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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 30 gennaio 2013 alle ore 17:19
    Quattro Cento trentotto

    Al mio rappezzo accorrono in pochi: impavide unita' rispondono al magro offertorio con scampoli di me fra le dita, residui di precedenti detrazioni, sbavature non più correggibili e prove di fogge maldestre. Accosteranno l'avanzo al moncone, sformati ritagli alla stondatura in attesa, leganti e mastici brulicheranno come formiche all'esca del pane, piastrine a sancire lo strano assemblaggio. Ma resterà persistente una nidiata di fori, tarlatura in agguato, una febbricola della mia difettosa fioritura. 

  • 25 gennaio 2013 alle ore 14:44
    QUattro Cento trentasette

    Dalle bende estrarrete la mia siccità, scostando dalla foce il calco senza eccitazione. Al letto mi uncinate  le gambe per aspettare invano un'onda di piena. Ma il tempo raggruma e sotto la schiena non sudano semi. Sono scafo che non accoglie colate, matrice di me : presto aprite le tende se il mio ventre ancora tiene per se il suo mandato. E non vegliate il campo involuto, la messe dai bulbi internati. Corsia di follicoli senza mestiere. 

  • 21 gennaio 2013 alle ore 22:02
    Quattro Cento trentasei

    Io banca, tu notte. Tu rumore, io sola. Io candela zittita, tu sfiammi su panchine di foglie già fulve. Tu svezzato tra anche e bacini, io spiumata da un bacio leggero. Io appena verticale in mezzo alla vita, tu trave portante, io polvere, tu colpo che gonfia nel caldo, biondo archibugio . Io nodosità e grumo, fagotto di nubi, tu orizzonte e schiarita. Tu fornace di sensi senza più veto, io faglia inesplosa sotto la falce dell'umido peccato. 

  • 20 gennaio 2013 alle ore 15:56
    QUattro Cento Trentacinque

    A mezzogiorno uno straccio di foglia plana sul cavo della stenditura , teso intestino e trasparente , budella a giorno , teca votiva a cui accorrono le stoffe credenti. Il cencio di venature ormai marce, e' embolo di clorofilla e sformato a cui l'investigatore più attento non indovinerà il pedigree o l'araldica foggia che la faccia figlia di tiglio od orfana di frassino. Piagata lingua asfittica e genuflessa, spera di rinverdire fra tunnel di calzini grondanti e costoni di maniche a rischio frana. Come una trapezista artritica , immobile attende un uncino di vento a favore di schiena. Ma il compagno e' infedele e gonfiati i muscoli , l'afferra sgarbato. Lei, aggrappandosi, e' sputata lontano . Rachitica e sola, frantumandosi, muore per la seconda volta nel frontale con una suola. Cenere senza fuoco, poltiglia a cui non testeranno il DNA per scoprire tracce ematiche della giumenta di rami a cui era in sella. 

  • 19 gennaio 2013 alle ore 8:59
    Quattro Cento trentaquattro

    La fine, occhio robotico, e' computerizzata , tappezzerie d'acciaio, singhiozzi di vortici meccanici e l'iride in off. La morte e' mora e senza bacca, un fanale che abbaiava alla notte reciso da un sasso. Uno stelo accecato dall'abbraccio della falce , sterminio di corolle, placenta dei campi staccata anzitempo. Altrove il liquido amniotico irrora i bulbi , le calve semenze abboccano all'irsuto lombrico delle radici: e' maschio il frutto, femmina la foglia, solido il fusto, robusta la ramificazione. Speriamo che cresca, e più alto di quello vicino, più alto di ieri. E che non contragga i parassiti di compagni di classe ,che svetti sempre più verde. Più bravo. Quanto mancherà all'autunno e'sempre scritto nel tronco: la mano sudata di vento già dice la pioggia, ma dove stanno in cerchio gli anelli la sposa e' senza anulare . Tra i vermi un moncone di sughero riceve preci, dente spezzato, lapide marchiata dall'hula hoop dello spietato, nero compasso. 

