro animi, acquisii l’incombenza di fata turchina e si aprirono le porte.
    Nel castello esisteva una vera gerarchia regale. Il re, e indiscussa autorità, la regina, senza corona e senza autorità; seguivano le ancelle del re e delle principesse e dei principi. Erano in nove i dimoranti di questo invalicabile luogo, io era la decima, dopo di me venne una bella cagna a rallegrare noi, uccelli in gabbia, e i canarini gialli già in gabbia.
    Senza mai lasciare la me che guarda me, mi imposi di apprendere le arti che più si addicono ad una “perfetta donna di casa” e mi circondai di stoffe e fili e imparai a cucire; di fili colorati e imparai a ricamare; di fili di lana e imparai a fare maglie e cappotti e cappelli e scarpe e quanto è possibile inventare con due ferri e qualche gomitolo; non amai molto l’uncinetto però, dai miei lavori sortivano croste infeltrite e l’abbandonai.
    La regina si innamorava sempre più di questa donna bambina e con sguardi indulgenti mi cantava antiche strofe che dipingevano ironicamente le mie fatiche non sempre gratificate dal successo, ma come fu o non fu, divenni davvero brava. Avevo sete di imparare qualunque cosa, come se fosse di importanza vitale che le mie mani potessero creare tutto ciò che la mia mente partoriva. Non lasciai mai i miei colori e i miei pennelli così come mai staccai le dita dalla mia penna che fedele mi concedeva di far dialogare la me dentro di me e, senza ritegno, mi abbracciavo.
    Le notti di sonno furono gli anestetici del sottile disagio mascherato di vitalità dei giorni chiusa nel castello, remissiva e ubbidiente alle esigenze del mio signore; dei giorni senza sole che la nuova città di adozione mi offriva a larghe mani.
    Cieli sempre opachi, conobbi la nebbia grigia e triste, ferma e silenziosa sulla città e sul mio cuore forse ancora innamorato, che mi insegnò la nostalgia dei miei cieli aperti; fra le righe del mio scrivere comparve e stazionò la parola mare, aria, vento.
    Più restavo chiusa fra quelle mura, più i miei polmoni annaspavano l’aria...
    ... circondata dal lago; mi immaginai principessa confinata accanto alla libertà, passeggiavo fra cespugli di mirto e boschi di betulle appena mi era concesso, sorridevo alle farfalle e alle folaghe che si posavano qua e là, spesso vicino alla mia larga e lunga gonna nera a fiorellini bianchi, dono della mia quasi coetanea zia dagli occhi come i miei, di limpido azzurro se con l’animo sereno, grigi come l’inverno se con l’animo ferito, macchiati di verde se con l’animo triste e confuso; solo un altro componente della mia famiglia ha i nostri stessi colori, dopo due generazioni. Mi assaliva la tristezza al momento di rientrare nelle stanze fredde e in penombra dove infermiere senza volto aspettavano con vassoi di gelido alluminio ingentiliti da capsule variopinte. Sentivo le gambe prendere forma di blocchi di cemento che impedivano i passi quando dovevo andare verso il mio lettino senza cuscino accanto ad altri cinque giacigli di donne sconquassate dalla tosse omicida e dai loro sputi di sangue. Trattenevo il respiro per l’angoscia del contagio, non volevo essere come loro: pallidi scheletri con brandelli di polmoni; volevo vivere, ero troppo giovane per chiudere il mio romanzo con una morte di tisi, Puccini non mi piaceva e neanche la Bohème mi piaceva e Mimì poi, aveva un nome troppo corto, così poco elegante, non mi si addiceva. Non volevo per me questo triste e struggente epilogo.
    La mia bellissima mammina, il sole e il canto e le risa, di cui era intessuta, comparivano in tutte le forme in tutti i miei pensieri del giorno e nei sogni delle notti. Non la vidi per anni, non piansi mai; mi stavo esercitando ad alimentare la forza contenendo il dolore per elaborarlo e, come elemento chimico, mettere a disposizione l’emozione solo quando avesse cambiato i connotati, ero l’alchimista di me stessa, no? Ed ero brava, stavo sperimentando in prima persona come filtrare il nutrimento nocivo e tramutarlo in vita, come fossi in possesso della pietra filosofale, d’altronde ero consapevole delle corrispondenze tra ogni componente del cosmo e il mio vissuto mi avvicinava e legava sempre più al pensiero di Trismegisto, alla progressiva crescita conoscitiva; forse sarei arrivata a mutare anche i metalli meno nobili in argento e oro.
    Non ero consapevole però che fosse giusto soffrire per la mancanza di amore e che fosse giusto averlo, l’amore; e che ero ancora una bambina bisognosa di essere accompagnata alla vita.
    Mi trovavo catapultata in un mondo di grandi e dovevo essere grande, e grata al mondo che accettava la mia esistenza. La mia anima colorava i ricordi del passato, bastava una nota per accendere la melodia che mia madre cantava un mattino mentre un profumo di pan di Spagna riempiva l’aria e i miei occhi si aprivano allo stupore del giorno, mi accarezzava il sole che entrava nella mia stanza; il ricordo dolce si concludeva lì e stavo bene, rimanevo aggrappata ai miei colori, avevo paura di perdere qualcosa di importante se avessi lasciato andare avanti le memorie, se avessi accettato che di mia madre non ricordo un abbraccio, avevo paura di processarla e scoprire che l’amore che non seppe mostrarci fosse anaffettività. L’amavo e non potevo accettare che non mi amasse, non potevo viverla per conoscerla...
    non era giusto giudicare una madre e preferivo giustificarla e amarla sempre più, fino a sentirmi in simbiosi con lei. Ma altre cose accadevano dentro di me: si rafforzava il bisogno di elevarla e sentirmi poco importante, non solo agli occhi suoi ma alla mia stessa vita; amare come lei non aveva saputo amare me, divenne l’inconsapevole mia ragione di vita.
    ... segue...
     

