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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 10 novembre 2011 alle ore 14:13
    Canadian poet

    Il suo nome, che apre la bocca con una cicatrice di luna e chiude in uncino,
    che mi attira verso il cielo mentre mi arpiona, che mi accarezza con un bacio buio
    e lacera con la fame di una cesoia.
    Il suo nome è una preghiera senza l'ultimo grano,
    ha una chiesa al centro e l'inferno ai lati.
    E' una cianciola con l'argano arricciato in poppa,
    una ghirlanda con un rostro di spine.
    Il suo nome chiama la mia pelle: pronunciarlo è avermi.

  • 09 novembre 2011 alle ore 13:59
    La notte più lunga

    Ho bisogno di amarti: aprimi.
    Busso alla tua pelle da tutta una notte.
    Ho bisogno di amarti come la prima corsa in bicicletta,
    quando le ginocchia piagano improvvisamente sull'asfalto
    e la polvere deflora la ferita ancora giovane.
    Come la strada in cui sono nata: tra i marciapiedi
    ed il rantolo bianco delle lenzuola, è sceso il mio guaito al mondo.
    Di amarti come il primo giorno di scuola,
    con le nocche gelide puntate contro la vita ed il cuore in panne.
    Come il bacio che ha insegnato tutti gli altri,
    quando le labbra si abbracciano nel desiderio di essere violate.
    Ho bisogno di amarti come fosse la prima volta che amo.
    Così, senza chiedermi se esista altro.

  • 09 novembre 2011 alle ore 9:00
    Cadre of poets

    Parole, mondatemi dal suo inganno.
    Venite alla pagina come ad una veglia:
    troverete il mio cuore cerato dalla fine.
    Parole, tenetevi in un abbraccio nero
    contro la falla che mi guida a morte,
    coagulate alla mia bocca lo spasmo
    dell'abbandono in un'ultima smorfia.
    Accorrete a vedere come spira l'amore
    che non poteva appartenermi, se non in un solco d'inchiostro,
    che non era stato fatto per me se non per squarciarmi
    il petto con un verso appuntito.

  • 08 novembre 2011 alle ore 12:56
    British Columbia

    Portami via dalla piazza schizzata di vite lente,
    dalle nubi picconate di pioggia,
    dalle lingue di luci che fanno le casi comari
    sempre sveglie a spiarci il sonno come i gatti,
    a portare prede agli zerbini.
    Portami via dalla gualdrappa dei limoneti,
    dalla barba rada dei giardini ad Ottobre.
    Mettimi nel tuo palmo, accucciami tra le tue ali,
    ammutolisci il mio respiro perchè parli nel tuo.
    Cuci una promessa sulla mia carne, una croce.
    Incidimi con un urlo che taccia a chi appartengo.

  • 08 novembre 2011 alle ore 9:09
    Turno di notte

    Ho il cuore a nord ma tutta la mia pelle
    è punita al telaio sudato del sud,
    inginocchiata sugli scogli a scontarne il sale.
    Ho i piedi legati ai fiotti torniti dallo scirocco,
    i polsi guastati dal crocevia dei vigneti,
    la bocca ammansita dal dialetto giallo dei pampini.
    Ho il cuore a nord ma la carne mi zavorra alle Chiese
    seminate come orzo, alla rugginosa sboccatura delle edere.
    Sono perennemente violata dallo spasmo  che mi costringe,
    gravida del tuo buio, ad un letto di tepori insolenti.

  • 07 novembre 2011 alle ore 13:55
    Selah

    Amore, dannato amore che arrendi l'arma
    che ti fece invitto, maledetta placida
    bonaccia che mi devasta, amore che soffoca
    aprendo le labbra, amore, freddo dardo arrotondato
    imbastardito randagio a barattare guaiti con pane.
    Amore che mi vedi nella mia assenza,
    che mi punti distraendo la mira:
    ruba ciò che è già tuo.
    Troverai il mio cuore come la purpurea posa accoccolata nel vino.

  • 07 novembre 2011 alle ore 8:59
    Mio amato

    Il mio amore  è miele partorito da un artiglio,
    la rosa venduta ai mercati irti di gramigne,
     un pistillo fecondato da serpi.
    Il mio amore è il mandorlo ombroso
    nella morsa dei muri arroventati,
    l'ala costretta dall'osceno moncherino.
    Sbuccerò il suo male fino alla polpa,
    dalla catramosa virata del corvo verrà al cielo un battito di cigno.