  • 18 gennaio 2013 alle ore 13:26
    Quattro Cento Trentatré

    Il cargo viene per me: avanza il polpo emerso con scie di tentacoli acciaio. A bordo rimedi come scialuppe,consigli come mozzi e sostegni per timone. Sfilata la bandiera per offrirsi vergine al mondo, batte all'asta i miei tentativi annegati. Il cargo viene per me , pezzi di ricambio in cassoni innocui: un nuovo diaframma, polmoni che non taceranno la rabbia, una schiena mai più sotto paura ed occhi acuminati come crani di spilli. Nella stiva una lunga stoffa di pelle da donna orlata di rughe in incandescente riproduzione e bianchi filamenti per puntellarmi il cuoio noioso. Zincata dentro un baule sta custodita perfino una creatura che poi mi porgeranno: anche quella nel mio corredo, ulteriore dotazione dell'armamentario che il cargo propina. Gelida dispensa, ultimo binario, ancora tirata su eccitata che  già svetta in puntale. 

  • 18 gennaio 2013 alle ore 13:11
    Quattro Cento Trentadue

    Hanno detto di me in stanze in sottana, scafi di muri ingrugnati come le nuvole prossime al catarro . Opache, febbrili figure discorrevano sul cattivo impiego fatto del tempo, sui grumi formatisi nella mia carne mai correttamente mantecata. Grande poi la dissertazione sullo scempio adottato ad esempio, sul catasto di parti che meglio sarebbero state fra i deportati del macero. Io origliavo del mio deragliamento con la scompostezza di chi si cerca in corpo un alibi. Che so un asso nella farcia del costato, l'anca della vittoria sotto il colletto, una punta spezzata di stella ancora appiccata al mio fianco . Sigillo, lentiggine e voglia, reliquia di un'antica , celeste collisione. 

  • 15 gennaio 2013 alle ore 15:38
    Quattro Cento Trentuno

    L'ultima volta che ti amo sarà come la prima: verra 'con le fuliggini nebbiose di ottobre e la svaporata malizia di Agosto, sarà fiele e zucchero, febbre e sfebbrata, lievitazione e bassa marea, rigurgito e secca. Sarà elezione e condanna, occultamento ed abbocco, risaia e tubero, sbeccata e tornitura. L'ultima volta che ti amo indosserai lenzuola di seppie , rabboccherai con l'inchiostro le lampare intorno al letto e tra le reti cercherai il mio odore arenato. Colonia e zolfo eruttati dalla buca da cui chiamandoti oer la prima volta, per l'ultima ti abbandonavo. 

  • 15 gennaio 2013 alle ore 11:13
    Quattro Cento Trenta

    Il mio sangue non e' turrito, al nemico che si offre di visitare l'arrossamento, spalanco  la bocca : il fiotto vermiglio e' liquido ponte dai pigri ingranaggi. Delle merlature conservo una vaga coscienza: opalescenti merletti, tramate piastrine sellano le ossa delle stanze d'infanzia in noce e brillantina ed accorrono a tamponarne la sbavatura neonata. Il mio meccanismo e' tarato alla tarlatura più prossima, da non confondere il granuloso sfrigolio con un obbediente funzionamento . Un cartello al mio ingresso, issato fra gli occhi ed il cuore, sincero opziona il probabile inghippo. E' tradizione ricorrente di questo sistema, freddato genetliaco, un elemento in forfait: dalla garitta gocciola un'altra defezione mentre dentro mi raschiano e gettano l'ancora della nuova invasione. 

  • 15 gennaio 2013 alle ore 11:03
    Quattro Cento Ventinove

    Assassino, ridicolo e sfacciato: tieni le mani in aria per discolparti mentre di fianco al tuo tentativo, rantola l'amore che hai ucciso. Far sparire gli indizi non stempera l'odore di morte di cui sei cosparso. La vittima godeva di buona salute, le portasti baci e promesse in ceste di vimini, suole di scorta per camminare al tuo passo, spinosi barbagianni di guardia in tua assenza, un paio di ingorde stagioni in cui straziavi il tempo riempendole la bocca di baci e petunie. Poi e' venuto quel giorno, maledetto e funesto, il giorno in cui ti sei scoperto assassino e spietato, armato e fendente. Un solo colpo ben vibrato ed adesso additi il tempo ed il traditore, la sdrucciolevole china della distrazione, il corpo inamidato, la pazienza smagliata, il desiderio tarlato. Verità e' che hai alzato il tiro e mirato lassù dove avevi seduto l'amore con cui ti nutrivi, lavavi e ti acconciavi le settimane, piega su piega, revers, nodo e martingala . Adesso stai immobile , estraneo alla terra che seminasti, profugo del tuo sentiero,  e ripeti: " Non sono stato io! Non c'ero!" Appunto, non eri la' quando avanzava la fine, impudentemente hai lasciato aperta la porta all'impunito ed il tuo meccanico buongiorno ancora risuona con la veste del :" Prego, fai pure". 

