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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 08 dicembre 2012 alle ore 12:29
    Quattro Cento tredici

    La nascita ha lo strillo del gabbiano quando vira sulla fronte dell'onda, piccolo tuono rosso che straccia il letto. Non so come si aspetta l'ovazione che segue quella cova , di quale colore vanno tinteggiate le pareti , non conosco il gigantesco sbadiglio delle gambe in quell'ora. Ma immagino sia sempre notte prima del vagito, un fiore scassinato da un fiore, piuma che incide la carne, curioso frutto a rovescio in cui il nocciolo e' tenerezza più grande della polpa.

  • 07 dicembre 2012 alle ore 12:49
    Quattro Cento dodici

    Oggi sono ancora giovane, la pelle un lino in vena, le ossa disponibili a qualsiasi gioco, a curvature e as asciutti salassi, il sangue prolisso di ossigenature, schietta corrente infilata a dovere in violacee, cavillose intersezioni. Trama color pervinca. Oggi sono pieghevole e girevole, estensibile, malleabile, elastica e godibile. Domani non so: dopo il sonno mi voto all'imbrunire e vedo lampi bianchi invitarmi come un faro. Prendimi oggi, ascolta il mio consiglio: se mi chiedi il braccio o il ventre, la gola o il labbro, collaboro senza fatica e li protendo. Ma domani resteranno un poco indietro, li accompagnerò svogliati e con un verso, un affanno, sforzata espirazione. 

  • 07 dicembre 2012 alle ore 12:44
    QUattro Cento undici

    Quindi verrai, una promessa il tuo vettore; io curverò i gomiti per studiare la portata del getto che mi svuota. La tua bocca un taglio che taglia, dolcissima stiva di un bastimento impossibile, piccolo ombelico lussurioso che rubata l'onda della sua intimità, sta con lo scafo spennellato di quella verginità buia. Come il vincitore esibirà le spoglie del caduto, blu trofeo di guerra che non asciuga .

  • 06 dicembre 2012 alle ore 18:07
    Quattro Cento dieci

    Se devi amarmi, amami come ieri che non avevi pronto un discorso e tutte le strade erano trafficate dalla pioggia. Sia con quella stessa stretta testuggine di ombrelli, variopinta dentatura di balena in cui oer un istante e' passato il nostro sangue, biglia liquida ed impazzita. Se devi amarmi, amami come ieri che a nessuno importava di noi e certo molto meno del cavo forsennato che, dimenandosi, non mandava in circo il suo polso elettrico. Buio e piatto il battito. Un guasto fa più notizia ma noi continuiamo ad amarci mentre il vigile condona il distratto e il lunedì e' un killer feriale. 

  • 06 dicembre 2012 alle ore 17:59
    Quattro Cento nove

    All'ora del The mi hai dimenticata: il pomeriggio annaspa sotto la pioggia , puzza di cane, di latta spalancata e semivuota, di strade inaugurate col catrame, di teflon raffreddato in fretta. Non so più quinte dita e' profonda la mia specie, specie assurda che tira avanti con un solo filo, marionetta sbilenca. Tu sei da qualche parte, le mani accucciate nelle tasche, la coda di sorrisi a cui sei avvezzo , il pelo lucido, da concorso. Io conto i passi che mancano alla sera e più o meno quanto duri una stagione da randagio. 

  • 05 dicembre 2012 alle ore 13:21
    Quattro Cento otto

    L'impianto a gas pompa alla stessa ora il sangue iridato, acre valvola mitralica, una bimba espansa nella stanza tutta manopole ed accendini. Caricato nel bagagliaio della muratura, dorme come un drago sotto la dama delle piastrelle e aspetta di tuonare con una fiamma. Questa sala macchine non ha contatori, gli aghi oscillano per distrazione e le avarie sono specialità del menù. Mi auguro che il campanello esploda, l'innesco un dito,  il dito complice del braccio a cui chiedo la rotta in mezzo a tre scogli di acciaio. Il rame di mia nonna era sempre lucido: cangiante arcipelago martellato, scocca di lucertola. 

