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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 22 giugno 2012 alle ore 15:42
    Due Cento sessantanove

    Chi verrà da me quando ti avrò salutato?
    Forse la beccaccia spaurita e fuggitiva o
    la terrosa tortorella? Forse una crociera di
    merli a mezz'aria o una gruccia di rondini
    appena svezzate? Chi busserà alla mia porta
    con zucchero e caffè per tenermi nero il
    pomeriggio già scurato? Io non so
    stare dove non c'è un angolo che ti ricordi,
    una gobba del giorno  che ha studiato curvo
    le tue mosse ed è ora sgorbiato.
    Chi resterà ad aggiustarmi la notte?
    A prendere le misure del mio disagio,  a
    rimboccarmi il sonno rabboccato ieri l'altro
    con il tuo nome? Dal tuo corpo come imbuto
    ho filtrato la mia stagione. E se andassi io,
    mi troveresti comunque là, nell'asola dove
    si è infilata la tua ombra a chiudermi, una cerniera
    di carne di cui nessuno sa la combinazione.
    Il più talentoso fra i furfanti non scardinerà
    questa natura che ci fa tutt'uno senza mistero.

  • 22 giugno 2012 alle ore 13:17
    Due Cento sessantotto

    Una al giorno, non di più: la parola è
    dettaglio, indizio. Venitemi a prendere
    prima che uccida anche l'ultima salubre
    scintilla, è spiazzante il mio senno, uscito
    senza ritorno. Vi sto seminando la via
    di scoperte, che fate? Girate? Di qui!
    Di qui!  La pagina non è una tomba,
    è un canarino: non bevetela, interrogatela!
    Squittisce, canta, gioisce, grugnisce, gracida,
    nitrisce, è nitrato d'inchiostro,  intossicazione
    furente, pozione di mostro, due zampe di grillo,
    fiocina ed alambicco, coscienza di grillo  ormai
    muto e cecità a non finire. Ma questo è il prezzo
    di chi dice: " Ho amato", di chi giudica : " E'sbagliato!"
    Non sono sana, nè più bella di ieri che imbellettavo
    il mio corpo con lo stupido talco dell'attesa.  Amore
    è quello che scende tra i rovi degli inferi a cercare
    la rosa ed io ho questo invito: credete rinuncerò?
    Avanti! Mettetemi ai polsi le vostre faccette di
    scherno e stupore, io torno laggiù a prendermi
    il mosto. Ho sete di vita, voglio essere folle,
    ma rossa del suo richiamo .

  • 18 giugno 2012 alle ore 12:46
    Due Cento sessantasette

    Ogni volta  alle sette, la sera si arrende:
    un acino è il tramonto, una nuova Eucaristia
    il suo succo vermiglio, una vertigine l'attimo
    in cui mi riaccendo. Io apro la porta alla tua
    voce che migra da un paese senza più campanili,
    il cui  cuore dalla rossa museruola non abbaia,
    non cede, e sta funambolo un muro, Golia ferrato
    che ancora non cade.  Ogni volta alle sette,
    finiamo la scorta delle sognanti pazienze, una
    puerpera eccitata è il minuto che lo precede, ma
    il rancio è indiviso, non c'è più ombra nè odore
    nella valigia, ad una parete che non ha il mio
    cognome so di stoviglie opache imbalsamate
    nella costellazione del disuso. Intorno mi balla
    un mercato di giorni che sembrano uguali
    a ieri, ad un anno fa, o forse a due: c'è un tacito
    assenso alla mia deviazione, al diniego della
    placida rassegnazione. Dicono sanerà
    la follia che porta il tuo sangue. Ecco, mi praticano
    il loro salasso: buttano via il veleno con le mani
    giunte, non pregano, invocano solo un demonio
    di cui vedo bianche le ali, per loro
    un nascondiglio di corvo.

