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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 09 ottobre 2013 alle ore 20:14
    Sei Cento Due

    Oggi è di nuovo sera, la sera  è malata,
    nemmeno una riga vorrei dedicarle se non
    fosse per tirarti via dal suo grembo e srotolarti,
    linguetta rossa di rospo, dal suo buio cordone
    con un cesareo violento. Ti prego vieni via,
    vieni con me e andiamo a salvarci.
    Oggi è di nuovo sera, questa sera maledetta
    fa sempre prima di tutti i miei desideri e
    proprio quando li impilo per metterli in marcia,
    robottino fantastico con le assi limate ed i
    bulloni scintillanti,  lei mi sorprende. Allora
    mi affretto: presto, più presto, ma nulla.
    Devo aspettare domani, domani per fuggire,
    per annodarti al polso la targhetta col nome
    così che non ti confonderanno se anche
    verranno altri tre vestiti con i tuoi jeans
    sdruciti e la barba in erezione da giorni.
    Per profumarti con una promessa e
    lavarti dal dorso le sue mani che ancora
    ti artigliano come l'aquila con il ratto
    scoperto  dalla nuvola in fuga.
     Oggi è di nuovo sera e mi sembra
    ancora più sera di ieri l'altro:
    questa megera ha i capelli che
    non imbiancano mai,  stecche
    corvine, mangia bambini e  quando
    li slega, le palpebre calano
     agli occhi affrante come lugubri barbari.

  • 09 ottobre 2013 alle ore 9:19
    Sei Cento Uno

    Tutte le cose sono in calore per te,
    ebbre, mio Dio, del tuo saliscendi
    d'avorio fine, lavorato scettro ipogeo
    con cui governi il mondo e pasci
    greggi che ruminano le tue parole
    come sale grosso non correttamente
    disciolto. Tutte le cose mi
    tormentano: si voltano al tuo passaggio
    con la mollezza snodata dei girasoli,
    antenne sintonizzate a mezzodì sulla bianca
    sepoltura dei tuoi muscoli, linoleum di gambe
    nervose,  sottili giunchiglie ben allenate
    nell'oratorio di non so quale pastore.
    Che vuoi che io possa darti?
     Tu che hai già tutto e fatichi a
    trattenerlo non per incuria ma per
    insana sbadataggine: bello quanto
    un Mercurio ti soffi via la felicità con uno starnuto.

  • 08 ottobre 2013 alle ore 21:03
    Sei Cento

    Tu farai di me una brutta cosa, come quando
    i bambini rompono il vetro ad una finestra centrandola
    paonazzi con il pallone, come quando la pioggia
    invaghisce i fiumi ed i fiumi mangiano i paesi.
    Tu farai di me una malata, ma ben vestita,
    con i piedi assicurati al pavimento e la stola
    appena stirata che sbuffa vapore all'antitarme.
    Farai di me un fantasma colorato e con il
    rossetto spalmato a dovere sulle labbra, le
    gambe sempre fresche di crema e  le piega
    per la prossima festa  poggiata come un invito
    fra il coccige e la schiena per sopportare
    meglio la pugnalata di non averti al mio fianco.
    Tu farai di me una donna inutile quanto un
    catenaccio che non sa chiudere la bocca
    e custodire  quello a cui sta impiccato:
    parimenti per ricordarmi di essere femmina,
    dovrò cercarmi a fondo fra le budella  o sotto
    le cosce e risalire, da arida, chissà forse
    da anziana, ad un giorno di pioggia e ad uno da giovane.

  • 08 ottobre 2013 alle ore 20:30
    Cinque Cento Novantanove

    La tua ultima carezza arrivò come un taglio, il
    nome nella busta listata a lutto, durò credo
    solo qualche secondo mentre la voce della
    donna lancetta, sgraziata quanto un mulo,
    volgare, unta matrioska, batteva furiosa
    fra il cancello e la bicicletta. Io alla tua mano
    avrei piuttosto chiesto ancora un po' di cose
    ed il segreto per mantenermi così, in estasi
    e luce, più lunga di quanto potessi ricordare,
    più testarda e forse doppia, un Cerbero, un'Idra,
    con la pelle avvampata e gli occhi pieni
    di neve. La tua ultima carezza allunò alle
    dieci ed un quarto e  sul mio ventre abituato
    ad imbarazzarsi dell'ostinato, longevo
    piattume, piantò una bandierina. Allora mi chiesi
    di quanti ci avevano spiato sorpresi  e costernati
    da quella conquista: chi avrebbe mai affiancato
    al grande esploratore la terra intonsa e recinto
    di un solo padrone? Le formiche pure e le crepe
    nel muro e l'urina fresca dei fiori sul cesso
    del davanzale: tutti forse allora sapevano e
    si passavano sottovoce il codice della
    missione finita quando staccasti le dita
    e, liberandomi, mi soffocasti.

