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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 23 agosto 2012 alle ore 13:19
    Tre Cento diciannove

    Ogni cosa è già scritta. Sono scritti il fallimento, l'inganno,
    la sterilità o le culle, l'infortunio, la vacanza, la degenza, l'intoppo
    ed il tradimento, la festa, il cordoglio, il perdono ed il lutto.
    Già scritte sono pure le dosi di lacrime
    e gli sporadici rasserenamenti di labbra,  l'inghippo
    ed il divincolarsi, la quantità di pazienza,
    l'irrompere dell'imprevisto. Anche io ho questa
    sciagura di scrivere e di voler scrivere di più
    ogni volta che smetto. Allora, mentre china sotto
    la volta delle parole, faccio il mio dovere, Qualcuno
    mi scrive sulla schiena. Facciamo lo stesso mestiere,
    ma io decido solo come sporcare 
    una pagina, a Lui tocca se lasciarmi abboccare
    subito o se darmi più lenza.

  • 20 agosto 2012 alle ore 12:36
    Tre Cento diciotto

    Ingozzerò i miei giorni di parole: in fondo
    cosa altro so fare? Non ho dimestichezza
    con il  destino, gli sterzi, le culle, i sorrisi.
    Solo, di tanto in tanto, mi sento mamma
    quando, seduta al foglio, scarabocchio
    un bel parto di lettere in fasce e nella
    loro gobba annerita riconosco il peso
    del mio sforzo. I giorni non saranno mai
    sazi di questo asilo dove nessuno
    torna a prendere niente. Io sono quello
    che cuocio e servo mentre il resto
    del mondo vive: due forchettate di versi,
    una porzione spinata della frase più acuta.
    Allora mi chiedo perchè ancora qualcuno
    si affanni a volermi questa o quella, non
    ho altro mestiere, cura o eredità.
    Il mio testamento è una manciata
    di nere compagne, tutte mie figlie e
    guai a confonderne il sangue.

  • 19 agosto 2012 alle ore 15:12
    Tre Cento diciassette

    La cosache mi riesce meglio si
    chiama paura. Paura del medico,
    dell'acciacco, del dolo, del malore,
    del fuoco, del pizzico, dell'abbandono,
    del furbo, dell'inganno,del malvagio,
    del buio. M aho soprattutto paura
    di tutte le ali, siano esse maculate
    o notturne, gentili o rapaci., che vibrino
    o scappino, che planino o riposino.
    Forse, però,mi fa più paura la loro sfacciata libertà,
    una vela sganciata dall'albero.Ecco si,
    mi terrorizza tutto ciò che sta senza
    catene, senza comando, che sceglie
    quando levarsi, appoggiarsi, ronzare
    o frinire, sfrecciare, colpire e solleticare.
    Forse perchè, inconsciamente, gli invidio
    quel talento con cui possono cambiarsi
    la vita così, sfregando due mani senza
    la schiavità del  polso ed incendiando
    l'aria di un applauso leggero.

  • 19 agosto 2012 alle ore 12:29
    Tre Cento sedici

    Avrei voluto mi incontrassi prima, quando
    ero coraggiosa e non adesso che sono un
    passero con le zampe invischiate nel suo
    supplizio e le ali già impallinate. Non adesso
    che somiglio ad una formica sporca dell'odore
    avverso alla sua tana, sconosciuta al formicaio,
    straniera in casa. Non adesso che sono un'ape
    senza alveare, che non produce non sugge e di
    cui anche il pungiglione, ultima cartuccia, è
    aggrottato e stanco, ridicolo
    come un pugno monco.

  • 18 agosto 2012 alle ore 18:10
    Tre Cento quindici

    Hanno pagato un sicario, non so chi n'è quando compirà ciò per cui e' stato ingaggiato. Ho sulla gola la taglia giusta al suo affondo, lui conosce l'odore del mio passo, con le costole ha eguale dimestichezza, con la mia pelle e' un artista. E' un proiettile perennemente eccitato, sta al casello della tempia con serietà di vestale e non vede l'ora di trapassarmi la mente. Questo sicario spuntato e disarmato si chiama ricordo , non ha grilletti solo sapori. Allora ecco come mi ucciderà, facendomi ricordare questo giorno o quell'altro, chi mi verso ' da bere, chi mi cuci' il bottone, chi mi mise nel piatto la porzione più grande , chi mi aiuto' a trovare la strada. Il ricordo e' spietato quando arriva nel mezzo del giorno in cui vorrei provare la vita, lui sta la', mi raggiunge al buio a dirmi che e' tardi, che quello già avuto, già fatto sono le occasioni migliori. Che e' tempo di lasciargli fare ciò per cui e'stato pagato.