  • 03 dicembre 2012 alle ore 14:22
    Quattro Cento sette

    Ho rispetto per i becchini, tetri piccioni a guardia del mallo indurito, candele a bordo tavola, angoli del ring. Salutano neri e blu, la cravatta inamidata dall'ultimo corteo, sull'attenti per i fiori. Un corredo da morte e' cosa seria, bello e di qualità come un'aia ben tenuta, con le galline sempre calde e a testa in giù. Ho rispetto per i becchini mentre scortano una matrioska carne, legno, terra: la disosseranno dopo , sotto il fiato dei parenti. Dottore, troppo tardi per la cura: siamo in fila dietro l'esito. 

  • 03 dicembre 2012 alle ore 12:49
    Quattro Cento sei

    C'è in te una porta che quando e' chiusa non ha soluzione. Provo a studiarne il meccanismo infilando il naso nella toppa ed aspiro la combinazione. Le mucose come carta copiativa del chiavistello, un cave canem che impaurisce ogni tentativo. Ma io sono testarda, trattengo la scia memorizzata, l'insetto senza ali accasato fra i due palmi, e vado vaneggiando : Così si apre! Così si fa! Ottenuta la chiave, ne  digito le piroette ma nulla, tu stai chiuso, una saracinesca buttata giù quando ho voglia di comprare. Allora ti giro intorno ed aspetto una mandata: sai quel miracoloso incastro che si scarta all'improvviso col rumore di un regalo. 

  • 03 dicembre 2012 alle ore 12:48
    Quattro Cento sei

    C'è in te una porta che quando e' chiusa non ha soluzione. Provo a studiarne il meccanismo infilando il naso nella toppa ed aspiro la combinazione. Le mucose come carta copiativa del chiavistello, un cave canem che impaurisce ogni tentativo. Ma io sono testarda, trattengo la scia memorizzata, l'insetto senza ali accasato fra i due palmi, e vado vaneggiando : Così si apre! Così si fa! Ottenuta la chiave, ne  digito le piroette ma nulla, tu stai chiuso, una saracinesca buttata giù quando ho voglia di comprare. Allora ti giro intorno ed aspetto una mandata: sai quel miracoloso incastro che si scarta all'improvviso col rumore di un regalo. 

  • 03 dicembre 2012 alle ore 12:44
    Quattro Cento cinque

    La domenica mette in croce: sul divano si dibatte di due macchie, confrono opaco, datato l'oleoso big bang da cui furono schizzate unte le cervella. Già programmato il loro annullo, effervescente trappola tesa all'appiccicoso imballo. La domenica uccide: e' una lenta impiccagione a cui ancora nessuno scalcia il basamento per imburrare il posto al lunedì. Che poi di lunedì il menù non cambia: dal risveglio al rimboccarmi, ti ho sempre nella gola, spennellato al pari della placca che irrorata punge, che guarita manca. Allora slego la lingua sulla traccia, il rosso segugio a cui sfuggi  con la testa in capriola cerca il bianco, bollente lavabo in cui dissetarsi. 

  • 03 dicembre 2012 alle ore 12:44
    Quattro Cento cinque

    La domenica mette in croce: sul divano si dibatte di due macchie, confrono opaco, datato l'oleoso big bang da cui furono schizzate unte le cervella. Già programmato il loro annullo, effervescente trappola tesa all'appiccicoso imballo. La domenica uccide: e' una lenta impiccagione a cui ancora nessuno scalcia il basamento per imburrare il posto al lunedì. Che poi di lunedì il menù non cambia: dal risveglio al rimboccarmi, ti ho sempre nella gola, spennellato al pari della placca che irrorata punge, che guarita manca. Allora slego la lingua sulla traccia, il rosso segugio a cui sfuggi  con la testa in capriola cerca il bianco, bollente lavabo in cui dissetarsi. 