  • 15 giugno 2012 alle ore 13:18
    Due Cento sessantasei

    Non riesco ad invecchiare, non è magia,
    piuttosto una bestemmia.  Dovrei avere un
    nido di renne qui, al centro del capo, un fiotto
    di neve, uno sputo di bianco cemento da
    tumulare con oppurtune dosi di frigide
    catramature, dovrei già esibire un bargiglio
    che canti alle quattro il mio congedo
    dal ventennal dell'imperizia. E invece no!
    La mia infiorescenza gode di ottima
    salute, scura come quanto mi tirarono
    fuori dal becco del mondo. Avessero almeno
    saputo quanto sarebbe stata bacata la
    sorte! Magari mi avrebbero respinta
    all'interno  a cercare un'ancora, un monile
    con cui venire nuovamente alla vita, le
    spalle protette da un patrono, da uno
    sponsor e migliori agganci. La mia carne
    sta  attaccata alle ossa con un amplesso
    di acciaio, a volte la scrollo, mi chiedo se
    può avere mai senso tanta cocciuta, giovanile
    resistenza per un corpo che è come una
    fossa. In cui tutto può cadere se distratto,
    ma niente più ne esce, una volta gabbato.
    Posso essere trappola o sparizione improvvisa,
    non certo zolla, cordoglio non germoglio,
    non nutrice.  In me si sta stesi, ci si alza
    raramente: con il letto ho in comune
    la posa, solo che io duro più a lungo,
    convinta.  Io sono  il sonno a cui manca
    la spinta contraria. Così simile alla fine
    è la pausa più grassa.

  • 14 giugno 2012 alle ore 13:15
    Due Cento sessantacinque

    Ho sfrattato l'inverno dai vestiti, il maledetto
    era uscito per comprarmi ottobre e non è mai
    rientrato con il conto del tempo sprecato.
    La sua ultima valigia è nella tasca della
    giacca più lisa, tolta anche quella sarà
    un'altra stagione.  Potrò dimenticare i 
    binari e l'agrifoglio eccitato sui dolci,
    le promesse spiaggiate, lo stupido
    circo dei venti con i loro numeri storpi
     a storpiare gli alberi. Ho messo in
    strada l'inverno, dovrei esserne fiera:
    lui mi ha uccisa, non doveva farmi quello
    che io potrei fare meglio. Eppure ancora
    accarezzo una manica dal tessuto
    spaiato, aspetto che si gonfi d'autunno,
    che disdegni il frivolo alitare dello
    scirocco. Andiamo! Io non sono così!
    Non ho talento per gli abbandoni,  mi fa
    penare ma anche pena in verità ora
    l'inverno che mendica un tetto. Avvelenerei
    giugno, luglio seguirà il feretro inciampando,
    la spiga sbatterà sullo spigolo, sangue poi
    morte, insomma dilanierei agosto
    per dare nuovamente all'inverno una sedia.
    Indosserei piume di lana nel cielo
    dell'afa solo per riportarlo gelido
    e smunto qui a casa.
    Al caldo. Da me.

  • 13 giugno 2012 alle ore 17:22
    Due Cento sessantaquattro

    Quando faccio il tuo nome grida un battaglio
    che non distingue le ore: alle labbra viene il
    nodo di un fischio, stringendosi estinguono
    il debito con la penosa distanza, sfittano
    l'anfratto in cui trasloca il mio desiderio.
    Poi curvano in un' onda di carne, primo
    piede del metro che sloga la resa.
    La mia bocca è sconsacrata ad
    altre cerimonie, riapre solo per
    inarcarti, guarita la tempesta della
    dolce, voluta apnea in cui la  mia lingua
    si immerge parlando un fondale proibito,
    predato da vergine, e sbatte la pinna
    non potendo urlarti più di una volta,
    più del dovuto.

  • 13 giugno 2012 alle ore 13:40
    Due Cento sessantatre

    Sono autodidatta di periodici disastri, lunga
    coda ebbe il mio apprendistato alla scuola
    dei vinti, dei pianti. Io avviluppo con grande
    talento giorni neri a giorni più scuri, mi piace
    l'odore che fanno i malanni, la pubescenza
    rossiccia di un taglio appena sfornato,
    quando la carne divorzia dalla metà a
    cui era fusa così velocemente da non averne
    memoria, solo un panorama, una vista
    sull'argine che le somiglia. Io indago e
    condanno la gioia disponibile nei bordelli
    delle vite perfette, indico concorsi annuali
    al migliore perdente e sono io al podio
    quasi sempre puntuale, mi immortalano
    spesso in mia compagnia, la coppa di veleno
    pesante fra le braccia, una culla a rovescio,
    una tomba in festa. Sono maestra di naufragi
    o di ammaraggi.  Chi viene con me, sa quanto
    dura breve un sorriso ma ha più esperienza
    dell'ombra, che il sole non è mai una certezza,
    la minore fra le nuvole è un gigante sul
    raggio, un Caino è la pioggia
    alla  gola della stella.