  • 15 gennaio 2013 alle ore 10:53
    Quattro Cento ventotto

    L'unica cosa che so e' come imbiondiscono i castagni, l'acne ramata compare sui fili di fine settembre e dice uomo l' autunno. Gli uvaggi adolescenti ed eccitati di darsi in fiale di sangue tintinnanti sulle tavole piene. Non ho esperienza di grande resistenza o di vie cementate da passaggi veloci. Sono ciò che pur cosparso di mare già asciuga ed ho meno memoria dell'onda che del vento.

  • 07 gennaio 2013 alle ore 9:09
    Quattro Cento Ventisette

    L'appuntamento al gomito di una via smanicata, nessun numero civico, non un divieto, i semafori spenti, i raccordi intasati come tubi satolli. Io la', puntuale e rosea, cacciatore lungo il perimetro biondo del nido. Prenderti così a noleggio il cuore, la foggia dolciastra del mento, il rapinoso sorriso, le mani e la schiena, urlare in una folla stupita e dal dialetto straniero: e' mio! Non toccatelo! Alla larga la conquista, il tentacolo, il tentativo. Scegliere dall'armadio la gonna senza merletto ed una gobba per fare affaticata la direzione alla luna e venirti incontro, sprovveduta e sprovvista. Solo per afferrarti con il vento della prima cosa che amasti ed avere di quella primizia la medaglia, il sollievo ed il fardello. 

  • 07 gennaio 2013 alle ore 9:04
    Quattro Cento ventisei

    Un rappezzo mostruoso non basterebbe a sanare la svastica del suo abbandono : incolmabile e' la misura dell'affondo con cui prende di mira l'esatta pulsazione del mio diletto, ingabbiato orpello e sanguigno. Schivarlo? Impossibile: non esiste stagione che sia al sicuro dalle sue mani, dalla fossa maliarda della bocca, dalla nodosa parure che ne abbino' le iridi ai lobi ed i lobi alla mascella. Così lascio che mi prenda le ultime resistenze: ciò che e' arreso, si e' arreso sorridendo. Ma se andasse via il suo assalirmi, mi piegherei al nemico peggiore che e' trascinarsi per sempre senza una sola, grondante ferita, un alveo senza sutura che ricordi il fatale foro d'ingresso del conquistatore. 

  • 07 gennaio 2013 alle ore 9:00
    Quattro Cento Venticinque

    Questo demonio non sfebbra e sale la china delle nostre dita con l'urgenza di un rigurgito secco, innaturale salasso che sugge iniettando, falena intabarrata fra la tenda della sanezza esibita ed il vetro delle nostre ossa agitate a lutto. A lungo portiamo selvaggio un eccitato verro fra il palmo e la pagina, schizzo senza recinto votato ad accrescere la fame con cui ci affama, nero oracolo a cui porgiamo le mani ed il feto di ogni parola. Pregando che il nascituro somigli prima di ogni altro a quell'instancabile seme cangiante.

  • 30 dicembre 2012 alle ore 17:32
    Quattro Cento ventiquattro

    Il mio amore perfetto dalle ossa di feltro, giunture nevrotiche e senza rumore, meccanismo dal silenziatore oscuro. Il grilletto sta issato più su nella bocca che facile esplode l'amorevole veleno. Per sterno un ventaglio , discreto raffreddamento sul cuore tentato da strofinio costante, Ambra che non sfebbra. Il mio amore dalle braccia dolenti, Cristo di pane, il costato una mollica imbevuta fino all'orlo: amore dall'alito di velluto, dalle anche di fustagno. Sa dire dolore al dolore, ma e' la gioia a nuocergli più del malanno quando e' inattesa e repentina, volubile come le stelle del quindici, rotula d' agosto che si sgranchisce: premature o pigre, girini di seta, svanendo insultano la pazienza di chi le ha attese. Freddi fagiani dispettosi che nell'ora della caccia schivano l'impallinatore esperto. 