     
  • 02 settembre 2016 alle ore 22:29

    Come comincia: C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
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    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
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    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
    C’è bisogno di un’anima,
    c’è bisogno di un’anima
    per sentire
    maneggiare
    carezzare
    il colore liquido dell’amore
    C’è bisogno di un’anima,
    per lasciarsi cadere
    inebriare
    cullare
    coprire,
    dall’amore
    C’è bisogno di un’anima
    C’è bisogno di una carezza
    che spalmi di colori
    le onde dell’anima
    e la risvegli e la porti
    fra le note del cielo
    C’è bisogno di un’anima
    e di una carezza per l’anima.
     

     
  • 01 settembre 2016 alle ore 16:26
    Del silenzio

    Come comincia: Il silenzio custode: Cosa si rintana nel Silenzio, e qual'è l'incontro che avvolge e penetra quanto nel Silenzio trova risposte? Nel Silenzio vagano suoni che accompagnano passi di bimbo, di vita, leggeri e delicati. Passi bisognosi di "vedersi" lasciando la propria orma eterea nel Luogo del Non Giudizio. E' nel Silenzio che è custodito il regno del Non Giudizio. Qui, si plana sull'attimo incontrato e lo si ammira nell'essenza sua pura: ogni colore forte sfuma, ogni forma si smaterializza e resta nuda, innocente, purissima. Nel Luogo del Non Giudizio, tutto appare com'è; il Silenzio è il Maestro che ospita, nella sua conoscenza sovrana, il Luogo del Non Giudizio, e ci accompagna. E vediamo.

     
  • 13 agosto 2016 alle ore 0:58
    La farfalla

    Come comincia: Ho una farfalla sul cuore, un continuo svolazzare di ali che lascia scendere pulviscolo sulla mente, incessantemente sussurra: "ti prego... apri il mio cuore alla luce d'amore, che sappia ricevere tanto quanto può dare..." Poi non ascolto, metto da parte le ali e i pulviscoli e le loro farfalle. Poi le farfalle tornano. Invadenti, supponenti, testarde. Leggiadre e dolcissime. Pure schiaffeggiano il cuore che sa aprirsi nel dare chiudendosi al ricevere. -Duri sono i cuori che sanno amare- non sono preparati a ricevere. Se possiamo dare possiamo ricevere, ché fermando il circolo di amore, scordiamo il flusso della Vita. Ecco un nostro difetto che inceppa il circuito di sana energia. Noi umani siamo teste dure.

     
  • 03 agosto 2016 alle ore 0:42
    L'incontro

    Come comincia: È l'attimo che convoglia il pensiero al flusso sfuggito tra l'anima e il cuore. Il frammento di microsecondo che tocca simultaneamente mente/psiche/pneuma; l'urlo senza suono alcuno, senza immagini se non flash spaventati da sua stessa luminiscenza. L'urlo di Munch è carezza di pensiero che non sa partorire se stesso. Asfalto sotto il passo a infliggere il percorso, a testimoniarne il movimento. Silenzi: ovattate rimbombanti eco. Cosa risponde il destino, basito, di fronte alle tue scelte? Non ha risposte. Non ha ragionamenti. Non ha parole. Davanti alla bestemmia della vita, offre la bandiera della resa: un quadrifoglio. Poi si ricrede, uno è poco, ne offre due. Non da risposta a domande che non conosce. Porge la bandiera della pace, del non confine: quadrifogli. Offerta. Domande e risposte si prostrano davanti al messaggio arcano: "per ora, sappi che ci sono, io, quadrifoglio". Messaggio di semplicità di esistenza. Tanto semplice quanto eterno, complicato. Mente/psiche/pneuma, nel passo si rilasciano. Non più domande, non più basiti destini, Tutto è.