  • 08 ottobre 2013 alle ore 14:03
    Cinque Cento Novantotto

    Sono già in ritardo, proprio io puntuale
    fino allo spasmo. In ritardo a staccarmi
    gli uncini con cui praticavo il mio bungee
    jumping fra le tue donne: più in alto,
    più a destra, così con virate da aliante,
    da gabbiano e da sbronza, mi adattavo
    alla piana delle tue spalle dietro le quali,
    ahimè, non ho mai visto disinvolto
    il bordo di un mio solo sorriso.
    Sono già in ritardo, che sciocca, a mondarmi
    il ventre dal tuo ultimo assaggio, assaggio
    che ti sfamava come si sfama controvoglia
    all'ariete di un altro cucchiaio una bocca
    già piena, gonfio cuscino appena insaccato
    del suo riempimento. Sono paurosamente in
    ritardo, il tuo appuntamento è maledetto  e
    fulmineo, picchettato più di un rosso contagio,
    più endemico del vento quando si passa
    le foglie in staffetta l'autunno. Quindi che voglio?
    Recuperare? Rientrare? Al mio corpo vengono
    in mente bordelli che sanno di sale  e la
    veduta funerea del mare di un certo novembre,
    un paio di lenzuola che l'estate ha conservato
    unte, inumidite delle voraci polluzioni
    di un lontano agosto allora ancor  giovanetto.

  • 08 ottobre 2013 alle ore 13:40
    Cinque Cento Novantasette

    In verità non mi sono mai accorta di come
    mi stavi sfilando, più o meno come fa la tarma
    quando srotola dalla lana un oblò imprevisto
    od anche il tarlo polverizzando gambe e
    piedini primo novecento. In verità io così
    poco esperta di tutto, mi sentivo già a posto
    quando solo per un istante incrociavo la tua vita
    distratta, i nomi ed i cognomi e la baruffa di
    cento stagioni più piene di tutte le mie.
    Perfino la piega dei miei capelli mi sembrava
    finalmente normale e questa  arcigna
    tristezza che fa più rumore di tutti i miei tacchi
    trovava, che strano, un po' di riposo.
    In verità non mi sono mai accorta di come mi
    disossavi da ogni certezza, e con quale
    bravura! Che poi io, poveretta, provassi a riattaccarmi
    la carne per tornare di polpa in tutti i miei giorni, era
    solo un dettaglio: quasi sempre vedevo all'orizzonte
    un bancone su cui stavano esposti tutti i pezzi che
    ti avevo concesso, a buon mercato, a prezzo ridotto.
    Come si fa quando ampiamente si crede che ci prende ci voglia davvero.

  • 07 ottobre 2013 alle ore 13:39
    A Benito. Cinque Cento Novantasei

    La morte ha tre gusti:  con o senza
    nocciole. Il carrettino adesso riposa carico
    nell'ombra, come la mosca che finisce sul
    vetro e sfrega le ali senza partire. La morte
    ha usato due giorni, interi, con tutto l'albume
    per  finire l'impasto: raffreddata la cialda dell'uomo
    delle quindici in punto ( ai turisti pistacchio, granella
    e limone), gli ha sciolto dalle vene la crema, sul pavimento
    una pozza, dolcissima fuoriuscita  che nessuno ha
    fermato. Toc toc, quando  hanno bussato divise e
    mestieri era già ora di andare e stagione di funghi, 
    era l'ora di uscita.  La morte, gelataia e maestra,
    mescolò ieri l'altro ingredienti dal giusto dosaggio,
    avviato il girotondo nella lugubre planetaria, di
    lì a poco ottenne la consistenza, campanello
    a staccare vorace la spina. Così va bene.
    Si può vendere adesso, un'altra vaschetta
    di concime già pronto.
    Accorrete clienti  del buio a succhiare dal caldo le ossa.