  • 30 dicembre 2012 alle ore 17:24
    Quattro Cento ventitré

    Non voluta: e' questa forse la tosse comparsa più lustri fa all'angolo degente della mia gola. Violenta nel parto come uno sputo, un fiotto di troppo lanciato con buona mira nel cestino dei marciapiedi, nel budello di un vicolo a sud. Non voluta, e procrastinata , come il dovere meno dovuto, o il dentista. E' sempre domenica per i miei desideri, sono chiuse le stelle, in ferie geni e genie. Neanche mezza giornata per concedermi di rovistare fra le ultime, stracciate occasioni: un velo già lurido, una martingala dietro la porta da scucire al momento opportuno, un manico di valigia , una culla ed eccezionalmente, una sana bolla ripiena sul ventre, tetto di carne sotto il quale dormirà la mia impronta. 

  • 26 dicembre 2012 alle ore 12:56
    Quattro Cento ventidue

    Sono figlia di un dorso, gemmo dal dosso, una cunetta mi pastori' senza strazio  da una curva curvassi in più di sessanta stagioni. Sono cresciuta all'ombra di un guscio che della testuggine ha il verso e la piega ma non il corredo, una zavorra aggrappata, fissata come uno scudo, artiglio chiuso, volta involuta, prognata applique, un mento sulle spalle, un promontorio come distorta guarnizione . Sono figlia del peso e dell'incombenza, dell'infortunio e dell'insolito, della protuberanza, dell'ascesso, della sporgenza, del tornante, dell'indicato dal dito. Rientro bene nel goffo bargiglio ossuto ed imbruttito, spuntato per fatica come un nevo, ma non peloso: calotta, covone. Io sono di quella stortura che sgorbiata dal retto incasso e deviata, con finto, incolpevole sgarbo nel difetto mi riconosce e somiglia. 

  • 23 dicembre 2012 alle ore 16:41
    Quattro Cento ventuno

    Il clandestino boccheggia dalle mie pagine: hanno remato tutta notte sette cavalli sbronzi dalle criniere amaranto . La brezza si infrangeva sulle parentesi e la risacca era allacciata ad un dente scheggiato di doppie. Il suo nome e' finito in mare per primo: così spoglio per stare freddo ed al sicuro . Per ripescasti non bastavano tre coralli come arpione, non una forchetta d'argento per assaggiare le lettere. Ma quando e' toccato alle sue ossa, alle sue mani, ho urlato: la mia voce organo dell'argano , ne ho contemplato il breve, salvifico affioramento protesa con il piglio di un mulinello illegittimo, curiosamente esploso verso l'alto. 

  • 21 dicembre 2012 alle ore 16:18
    Quattro Cento venti

    Ho deciso che non mi leggerai più: c'è chi smette di parlare, chi di fare torte, io semplicemente ti oblitero dalla mia radiografia ad inchiostro. Finora ti e' stato facile contare le pozze del mio costato, gli affondi dello sterno e quante ossa mi facevano in piedi e quante altre licenziavo per amarti. Ho deciso che non saprai più nulla di questa specie nera dalla testa di formica, che non potrai più sottrarne le provviste acciambellate come serpenti in amore. L'ho deciso da matta e da sana: tu tornerai ad amare il tuo gesso poco accorato, io mi riannoderò alle parole rendendole furbe, acuminate e schive. Tutto ciò in cui abitavi adesso ti espelle con un solletico improvviso: sarai gradito solo allo zerbino che conserva l'orma del tuo odore. 

  • 15 dicembre 2012 alle ore 14:12
    Quattro Cento diciannove

    HO un foro da qualche parte nella testa da cui, a giorni alterni, vanno via le parole, sgocciolano dalla carnosa tubatura, perdita per cui non avrò rappezzo. Salvadanaio a cui e' fallace la creta: una dopo l'altra, sfruttando l'ora d'aria, sbirciato l'oblò fasullo da cui cavarle in tempo di magra, evadono. Tanto agili e gatte che il miglior cecchino non verserà una sola goccia del loro sangue grumoso e nero. Una volta andate, saranno di tutti gli altri, non avrò più diritto sul loro corpo di vendicative formiche in processione d'addio. Ecco, adesso monto d'ispezione, inizio l'appello: quelle per dirti sono già fuggite, ho trovato smessi i significati di cui le avevo vestite. Nudi lombrichi senza più divisa, adesso vanno a dirti in giro, ti venderanno bene , ti venderanno subito: chiunque crederà alla loro bocca di sirene, di astute, impareggiabili mercanti. 