  • 18 agosto 2012 alle ore 13:10
    Tre Cento quattordici

    Il sabato è uguale alla domenica,
    la domenica  è il sabato sbronzo,
    imbolsito dalle ore di bagordi.
    Di sabato succedono gli entusiasmi,
    il sonno è la mosca schiacciata
    in fretta, la domenica  è sabato
    contrito che si scusa del ritardo,
    vestito come ieri, rumoroso quando
    suda la mandata del rientro.
    Io, come voi, ho tanti sabati
    e tante domeniche, i miei sono fatti
    di rame, di pollici ed amarene, di poche
    feste e molti scanni.Io so esattamente
    cosa voglio, ma mi ammalo proprio
    mentre vado a prenderlo, così
    digiuno dal bersaglio. E' come se
    decidessi di acquistare la felicità
    di sabato uscendo poi la domenica,
    quando dietro le saracinesche dorme
    l'ultimo paio di contentezze.

  • 18 agosto 2012 alle ore 12:48
    Tre Cento tredici

    Per chiunque la felicità è prematura alla scadenza,
    subito avariata, quasi sempre a tempo breve e
    determinato.E ' bucata, consumata, essiccata,
    decomposta. Ha durata di farfalla, di sbadiglio.
    E' allettata, squartata, spacciata. Certo è noto
    il suo decorso, la posologia per raffreddarne
    il morbo infervorato, le dosi e la somministrazione,
    facendo leva su un'infermiera accorta. Ma è pur
    vero che non capisco il senso del coricarsi a
    vita con una condannata a morte nella speranza
    si allevi il suo malanno,che sia toccata da chissà
    quale miracolo. Perchè sfiorarla di tanto in tanto
    e di sfuggita, illudendosi che sarà a lungo così
    calda? Meglio faremmo a ricordarne il quadro
    clinico e la prognosi, a trattarla bene ma senza
    affezione che prima o poi ci darà le spalle
    addormentandosi, come annunciato.

  • 17 agosto 2012 alle ore 14:47
    Tre Cento dodici

    Che bella sensazione è il morto: morto il
    pensiero aspettando l'azione e l'azione
    confidando nella spalla del pensiero, morta
    la farfalla che incensava l'aria con un turibolo
    a strisce arancioni e nere, un vescovo senza
    piedi. Morti l'albero che mi conosceva da
    bambina, l'autista ed il primo viaggio, il
    bidello a guardia del faro della ricreazione.
    Morta la lezione e l'insegnante, e la lavagna,
    resistono forse solo i suoi disegni, più
    giovanili, impiccati al muro, nere reliquie.
    Che strana sensazione è il morto e come
    muore ogni giornata scavando un loculo
    dietro i cuori, lì dice resta per far ricordo
    ma incancrenisce al tempo anche ciò che è sano.

  • 17 agosto 2012 alle ore 14:17
    Tre Cento undici

    Io credo che tu mi rimprovereresti per
    questa indolenza con cui mi accomodo
    alla vita, mi diresti di togliere la mano
    dal sacco in cui cerco una ragione che
    si accordi alla mia pelle, di portarla
    sulla pagina e fare una tangente o
    una secante, qualcosa che la urtichi
    od operi un bel cesareo nel suo gesso
    orizzontale e muto. Perchè in fondo io
    e te sappiamo che le parole stanno
    là sotto, come imboscate in un lenzuolo,
    tutte l'una vicino all'altra a fingere di
    dormire, le gambine stese su cui
    rimboccare il punto. Noi sappiamo quante
    notti vanno usate per fare la mattina
    piena della loro insonnia e come cucirne
    i lembi fino a quando siamo nudi abbastanza.

  • 16 agosto 2012 alle ore 14:32
    Tre Cento dieci

    Il mio grido ha radici come colossi,
    muto sta annodato nella pelle il feto nero
    con la faccia di feretro e le gambine già
    sporche di viaggio. Cieco abbaglio è
    credermi indispensabile al cuore che
    volta la testa annusando il vento di una gonna.

  • 16 agosto 2012 alle ore 13:03
    Tre Cento nove

    Vengono da me a tutte le ore e guai a respingerle!
    Vanno accolte e lasciate penetrare: quante volte
    le ho sorprese a frugare fra le mie ossa come gatte
    negli avanzi per poi trovare il modo di infilarsi
    furtive fino alla gola, da lì agli occhi e poi ancora
    alle dita. Una trincea di parole affamate è
    questa processione che non ha simulacri
    ma solo la turgida voglia della piena quando
    tuona fuori poco curandosi di ciò che ha
    intorno, solo satolla del proprio conato.