  • 12 giugno 2012 alle ore 13:13
    Due Cento sessantadue

    Il cielo è in divisa, ogni stella  è una lapide alla
    caduta, una mandata al valore. Ma nessuna fra
    quelle è per me: non c'è un carro che porti il
    mio nome e Venere è una scura sutura, non una
    sola costellazione sarà il segno di mio figlio o
    delle sue mani. Ieri ho guardato il mio polso,
    è più stretto della volta che gioiva fra le tue dita,
    è un utero che spinge all'indietro, la felicità
    è pigra e podalica, una strada in dissesto,
    un cantiere di orrori rimandati.  La vena è
    avvizzita, tutto il sangue che voglio non
    mi darà più cuore del giorno in cui scoprivo
    i tuoi occhi. Ogni mio osso si aggrava,
    resiste in equilibrio la bianca, cieca architettura,
    come una stella sopporta il suo turno, non diserta,
    ma neanche fa più miracoli.

  • 11 giugno 2012 alle ore 15:35
    Due Cento sessantuno

    L'ora  più triste ha il muso del pomeriggio, una zampa
    di rosso gratta la sporta predata del giorno.
    Per la solitudine un tumore che mesce è  la sera ed avanza
    l'ombra, la grigia lucertola zampilla sfatta di sole
    dalla bocca dei muri. E' quella l'ora in cui non so
    come chiamarti, se destino o condanna, se forca
    o melograno, bilancia o braciere.  Qualunque cosa
    mi conduca al tuo fardello, fa bene le tue mosse,
    ti ha spiato anzitempo e mi fa  pronta all 'aggancio.
    Una faretra avida è la tua lingua che sfila
    l'assaggio e dice amaro il pensiero di
    una nuova distanza.  A piccoli morsi ho
    dilaniato l'integrità, non ho pietà per me nè
    per i tuoi piedi,  per quanto ancora grideranno
    credendo di rivoltarmi, di disossarmi dalla fossa.
    Io vado zigzagando la mia specie folle ed imbratto
    il mondo del germinare adunco, acerbo, il forsennato
    embrione  senza natale, verrà alla luce per dire
    meglio il buio, la sposa è lutto, un solo vagito
    è nero, già gravido dello spirare.

  • 11 giugno 2012 alle ore 13:24
    Due Cento sessanta

    Ora mi vogliono ed io, capricciosa, sputo
    il mio no ad incredibile distanza, un nodo
    umettato, corvo nello stagno, il becco lo punge,
    l'ala lo stonda.  Che mira, guardatemi! Ho sparato
    al mio promesso! Merito stellette e cicche ancora
    mestruanti sulle nocche, così mi caveranno il nome
    e l'assassino. Chi si abitua senza cielo non vuole
    che una tomba sugli occhi. Una voce mi rincorre,
    salta la corda, saltato il fosso: " Sciocca! Che hai fatto?
    La tua occasione ha posa di falena, d'immortale solo
    il senso, tutto il resto è peccato, dannato, sbagliato!"
    Sono cieca, non ho anelli ma catene, la cura è
    bisbetica e malata, al letto preferisco la fionda,
    al grembo condito una brocca.  Ora mi vogliono
    ma io non rispondo al richiamo, la caccia  è
    aperta, sono sulla bocca di flutti, sul seno dei
    tronchi, dai nidi mi fanno un gesto, mimano
    in apnea il mio annegamento. " Più avanti!
    Più avanti! La felicità sta scappando! Sei lenta,
    sii lesta! Non femarti a raccogliere il passato,
    non serve più a niente!" I frutti scrollano le
    bucce.  " Sciocca!" Ripetono " A vevi solo un'occasione
    di lanciare il tuo bouquet e l'hai sporcata, non una sola
    veste, nascondendoti, ti risparmierà la vedovanza".

  • 10 giugno 2012 alle ore 13:20
    Due Cento cinquantanove

    Non sono salvabile, smetti di pigiarmi sul cuore:
    il mosto è arreso, raggrumato il tranello da qualche
    parte là sotto. Non vedi? Sanguino nuovamente, sono
    puntuale al mio martirio, recisa nel luogo giusto, ad
    un albero appesi i miei polsi, la vela staccata come
    una retina anziana, offro da bere a profusione la
    mia siccità. Uno stoppino! Ecco cosa dovrai
    regalarmi! Che orchestri una pira ed uccida
    la donna mostruosa che è in me, dalla coda
    di aliante e dalla barba di muschio. Nessuna
    trasfusione per la mia mancanza: aria e più
    aria si aduna nelle mie vene, non devo nutrire
    che il mio disimpegno, la sciatta resistanza
    a questa rotta bacata, una mela intarsiata dalla
    folle maestria del verme che, trovato il torsolo,
    pensa alla prua e ricomincia la danza.