     
  • 17 luglio 2016 alle ore 13:19
    Avventure della domenica (stralcio)

    Come comincia: Lo zoo è a posto: uccellini ristorati, semi nuovi, insalata, acqua rinnovata, gabbia pulita e in giardino a godere il fresco; gattina coccolata, saziata e rifocillata ora all'ombra della gabbia a guardia dei suoi fratelli alati. Arrivata a mezzogiorno pensavo di aver sistemato ogni mia cosa compreso lo zoo, ma non è stato così... la Natura mi ha scelta come ostetrica ieri sera, mi racconto. Inaspettata ospite viene in visita una lucertola "grassa", mi aiuto con un piumino e la reindirizzo all'esterno della casa, carine le lucertole, ma non tanto da pernottare insieme; rientra dalla finestra e si accantuccia in un angolo, la raggiungo e cerco di capire, sembra soffrire e... plaff! ecco una micro lucertolina apparire accanto a mamma lucertola, "e mo' che faccio?" domanda la mia mente destra alla sinistra. La inattività a volte è la soluzione, resto a guardare quella manciata di secondi eterni ammaliata dal miracolo di madre Natura. Solo qualche secondo e torna l'attività cerebrale e lucida. Piumino, e un foglio di carta per strumento di viaggio, delicatamente faccio salire la mamma stanca e la figliola, e le porto in lavanderia a riparo; la mamma è andata via di corsa, la creaturina ha tentato movimenti lesti ma senza grandi risultati. Soddisfatta torno in casa a concludere la mia sera davanti a un film, ma vedo un qualcosa, una scintilla fuggente nell'ombra... riparte il movimento...
    La neonata è rientrata (ma come cavolo faranno a scivolare e passare in micro antri questi elementali...), piumino in mano ricomincia l'operazione, e nulla, scappa di qua e di là, ma almeno l'ho portarla fuori dalla camera da letto, è rimasta però imboscata in un qualche angolo del salotto, così dopo oltre un'ora di presa e fuga sono rassegnata, in fondo è una piccolissima creatura, con la speranza di non vedermela addosso :O Poi mi sono dimenticata della sua presenza. Stamane mi è venuta incontro, mi sembra già più grandicella, è possibile? Sembrava mi aspettasse in cucina, lì ferma sul pavimento, educatamente accostata allo zoccolo della parete, buona buona; mi pareva proprio in attesa... Placidamente metto la caffettiera sul fuoco, lei ferma, io la sbircio, lei si muove appena verso me e poi ritorna in posizione primaria. Sarà spaventata? E allora perché non corre via? Apro la porta e riprendo il piumino, mi avvicino alla cucciola e faccio sì che resti imbrigliata fra le piume, la riporto fuori, si lascia fare, la seguo con lo sguardo mentre gira l'angolo, torno al mio caffè che borbotta sul fornello. Non è finita qui, è tornata! E che devo fare se tra il giardino e casa mia, preferisce casa mia? Mica mi avrà scambiata per la sua mamma!?! Non ci si può credere, è lì difronte a me, si sposta sul perimetro delle mattonelle per poi rimettersi tranquilla. Pare guardarmi o forse lo sta facendo?
     

     
  • 06 luglio 2016 alle ore 20:09
    Del Mondo Altro

    Come comincia:  
    Ci son cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere nell'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco cosa mi accade quando entro nell’Altro e mi lascia fiacca, forse svuotata, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, è essere rimasti appesi in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima. Ritornare alla mia forza sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Resto in quel silenzio ovattato fino al risveglio del Luogo di me, serafica, effusa nel nulla, felice di aver ricevuto il permesso di entrare in Mondi Altri.son cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarcison cose che legano profondamente all'Altro: fanno camminare nella sua anima, consentono di viaggiare in mondi che sì si conoscono, ma hanno aria diversa, colori e sfumature proprie, che afferrano, trascinano, fino ad amalgamarsi e perdersi in quel "Mondo Altro". E' immersione senza scafandro, leggere l'Altro, è respirare senza polmoni, è apogeo di Luoghi senza definizioni, non sono il basso (profondo) e non sono l'alto (l'etereo), è Luogo dell'Anima. Lì ci si può entrare solamente senza peso, non si può lasciare la propria orma perché è spazio sacro. Nemmeno il pensiero ha il permesso di entrarci. Ecco, Vi ho spiegato cosa mi accade quando leggo Voi o i miei autori, è il mio modo di dirVi che quando rinvio la lettura nel Gruppo, non è per quella stanchezza superabile stando seduti davanti al pc, no, è non avere più fibra sulle corde dell'anima, e leggerVi senza essere in quel Mondo Altro, in quel Luogo dell'Anima, sarebbe offendere la dignità di chi ha porto il suo Luogo come dono. Voi offrite il Dono del Luoghi dell'Anima e io sono onorata e felice perché mi permettete di entrarci

