username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Poesie di Emilia Filocamo

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Emilia Filocamo

  • 29 novembre 2012 alle ore 11:55
    Tre Cento novantadu

    SOno certa che in cielo sappiano più di noi che del grigio raglio che avanza, che spaino le nubi per adocchiare il senso  che ci inchioda sulla stessa direzione, pidocchio esiliato dalla lozione del giorno di festa. Come spettegolano i cirri! Ed il vento, che compito affabulatore! Di te travasano tutte le bellezze, recitate come grani di un rosario. Io, invece, sono una spalla di luna e solo quando mi guardi, esco dall'utero del mio buio, porgendo il cuore ancora crudo. Gli occhi divampano ed improvvisamente ti somiglio. 

  • 28 novembre 2012 alle ore 16:02
    Tre Cento novantun

    Una scrollata di spalle non sarà mai frullio di ali: la pena resta, piombando gli alluci all'inferno. Tu raccogli applausi, il mio pubblico e' una botola in cui le ossa perdono candore. Non un angolo della mia pelle che alzi la mano per uscire dal tuo contagio, solo si scuote, convinta di salpare. Ma oggi e' arenata e non si accorge che, in coperta, la carne e' stremata al tuo telaio. Non sa forse che non si può amputare ai giorni la sacca d'inchiostro con cui scrivere gioia e poi gridare al furto, stringendo fra le dita la lama di cui si e' complici. 

  • 28 novembre 2012 alle ore 12:24
    Tre Cento novanta

    La notte e' un'ombra che non so come gestire . Prende tante forme , un taglierino la circoncide al punto giusto  infibulandone la pace. Ha foggia di riso,  di vento, di grano e di cane, zoccolo di civetta, unghia di falena e piede di stella. Ecco, se mi cospargessi di queste cose tutte insieme, mi farebbero breve la lunghezza del cratere pieno di creature che spiano il tuo respiro? Non so come far passare dall'asola il bottone che chiude un'altra notte e spegne il mio delirio. 

  • 27 novembre 2012 alle ore 17:30
    Tre Cento ottantanove

    Ingredienti a dismisura , eccedenti ma mai in lite, brillano senza il tocco dell'artificiere. Tutti in fila, composte dosi, o con la voce alzata: una bandiera arrende il tuo contrario. La tua assenza somiglia all'uomo impagliato contro i corvi, impigliato come una croce: più di due spanne nella pancia della terra, nero intestino dove confinano le morti. Mi atterrisce ciò che ti sfiora mentre dormo le mie paure e sveglio gufi, furbizie argentee, che rubano il mio posto. 

  • 27 novembre 2012 alle ore 13:03
    Tre Cento ottantotto

    Hai visto con quanti fiotti lapido la pagina: una stappata improvvisa e' alzabandiera ai mosti, fermentati non so in quale stomaco. Arrampicati al bordo, scivolano frizzando. A volte penso che del mio sangue si taccia la composizione, che se interrogassi ad una ad una tutte le vene, darebbero il tuo nome in gruppo ed ogni piastrina internerebbe la spia del taglio disposto a venderti al curioso. Allora mi lacero le tempie con lo scudiscio di cento parole mentre più sotto e dentro ribolle un pasto che accelera la morte se tu mi ignori. 

  • 27 novembre 2012 alle ore 9:07
    Tre Cento ottantasette

    Conservo un po' di peccato sotto uno specchio, come la polvere sotto il tappeto a cui fa tana l'occhio dell'ospite. Ma io l'ho urlato, certo che l'ho urlato! Ho indicato modi e tempo, fatto il nome e consegnato l'impronta . Eppure niente, nessuno che mi incolpi, che mi espii. Tutti sembrano seduti di spalle al mio palchetto dove insceno l'inizio del misfatto. Ogni tanto sento qualcosa, come un applauso , così sorrido, penso:" Ecco che sanno, vengono a prendermi". Ma e' solo la casuale, indifferente testata di due mani sconosciute, figlie di polsi levatisi per sbaglio insieme. 