  • 14 agosto 2012 alle ore 20:51
    Tre Cento otto

    Se tu sapessi fin dove è conficcato il tuo nome
    e come la mia lingua si impala punita del giorno
    in cui non ti dice. Se tu sapessi quante dita hanno
    provato a disarcionarlo, fantino di quattro medaglie,
    ad estrarlo accusandolo di complottare il dolore
    come una spina. Ma lui resta, più forte, più onesto
    di tutto, mimetizzandosi con la mia carne di cui
    indossa la stessa dolente, scura divisa.

  • 13 agosto 2012 alle ore 8:02
    Tre Cento sette

    Nessuno là fuori si chiede perchè non scrivo,
    in fondo che importa al cumulo del mondo
    come la mia vena avvizzisca e come muoiano
    su un dito un verso ed il suo nome.  Qualcuno
    forse crede che io abbia dimenticato gli
    ingredienti, si vocifera di un alterco fra me
     e la mia cortese balia di parole, quella che
    mi rovesciava il sonno dalle coperte perchè
    le dessi un canto.La verità è che tanto hanno
    ignorato di me, mi hanno spesso lasciata
    in posa, come fossi un unguento, un medicamento
    da esterno , speravano ne penetrassi in tempo
    la scorza armata. E non vedono, non sanno che
    invece di infilarmi in quella coltre, io sferruzzo piano
    verso l'alto, aggrappata ad una linea nera che mi
    fa da bruco per imbastire il volo.

  • 08 agosto 2012 alle ore 13:40
    Tre Cento sei

    Sono stata io, è mia la colpa: io ho sporcato,
    sottratto, rotto, mescolato, confuso, sbeccato,
    sprecato. Sono mie le tracce su ciò che è  disfatto,
    sperperato ed irrisolto, mia l'ombra sull'ala, il boato
    nella carne, la catena al sorriso.Se trovi faccende
    annodate, riconducile senza difficoltà alla mia cruna,
    di qui passano le vene di tutti i malanni, i nomi di
    tutti i ritardi, lo specchio che condanna ogni anno,
    il bottone che soffoca l'asola ancora vergine.
    Si, sono stata io, ed è ora che di tutti questi
    indizi lasciati senza attenzione, tu faccia una
    ricetta per fermarmi, se sei ancora in tempo.
    Perchè io non voglio più guasti, ma sentirmi
    finalmente voluta, nonostante le mie mani
    siano ancora invischiate in tutto ciò che non sono.

  • 07 agosto 2012 alle ore 14:09
    Tre Cento cinque

    Non so stare al mondo, scivolo, la mia posa
    dura un secondo, la mia culla era  piena
    di fori, così adesso le mie ossa, annerite
    da pause lunghissime, stanno insieme
    per abitudine.Hanno tentato con argani
    ed arpioni di issarmi, ancorarmi, di 
    assetarmi da qualche parte ma poi
    succede che mi piego, poco alla volta,
    in genere lentamente, così lentamente
    che sembro la stessa lasciata sulla sedia,
    nell'angolo, al piatto. Invece mi curvo e
    trovo l'uscita, l'inciampo, la frattura su
    cui rivelare il mio fiacco equilibrio.  Non so
    stare al mondo come non sanno starci
    poche altre cose: certe alucce
    fastidiose di falene investite dai fari
    di una candela ad esempio.
    Non ho l'abilità silenziosa dei gatti,
    l'appiccicosa pazienza sottosopra
    dei gechi.Io sto ferma, ci provo,
    mi impegno, ma poi vengo via,
    come un mucchietto di polvere
    sgomberato da uno starnuto.
    l'abilità silenziosa dei gatti

  • 05 agosto 2012 alle ore 15:00
    Tre Cento quattro

    Lascio le cose così, verdi, acerbe rachitiche e slavate,
    senza una culla, una covata da presidiare, una gibbosa
    sacca di sorprese. Lascio i semi inturgiditi e nani,tutti
    concentrati nella loro incompiuta possibilità e quando
    vogliono crescere, li acceco. Così le parole, annodate ed
    informi,vedo i bulbi da cui so come tirarne fuori il manto
    eppure li  trattengo da quel pianto lanoso, li preferisco
    perennemente gravidi e senza urlo.
    In qualche modo sono una strega che immobilizza
    le cose, impiastricciandole di un eterno presente,
    vado a caccia degli istanti  perchè mai si divincolino
    da questa mia trappola e prendano la fuga del domani.