     
  • 22 giugno 2016 alle ore 20:10
    Ombre sul Cermis

    Come comincia: Cap. V
    Riemerge dal sonno.
    Nel calderone in cui mi sento immersa, fluttuo lentamente, fumi pallidi mi avvolgono, quasi mi pare di non avere peso. Mi arrotola e sospinge ogni lieve cambiamento d'aria, sto riemergendo dal sonno, è così ogni mio risveglio di ogni mattino di tutta la mia esistenza, non ricordo di essermi mai svegliata prontamente lucida come quelle fortunate persone che svettano dalle lenzuola con la stessa velocità di un falco che ha appena sequestrato la preda dal suolo. Quelli lì, le persone fortunate, sembrano schizzare energie da ogni poro, perfino nelle striature dei capelli par di vedere appese linee e curve e numeri e appunti, un planning aggiornato al millesimo di secondo con ogni cosa da fare nell'arco delle ventiquattro ore a disposizione, e automaticamente depennato per le cose già eseguite, e non crollano mai, dico mai che crollino di stanchezza a sera! Proprio mai, così come totalmente lucidi si svegliano, totalmente lucidi vanno a letto seguendo il progetto preciso, e chiaramente convinti, di dover dormire dopo aver ripassato il copione della giornata che deve venire. Quelli lì sì che sono da invidiare, ammirare, emulare! Ed io che non ho nemmeno l'eleganza di non crollare dopo otto ore di lavoro, le mie spalle scivolano pian pianino sempre più giù man mano che passa la mattinata, il collo lentamente si ricurva sotto il peso della testa che sembra aumentare di massa con il giro delle lancette, la capigliatura bella vaporosa del mattino vergognosamente si disfa e appiattisce col passar delle ore, e infine le gambe subiscono la trasmutazione aliena e da liscia pelle avvolta in calze di seta si ritrovano monconi arrotolati di cemento, solo gli abiti mantengono un certo che di inalterato e austero nel tentativo di contenere un minimo di dignità. Altro che svettare dalle lenzuola e poi nei riti della preparazione al giorno, e poi sorvolarla tutta, la giornata, pimpante e lucida! Io sono un girasole, all'inizio bello raggiante attorno alla luce e poi sempre più smorto fino a che la corolla non rasenta miseramente il terreno quando è sera. La prossima volta che nasco voglio essere un ibrido tra girasole e Anteo, così quando la me girasole a sera è lì a rasentare il terreno, la mia parte Anteo rinnoverà la sua potenza al contatto con la terra.
    Sono ancora qui, avvolta dalle nebbioline del non giorno e della non più notte, evaporo fino a tornare elemento solido, solo allorquando avrò ricevuto il giusto input che trascinerà i miei piedi fuori dal letto, e li poggerò su quel qualcosa di duro che quotidianamente mi rinfaccia che sono una persona sulla terra, che poco dopo camminerà e si confonderà nell'orda di esseri umani che colmeranno strade intasandole, e negozi e uffici e scuole e mercati, e strombazzeranno i loro clacson ai semafori e correranno su gambe veloci verso ascensori che dispettosi chiuderanno le porte proprio mentre stai arrivando tu.
    Mi manca questo input stamani, continuo a sentirmi come champagne straripante di bollicine in un flute, vado su, mi disperdo, mi riunisco e mi separo e poi torno su disordinatamente, evaporo, resto sospesa, né liquido né gas.
    Eppure sono cosciente, il mio pensiero è lucido, i miei ricordi sono netti fotogrammi senza inceppi, e questo dolore lancinante che avvolge il capo, le spalle e il petto, è lampante dimostrazione che non sono nel mellifluo mondo dei sogni, tuttavia non sento peso, constato che so che il dolore è lancinante, ma non soffro. In quale mio disordinato e fanciullesco mondo sono? Non sto sognando e non sono nemmeno nel mio momento del non giorno e della non notte, sono emersa dal calderone e conduco me stessa, fluttuando, sulla roccia coperta di neve, la sento fresca, amichevole così tenera sotto il mio passo che mi sfugge un sorriso. Sembra volermi dimostrare la sua amicizia accarezzando il mio passo, e gliene sono grata sfiorandola appena col mio corpo in movimento, mi sento leggera, mi sento nebbia nella nebbia che questa notte ha avvolto tutta la montagna. Cammino lentamente e tutto scorre come in una