  • 27 novembre 2012 alle ore 9:03
    Tre Cento ottantasei

    Le onde rosse virano in blu, sprizzano dalle gole strette dei fornelli mentre mi racconti la foggia della diga di turno fra il mio ed il tuo cuore. Non ho una vela per andare incontro alla morte , solo un dito, albero maestro, che eccitato offre al fuoco la sua faccia e marchiato si ritrae. Come e' strano il tuo mondo di mogli che sono madri dei mariti, di cani che sono figli, di tende che sono case . Io ho le spalle troppo tese ed il ventre inesperto per dirti come sarà il raccolto, ma se vangherò anche solo una zolla ,voglio abbia il tuo seme per battito, ed ogni acino , polpa, gheriglio, guscio, filare, foglia e petalo come tuo specchio. 

  • 26 novembre 2012 alle ore 13:28
    Tre Cento ottantacinque

    Anestetizzata la parte di me che doveva vigilarmi da sveglia: molliccio il mio coraggio, inconcludente l'aggancio fra le valvole e la lingua. Dice poco l'irrorato, ogni tanto bussa ma credo piuttosto dia testate, le arterie tutte intorno ne portano la pena. E che dire poi del mento? Dritto e' dritto, ma come soffre la sua postura di capotavola del viso. Se le ossa di pescatore sono sempre imbiancate fresche di salmastro, sulle mie sfiorate dalla stretta del nuovo capomastro, meglio andrebbe apposto un cartello, grande quanto la struttura:" Non accostatevi, pungiamo, da quando sappiamo come e ' tonda la gioia e siamo qui che l'aspettiamo". 

  • 26 novembre 2012 alle ore 12:41
    Tre Cento ottantaquattro

    AMarti e' salvarti dal mio scempio, quando brucio contenente e contenuto e mangio le fiamme per dirmi zincata. La mia compagnia e' tagliente e sconsigliata, lo sguardo una vite che riconosce, poi impala. Non faccio sconti sul mio ingaggio : io prendo, riduco, racimolo e spendo. Amarti e' indicarti l'uscita mentre ti do il benvenuto, il cartello di aperto ruotato sul chiuso, perché dentro le mie braccia tu non senta mai la gioia tramutarsi in gabbia e la carezza irrigidirsi in catena. 

  • 25 novembre 2012 alle ore 17:43
    Tre Cento ottantatré

    Dietro le tende, lingue sui vetri, la pioggia scivola, densa acquolina. Dal palato alla stanza  si
    muove la voglia di un bimbo, dei giochi imparati, delle parole che non sa impilare sul mattone dentato di un cantiere gommoso. Quasi dentro ogni casa sta una bocca più piccola che prova e sminuzza la malta già raffreddata. Nel piatto l'impasto, l'amalgama aspetta paziente le ossa che supereranno l'amorevole ponteggio. 

  • 25 novembre 2012 alle ore 14:39
    Tre Cento ottantadue

    L'odore dell'impreciso mi riga la fronte,  un muro e' la bocca fra il desiderio e la pancia, cio' che amo ancora non rientra, la strada di casa va su disinvolta lungo la spina dorsale. L'improvvisazione e' madre di tutte le mie parti, se qualcuna di esse dimenticasse il ruolo per restare in gioco, la scuserete, una,due volte, forse di più. E' che sapete, mi e' capitato un giglio nel cuore, non conoscevo del bianco la bianchezza prima di urtarlo, palpitando a casaccio come faccio da troppo. Adesso tutto di me mi sembra più nero: come direste altrimenti notte la notte se non vi sorprendesse di colpo l'insperato biancume? 

  • 25 novembre 2012 alle ore 13:10
    Tre Cento ottantuno

    Puntuale l'inondazione. Aperti i cancelli, la tregua di sentinella si lascia ammaliare dal doloroso cratere, occhio bollente, dondolio ricorrente che dice femmina senza guadarne la piena. Dove spunta il suo fuoco, si vorrebbe calore, ma avanza freddo il corso del mio disimpegno z 
    . Un lavabo la cui improvvisa occlusione mi direbbe completa, ma tutto defluisce senza sorprese, ancora una buona partita di me sfaldata per bene. Il collante, la rete, ha faccia di seme da piantare più a fondo , punzonatura d'acciaio. Pochi secondi per coagulare. 