  • 06 ottobre 2013 alle ore 10:17
    Cinque Cento Novantacinque

    La mia carne è sciocca, tutta in
    verità lo sono, anemica di sapore
    come la pietanza mal condita.
    I miei polpacci sono sciocchi,
    incapaci di distinguere la corsa
    dall'arresto, il morso dal morire.
    La mia pelle pure, ignorante sul
    quanto darsi e quanto non,  disposta
    a farsi incidere di anni e pestilenze,
    di perenni carestie in cambio di finta,
    caduca attitudine. Lo sono i miei occhi,
    sempre accesi all'ora sbagliata e stranamente
    in ferie quando dovrebbero invece vigilare
    con l'istinto ed il soffio minaccioso del
    gatto insonne, un grillo gigantesco
    nella stagione della caccia.

  • 02 ottobre 2013 alle ore 21:29
    Cinque Cento Novantaquattro

    Anche io posso farlo, che credi?
    Quante volte vorrei urlare che anche io so
    impastare due bei mocciosi con il moccolo
    al naso  e le bolle in applauso fra la prima, dolorosa
    dentizione ed il mento umidiccio come uno scalino
    dopo la pioggia. Anche io so montare due gambe
    intorno ad un sedere appena passato di crema,
    avvitare due braccia in miniatura da sorreggere a
    destra e poi a manca perchè non comandino ai
    piedi direzioni e cadute, anche io so annodare
    bavette e fiocchetti, girare il fagotto nella freccia
    del sonno migliore, soffiargli via  dal pancino
    il flauto impertinente  della vorace
    suzione, tamponargli l'udito perchè
    non dia ingresso alle fitte. Anche io,
    anche io so livellare pappine, erodere
    biscotti col favore del latte, offrire salvagenti
    alle rosee gengive in tumescenza da
    fioritura.  Ma tu non mi ascolti e vai
    avanti a vivere il tuo bordello di carte
    e di guai da asciugare come le stoviglie
    a fine pasto. E qui non c'è tempo e tutto
    il tempo che avevo avrebbe già potuto
    prendersi un nome, una cuccia ed un
    collare e quando intorno scodinzolano
    razze e padroni, io continuo ad urlarti
    che so farlo anche io. E forse anche meglio
    se solo tu  venissi per una volta, anche all'imbrunire,
    a portarmi le cose di cui ho bisogno: dalla
    lista che ti affidai non hai depennato
    ancora nemmeno una voce.
     

  • 30 settembre 2013 alle ore 21:28
    Cinque Cento Novantatre

    Anche tu sei un tiranno: non importa
    quanto bene indossi i tuoi capi o
    quante volte ti lavi. Anche tu sotto il piede
    o fra le ascelle ed il recinto con cui controlli
    gli appetiti hai il tuo bel genocidio, lo sterminio
    di massa, paure per redini e repressione come
    sperone.Un giorno hai deciso del mio ventre e
    del suo circondario, delle cose che dovevano
    essere o non essere di mia competenza.
    Anche tu sei un tiranno ed ora ti godi le spoglie
    del tuo malcostume, l' asciutto massacro
    che mi rende deserta, l'osceno spettacolo della
    mia carne ancora cucita così come nacque.
    Soddisfatto esibisci in una teca questo
    imbuto che non conosce passanti e resta
    al proprio posto, inutile quanto un traforo mai deflorato.

  • 21 settembre 2013 alle ore 13:42
    Cinque Cento Novantadue

    Oggi sono morti dei fichi: una famiglia intera
    rappresa dolce nel  cesto riempito
    dall'argano carnoso di chi li traslocò con
    vogliosa intenzione. Lividi fuochi fatui di
    fine stagione: dalla polpa macerata si solleva
    la verminazione alata, putrefazione senza ossa.
    Il sangue sapor aceto germina dal bordo della
    pietosa tumulazione intrecciata su cui accorrono
    le preci di cento figli di mosche.  Ma chi ha ucciso
    chi? Eppure un'anima si eleva dai frutti in questo pomeriggio
    triste come un'elegia: c'è uno scarico per gufo
    ed una bobina di carta come lapide. Non un corteo,
    non certo una benedizione.  In fondo tutto è morte
    in mezzo alla vita: anche noi teniamo bene al caldo
    il foraggio per il lombrico che suggerà al buio,
    siamo chiesa elevata intorno ad  una tenia.
    Sacchetto di variabile durata con cui ci imbustiamo al mittente.