  • 06 novembre 2011 alle ore 14:54
    Del mio amore

    Vengo dai merletti di terrazze sul mare, dove il vento tosa le gonne ai tigli e i vicoli hanno denti di salmastro. Non parlo la tua pelle: io balbetto la mia trina di goffi accenti soleggiati, sillabo l'aspra bordatura che veste le mie stanze. Non so se mai rammenderò la bocca che ci lacera, ma ti scucirò il dolore come fosse un nodo che rabbuia.

  • 06 novembre 2011 alle ore 14:54
    Del mio amore

    Vengo dai merletti di terrazze sul mare, dove il vento tosa le gonne ai tigli e i vicoli hanno denti di salmastro. Non parlo la tua pelle: io balbetto la mia trina di goffi accenti soleggiati, sillabo l'aspra bordatura che veste le mie stanze. Non so se mai rammenderò la bocca che ci lacera, ma ti scucirò il dolore come fosse un nodo che rabbuia.

  • 06 novembre 2011 alle ore 11:10
    Vancouver

    Notte sii gentile alle molli porte dei suoi occhi.
    Mentre il giorno mi ingravida puntuale del suo feto,
    guida il mio nome al suo cuore, come buia vibrissa.
    Il tempo è un plettro affilato a spezzare  le ossa
    su cui si inginocchiarono stagioni di nidi.
    Notte, sussurragli l'amore che piego sul foglio,
    povero muto che, potendosi alzare, squarcerebbe il mondo.

  • 05 novembre 2011 alle ore 15:36
    Cristoforo

    Sei un umido schiaffo di libeccio
    ai litorali assopiti, quando i fasciami dondolano
    imbizzarriti ed addormentano il coraggio ai pescatori.
    Quando i porti si arrendono alla bava delle mareggiate
    e le vele ammainano con la flaccida ritrosia delle lumache.
    DI te amo la rapinosa incostanza, la tumescente  obbedienza delle nubi
    annidate a dirti si, la rabbiosa serrata del sereno.
    Quanto è stupida la brezza che non sa uccidermi.

  • 05 novembre 2011 alle ore 14:21
    Resti

    Di te ho solo il mio verseggiare insano,
    come un rantolio di siepi violate dalla pioggia.
    Di te ho le mie parole, cuspidi di lenzuola insonni
    tra cui cerco invano la tua bocca.
    Ma restano le dita con cui bacio scarafaggi d'inchiostro,
    inciampi del silenzio annodati alla pagina
    dove pascola indifeso il gregge delle lettere
    quando il tuo cuore attacca.

  • 05 novembre 2011 alle ore 14:19
    Foglia

    Se tu mi amassi per come si sbeccano
    le maioliche, lucide unghie sulle dita delle cupole
    a raschiare il cielo, per come il sole impala
    i gerani in carcere sulle terrazze, per il nitrito
    delle tegole sotto l'ombra felpata dei gatti,
    per i bombi in pellegrinaggio verso l'estate.
    Se tu mi amassi per l'insano girotondo dei monti,
    per le pensili, rosse voci di settembre.
    Se tu mi amassi, rincorrerei il tuo nord
    ed il naso appuntito degli aceri.
    Darei indietro il tepore del mio sangue per somigliarti

  • 04 novembre 2011 alle ore 15:14
    Sessantatre

    Ti vorrei qui quando un baco di tempesta
    insaliva il cielo di serici lampi
    e sulla battigia fortificata dall'imbrunire
    vanno muovendosi grigi cicalii di onde.
    Vorrei indicarti la strada più breve al dedalo dei limoneti,
    dove i gradini spezzano le vertebre alle montagne
    e vecchie giunture di paese.
    Io vorrei che il mio mare ti lambisse il sonno,
    che un liquido tepore di sud  ti arrivasse ai calcagni
    ad insegnare come restare in punta di piedi
    e non svegliare la mia Costa.

  • 04 novembre 2011 alle ore 12:19
    Dieci Giugno

    Ho fame della tua ombra,
    della cuccia testarda che dondola il gheriglio
    e non della molle, dolcissima suzione
    che ne viene al bordo in  maturità,
    come la vita alla gola dell'utero urlante.
    Io voglio di te tutto il male,
    berti fino alla sua fine:
    dicono si mondi così la ferita guasta.