  • 15 dicembre 2012 alle ore 12:44
    Quattro Cento diciotto

    QUando una mano va sul tondo, tronfio , carnoso giaciglio a sentirne pulsare la semenza, quando una mano dice proprio il nodo annodato la' dentro con poche ore di pratica, tenendo un capo, poi l'altro, infila, poi sfila, qualcosa mi rende affamata di simili cure. Allora provo ad imitarne la tenera ansa, la duratura zavorra, dorso primordiale, naso gibboso spuntato su un cratere arato con la lava migliore. Che dolce, morbosa invidia per quella falce , luna opaca a cui sono buia, fredda come un'eclissi. 

  • 15 dicembre 2012 alle ore 12:40
    Quattro Cento diciassette

    Portano a spalla la carie, legnosa estrazione a sorte in una pila di gemelle ancora vuote. La prescelta, pur vergine, ha ottimi interni: vellutata, calda ed accogliente come un orco. Cuccia per vermi, cabinato senza mare per le ossa, spanne di cavalloni appena spalati, accolgono ed inamidano di terra lo scafo. Il lucido mattone e' compostamente incassato nel forno già freddo ed assegnato, il marmo riservato, la porzione ordinata e pagata senza averne ancora l'appetito. La'dentro nulla brucia o s'arroventa eppure e' consumato da una cena buia, per commensali tuberi e talpe. Ogni cosa e' ridotta e sminuzzata fino a che del banchetto non restano che un nome ed una foto: sul menù della lugubre signora, costui e' la portata già assaggiata.

  • 10 dicembre 2012 alle ore 15:24
    Quattro Cento sedici

    La luna e' vassoio rovesciato, scivola il contenuto argento sulla calotta di un'altra sera. Punti e croci, piccole, nere zuffe fra uccelli dalle ali ingombranti . Piumati boomerang bianchi si flettono con un ratto nel becco, il ratto saggia il cielo lontano dalla tana, per altare un ramo , una guglia di roccia. Peloso, ridicolo aerostato , grigia portata senza cottura sollevata tra le stelle, scovata tra le gambe della terra come un pidocchio. La notte e' spiona quando e' complice di morte: non aveva squittito povera bestia. Non un fiato per il gomitolo di fogna ora impalato sul fuso dell'artiglio. 

  • 10 dicembre 2012 alle ore 15:20
    Quattro Cento Quindici

    Chissà se una spettinata pila di tarocchi poteva predirti il mio arrivo o la scura negromante, fasulla impastatrice di visioni, raccontarti il mio odore. Ho fatto caso che niente ti ha aiutato con un indizio, un complice, uno zampino. Lo specchio e' rimasto intatto , l'olio, colloso genio verde, non si e ' rovesciato, nessun gatto nero e' esploso in rosso schiantandosi sotto la tua vista, non una scala ti ha fatto da gigantesco compasso sulla testa. Il gioco era viscido e ventoso sul soffitto dell'imbrunire, i gerani ancora eccitati dentro i vasi , le auto imburrate nei parcheggi, le stelle uncinate per bene. Non c'erano segni, certo neanche smentite che questa chiassosa assemblea di ossa e carne potesse attraversarti la vita chiedendoti scusa. Ma ancora prima che tu potessi virarne dalla falla, lei già ti allagava. 

  • 08 dicembre 2012 alle ore 12:38
    Quattro Cento quattordici

    Sono parole ma svettano con la malizia di seni che tu tocchi e maneggi arroventandone la polpa con periodici giri, inturgidendone le punte già acuminate . E vibri delle nere scintille dell'inchiostro, calotte di nuovi insetti  scontornati dall'inverno, proiettili assestati con la precisione carnosa del pugno. Quanto amiamo questa carboneria di cui frequentiamo spesso gli affanni e a te quanto preme arrivare per primo al mellifluo umore che secernono gli agglomerati di lettere opportunamente titillati, quando colano la scura bava, cemento fra le bianche pause , come eccessiva larghezza fra i denti, opportuna distanza fra muscolo e tendine. Ma non sono gambe, non il ventre da ombreggiare fino al dosso che obbliga  ad immaginare il caldo prosieguo dove impalare la tua radice. Sono parole e miracolosamente sanno di corpi e di sangue , perché questa e' la poesia e ci sta davanti con il tenero gheriglio di una donna nuda e la vertiginosa architettura di un tempio.