  • 21 settembre 2013 alle ore 8:49
    Cinque Cento Novantuno

    Il tuo cognome le resta inglobato
    come l'osso romboidale, candela in
    pressa, resta translucido, bianca
    erezione nella seppia.  Come la coda
    fa corredo al cane e la vivace terminazione
    alla lucertola dorata quando l'appello
    della primavera le solletica il cranio
    mimetico. Il tuo cognome è nel suo
    corredo con le tazze della nonna,
    il genocidio della solitudine, la
    spazzola per i cavalli ed un sorriso
    da aprile.  Ed io che sono venuta a
    spurgarlo con l'attenzione  che si presta
    alla lisca impalata nel boccone, faccio
    fatica e mi dispero: sta sempre là,
    avvinto al suo bacino, come il femore
    all'ileo rincasa lungo e definito, incisione
    da collare, targhetta in caso di smarrimenti.
    Che se anche l'indossassi forse di due
    taglie mi avanzerebbe: io, fantasma
    malvoluto nella casa di uno spirito maggiore.
     

  • 09 settembre 2013 alle ore 13:47
    Cinque Cento Novanta

    Ancora vengo in tuo nome, tutte le ossa fanno
    la croce, il cuore confessa il mio ventre, le braccia
    si vorrebbero ali, spirito poco santo, devozione da
    bicchiere, preci da tabaccheria.  Sono la più a sud
    delle tue cattedrali, fagoceri di meches che ti
    assaggiarono prima di me per non deglutirti ma
    nelle mie navate scorre il tuo siero, pozione perfetta
    nata da un domani in perenne ritardo, setaccio  per
    intrugli di dubbia composizione.  Sono guglia?
    No, sono doglia, ma più insistente di un campanile: di tanto
    in tanto mi scuotono svegliando il dovere al battaglio,
    gelida tonsilla ingrossata, figlia obesa, intasatrice
    di tutto il cavernoso piazzale.  Che se poi facessero
    meglio, ancora di te si parlerebbe, di come mi faccio
    buona , obbediente e sanata, burattino in attesa di
    raccomandazione, quasi pronto ad impilarsi di carne
    e vedersi vestito di vene, di tane dove accucciano i
    desideri. Cani per troppo tempo affamati che ancora
    fiutano il tuo sapore a distanza di giorni.
    Non basta la pioggia, non lava via nulla l'osceno
    battesimo di cui mi vogliono destinataria.
    Non ho bisogno di esperti per  sentire dove
    crollo, so stare alla larga dalle tavolozze
    imbandite ad uso restauro.
    Basta sfilarmi via il tuo nome come la
    sorpresa dal pesce, la lisca è una rosa,
    breve trave pari e portante  per fotografarmi
    nel barbecue fumante  di una  cinerea maceria.
     

  • 04 settembre 2013 alle ore 17:21
    Cinque Cento Ottantanove

    Un giorno non verrai da me: causa improvviso
    turgore comparso su una piana dopo un non
    ben noto scambio epistolare, casuale mortaio
    di sguardi. Francobolli come ovaie e l'ovulo
    una tessera quadrettata, forse un tasto,
    un urto all'uscita di un bar " prego, prima lei".
    Vorrai che capisca. Come potrei. Un giorno, io
    sarò forse novembre e tu una prugna, mi ricorderai
    di tutto il tempo che avevo avuto per riempirti le
    ossa laddove i setti vacanti, potevano dar adito
    ad ambiziosi commissariamenti di pelli più
    disposte della mia, furbe matrici di nuovi tessuti.
    Quello stesso giorno spero di indossare meglio
    la mia carne, di restare sana e dritta, un'asta
    rasata dalla bandiera. Non serve per forza un
    morto per stare a lutto: ci sono neri che ti
    incartano il cuore e lo fanno seppia,
    nascondendolo come l'infante nato deforme,
    inguainato agli sguardi nel fondo della cuccia.
    Ci sono neri senza bara, senza preci, si può
    occupare un loculo anche da vivi, farlo con
    la stessa compostezza che se si fosse
    stesi, castrarsi così bene da credersi
    già andati. Comportarsi come sotto terra:
    ben disposti al verminare ma con il sangue ancora caldo.