  • 04 agosto 2012 alle ore 13:24
    Tre Cento tre

    Abbandonami da qualche parte, se avrai cura
    di seminarmi, di disperdermi, non tornerò indietro.
    Abbi fede, dimentico vie, semafori e traverse, non
    sarei capace forse di distinguere una piazza da
    una panchina, girerei a vuoto per ore,
    forerei un piede ricordando l'ombra
    del palo a cui avresti dovuto legarmi.Tu fallo come
    avresti dovuto oggi, con il sole fisso nel cielo,
    un chiodo sulla croce di Cristo, l'INRI saranno le
    nubi ed io la ladra che cerca di conquistarti
    sbagliando ingresso. Mi consumerò così, uno
    stelo che ingobbisce poco alla volta, tu lasciami
    lì, come oggi. Io non merito altro che un rimprovero
    di spalle in lontananza mentre le tue labbra
    aspettano di essere gridate dalle mie, ancora
    illuse sia un'ala l'amo nero che mi porto nel petto.

  • 02 agosto 2012 alle ore 13:19
    Tre Cento due

    Scrivere non è intendersene di incastri,
    limare le lettere fino ad assottigliarne lo
    spuntone, ago per la tana giusta.
    Scrivere  è forse questo dolore che mi
    prende all'improvviso, che si moltiplica
    senza acqua in una scura regione della
    mia carne dove le ossa stanno affacciate,
    canne albine su un deserto. E' dire mi fa
    male qui ed accorgersi che il male è
    andato altrove per non essere catturato.
    Allora vado a cercare il rimedio tra le
    macerie di un soccorso,nella folla degli
    unguenti innocui, dei medicamenti assorti.
    in quella fossa comune travestita da
    sanatorio si accatastano gusci e noccioli
    di parole già spolpate e tutto ciò che trovo
    è solo un verso, una puntura senza
    cura che inietta alla pagina il mio supplizio.

  • 29 luglio 2012 alle ore 14:15
    Tre Cento uno

    Ho il grugno inesploso del bozzolo, turgida,
    aspetto mi bussino le ali promesse.
    Ogni tanto sgranchisco i monconi, se appoggiate
    un orecchio, sentirete il sordo punzecchiare di qualcosa
    che non sa come uscire. Vi vedo già affannati a
    cercare la serratura, a provare la mandata,
    ad accontentare la toppa con il boccone
    giusto. Lasciate perdere, non ho fioriture:
    sono semina perenne di un raccolto incarnito.

  • 26 luglio 2012 alle ore 14:29
    Tre Cento

    Dicono siano tristi le mie parole quando
    friniscono in punta di dita e vengono tonde
    a giocare sulla pagina dopo aver dormito
    a lungo dietro le siepi della mia mente.
    Dicono siano sempre vestite di scuro,
    calzino calzari, abbiano per flagello
    me come madre e come padre il calco
    del dosso con cui faccio della mia mano
    un grembo in contrazione per sputarle
    dritte ma mai furbe in faccia al mondo,
    con il campanello del travaglio  sempre
    pronto a dire basta. Dicono mi somiglino
    perchè non sanno asciugare dalle labbra
    il sapore dei morti e tutto ciò che danno è
    una smorfia, un contagio di peste a
    chi le insegue. Ma anche io saprei farvi
    ridere! Inciampando su un accento,
    aggrottando la lingua a mo' di ventaglio.
    Vi stupireste della mia comica disperazione!
    Solo che non vi accontentereste e vorreste
    comunque trovare dentro la grassa pancia
    della risata il girino di un dolore, assicurarvi
    che crescerà, allattato a dismisura dai
    seni di una turgida mannaia.

  • 25 luglio 2012 alle ore 14:50
    Due Cento novantanove

    Speravo che qualcuno lo uccidesse, stanandone
    l'invadenza da ariete, che giustiziasse il capro
    e mi sciogliesse dal mostro che ha la sua
    nicchia preferita fra il mio sterno e le mie
    domeniche. Invece sta là e decide con quante
    dita posso sorridere e con quante altre tagliarmi.
    Se mi tendessero una trappola e ribaltassero,
    si accorgerebbero della voglia di questo scuro
    sonaglio che ho sotto la lingua, spierebbero
    dalla mia bocca , come fosse la testa di un prigioniero ,
    il battaglio che mi è stato fuso al cuore in un giorno
    di inverno e che rintocca di rado.Si crogiola del
    suo gingillo tutto il mio essere,è forse gemella del
    mio respiro l'apnea, della luce la cecità.
    Il nido non è che una tomba
    quando manca la cura della vedetta.

