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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 05 gennaio 2012 alle ore 13:43
    Tredici

    Si muore anche così, respirando,
    restando svegli, la carne ancora calda
    ed il letto senza sudore di fiori.
    Si muore nella parola che ha un aspide nella punta.
    Si muore male se la morte si veste da sposa.

  • 05 gennaio 2012 alle ore 13:42
    Italia

    Mi piaceva la tua edera stesa
    come un rosario dal soggiorno alla cucina,
    mi piaceva il tuo giardino sbocciato fra
    le sedie ed il tavolo, con il soffitto al posto del cielo.
    E quando mi guardavi , facevi lunghe passeggiate
    e i  tuoi occhi erano le gambe che ti avevano dimenticata.

  • 05 gennaio 2012 alle ore 13:41
    Dodici

    Amore, folle e perfetto, tu hai visto
    il mio nido e lo hai detto leggero,
    arrendevole al vento che porta via
    le covate acerbe senza neanche tossire.
    Allora hai appoggiato al bordo la tua ala
    spiumata appena dalla rasura degli inverni.
    Più niente sbeccherà la culla che il tuo
    abbraccio ha fatto intatta e già gonfia
    di succo sul ramo.

  • 05 gennaio 2012 alle ore 13:40
    Per te

    Io sono niente quando sei tu a scrivere:
    vorrei spiarti nascosta da una spalla per
    carpire come ingravidi le parole  del feto
    che ferma il respiro. Vorrei rubare alle tue
    dita la trina che veste la pagina di qualcosa
    che io non saprò mai cucire.

  • 05 gennaio 2012 alle ore 13:37
    Undici

    Ho visto l'ora dei gabbiani gridare
    una curva nel cielo, una mezzaluna bianca
    alla tavola del giorno. Ho visto le reti
    tornare a casa trascinate dalle mani
    come da un pettine: in mezzo pochi nodi,
    nei sulla neve. Una sola, impigliandosi,
    si è scoperta vecchia per il mare.

  • 05 gennaio 2012 alle ore 13:35
    Dieci

    La più grande bugia è quella delle tue spalle
    così concentrate a gettare via l'impugnatura
    della felicità, a schivarne il tondo fendente.
    Per quanto vivrò se tutto ciò che vuoi darmi
    è promessa di dolore? E' come se non potessi
    mai abbracciarti, se non toccandoti fermo,
    finito: siamo  una frase che si finge vergine
    ed è già macchiata del punto.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 12:34
    Nove

    Poi verrà un'altra estate di tacchi sulla pelle della piazza,
    di piccioni cresciuti come nei  da guarire con un colpo di voce,
    o alzando la mano. E io vorrei già sapere se sarai tu
    ad indicarmi la pazienza della riva quando aspetta ancora il mare,
    se sarà il tuo piede svestito ad insegnarmi come si ama la terra:
    toccandola senza lasciarle segni.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 12:32
    Otto

    Siamo come lettere che annodandosi danno luce  una parola,
    e poi una sillaba sterile se  sganciano le nostre mani
    dalla pagina dove ci aspettiamo ogni giorno, tu già svestito,
    io non ancora. Non voglio più un cuore balbuziente
    ora che so dirti.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 12:31
    Sette

    A volte ho paura di accarezzarti controvento,
    di aizzarti le ossa come spine.
    A volte ho paura che il mio cuore non sia
    abbastanza carne da saziarti.
    Allora vorrei sminuzzarlo in bocconi più piccoli
    e  rassicurarti che qualsiasi foggia avrà l'inverno,
    la tua bocca non si aprirà mai  invano.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 12:30
    Sei

    Ci troveremo quando le luci avranno già spento gli occhi.
    Sarà un giorno di gabbiani, di neve annodata bene
    al collo dei monti. Sogneremo il giallo pizzico
    di Marzo uscire come un coniglio dai coriandoli
    di Febbraio. Ci racconteremo che l'amore non
    è mai puntuale, che dietro ogni stagione 
    c'è sempre un cuore che origlia.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 12:28
    Cinque

    Nei tuoi occhi vedrò il naso degli Appennini, il midollo
    di sentieri mai curvi. Vedrò come riposa il maggese asciutto
    e ancora vergine dopo una notte di semenza, vedrò
    la forma dei venti che il Sud non ha ancora impalmato.
    Vorrei mi sposassi quando confonderemo la nostra pelle
    come una lingua di fiume nella bocca del mare.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 12:25
    Quattro

    Oggi il cielo è una giostrina rugginosa:
    quattro nuvole scure galoppano senza voglia
    oltre le montagne. Non ho ancora imparato a difendermi,
    continuo ad aprire bene il cuore pur sapendo
    che lo richiuderò con dentro una spina.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 12:24
    Tre

    Questa era la promessa delle parole: venire copiose
    come una nera prurigine a sbendare la mia stagione
    di tristezza. Ora che non ne trovo di sane e faccio fatica
    ad allettarle alla pagina,  so che stanno in piedi
    dietro una porta  a dirmi finalmente felice.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 12:22
    Due

    Non potevo sapere che il mio amore
    avrebbe avuto quattro lettere, come quattro chiodi,
    ognuno a reggere un arto di  ciò che sono stata.
    Quattro come il nido, come il nodo:
    solo quattro fanno una casa.

  • 02 gennaio 2012 alle ore 12:21
    Uno

    La mia penna non sa più frinire
    ed il miele che sbocciava denso
    sulla sua testa eccitato da nuove parole,
    adesso sedimenta come un peccato nel vino.
    Non sbava più versi: sta chiusa asciutta
    tra le dita e come un pistillo ancora vergine
    tra le gambe della corolla,
    aspetta tremando la prima notte.