  • 03 settembre 2013 alle ore 14:15
    Cinque Cento Ottantotto

    Da te non si guarisce, è legge
    il wanted che ho affisso sul torace,
    dispenser di tutte le me antecedenti
    al tuo contagio. Piene di sorriso,
    rimpolpate dalla gioia facile, scontata,
    noce di buona fattura, la castagna
    sputata prematura dal ventre acuminato
    esploso sull'asfalto, proprio dietro la
    volpe che rintana, murena di montagna.
    Da te non si guarisce: vengono via
    pelle e detriti, un po' come dopo le
    alluvioni, scendo dal tetto, drago il
    fango, succhio via dal ponfo urticante
    l'infezione, ma più mi addentro in
    quella inalazione, più vado in cerca
    dell'ago che fu l'untore. Così mi siedo
    nelle tue ciglia, paraventi aperti a pochi,
    e spio il saldo di questa stagione: bende
    in offerta, perfino un correttore! Verde acido
    o melange?  Meglio il ton sur ton: tutto valido
    a fornirmi l'assoluzione. Ma no, non funziona.
    Da te non si guarisce, ho piaghe da poco
    decubito ma ad ognuna corrisponde un tuo osso,
    ad ogni ombra un tuo passaggio, voglie insolute,
    chiazze estese di deserto. Le provo tutte: rimedi
    ed accozzaglie di sistemi, formule, pozioni, rieducazione,
    riassestamenti, ma non una mi calza a perfezione.
    Come un alveo imbrattato schizzerei via
    le inopportune applicazioni.  Da te non si guarisce,
    così mi tengo lontana dalle storie e dalle feste,
    dai mulini, dai discorsi e dai beati, dalle stelle e
    dai sospiri. Sono storpia  nella sanezza, lampada
    per il canarino tumescente, bocca della sfavillante
    eruzione, pentola  di malsano bollore. Che però
    mi tiene in vita: benedetto il morbo mi soffia
    dentro, un Dio nero mi alita nelle radici.
     

  • 01 settembre 2013 alle ore 14:58
    Cinque Cento Ottantasette

    In fondo due occhi così, accesi di rado,
    spiccioli blu nella tasca delle orbite
    adulte, li trovi dovunque. Stanno spesso
    appesi ai giorni e nemmeno forse ti accorgi
    di come ti guardano, di come ti risalgono
    le spalle, koala di ciglia ben pettinate e
    verdi, giovani ammiccamenti.
    In fondo due mani con questi dossi
    di desideri mai spianati sono più
    commerciali delle mandorle ingessate
    di zucchero nei weekend da paese,
    da elio e da fiera. Se ti porgessi, ti
    concedessi, anche solo per caso, le
    troveresti dovunque, appoggiate, affamate
    della tua pelle, intente ad un gesto che
    indossa la sera e la rende già letto.
    In fondo due gambe tanto insicure del
    passo stanno quasi ad ogni angolo,
    moncherini e protesi oscure, falene
    che affittano in anticipo l'ombra.
    Ma non avresti mai questo bagaglio,
    più o meno insaccato al di sopra
    del ventre, scatola senza l'inscatolato,
    scaduta all'insaputa del best before,
    multato ed  abraso. Questa strana
    formazione è solo mia: gabbietta da
    strillo, cilindro senza coniglio, incasso
    da poco, caveau deprezzato.
    Pensa che tutto il sistema d'improvviso si
    è messo in moto per farsi notare, pavone
    e civetta: ha tintinnato agli occhi, ordinato
    alle mani, urlato alle gambe. L'ominide di
    latta e " poi vengo"  si è incamminato
    marciando al tuo odore, fragranza di impronte
    che dal tuo cuore vengono via come piume
    dalle colombe dopo il volo, transazione
     a favore del  cielo,  o come i semi scrollati
    dagli alberi  alla fine di un temporale.
    Quando pare che le chiome si spidocchino
    volentieri, scimmie verticali ed immobili,
    progenie di una specie infilata in tutte le altre,
    microchip da eclissi, arcigno pro memoria,
    endogeno taccuino inalato per ricordare
    di quale morte, infine, un po' tutti moriamo.