  • 09 giugno 2012 alle ore 14:35
    Due Cento cinquantotto

    A che serve questo rauco sonaglio
    al piano terra del cuore? Gli strapparono
    l'ugola, infibularono la voce. Calma piatta,
    al mio mare non vengono alture, nessun vagito
    modifica l'onda, piuttosto ramarri dovrebbero
    essere attorcigliarsi  al mio senso come grumi
    di vecchi aborti. Nessuno si scandalizzi!
    A che serve uno spazio che non ha angoli
    sazi, in cui il vuoto è tutto l'ordine? Nel mio liquido
    nuotano tanti no ed il nodo è di casa, il battesimo
    una bestemmia.  Dovrebbero incidermi da parte
    a parte, lasciar filtrare via da questo imbuto
    l'occasione di un contenuto. A che servono
    tante possibilità senza un indizio?
    Cercatemi bene dentro la fune, deve esserci
    un cappio, la botola, un fiume, qualcosa dove
    si allenta più facilmente la vita e viene la
    notte a dire il suo nome. Tanto di niente si
    cuce il mio ventre, lui solo si specchia e vede
    riflesso lo stesso deserto: niente germoglia
    dove niente è  semenza.  La stagione più
    vicina è sempre uguale dove sole
    e  pioggia sono gemelli.

  • 09 giugno 2012 alle ore 13:44
    Due Cento cinquantasette

    Lui me l'hanno presentato i giganti, le nere
    locuste dalla fame infinita. Hanno portato in
    sciame il suo odore alla mia tana, dal baccello
    squittiva impaziente un verso di sorte: " Prendilo! E' tuo!"
    Dicevano " Prendilo! Non è furto il regalo venuto dalle
    stelle!" Lui ha nome e provenienza, una schiatta di
    svenevoli sciacalle arrese allo sguardo cenerino,
    ma questo non mi allontanerà dal suo indirizzo.
    Me lo hanno presentato come raro: adesso allungo
    la mano e ne forzo la porta. Là, proprio là sta il
    marchio del mio possesso. Indietro! State indietro!
    Nessuno lo tocchi, neanche la morte, se prima
    non le dico: " Avanti! Ti è  concesso!"

  • 08 giugno 2012 alle ore 15:20
    Due Cento cinquantasei

    Portami via di sera: il giorno non sa
    tenere il segreto, una pettegola non conosce
    silenzio. Non urtare niente, che niente, sfiorato,
    dica dolore, la notte prenderà fuoco con la
    luna appiccata al cammino. Io credo che muoia
    più gente di giorno, certo è un mio parere se
    sulle terrazze le lenzuola sono stese a dire le
    trame del sole. La sera, invece, ha il passo
    di chi ha già finito da tempo la cena o la vita,
    il tintinnio senza battaglio della forchetta
    appoggiata al piatto, la portata è spenta,
    vuota la voce della donna che traghetta
    la fame delle sedie alla cucina. Si, vieni
    di sera, con il rosso delle suole affacciate
    sui campi. Prendimi la mano trovandola
    in mezzo alla folla, fai una falla con il tuo
    abbraccio: annegheranno di stupore i
    saccenti , volteranno lo sguardo sentendo
    incredibile il furto,  ci vedranno scorrere via,
    recisa la vena che sembrava più turgida al tatto.
    Adesso possiamo sanguinare felici: non troveranno
    mai il coagulante corrispondente, un tempone,
    ma forse si, un tafano. Che ronzi.
    Che ronzi. Con la nostra benedizione.

  • 08 giugno 2012 alle ore 13:31
    Due Cento cinquantacinque

    E' puntuale il mio amore, diranno che ha
    fiuto per il feretro, la veglia, la stiva. 
    Alla mia carne, a dosi alterne, inietta
    il morso di una cagnetta che abbaia
    con il suo stomaco, mi adorna la gola
    con il piumaggio di una fenice che farà
    il mio malanno più breve. Lui conosce la
    posologia del rimedio, quanti scanni e candele
    fanno il miracolo. E'  puntuale il mio amore, lui
    odia il rumore, la voce che s'alza: non bussa,
    solo lui entra, non chiede permesso chi ha
    le chiavi e l'ingresso. La ghiandaia ha già
    intatto il nido, le rondini, suonato il tramonto,
    ripassano il volo. Ecco, adesso credo mi tocchi,
    adesso lui viene a farmi nuova, mi trova un piede
    dritto, un nome, una casa. Io gli terrò in caldo il cuore, che
    mangi e si sazi, non resti niente di più nel piatto che un osso,
    la bianca reliquia non parlerà la mia consunzione.