moviola conficcata nella mente che si srotola nella memoria, tutto si delinea nell' attenzione, il mio sguardo affonda nella folta nebbia allagata dal manto bianco che ne esaspera le sembianze. Guardo i miei scarponcini, ah che dolce la calura di questo pelo che avviluppa il piede mentre sprofonda nell'emblema del freddo! Mi trasporta nel calduccio delle mie pantofoline rosa shocking coi baffi sulla punta e due orecchiette carinissime ai lati, che allegria quando le provai in quel negozio alla periferia di Milano: con il tubino rosso e il coprispalle di pelo autenticamente sintetico, nero, come le chanel tacco dieci, entrai e mi diressi spedita verso la poltroncina di similpelle leopardata, poggiai la borsetta e la ventiquattr'ore con la stessa enfasi di chi dopo aver portato per chilometri un pesante cesto di mattoni sulle spalle, se ne libera con esasperato sospiro di sollievo, o forse come avrebbe fatto Eracle qualora avesse dismesso gli abiti di semidio, sospirai anch'io con la stessa irruenza liberatoria che sicuramente avrebbe avuto lui se avesse potuto scegliere di delegare a quelle piastrelle lucide il compito di sostenere le sue dodici fatiche sotto Euristeo. Rimugino: lui solo dodici fatiche in dodici anni per purificarsi, ma che bellini questi dei greci con tutte le loro impossibili battaglie, e noi umanissimi umani? Che forse non ne sosteniamo dodici e più in un solo giorno, e invece che purificarci ci incattiviamo sempre più per stanchezza, per sfinimento?
    Mi guardò il commesso, quasi con fare cerimonioso mi si avvicinò chiedendomi in quel suo modo affettato di falso gay che fa tanto glamour negli atelier, in cosa potesse essermi utile, mi studiò con lo stesso interesse con cui si studia una personalità dello spettacolo, lessi nella sua espressione tutta la fatica di chi tenta di raccattare nella memoria un nome da accostare ad un soggetto, quasi fosse di vitale importanza appiccicarmi un'etichetta e su questa scriverci sopra il nome ed il cognome di una tale o tal'altra attrice o mannequin. In effetti ho molto della Penelope Cruz e qualche volta mi glorio della mia stessa avvenenza, mi diverto quando seguo gli sguardi dapprima distratti e poi stupiti con gli occhi sgranati e i sorrisoni che si allargano sulle facce di uomini omini e ometti, e le loro espressioni  compiaciute di chi può dire: -” io ho visto la Penelope Cruz!”- e quanto si danno da fare per aprirmi una porta di un bar o di chicchessia luogo ci si incontra! Ma come mi diverto! Sono sfacciata, rispondo con un sorriso luminoso come foss'io davvero la Cruz, e lo sconosciuto si pavoneggia tronfio e felice, e me la rido sotto i baffi.
    Il falso gay, sono certa, pensa che io sia la famosa attrice, ora mi guarda non più perplesso, ma convinto, ossequioso, è così esaltato che se gli chiedessi di trasformare il camerino di prova in cameretta da letto, correrebbe con le ali ai piedi per spostare qualsivoglia oggetto del negozio per accontentarmi e per poter dire di averlo fatto, di aver contribuito al riposo di una Penelope Cruz sfinita dalla stanchezza nel suo negozio. Ma non mi sento così perfida oggi, ho solo voglia di infilare i miei piedi doloranti costretti in punizione in queste costosissime scarpine dal tacco sexy ed eleganti quanto si vuole, ma che non reggono più il mio corpo pesante di fatica, nelle più invitanti pantofoline che abbia visto finora: le pink panter di infantile peluche che mi sorridono dallo scaffale.
    Son caldi i miei scarponcini da montagna, al pari delle pink panter più ridenti del Trentino e della stessa regione di provenienza, la nebbia lombarda è stata sferzata dalla fantasia di quel calzolaio che le ha pensate ed è rimasto un sorriso appiccicato nel suo cielo.
    La neve rende il colore dei miei scarponi cangiante, una nuvoletta bianca si raccoglie sulla punta fino alla tomaia, poi si spande con la calma del miele sul pane, e infine si infiltra nel pelo per scomparire lisciandolo, nel buio diventano translucidi, biondo rame, sì, i miei scarponcini sono di un più discreto biondo rame, niente a che vedere con la dissacrante tonalità delle mie pantofoline rosa shocking.