  • 30 agosto 2013 alle ore 13:58
    Cinque Cento Ottantasei

    Al terzo temporale, forse dopo la brina,
    o magari con le dita dei monti appena
    annebbiate, come di bambini che
    schiacciano di nascosto alla panna
    il pulsante. Io rinnegatrice,  Pietro
    più del gallo, campana di tutti  i no,
    battaglio senza guerra, tre rintocchi,
    anche meno, per disossare  la vita
    dell'unico stinco di gioia. Ah, perdente!
    Maledetta e perdente! Ho l'aureola e
    la strenna e ancora ecco che mi confondo,
    che scambio il pianto con la rettitudine ed
    il bisogno con il peccato. L'estate, intanto,
    si smonta: ecco staccano il sole dal cielo,
    si appicca di meno e solo in determinate
    occasioni, il caldo già sotto calcare,
    serpentina tumefatta da troppe afe
    e troppi sudori, vengono via i sandali
    e le crinoline, le fasce dai seni,
    le barche dai porti, le vele come i
    pennacchi delle divise che vanno
    riposte. Quelle da processione,
    un'altra Madonna che dondola, yo-
    yo di mani: più sopra, su, forza!
    Al terzo temporale, alla coda mozzata
    del giorno, lucertola in meritata vacanza,
    sarà allora  che il tuo nome infuocherà
    le mie labbra come fosse il boccone
    preso senza attenzione.  Sputandolo
    ti urlerò, ma tutti mi scorreranno
    indifferenti davanti: il mio grido solo
    un labiale, sfogo abortito, eruzione
    implosa, bernoccolo rivoltato come
    la cuspide di un nuovo inferno.
    Mi venderò gli occhi e forse la
    pelle per quel conato che tuba
    in sciocco ritardo ma tutto il mio
    stomaco, la pancia, le reni
    saranno piene, che dico, zeppe
    di una sola  stella che fuori da quel cavo,
    livido  obitorio più non respira
    e sollevata,  poi schiaffeggiata,
    declina e piano si spegne.

  • 29 agosto 2013 alle ore 14:10
    Cinque Cento Ottantacinque

    Una voce mi dice: " Scrivi e
    guarisci!" Viene più o meno dal
    sotto pancia, fra le braghe e le rotule,
    fra il malleolo e l'inguine. Talvolta si sposta:
    facendo i bagagli in fretta e di furia, risale 
    la china, scarrozza intorno all'ombelico,
    agguanta la dorsale dei seni, poi inverte il
    percorso e torna lì dentro,  dove credo sia
    nata, povero Mida al contrario, che ciò
    che dice non avvera e non fa luccichio
    e che ciò che fa non completa.  La voce
    è continua, di notte, di giorno, con l'afa
    e con i guasti improvvisi di quest'agonia
    di stagione, tossine e temporali, poi sole,
    poi barche  e vele e quella sguaiata tovaglia
    di motori che graffiano il mare per dire
    " ci siamo".  La voce è regina, ape, zanzara, 
    poi mosca e cicala o forse è soltanto un grilletto
    venuto a  premermi la vita, come fosse un'esalazione
    malvagia, una cattiva genia da imbottigliare, conserva
    andata a male, inficiata dal botulino della disattenta
    chiusura. Ecco, dovevano trattenermi ancora là dentro,
    là sotto in quel giorno lontano e fare un po' come si
    fa con i cani quando  vengono trattenuti dal rincorrere
    una similare accozzaglia di peli. Tumularmi,  che so
    imbavagliarmi e buttarmi di nuovo nel liquido antico,
    oppure sciogliermi meglio, rimpastarmi, frazionarmi,
    centellinarmi. Invece: puff! Fuori di botto, con la pelle
    ancora intontita dal cambio di sede, dalla scoperchiatura
    del ghetto in cui potevo essere tutto pur essendo nulla.
    La voce anche oggi mi ha dettato la posologia:
    se vado oltre le dieci righe, la schiena raddrizza,  il
    dolore asfissiante fra le ali mancate ed il cuore
    mozzato,  poi quasi scema, si acquieta.
    Bugiardino bugiardo! So già che fra un'ora,
    che dico anche meno, tornerà a bussarmi
    le tempie con uno spaccio furtivo di parole
     a dosi: l'ispirazione  che pusher! Passa e
    ripassa, poi smania, astinenza, poi paura .
    Di vergognarmi  di questo bisogno che non
    fa altro che ammalarmi di altro bisogno.