  • 02 dicembre 2012 alle ore 10:04
    Quattro Cento quattro

    Tieni le gambe incrociate? E' questo il tuo scongiuro? Lungo amuleto villoso, ben allenato dal mulinello dei pedali. I tendini inturgiditi forse lo spauracchio per la pagina ritrosa? Oppure scalci con la rozza impazienza di ciò che ancora deve traboccare al mondo? E se e' così quanto ti trattieni in quella posa? Sei curvo o disciplinato? Gomiti sul tavolo e le dita intorno al piatto? Hai esperienza di donne e portate ma questa che ci dividiamo e'femmina senza gonna da sollevare, si assaggia con gli occhi e una volta addentata, di più affama. Dimmi come scrivi, la posizione preferita nell'amplesso di cui sono gelosa. Aggregata di nascosto, tuo vojeur, sto stesa la' al tuo banco aspettando che mi imbocchi di parole. Ma dopo poco raccolgo solo il rantolo asciutto del coito sfacciato da cui nascerà un'altra me felicemente sporca del tuo inchiostro. 

  • 02 dicembre 2012 alle ore 9:58
    Quattro Cento tre

    La normalità il mio ghetto, l'ordine l'aguzzino a cui tento di sottrarre le chiavi. Non conosco patibolo peggiore dell'insana acquiescenza al contegno: stare in fila, salutare, non sollevare la voce se disturba le urla intorno. Orlare, finire, preparare e sorridere, mai sbavare dal cornicione con un piede, mai sfuggire alla meccanica disposizione o sorprendere d'un balzo la sequenza . Ma se tutta la mia carne deraglia al tuo nome, non capisco l'obbediente ginocchiera merlettata di famiglia perfettamente stesa sulle sorde rotule del tavolo, il lucente spettegolare degli specchi, la frenesia delle spugne nella fossa argento della pentola di servizio  . Non capisco la muta stagionale dei cuscini e gli strofinacci sempre prodighi di confessioni a pavimento e bordi, il battesimo delle lenzuola. Io dovrei solo turbinare come una stella impazzita, gridare la mia scia abbagliante, tirare su in aria tutti gli occhi con uno spintone. E dimenticare come si incassa nella forma il ripieno, come si svuotano dall'autunno le grondaie. Invece ho indosso una divisa con il numero già impresso e sono io stessa che, condannata in fila al marchio, ne tengo inzuppato il timbro fra le fiamme.

  • 01 dicembre 2012 alle ore 13:17
    Quattro Cento due

    Il giorno del tuo arrivo avevano tirato su i tendini al lungomare con una carrucola di sette palme schiaffeggiate dal vento. In cielo un circo rosso di nubi sbuffava sulla gabbia ammattita dalla costellazione ingrugnata di novembre. Io tenevo il lembo del mio martirio con una coda d'occhio, azzurra rondine così insolita alla migrazione. Il giorno del tuo arrivo, i postini indossarono la stessa livrea a bande e non mi sembro' che i piccioni intubassero un verso sconosciuto nelle villose trachee tremanti e pure il mare era il mare dei miei ricordi. Ma qualcosa avanzava dietro la scure Dell'orizzonte, un esercito disarmato ti sapeva già dire mentre io imbracciavo il mio amo come un figlio e, affiorando lentamente, perpetuavo inconsciamente a spegnermi. 

  • 01 dicembre 2012 alle ore 13:11
    Quattro cento uno

    Un Minotauro il suo cuore a cui vanno sofferte le pozioni amputate. L'attesa brulica di moncherini, i giorni sono monatti di nidi in cui stanno in coda becchi e fogge ancora tenere di pigoli ormai freddi, pezzi di ricambio orrendamente impiattati per il pigro rapace. Quante dosi ancora dovranno espandersi le dirsi appagata la fame che ci divide e sverna sui nostri corpi? Quante rosse lozioni dovranno inzaccherare il tempo e dirmi impreparata, e dirti in anticipo e dirci buoni, affabili vicini sulla stessa distanza. 