     
  • 19 giugno 2016 alle ore 20:16
    Nello specchio

    Come comincia: Il racconto
    Quando il sonno non si lascia prendere perché rapito e allontanato dalla carica emotiva, lo scrigno del pensiero si apre e, ogni parola che possa evocarlo sfugge al controllo. Sono infinite le vie che percorre il pensiero e tutte simultaneamente. Lo sguardo della mente corre più veloce di un giga sulle antenne, più potente della luce e di luce s’illumina. E vede. A volo d’uccello fotografa. S’alza sovrano e austero un silenzio sulle pecche umane, diviene sorriso materno sui figli: emuli per diventare grandi. E sorride il pensiero (simultaneo ai suoi fratelli), sorride. Quel che partorisce il proprio mondo interiore, può essere amato e condiviso da altri mondi, ma non potrà mai avere stessi colori e profumate sostanze. Così come un figlio, emulo per crescere, diviene portatore dell’esempio genitoriale, non potrà mai essere “il” genitore, se non se stesso dopo aver partorito se stesso: genitore e figlio. Così “l’altro” non potrà mai essere chi non è. Il sonno che non arriva è un armonico spazio in cui danzano le idee, i profondi sentire. Uno specchio in cui si riflette il sé e quanto il sé circonda: tutto si vede e a tutto, maternamente, si sorride. Il centro, il nucleo sa, che non esiste emulo a confondere l’immagine: chi è parto di se stesso, in ogni specchio trova solo se stesso, la propria immagine.
     

     
  • 01 giugno 2016 alle ore 23:32

    Come comincia: Ho visto: girandole di parole frodare l'anima più fragile, più semplice, più sensibile. Ho visto: girare ombre su ogni chiara bellezza e renderla timida, timorosa, fragile. Ho visto: tremenda speculazione infrangere ogni certezza, tradire ogni sogno, ogni delicata offerta. Ho visto anime naufragare sotto colpi di remi di speculatori arditi: anime inchiostrate di malefici colori, di odore di soldi nei pori. Ho visto donne sparire sotto l'ombra di perfidi/precari disegni dei loro uomini. Ho visto crollare uomini e donne sotto subdoli giochi di potere. Ho visto crollare il cielo su gabbiani innocenti, e su mari puri e ardimentosi. Ho visto il dubbio farsi strada e il timore riempire l'aria. Ho visto lo scuro dare vita al chiaro, e il chiaro dare risposte alla Vita. La Vita vince, sempre e comunque. Così ho visto.

     
  • 11 maggio 2016 alle ore 20:54
    Io so

    Come comincia: Io so, l’ho sentito il gelido peso di blocchi neri cadermi sul corpo. Ne ha assorbito tutta la potenza alienante. Si è sbriciolato come cartapesta bruciata. Io so, quanto è capace di soffocare la tenaglia della malevolenza. È una maglia di ferro spinato che sorridendo avanza a braccia tese, con la bocca emette suoni gradevoli all’udito, pure cade come stalattiti d’acciaio nell’anima. Perfora tutto quanto incontra; trivella ogni organo interno, il sangue par schizzare da infinitesimi fori, allaga il cuore e ne scombina i battiti, sfreccia nel cervello e ne ferma le immagini che si confondono, perdono lucentezza, si annebbiano in fumi vacui, dilaniano il pensiero nel mentre tenta un approccio con la logica, con l’emozione, con il discernimento. Io so come sa uccidere la malevolenza. Costruisce cerchi di muri mobili di cemento attorno, e si stringono si stringono, avanzano lentamente e si stringono attorno. Soffocano. E non esiste parola voce pensiero, a sgretolare il cemento. E non esistono luci chiare e illuminanti, a sbiancare il cemento. E non ci sono fauci a ingoiare la maglia di ferro spinato e nemmeno cieli a frenare i blocchi neri cadenti. Non c’è riparo alla malevolenza. Ché l’uomo è il nemico imbattibile dell’uomo.

     
  • 10 maggio 2016 alle ore 14:29
    Della Piattaforma

    Come comincia: Buongiorno/pomeriggio/sera/notte/tutto. A ogni incontro ci si augura un "Buon", quel "buon" è il barlume di coscienza della vita che ci spinge a esprimere la percezione che, aldilà delle difficoltà del quotidiano (protratte fino alla nostra fine), la base dell'esistenza è una piattaforma di luce. Ognuno ha il suo percorso, il suo carattere, che stimola a guardare con più attenzione il malessere/dolore che si accatasta sulla piattaforma; o a sviluppare l'occhio dell'anima e la trivella della mente, per forare la catasta dei malesseri/dolori e consentire al barlume di luce di splendere, per poco possa fare, a dimostrare che la piattaforma c'è, è lì con noi dal Sempre. Infine, alcuni di noi lavorano incessantemente a rimuovere gli scarti prodotti dai malesseri/dolori per tenere lustra la piattaforma di luce; arrivano alla certezza che ogni malessere/dolore è la liscivia per rendere la propria vita splendente e felice. Perché siamo sulla terra per questo: per imparare a essere felici, per scoprirlo prima di morire. Ché non è nel dna umano soffrire a tutti i costi, questa è memoria millenaria, ma non è la memoria della Vita. Non è un preambolo augurare "buono" giorno nuovo o pomeriggio o sera o tutto, in ogni circostanza: con il cielo plumbeo o ridente, c'è un fiore o un sorriso che illumina l'istante presente, a dimostrazione, per l'appunto, dell'esistenza della "piattaforma di luce". E' il nostro "sguardo di dentro" a consentire di vederla o di affondarla sotto il peso di continue scorie/malessere/dolori.