  • 28 agosto 2013 alle ore 13:57
    Cinque Cento Ottantaquattro

    Sono tutta dolore. Il mio sorriso?
    Uno spauracchio sull'arrendevola
    compagnia della pelle seminata a
    danni e a costrizioni, rimpinzata
    per tempo di acqua in cui fu
    disciolta, curativa,  l'effervescenza
    del buon senso. Ormai niente
    può beccarmi, bacarmi od ararmi
    in controsenso: i revers dell'aizzamento
    spiccherebbero molesti, tanto oro sul
    letame, luccicherebbe più del rame
    e della luna. Sono tutta dolore: mi squamano
    via le frenesie, un'opportuna rasatura corre
    contro ogni capriccio, succedanea a certi
    obsoleti rinverdimenti. Dove passa l'autunno
    non può più giocar la primavera  e quale
    orrore spezzare all'inverno il collo
    con una forchettata di calura!
    Mi hanno frazionata e rimessa in sesto:
    adesso in verità sono tutta un ticchettio
    da fresco rimessaggio, mancano certo
    la doratura ed il nome sulla fiancata.
    Poi il varo,  la schiusa della bottiglia
    lanciata al volo  che puzzerà più
    di un uovo andato a male.
    Sono nuova e post tagliando,
    scemata la tempesta, raffinata
    dalle scorie, balugino come la
    capocchia gufina  di un bel faro
    che fra le onde dice
    dove è solo notte o dove è terra.

  • 27 agosto 2013 alle ore 17:30
    Cinque Cento Ottantatre

    La casa è disabituata, io son l'eretica
    che l'ha disabitata, emigrata senza coda
    a giugno o non ricordo ed esiliata pur
    riempendola di più me, sempre occupati.
    Una gruccia più non basta per metterle
    il fardello ad agio ed a riposo, riposta
    ormai ogni cosa, alle mie domande tacciono
    tutti i muri e pure i pavimenti.
    La casa che mi spoglia , di me non è più
    figlia:  mi guarda dall'alto del suo muso
    e del tetto, la riga in mezzo, bis da parrucchiere
    ed ossa da rigattiere. Ci scrutiamo, preda e
    predatore: dove tenevo i miei segreti
    non era un buco, nè un ascensore.
    Mi ammalerò di nuovo, sul divano,
    tappezzeria altrui è già sdrucita,
    buttando gli occhi nella tela di un
    panorama, Sindone di banale ispirazione,
    poi cercherò sostegno nelle placche azzurre
    della ceramica,  tonsillite a doppia cottura,
    nei bernoccoli di limoni, pustole dagli angoli
    tondi. Ma il mio cuore, degradato carillon,
    strozzò di soppiatto la sua ballerina, chiudendo
    la valvola con la velocità maligna di una trappola
    da piramide, e maledetta. Così che adesso
    quello che si avverte, dal letto alla cucina, dal molo
    del terrazzo all'albero e alle travi, è tutto suono,
    gracchiante abuso, forzato quasi a stare in piedi.
    Un, deux, trois e pirouette, la caviglia gonfia,nessuna
    evoluzione. L'etoile rossa di sangue, già riemerge, lo chignon
    spettinato essere sconcio e se la vedi, la morticina, è
    mummia riesumata, sa di cadavere, è putrescente
    e con lo sguardo decomposto, perla andata a male,mi spia
    sinistra dalle valve del vital tamburo.
    Come un fantasma, che rievocato, con un tum
    risponde alla seduta e vibra fra le costole impaurite.

  • 27 agosto 2013 alle ore 13:56
    Cinque Cento Ottantadue

    La bimba, fuori dalla placenta, gheriglio che
    si scopre, accaldato dalla custodia, ecco già
    avvizzisce. La bimba, con o senza trecce,
    meritava certo altra finitura.
    Si industriarono sui nomi, sulle cure e le
    movenze, il baco che non da seta è
    piuttosto paradossale. Meglio allora
    lo scarafaggio, nero ed indurito sterco
    primordiale, fiorito dal pavimento come
    un bocciolo di catrame. La bimba,
    e tu la conoscevi, ti reclamava già
    per se e da lassù: con l'iridiscenza
    della stagnola si sarebbe un giorno
    vestita, lucertolina castana dalla
    voce in technicolor e dalle mani
    già curiose, polipai intorno ai giochi
    ed ai parenti, sette scatole di
    mattoncini e cantieri di ossa
    in feroce allungamento.
    La bimba adesso è stesa ed
    inodore nel suo sudario di
    previsione, sogno e supposizione:
    non le ronza intorno più di una
    mosca e si scaccia con l'addio,
    lei correttamente spenta, perchè
    non fumi, come un canale che
    va subito oscurato.
    La bimba, che bella invenzione!
    Arti e pelle appiccicati con vinavil
    e date,  due lampare dentro gli
    occhi, da questo mare a quella
    cava lei organo e tendinite.
    Adesso tace nella forma che
    prendono i muti a cui mai
    fu imboccata una parola.
    Dimenticavo: mia madre
    non spara a salve. Qui,
    sotto i suoi no, c'è più sangue che in un'arteria.