  • 07 giugno 2012 alle ore 14:27
    Due Cento cinquantaquattro

    Che se un giorno maledetto, verrai via da me, e
    non con estrazione di spina, ma con furia di strappo,
    voglio che resti  vistosa lungo la mia schiena la cucitura
    malconcia, la porta della tua impazienza, non mi scuserò
    con toppe o rammendi, ogni mio strato di pelle sarà
    ragguaglio del tuo scenario. Voglio che chiunque,
    incontrandomi, sappia la durata del mare, la foggia
    dei graffi,il foro d'ingresso e d'uscita dove hai tenuto
    il discorso al mio cuore, un sordo accecato dai rumori.
    Non forzerò smorfie o pieghe per fingermi sana, della
    misura esatta, voglio pulsare del vuoto, mostrare
    la cava da cui sei uscito, farne una grotta dal groppo
    in gola. Dire alle vite che incrocerò che questa è la
    fune da cui scivolano presto i codardi quando la
    felicità gli propone un'ultima cordata e loro,
    annusando invano la salvezza altrove,
    trasformano in cappio la fuga.

  • 06 giugno 2012 alle ore 15:13
    Due Cento cinquantatre

    Un bel busto intorno al mio cuore: ecco la chiave,
    la cura!  Corretta la postura che compiace la
    massa, la matassa soffriva di un osso sporgente,
    un nano nella cruna apparentemente lisciata,
    non piace il gibboso ardire del muscolo rosso.
    Volevano vendermi il difetto ad un collare,
    il prezzo era sano, ma non bastava a ferrare
    le gambe, a steccare il dissenso, i piedi
    facevano sempre la spola fra una carne
    e la sua colpa. Allora ecco la gabbia che
    vira la tendenza errata! La scuola per la
    scoliosi di senno! Il mio cuore camminerà
    meglio, batterà in tempo fra giorni, fra mesi,
    messa la museruola al bastardo, il bavaglio
    al ghiottone.
    Che abbia il mio nome domani il brevetto?

  • 06 giugno 2012 alle ore 13:07
    Due Cento cinquantadue

    Questo è il momento: la nostra terra non
    vuole nome, ma un sesso, e culle e granaio,
    e gerbere o foschie, purchè la tua mano sia
    di mia pertinenza nelle notti che ci peseranno
    con gru di rughe e righe sul sonno.
    Io e te prigionieri di un ghetto di ore oche, quelle
    in cui vorrai il sole sfrattato ed il sale nel piatto.
    Noi siamo un patto venduto a buon prezzo,
    la rosa e la spiga, la pigiatura dal tino scosceso.
    O amore che non sai come ci venne cucendo una
    sera il destino, infittisci la trama, questo è il momento
    del nostro svolgerci piano al compito che ci assegnarono,
    senti la puntura della mostrina che comparirà
    a missione compiuta: se avrà la mia pioggia,
    sarà talco il tuo seme.

  • 05 giugno 2012 alle ore 14:39
    Due Cento cinquantuno

    Io sono di quelle che non sanno stelle,  che fanno tardi
    alla folla e presto alla solitudine, aria ai buchi, cancello
    al mare. Ma tu mi vuoi forse per questo,  per come mi cucio
    cruda alla tua vita,cintura e lucchetto,  impunture impunite,
    non c'è legge che tuteli la preda, sono barella e frattura, flebo di flebile sostanza,
    inferma ed infermiera. O forse mi vuoi perchè sono caduta
    già stesa ed alzata fra i giganti. Io so perchè ti voglio:
    perchè se ho falle è per permetterti
    ingresso e sutura, di imbucarti al mio respiro,
    festeggeremo intatti.  Altro non ho che la
    ferita a cui corrisponde, gemella, la taglia
    con cui catturarti: io sono l'indirizzo del
    vaglia con cui pagare il passato, un lasciapassare
    di carne, il passaporto di nuove fermate.
    Un sentimento a premi.