     
  • 01 maggio 2016 alle ore 19:51
    Del discorrere sulla Saggezza

    Come comincia: Siamo ricettacoli di saggezza, noi esseri umani. Siamo forse intrisi di polvere di eterno, e magari arriviamo da altre stelle. O siamo cloni oppure angeli in possesso di un corpo. Non abbiamo l'abitudine di meravigliarci davanti a egregie risposte che, pur senza la preparazione specifica, riusciamo a darci. Dovremmo.                      
    on sappiamo da dove ci arriva quell'intuizione geniale, non sappiamo nemmeno il perché riusciamo a rovistare nei pozzi bui di (nostri) giorni angosciosi, e ritrovarci un sorriso. Non andiamo a scuole specifiche dell'Intuizione, della Visionarietà, dell'Empatia, dell'Umiltà, dell'Amore. Nessuna Scuola, eppure in noi, cellule organicamente composte, ci indicano risposte giuste che toccano la mente dopo aver risieduto nel ventre, risalito ogni organo, albergato nel timo. E' un grande e saggio contenitore il nostro corpo, tesoriere di ben più sconosciuta composizione che non una perfetta macchina che viaggia per la durata del suo ciclo vitale. Vi è una saggezza in ogni essere umano, comparabile alla memoria del Cosmo. E' visibile a tutti da bambini, poi ci educano ed "educhiamo" ad addensare la cornea per escludere le "macchie sfuggenti e luminose" che prima ci mostravano luoghi e momenti; ad irrigidire i padiglioni ed eliminare i suoni più sottili, che prima ci ampliavano le percezioni. Tutto il nostro corpo è stato modificato a non "vedere", "sentire", ma nonostante tutto, continua ad essere ricettacolo di saggezza, ché l'intelligenza non potrà mai sconfiggere la larga conoscenza insita nel luogo del non "corpo". Quando sarà l'Intelligenza consapevole della Conoscenza del Non Corpo, il corpo sarà sostanza equilibrata e in perfetta assonanza con il Tutto, le giuste risposte, soluzioni, umori, sono naturale appartenza a se stessi; non siamo "geni" isolati, siamo saggi per naturale trasmigazione dell'Uno e del Tutto.

     
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  • Singolare, femminile: undici colori di un misteriosofico ventaglio, undici episodi di esistenza profondamente scandagliati, spogliati fino al nucleo dei personaggi ad accompagnare l’elemento umano alla natura della più intima essenza, finanche alla extrema ratio per alcuni.
    L’autrice è fine conoscitrice del mondo interiore, attenta e oculata tessitrice tesse l’anima d’ogni personaggio scrupolosamente, senza mai cadere in noiosi luoghi comuni, piuttosto vivificando la già pulsante trama. Ella osserva, fotografa, disegna policromie di vite, non solo costituenti una storia, ma anima, cuore e natura dell’opera stessa; con dedita partecipazione simbiotica, empatica, rapisce e accompagna, inoltra in luoghi e attimi che si fanno tutt’uno con il lettore trasportato nelle vene del protagonista. Undici avvincenti momenti di vita. Intensa e profonda l’analisi psicologica in Audrey, nella fragilità delle decisioni, nei friabili propositi, nei rimorsi che annichiliscono l’anima. La Montomoli con la raffinatezza di chi, compassionevole se pur obbiettivo, osserva e carezza i moti ammutinanti che imprigionano un’anima, un’esistenza, un corpo. In Risveglio l’accurata indagine illumina la coscienza, in ogni riga s’aprono scenari importanti di consapevolezza. È Time out all’infinito spaccato di vita, argomento spinoso che l’Autrice dipinge di colori tenui e soffusi di cum passione. Delicata denuncia sociale. In Rebecca Fox l’esposizione in prima persona ci riflette nelle circostanze: viviamo i suoi pensieri, vorremmo intervenire, salvarla, ma Rebecca si salva da sé: come? è inimmaginabile come ella segna la sua vittoria. In La scelta, nitide e nette traiettorie su trama tanto breve quanto esaustiva i moti emozionali, di noi tutti. È singolare Regionale veloce, una storia come tante, un non mai confessato che diviene interessante morbida esistenza. È tutto singolare in Singolare, femminile. Nondimeno sottile e stupefacente è Bambola di porcellana; le vie che percorrono il riconoscimento di scelte non volute o di pregiudizi, sono cosparse di avvenimenti non prevedibili e spesso tragici. È Luca, un uomo a portarci quasi alla fine della lettura del libro. Un uomo narrato nella sua più misterica essenza attraverso il suo normale vivere. Tutto appare normale in Compravendesi, anche il sogghigno del ratto davanti al cespuglio dei roseti: ventuno. La sorpresa è l’eleganza dell’Autrice che avvince e rapisce; mai avrei supposto un finale così... Dolci colline coinvolge e trasporta. Incanto pervaso di stupore, minuziosa descrizione, disamina di luoghi; e il dialogo della protagonista: prezioso sguardo sull’esistenza palpitante d’espressioni di alta liricità. Nel finale della Raccolta un ultimo saggio sulla natura umana, sulle fragilità e morbosità, difese e offese. Amina rappresenta il nostro periodo storico di violenza e pregiudizi, di doni rinnegati. L’Autrice descrive un coinvolgente panorama culturale straniero, pure non lontano dal modus operandi dell’uomo occidentale. In questo ventaglio di racconti dagli undici colori diversi, una sfumatura è persistente: la libertà dalle angherie, auto-inflitte o propinate; e il senso di giustizia umana e ancestrale, di armonia del Cosmo e del Microcosmo. È Singolare, femminile un’opera òrfica, altamente lirica. Il prodigioso valore dei segni nei lemmi, ne fa materializzazione di encomiabile ispirazione; in scrittura lineare, la Montomoli tocca corde vive del pensiero/emozione.