  • 23 dicembre 2011 alle ore 13:27
    Venerdì

    Ho una falla nel cuore: all'onda
    è facile riempirmi.
    Sono nata nell'incerta, gelida pastura
    di Febbraio: l'inverno mi guarda da esule
    e la primavera non conosce il mio nome.
    Non esiste stagione che mi somigli

  • 23 dicembre 2011 alle ore 13:26
    Il tempo

    Sono bella da quando sei tornato:
    avevo già messo a letto la carne,
    lei si era tirata su le coperte
    per paura di guardare il mondo.
    Io sono bella al tuo cuore della
    stessa bellezza che hanno i teneri
    piumaggi alla fine dei venti,
    quando scalpitano per  provare il cielo
    e non sanno rimpiangeranno il
    feto di ala che li risparmiava alla vita.

  • 21 dicembre 2011 alle ore 12:35
    Tre, forse quattro

    Tu sai quanto la mia carne ha chiuso
    gli occhi dal fiorire, tu vedi culle alle mie
    braccia come nidi alla foce dei rami.
    Per questo ti amo, perchè mi vuoi radice,
    perchè sai che è stagione di pampini
    alla bocca dei tralci.

  • 20 dicembre 2011 alle ore 13:15
    Muta

    Se odio le parole? Certo che le odio:
    le vedo venire fuori come formiche da un buco affamato.
    So che mi daranno il tuo respiro, la curva delle tue paure,
    anche la forma maliarda del cuore, ma  non sapranno
    afferrare la tua pelle, spose incoscienti che rubano il nero alle vedove.
    Vorrei soltanto ucciderle, portarle alla pagina come ad un promontorio, 
    sgozzarle, finirle, assieparle senza concedergli desideri.
    E non voglio angeli a fermare la mia mano quando
    farà mattanza di se stessa,  della sua folle progenie
    di versi che mi danno un solo cane di speranza
    e pascoli prolifici di dolore.

  • 20 dicembre 2011 alle ore 12:26
    La sera di Sissi

    A volte sei tumido, un cielo al battesimo
    del temporale: due gote grigie
    tengono il pianto all'altare chiamando
    Eucaristie di lampi rosse come vino sbocciato
    dal bicchiere.  E se voglio capire quando verrà
    giù la tua carne ,tu fingi stia rasserenando a nord.
    Ma poi è solo una stella esplosa, il bagliore di
    qualcosa che cade e si arrende. Tu mi dici:
    " Guada, sorrido" Ed io so che è un taglio da cui
    tenti la felicità, una smorfia che per me vesti da pagliaccio.

  • 19 dicembre 2011 alle ore 12:27
    Novembre, il quattro

    Ricordo una sfera rossa impiccata nel corridoio a Natale,
    una pancia bianca di luce che squarciava la credenza,
    poi un filo a chiudere la porta come una bocca  a non dire i tuoi anni.
    Ricordo la panca sempre vuota, lo spazio ed il buio,  e che ero curiosa,
    annotavo i respiri, disegnavo male e dipingevo parole.
    Allora dimmi: sto amando come volevi?
    Allora dimmi: è lui la mia barca?
    Perchè  quando arriva lo scirocco ho paura
    e la vela si impiglia, perchè vorrei aspettare ma
    ho fame di onde e sono sazia di riva.

  • 19 dicembre 2011 alle ore 9:24
    Voglio te

    Oggi ti amo di più ma mai ti ho amato di meno.
    Tu sei nelle mie cose da sempre, le abitavi
    discreto per affacciarti dalla loro bocca una sera di Novembre.
    Forse eri nel cavallo a dondolo delle domeniche di salotto e nonni,
    di rughe e gatti. O forse nella pancia del mio primo inverno.
    Oggi ti amo di più e  vorrei non essere di ceppi antichi, di vecchie
    mostrine appuntate all'anima per dirmi in fila.
    Io mi vorrei levigata e senza nodi
    perchè alle tue mani non venga mai il mio passato.

  • 18 dicembre 2011 alle ore 14:04
    Ad Elizabeth

    Adesso vorrei capire quanto è grande il mio cuore
    per tenerti nascosta a galleggiare informe e senza
    capelli come fossi un quarto di luna appiccato al cielo
    a fare la sera. Io ti sento che scalci, che vorresti venire
    a guardare il soffitto e a chiamarmi mamma, e allora ti
    sussurro di fare in silenzio perchè non ho ancora pronti
    i vestiti se alle tue gambine il freddo sarà un cane.
    Perchè non c'è un orso a vegliarti i pensieri.
    Però so che ti vogliono le stelle ed il mare
    e tu le fisserai come sonagli senza voce
    mentre ti addormenti e da un angolo mi sogni.

  • 18 dicembre 2011 alle ore 12:45
    Chi sarò

    Vorrei essere intera, anche dopo le tue braccia.
    Non dover confessare la pelle senza dirle penitenza.
    Quel giorno io sarò la tua casa, la porta una bocca
    che assaggia più vento della mia . Forse dimenticherò
    la forma bizzosa del mare, il massaggio della pioggia
    sui pini e questa familiare baruffa di cielo che
    inanella le rocce come spose già vecchie.
    Io non sarò che una finestra aperta per sempre
    quando ti scosterai da me.

  • 18 dicembre 2011 alle ore 12:19
    Al mio poetare

    Amo la trina delle tue parole scalze
    come se avessero fretta di sentire la terra.
    Amo il mestiere della tua mano
    incatenata al verso ed è così che ti sogno tutti i giorni:
    seduto nei pensieri a vestire umili lettere
    la cui corona sbuca puntuta dai cenci