  • 01 dicembre 2012 alle ore 13:11
    Quattro cento uno

    Un Minotauro il suo cuore a cui vanno sofferte le pozioni amputate. L'attesa brulica di moncherini, i giorni sono monatti di nidi in cui stanno in coda becchi e fogge ancora tenere di pigoli ormai freddi, pezzi di ricambio orrendamente impiattati per il pigro rapace. Quante dosi ancora dovranno espandersi le dirsi appagata la fame che ci divide e sverna sui nostri corpi? Quante rosse lozioni dovranno inzaccherare il tempo e dirmi impreparata, e dirti in anticipo e dirci buoni, affabili vicini sulla stessa distanza. 

  • 30 novembre 2012 alle ore 17:50
    Quattro Cento

    Cuticole per tegole, il battiscopa affettuosissimo nella vistosa ferratura alla parete noiosamente immacolata. Solo la pioggia, impertinente, le lascia addosso il suo livido scarabocchio, nessuno che le rimproveri l'aver imparato l'angolo esatto in cui annidarsi con bolle piatte, con larve fredde. Tra i divani vive sfregiata una sola mattonella, miracolo dell'incidente senza testimoni , per benda un piede, scheggiata l'unghia laccata di verdi gorgheggi. Le mie ossa ricordano le lenzuola dopo il cambio, la morbida pira ancora calda di gambe e sogni che aspetta di essere mondata. Ha peccato di tante notti, ombreggiature che sbavano dagli orli come nei troppo cresciuti. Ma la mia carne non ha l'obbedienza delle doghe, la disciplina del telaio: e' piuttosto una cremagliera da cui vorrei passassi spesso a smetterne l'insopportabile cigolio da disuso. 

  • 30 novembre 2012 alle ore 9:16
    Tre Cento novantanove

    Sono io la ragazza da sposare, metto viti e scaldo arrosti, la carne frolla fremendo di verdi serpentine al mattatoio, vermi e sangue dopo la lama. Ma io ho già sedato  ai gerani i bulbi dalla viola pubertà perché non gemmino in altre bocche da sfamare. Controllo nascite, rattoppo perdite, cucio pozioni e cuocio ricami, se la gola sfiamma il mio merito sta aggrappato all'angola della tonsilla, boa infettiva. Sono io quella giusta, esatta e combaciante, ben truccata nei toni rosa del tramonto, stuccata all'alba per dire bugiardamente clemente il sonno. Ho manualità con fibbie e virgole, poco meno con croci e fistole. Ma mi preparo in tempo, con i tacchi già sotto il passo, mi riconosci dal ticchettio. Non guardare l'orologio, sono io più puntuale, scandisco il giorno nella mia suola e riporto a casa dal nido le ali buttate via già consumate. 

  • 29 novembre 2012 alle ore 16:30
    Tre Cento novantotto

    La processione e' corteo di scimmie prognate e in velo che confinano con il refluo delle candele ormai stremate: cera fusa e ancora calda per un istante, museo di gocce pietrificate, Pompei liquefatta ed indurita, bianca plastilina nelle mani degli dei. Se tu vedessi di queste vie il mallo scoperto dallo scudo bronzeo del gheriglio, vorresti fughe già arredate e forse del mio sorriso rinnegheresti il verso. Ma se amarsi e' litania , il voto a cui ci crocifiggiamo , allora fammi spazio fra i tuoi martiri e mettimi al collo un battaglio o una sillaba con cui trovarmi quando si solleveranno i flutti e dall'azzurra eccitazione di quella lava fredda non distinguerai più il mio nome. 