  • 04 novembre 2011 alle ore 11:51
    Insana

    Sto come le livide vinacce  nella fossa comune dei tini:
    mi ebbe il rubicondo amplesso dei mosti,
    brilla zanzara a suggere l'ultima carne.
    Ora resto sotto la raspa dei venti a consumarmi,
    bolo tumefatto alla tua fame.
    Eppure ancora spremo per te dal cuore una mollica,
    come fosse sangue cavato da una carcassa.

  • 03 novembre 2011 alle ore 12:26
    Ispirazione

    Quando scrivo muoio.
    Mi piace vedervi in fila alle ciarlatane esequie del silenzio,
    scambiarvi di posto dietro il feretro della parola scritta,
    sussurrare una prece alle lettere.
    Poi mi tumulate nel pozzo dove riposano
    le cento moine del destino, i ferri ingobbiti del passato e bobine di amarezze.
    Ogni tanto accenderete il grano di un rosario con la voce
     a domandarvi perchè anche l'amore  più vero pretenda sepoltura.

  • 03 novembre 2011 alle ore 11:03
    Fine trasmissione

    Recidimi: non lasciare alla terra
    la bordura della mia pena infetta.
    Decapita la mia radice, improba regina
    dell'amore marcescente.
    Recidimi quando al tronco
    sarà distratta la mano del vento,
    quando alle foglie solleticheranno le vene
    i rossi pizzicori d'autunno.
    Questo dolore sfebbrerà veloce lungo la schiena.
    Lava dalla semina il germoglio che ammala.
    E fai come fosse la zolla una giumenta
    paziente alla nuova monta.

  • 02 novembre 2011 alle ore 14:56
    Noi

    La verità è che siamo figli della stessa maledizione:
    il verso steso fra i vivi come Lazzaro
     a spiare la forma dell'aldilà.

  • 02 novembre 2011 alle ore 14:22
    Sconosciuto

    So della tua voce quanto origlia la pagina al silenzio,
    pallida suggeritrice dalla buca fonda.
    So che affacci le lettere ad un precipizio
    per sentirle urlare se le gambette sdrucciolano nel vuoto.
    So dei tuoi occhi la notte che scrivi
    e delle labbra il morso  che sanguina dai punti
    quando vorrei leggerti ancora.

  • 02 novembre 2011 alle ore 12:58
    Ciao

    Verrà  un giorno di parole avvizzite,
    di " a" crepate sul guscio, sfiorite meretrici
    nel bordello delle bocche.
    E tu mi odierai perchè saprai come muoiono i poeti:
    con il calamaio rovesciato sul cuore,
    una seppia ormai avara di succo.
    Mio Inferno, mia scura stagione scuoiata prima del frutto,
    verrà l'ora in cui non saprò dire il fuoco.

  • 01 novembre 2011 alle ore 14:45
    Via della Repubblica

    Mi manca la vecchia elettricità dei merletti,
    la giostra dei Santini nell'armadio, locandine da teatro
    per la prima delle  preghiere
    quando sulla panca buia la polvere
    giocava alla Sindone della tua stanchezza.
    Così ricordo i passi che mondavano il silenzio dagli angoli,
    la bianca balaustrina della tua pazienza
    a cui ti affacciavi, con i nodi delle rughe sul petto,
    a sorridermi di non so quali vittorie. 

  • 01 novembre 2011 alle ore 14:15
    Santo

    Il tuo nome è la croce.
    Io spezzo le giunture alle lettere
    perchè non sfuggano l'argano del verso che,
    sollevandole,  ne concede il nero polso
    ai tuoi chiodi asciutti.

  • 01 novembre 2011 alle ore 14:14
    Bianco Nord

    Hai vinto al Sud.
    Cedono le retrovie di ulivi sui crinali bollenti,
    il mare è un dialetto di scogli, ugole piantate nei giorni di onde
    come sbadati pipistrelli. Scosto dalla tavola la domenica
    ubriaca di mosti ormai spenti, i bicchieri che stanno
    come campanili guasti in attesa del rosso, liquido battaglio.
    Hai vinto al Sud: mi hai preso lo scirocco,
    la sortita  di reti, la preghiera dei pini.
    Ma non farò il tuo nome.
    In un angolo spero che tu prenda anche me

  • 31 ottobre 2011 alle ore 16:12
    Mercoledì delle Ceneri

    Ti ho amato come amano le falene
    l'ultimo guado di buio sul letto
    straripante del mattino.
    Con la fame che hanno le pupe
    forzando il bozzolo.
    Ti ho cercato come raspando il cielo
    da una tomba, quando  finisce alla terra
    il volo ed ancora ride nelle ossa un solletico di ali.