  • 24 novembre 2012 alle ore 18:05
    Tre Cento ottanta

    Il tuo svezzamento fu di grano, io trascino la franosa zavorra dei miei carboni, scansare le mie fuliggini e' talento, sgombrarmi fortuna, troppo nota la strozzatura in cui i miei fianchi ansimano arresi. Cavilloso e' il codice che svela i miei untori, ma alcune tagliole partoriscono piume. Quanto vorrei somigliare a ciò che ti assunse, risucchiandoti in un foro del cielo, una buca fra le stelle dove tu ti espandevi . Seduto, senza lavagna, avido di tutte le storie sul luccichio. 

  • 24 novembre 2012 alle ore 13:29
    Tre Cento settantanove

    Se mi abbracci  in te rincaso due volte, sono minuta per abitarti meglio che posso, più dentro e nascosta di un fosso. Un sarto col suo tempo, mi cuci' di due misure più stretta, con una cesoia indovino' la mia taglia. Sono lo spavento del cucù, la lingua del pendolo, il nocciolo a tradimento nella polpa. Così per starti fra il collo e la rotula mi rannicchio, per darti gioia di ripieno o noia di nodo, di inghippo. Se mi abbracci ti sfioro il mento e dalla tua voce sento di quante cove la tua bocca di sfiamma. Una statuina nel tuo vestibolo, cerniera nella foggia, racchiusa nel tuo sforzo , vorrei crescere come l'innesto. Sbucciando e scheggiando , invadendo con la mia specie il nuovo germoglio. 

  • 24 novembre 2012 alle ore 9:04
    Tre Cento settantotto

    DIcono non abbia cuore il mio cuore, che somigli ad un condotto di venefiche eredita' , un malefico segno di guerra che si trasmette accostandosi ad uno degli atrii. Dicono pesi ed ingombri pur scarnificato del suo contenuto , tutto irrimediabilmente evaporato da non so quale tocco o rintocco . Eppure e' qui ,più sotto della mia sete, più su dei miei desideri , del piacere e della culla. Continua il suo mestiere, gli obblighi indigesti per cercare di macchinare senza macchiare. La sua rosea previsione si rannuvola in fretta quando, trovato il componente perfetto, si scopre smussato e sbalzato sul nastro di un turno. 

  • 23 novembre 2012 alle ore 11:48
    Tre Cento settantasette

    L'odore di sposa uggiola dentro le chiese, i marmi battono le mani ed il passo e' incerto per chi non lo compie . La bianca peste non mi contagia, troppo forti le mie resistenze, le ossa anticorpi viziosi, lupi di mare sfidati da un tentacolo di brezza. Sotto le gonne un sagrato si illumina di incupite promesse. E' sfaccendato il mio siero, e fin troppo capace; mi avvicino ed aspiro, invocando già i sintomi. Ma tutto e' sano di me , la mia testa il vaccino, il sangue una fida schermatura. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 20:14
    Tre Cento settantasei

    Nella casa dei gesti rimandati, ogni cosa e' malata: il divano eroso dagli assenti, la tavola condannata all'artrite. Solo una pila di valigie sta appollaiata sull'armadio con altezzosità di nido. Se le aprissi non troverei pigolii, non una muta di destinazioni ma solo ricorrenze di cui non faccio più parte, di cui taccio le candele ed il numero da impagliare. Un fagiano sviscerato dalla taglia giusta per la vecchiaia.'

  • 22 novembre 2012 alle ore 16:40
    TRe Cento settantacinque

    Adesso che ho ripreso il mio flusso, che la tua rete si sfiamma del mio peso, avrai occasione di battute leggere, di lauti bottini senza controindicazioni, il bugiardino in bella vista sulla fronte della preda più vogliosa che incauta. Assicurati pero' che la cacciagione sorpresa abbia zampe più larghe e rodate di queste ventose senza aggancio con cui cado sprovveduta da qualsiasi altezza, abboccando ovunque ci siano un becco di cura, un'esca di bene. E tu la tua l'agitavi con rara, usata maestria . E perfino adesso che mi dimeno appena, segnata dall'apnea del tuo abbraccio, perfino adesso non senti addosso la macchia dell'aver avuto fame della bianca, ingenua neonata. La poltiglia ignara dei tarli del mare , bisognosa di accelerare le branchie e a cui anche l'uncino di un amo dal fondo pare la punta di una stella in caduta. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 14:53
    Tre Cento settantaquattro