     

    [... continua]

  • Parlo di Beatrice Bausi Busi, la BBB, donna-elemento, e per farlo devo immergermi negli sciami di vita che è sintesi del respiro stesso. E’ ella monade dei 4+1 Elementi, in essi e con essi Beatrice esiste, vive nutrendo il quotidiano e lo respira, divenendo portavoce per chi non ha l’udito e la vista così sottili da poter interpretare le parole delle immagini che la Natura utilizza insieme ai suoni (o vibrazioni?) con cui a noi si rivolge. E sono vibrazione, onde magnetiche colorate di messaggi, le odi che in "La stessa cosa fluente" avvolgono il lettore. In ogni  componimento dell’artista vi è lo specchio del Mondo Reale di cui noi, umanità corrotta dallo stress della Civiltà, non sappiamo coglierne il riflesso, anzi spesso ci acceca e volgiamo lo sguardo altrove, per timore forse, di non essere sufficientemente realistici. Ma non solo attraverso gli occhi della BBB riusciamo a vedere ciò che altrimenti non potremmo, ma addirittura ci scopriamo testimoni del suo attraversare memorie ataviche, così come possiamo constatare, valicando la moltitudine di sue liriche chiaramente rappresentative: “… come mai ho sempre amato il suono della bùccina…” e seguendo, a pag 18 o a pag 32 e 36 in particolare, e in tutte le liriche raccolte in questa opera, vi è un rappresentare con tanta perfezione di partecipazione intima, molte situazioni in realtà mai vissute, ma se seguiamo la scia dei fotogrammi che qui sono parole-emozioni, stiamo camminando il percorso che conduce alle memorie ataviche: il grande spazio che ospita la poetessa, e sicuramente anche noi anime inconsapevoli; assolutamente estrapolate da tale fonte sono tutte le liriche di La stessa cosa fluente, e tutte scandite da un ritmo unico, “…appassionati e pacati…” ne è la massima rappresentazione (pag 62), già in questa poesia (ma lo è in ognuna) ci troviamo davanti ad una donna che non ha più fisicità, il suo interiore è definitivamente fuso in quella fonte e non è più scritto quel che leggiamo, ma voce che s’innalza dal libro, suono che arriva da dimensioni eteree, pure, reali come ogni cosa che ci circonda, ogni cosa alla quale sappiamo dare la vera definizione nella giostra dell’esistenza, alla quale abbiamo saputo togliere il superfluo: la fisicità fine a se stessa. Come sensitiva, la BBB accosta delicatamente l’anima al suo sentire, in quello spazio “non suo” eppure proprio. Signora di quel grande spazio delle memorie ataviche, l’autrice, con il suo fluido scrivere ella ci accompagna a scoprire questo luogo, premurosamente si fa “mano” con la quale appoggia il nostro essere nell’arcano e ce lo fa assaporare con tutti i sensi, inducendoci ad adoperare il sesto, ora, in questa lettura, e dopo e sempre. Grande insegnamento e nutrimento del nostro interiore, si palesa in ogni componimento che diventa per queste peculiarità, vademecum dell’anima
    Beatrice Bausi Busi, questa anima che posiziona la sua Essenza senza contorcersi, ma poggiandosi come ultimo passo di una danza che si è consumata in volute di suoni, si posiziona, dicevo, ad occhieggiare boccioli poggiati su questi spazi, boccioli che custodiscono nella stretta dei petali, il fiore di vite di altri o di noi stessi (già vissute?).

    [... continua]