  • 04 giugno 2012 alle ore 13:02
    Due Cento cinquanta

    La nostra congiuntura ha il trotto di un cocchio
    che giubila in processione, il cuore è un bel
    martire dai riccioli fermi, dorato di spine. Noi siamo
    la più nuova congiura all'infelicità, ai dinieghi, alla polpa
    scarnificata dei sorrisi mai restituiti.Una biga che ha
    attraversato arene ed arnie di vociaccie che non ci
    volevano insieme, operai e comandanti, nostromi
    e timonieri.Chi sa il nostro indirizzo, sospetta anche
    la nostra comunione: io che vengo al tuo altare  con
    l'imperizia del bianco che borda il tuorlo del si
    che ci concederemo. Ho infranto l'albume  che raggruma
    nel letto prima del sole: io voglio la notte se schizza in piedi
    al tuo nome, un fiero soldatino con il tuo odore,
    polluzione del pomeriggio già grande.

  • 03 giugno 2012 alle ore 13:02
    Due Cento quarantanove

    Mai stata amata così: non ho angoli
    fra il bacino e la bocca  senza il tuo
    schieramento, e non sanno più le
    ossa frinire il loro lavoro se , sfregando
    le giunture,  non profumano del tuo
    comando.Dei giorni io calpesto la
    coda di proposito  aspettando mi mordano
    e mi sveglino al tuo abbraccio o mi incrocino
    le mani alla sincope delle date che non
    ti ospitano.Mai stata amata così, con l'abrasione
    scritta sul volto di essere stata scelta, con o senza
    scarpetta calzante al mio passo, per un bacio
    che alla notte ruba lo scettro, alle stelle il  destino,
    alla luna l'ingessatura che ne salda sul mondo
    l'eterna, pallida fattura.

  • 01 giugno 2012 alle ore 12:55
    Due Cento quarantotto

    Mi fanno male le mani da quanto ti dico: le dita
    sono gabbiani che cercano fama sulla pagina,
    uno scoglio senza altezza aperto alla tua corrente.
    Sono balaustre da cui mi affaccio a chiamarti,
    rododendri dalla foglia acuminata per solleticarti
    alla mia direzione, insonne sgambetto.
    E sono fascine di notti spente d'amore,  per questo
    adesso somigliano, bianche, a due bugie  che trafficano
    in piccoli tafferugli di parole e sulle falangi, in mimetica
    di carne calda, prima o poi vedrò spuntare il moccolo
    della tua accensione. Perchè tu di tutto questo sei
    la fiamma e l'intima azione: una lamella, l'anima
    rossa del mio incasso.

  • 31 maggio 2012 alle ore 15:27
    Due Cento quarantasette

    Di tutto chiediti sempre la morte, che foggia avrà
    e quale manto, o quale verga.  Come verrà,
    se composta o fulminea, se roca o vermiglia.
    Quale mano vorrà stringere per prima e la gamba
    a cui toglierà il sentiero, la tratta.
    Spesso mangerai dei frutti la polpa senza saperne
    la buccia commestibile al pari, rimarrai interdetto
    della varietà dei pistilli, dei noccioli, del montacarichi
    buio dei rami da cui si affacciano leccornie dai nomi
    compositi. Di tutto, però, chiediti sempre la morte, quanto
    durano brevi le stagioni e come si alternano passandosi
    eleganti testimoni di pioggia, fedi di afa, se firmeranno
    per dirsi concluse o appena svezzate. Non pentirti mai
    di sentire il bisogno degli occhi che conosci durante
    l'ultima cena con il mondo: si, proprio allora, quando
    la luce è un sipario calante, una gobba di luna
    rovesciata per dispetto.

  • 31 maggio 2012 alle ore 14:25
    30 Maggio

    Come faccio a non dire che il mio amore  è qui e sa
    di macerie, di gomiti al macero quando mi sorride con gli occhi
    di chi apre un regalo,  roda lo slittino, infila le ali di carta per
    la recita di natale, riceve una biglia ed un giorno di mare.
    Come faccio a tacere la sua infanzia perenne, lo stupore
    della sua gioia che macchia  di pochezza ogni mio gesto,
    perchè io sono notte se confrontata al suo sorriso.
    Come posso nascondere il mio amore di nord con
    stuoie di afa se pungono le sue stelle come se mi
    bussassero a dire di non aspettare che mi chiamino
    mamma per allestire una culla.

  • 28 maggio 2012 alle ore 15:40
    Due Cento quarantasei

    Io suggo amore da letti sdruciti, da giorni disidratati di senso, di pena, di alterco. Sono paladina e bandiera delle anemie d'istinto . La mia sete non conosce domeniche, divieti di sosta, postille, clausura: rantolo per questa mia insonnia di sazieta' e alle porte della tua cecità mendico vigile. La mia questua non sposa la compassione: e' una livida verginella, comodo espediente al ventre acerbo.