    La disintossicazione e' venduta in flaconi, all'incanto e non fa magie. Sullo scanno più in alto si prega a soggetto che la pustola grassa sgrassi il suo effetto. Ho trascorso giorni agghindata ad un solo bavaglio nel tentativo di ricucire un collare e dargli senso o verso di cuccia. Ma dove hanno bagnato la soglia con un impiastro biondo, non può entrare più nulla e tutto si inficia di un brutto odore se non porta nel pelo almeno un grammo d'oro. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 14:27
    Tre Cento Settantatré

    Un alveo avvizzito, forse meglio il trapasso di questo passaggio di pelle a tesa larga ma senza attraversamenti, di pedoni , o piedini. Meglio di questa cotenna repellente alla semina, all'irrigazione che in genere tocca in sorte più o meno a quest'ora. Lui non e' più qui a piantare le mie croci, ad ipotizzare feraci raccolti, buone sassaiole di bulbi. Che faccio, mi stendo? Mi irroro. Chissà se avrò anche io un corso stipato fra gli argini avari. Una liquida lingua che mi faccia turgido tunnel, tumido di popolazione, madido di un nome, magari due. Non era forse questa la nostra promessa? Darci le cose che guardavano mai nostre? 

  • 22 novembre 2012 alle ore 13:40
    Tre Cento settantadue

    La mia coda sono le dita: li' sta incrostato il veleno, larva sugosa d'inchiostro con il tuo nome ancora molle nel bozzolo. Tagliarmi le unghie non spurgherà l'ampolla, pugnalare i polpastrelli non scemerà la nera affezione . Di quanti salassi abbia ancora bisogno difficile a dirsi: comunque ti sputerei via per riassorbirti in buon augurio come un fiotto di vino dalla tovaglia. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 13:13
    TRe Cento Settantuno

    Sulla piaga di fresca fattura semino la dose cicatrizzante. A taglio dell'ulcera viva, le parole sfrigolano, uggiolano ed il sangue ne e'come irretito. A volte mi fingo fachiro e sollevo dalla ferita la superficie irrimediabilmente scomposta. A volte sono piuttosto addormentata la' sotto, tra il guaio e la causa, come l'inguine che lega il passo alla sacca del buio piacere. Resto in contatto con ciò che mi sfianca, che calcifica piano , un'oscura, corposa lentiggine su cui nessuno poserà gli occhi se non a scanso dell'ombra. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 12:26
    Tre Cento Settanta

    QUello di cui ti compiaci non sa della tua carne e del tuo sangue non reca nemmeno un'insegna. Ti piacciono forse i fiori già gravidi a cui non contribuirai con la tua peregrina impollinazione. Ma io sono in ansia di madida spillatura, di vagito, di cruna fermentata dall'ago. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 11:12
    Tre Cento sessantanove

    Il verricello e' d'annata, argano senza vello, un feto implume di cui si scommettono la gonna od il gozzo. Per il mio varo si dispensa dai fiori, dai colli e dalle bottiglie . Basterà una parola , lanciata in acqua e che faccia tonfo di sepoltura. Basterò io a prendere il largo, a pendere bianca. Scalzata la luna, rimbocco le redini fin sulle ginocchia di questo scafo che all'orizzonte già annega. 

  • 22 novembre 2012 alle ore 10:10
    Tre Cento sessantotto

    Il gas e' libero di espandersi in questa nave di muri col timone in caldo . Allora giro in basso la chiave che ci tiene al sicuro, chiudo l'arteria da cui zampilla eccitato il sangue che non sporca. Eppure di queste cose ne ho pieni i ricordi, rame ammucchiato sulla parete anfibia: meta' gialla, meta' verde. Piatto ramarro , la finestra i suoi occhi da cui più non scatarra l'odore dei dolci, ma ogni tanto una voce. Sempre più nera.