  • 29 novembre 2012 alle ore 16:00
    Tre Cento novantasette

    La mia poesia ha la disperata generosità della garza già consunta, accorre rossa, mimetizzata di altri sfoghi , sulla ferita che ho per lucernario e rattoppa, sforzata, suggendo con una boccata sterile e vogliosa . Inzuppata del mio male fino all'ultima fibra, rilascia poi all'improvviso il succo di cui si imbeve: travaso più che emostatico, nero muscolo disteso dopo il crampo. Per questo non guarisco e gli stipiti delle mie ossa sono sempre marchiati a fuoco dalla giubba di un soldato preso al petto. E' da quel foro che il nemico spia del cuore l'antico verso, l'animale che va al macello e crede con un grido di spezzare la catena. 

  • 29 novembre 2012 alle ore 12:14
    Tre Cento novantasei

    Ogni giorno, più volte al giorno per te sistemerò qua le mie parole in fasci da cinque , sette, nove linee, forse più. In vasi mai vuoti, sempre asciutte e senza sete, sporgeranno al livello giusto. Saranno rosse e blu, verdi e vermiglie, gialle o écru. Ne metterò sempre di fresche , non userò gaglioffi , plastiche di sostegno: niente e' più tenero e profumato di un parola piantata bene, a favor di occhi. E l'occhio e' un sole, la fotosintesi la tua lettura. Nella terra stanno le mie ossa già a fermentare , concime prematuro di un parto lesto, di tutto ciò che coglierai. 

  • 29 novembre 2012 alle ore 12:08
    Tre Cento novantacinque

    A volte ho paura che tu venga via dalla mia mano come la scheggia che l'ago, longilineo rabdomante dal tartufo ben addestrato, stana scartando fra le pieghe della pelle, provando e riprovando. Io sento allagarmi dal tuo sguardo e spero di annegare così. Ma la tua assenza e' un'impagabile indovina : lei sola sa di quante morti morirò e, gesticolando, mi indica la prima. 

  • 29 novembre 2012 alle ore 12:05
    Tre Cento novantaquattro

    Il letto e' una pancia che tutto ci perdona e quando inforca le tue spalle vede oltre le tende e fino al mare che torna sulla stessa sillaba di sabbia, blu e balbuziente. Non ci servono coperte, ma la luce feriale e' puntuale come la cameriera di turno ai piani , ha una sveglia per crestina e ci lucida gli sterni madidi di attesa: vado io, no rispondi tu. Nessuno bussa,  puntiamo le mani sulla porta, palmi e padiglioni , come ruote di pavoni, ci raccontiamo il verso che farà l'ultima onda, capogiro del treno in rotta sul binario. Non parte mai la riva, non ha biglietto, alla stazione e' insolita e controcorrente: piange all'arrivo e all'addio e' asciutta .

  • 29 novembre 2012 alle ore 12:00
    Tre Cento novantatré

    Vorrei ricordarti il fosso nel cui stomaco avevi messo un sogno , villoso segnalibro sulla pagina di una tua via, dente mai cariato nella bocca di quel trotto . Vorrei ricordarti proprio quello, l'allora dell'allora, l'istante di quell'istante in cui le lancette imbracarono il tuo tempo ubriacando Dio. Ma so di ricordarti solo un grido, buttato giù per terra con lo strattone sudato di un litigio fra bambini. 

  • 29 novembre 2012 alle ore 11:55
    Tre Cento novantadu

    SOno certa che in cielo sappiano più di noi che del grigio raglio che avanza, che spaino le nubi per adocchiare il senso  che ci inchioda sulla stessa direzione, pidocchio esiliato dalla lozione del giorno di festa. Come spettegolano i cirri! Ed il vento, che compito affabulatore! Di te travasano tutte le bellezze, recitate come grani di un rosario. Io, invece, sono una spalla di luna e solo quando mi guardi, esco dall'utero del mio buio, porgendo il cuore ancora crudo. Gli occhi divampano ed improvvisamente ti somiglio.