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Autore

Carlo Mieli

in archivio dal 09 ott 2006

20 novembre 1970, Roma

18 ottobre 2006

Margherite di tempo.

Intro: Un racconto, o un riflesso di una storia d'amore densa. Di tempi e luoghi in cui le immagini si rincorrono come orme sulle spiaggia. Una scrittura leggera, quasi silenziosa, ma condensata da un'emozione sottile e accecante che l'autore ha messo in mostra con abili giochi d'impressioni.

Il racconto

Il giorno non ha mai aspettato che fosse un nuovo giorno, lui c’era, c’è sempre stato ad osservare i nostri corpi distesi, anche allora, in quella piccola casa incastonata sulla spiaggia.
Ha iniziato con il suo lento incedere a solleticarti gli occhi, con pochi leggeri sfregi di sole ha accarezzato il tuo viso ed io, ormai intento ad osservare le piccole virgole delle tue labbra; sfogliavo i minuti di quella che sarebbe stata la nostra ultima margherita di tempo.

Le ore, non lasciano mai orme sulla sabbia.

Con il suo fare burbero e schiumoso il mare cercava quasi di entrarci dentro, quasi volesse imprimere a pelle il suo colore e la sua rabbia, quasi volesse segnare ancora di più quegli ultimi petali di tempo, uno sull’altro, ammassati alla pelle e agli occhi, confusi in attimi dilatati a favore dei polpastrelli, ristretti in ultimi tocchi di labbra aride per le troppe assenze.
Sfacciatamente complice un goccio di sole si arrampicò sull’argine delle tue labbra, per essere preso dalle mie, gli occhi delicatamente compiaciuti dal calore decisero di aprirsi a me, a noi.
- Ciao.
Ancora un’ombra da far scivolare sulla sabbia di un’altra clessidra consumata e stanca, un altro petalo caduto avrebbe distillato i gradi di quell’addio.
- Buongiorno.
Il ticchettio dei battiti, le lenzuola arrampicate egoisticamente sui tuoi seni, il tuo corpo nudo e il tuo sorriso.
- Buongiorno.

Buon-giorno.

Lo sai che ho sempre amato sillabare le parole importanti per me, anche quando non sapevo farlo, ma sai che mi è sempre piaciuto sottolineare dei passaggi in cui il tempo avrebbe dovuto creare una sorta di organza per contenersi intatto, evidenziare l’attimo, espandere il momento, come se per me certe cose andassero pronunciate in grassetto.

Parlo scrivendo.
Lo sai.

Il cielo distrattamente continuava ad osservarci, sì, distrattamente, quasi come se quello che stava accadendo sotto di lui non fosse altro che la semplice normalità programmata, la semplicità di un attimo.
Non era così; non era così allora come non lo è mai stato prima, per noi la normalità era l’appartenenza ad altri luoghi, lo specchiarsi in occhi diversi da quelli che quel giorno avevamo davanti, era il profumo di un’altra pelle, il colore di un altro letto, suoni distrattamente opachi e colori rumorosi e vuoti, quella era la nostra giusta normalità.

Ricordi di sabbia.
Poi.

Amaro il seguito dei gesti, piccole corolle d’aria senza petalo e profumo, il tempo è scivolato via con la sua classica solida, banale costanza. Con quell’incedere ritmato che appartiene al cuore in corsa.
Quel ticchettio scomposto di due anime sovrapposte.
Il giorno ha continuato la sua corsa, il sole è tramontato sui tuoi seni, gli occhi hanno specchiato voglia e gesti, le mani, sole, hanno scheggiato brividi scomposti.

Due orme in più, su quella spiaggia.

Sfogliano ancora, margherite di tempo.

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