  • 23 luglio 2012 alle ore 14:20
    Due Cento novantotto

    Questa è l'estate di tutti gli amanti,
    dei piccioni schiantati sulle strade,
    grigie sindoni sotto le suole meccaniche
    del lunedi, delle decalcomanie di farfalle
    uccise dai bambini, tatuaggi di ali
    rossastre in cui trovare i propri mostri.
    E' l'estate che non sono più come ieri,
    che vedo nelle rughe pochi semi e
    nessun bocciolo, allora scavo più a fondo
    e cerco radici, ma mi risponde sempre
    l'uncino di un punto interrogativo.
    Questa è l'estate dei cocomeri spalancati
    come porte insanguinate, delle verruche dove
    l'asfalto si stanca ed il catrame non sa
    guarire, della tua attesa e del mio nome.
    Ci incontriamo così, nella mezzaluna
    di questa stagione furibonda, siamo la
    trama di un merletto, una groviera di arnie
    senza miele e la posa della cera,
    una sola fiamma a liquefarla.

  • 21 luglio 2012 alle ore 15:12
    Due Cento novantasette

    Quando ho incontrato il tuo nome, era
    tutto impettito, un dorso di piccione appena
    caldo di volo, un attenti di piume.
    Eppure in quella bandiera spiegata  a dire
    la tua meraviglia, ho sentito il sapore del
    mio primo cavallo a dondolo. Quell'arnese
     poco colorato e severo se ne stava come un
    ago al centro del salotto, intorno le ore
    damascate dei divani, le gambe spuntite
    di mia nonna e la voce di una zia. Tutti
    gettavano scommesse come dadi sul
    mio divertimento,io sola lo accarezzavo
    cercandone la carne: mi piaceva la
    parentesi della criniera, la sella per paravento,
    il nodo di plastica sotto la pancia,  una chiesa 
    sconsacrata, il nitrito giocattolo.
    Quando ti ho detto, io ho sentito quella stanza.
    Allora mi sono chiesta se  mi stavi già cucito
    dentro, un bottone di riserva, generosa dotazione
    della  giacca più  nuova, scorta di un  sarto previdente.
    Se mai mi fossi trovata sola e spalancata
    al mondo infreddolita, tu saresti stato là, a rimboccarmi.

  • 18 luglio 2012 alle ore 14:02
    Due Cento novantasei

    Tre dosi di ruggine, una copiosa manciata
    di guasti, pizzichi di condotte sbullonate,
    fresature di torniture mai panciute,piallature
    imperfette, levigature abbozzate, rifiniture
    tralasciate, acconciature glabre, giunzioni
    allentate e poi croci e marsine infilate
    di forza sulla gonna, asole dalla bocca
    slabbrata e bottoni adottati da buchi
    casuali.Questa dunque sono io
    messa sotto la lente del caso: a
    ricostruire il mio impasto fanno tutti
    fatica.Il risultato sembra commestibile
    a giorni alterni,nello specifico peso
    quanto peserebbe un danno ben
    truccato. Poggiata sul gusto per fame,
    fornisco sapori variabili e variazioni
    dalle beffe usuali. Ma con il passare
    del tempo vengono fuori le spine non
    preventivamente scartate e di polpa
    rimane appena un granello, più
    quasi un fastidio che una perla tra il catrame.

  • 17 luglio 2012 alle ore 13:27
    Due Cento novantacinque

    Mia nonna sa di ferro, la morte ha un
    percolatore mentre mani pachidermiche
    di infermiere, zanne pallide di cotone,
    le disossano la vita. Non trovo più i
    fili, la marionetta sbanda, finite le alchimie
    di resistenza, alle ampolle asciugano le
    lingue.La sua carne è marmo più del
    marmo, preparano la cerimonia, il nuziale
    a cui sostituiranno un amante di legno.
    MIa nonna ha l'odore della terra infilata
    dalla pioggia, una sottana viola  è
    la pelle dalla nuca all'alluce. Il vento
    non tocca più la sua testa arancione
    di tinture, arancia sfitta dell'ultima
    fotosintesi. ANche io, come lei,
    mi adagerò  ma  non prima che
    da questa cava venga via un altro
    nome facendosi spazio nella folla
    dei tessuti contratti.Sta là socchiuso
    il mio sipario, lucernario aperto contro
    il muro: dentro si provano i bis di attori
    dilettanti, eterna prova generale
    senza mai prima.