  • 26 agosto 2013 alle ore 17:12
    Cinque Cento Ottantuno

    La paura, sublinguale, serpente acciambellato,
    pillola da attacco, tac. Spezzata, gambina di
    legno, gesso fatto a metà, rancio fra studenti,
    afta e tumescente, iridiscente la minaccia.
    La paura indossa la casa, la casa che non
    scalda e cade a picco, di prua, mentre mi
    accascio e tutte le mie forme hanno un solo
    schema. Ed al corpo perfino le ossa tendono
    un agguato, il mesto tremolio che fanno le
    cose prima di rompersi, la malattia che bussa
    in un giorno che è mercoledì, e sembra fiera.
    Tu stai alla finestra e non ti accorgi  che perfino
    ad una ciocca può appiccarsi il bacillo pomposo
    della fine con quel suo nauseante savoir faire,
    camaleontica piastrina, budello e saggina,
    infilato a perfezione in una vacanza di pelle.
    Piano ti agguanta e ti accompagna al letto.
    " Ieri amava a meraviglia, parlava e poi
    scherzava!"  La paura sotto il diaframma
    tesse vele da Cassandra: i " te l'avevo detto"
    passano la cruna, re scontati. Ma niente
    ferma l'ascesso e tutto il male  che monta
    e si rinforza, caparbio come l'onda che pure
    è sciocca. Tanto minacciosa  fino a che,
    come una bolla, l'ago della riva non l'inchioda.

  • 26 agosto 2013 alle ore 14:08
    Cinque Cento Ottanta

    La tua parabola: aprirmi gli occhi.
    Nuova, salvifica visuale, goccia
    edulcorante, collere  e collirio.
    Ma tu non sei il Redentore e
    l'anima pescata, andrebbe pur
    riappesa al fallo del suo guardaroba.
    Costole, finimenti, bardature, tre
    chiodi per accomodarle la gobba
    che le spuntò nel giorno imprecisato
    di un allora. Mentre due squali
    sbarcano, Pollicini dietro le scie
    delle crociere e dei diamanti, dai
    monti viene eruttando la tempesta.
    E segna: goal dell'autunno già
    scartato. In regalo questo Vangelo
    che mi indottrina all'acquitrino:
    nelle pozze non c'è cielo,
    ma la pozzanghera è battesimo
    del fosso che ha peccato.
    Quindi, forse, chissà, dovrei aver
    allestito almeno un libro di benedizioni
    che in tuo nome sfoglio, e poi sotterro:
    i tesori dei bambini quasi sempre
    son farfalle, violentemente atterrate
    e terrestrizzate. Il mio sta metri
    più sotto: leggenda, inchino, guarda
    bene, reca uno stemma, ma son
    più tipo da cicatrice.
    Aprirmi gli occhi più non basta
    se, oltre al sole, non mi insegnerai la sera.

  • 26 agosto 2013 alle ore 9:10
    Cinque Cento Settantanove

    Non sono una scrittrice: io uso le parole
    per ammenda e per benda. Lo squarcio
    allaga se io accorro con il mio post it
    di consonanti e morti alla rinfusa.
    Non sono una scrittrice: le righe sono
    stecche da frattura, barelle con
    potenzialità di fossa, secche e meretrici
    le mie rime. Si diedero al bordello di
    una passione e di dolori alterni ma
    poi ecco la bianca stanchezza fra le
    gambe della A e dell'alfabeto.

  • 15 agosto 2013 alle ore 13:54
    Cinque Cento Settantotto

    Oggi bado alle mie ossa e al loro santo
    pedigree: per troppo tempo ho reso omaggio
    ad incassature che credevo superiori.
    Zincature a fuoco. Oggi onoro il mio bacino,
    la forchetta delle costole ed il vassoio in cui
    si frigge, cottura antica, il rosso pappagallo
    con cui tutte quante impilate e bianche, sempre
    loro, le mie ossa, in una fossa, fanno muraglia.
    Oggi consacro la plancia che dallo sterno alla
    caviglia non dice figlia nè alla foglia nè alla faglia.
    Così austero questo altare che di preghiere
    non ha bisogno, ma di una ninna nanna e di un moccioso
    per candela, per stoppino il capello che sotto il pettine
    non farà l'inchino, un ghirigori di poche cellule  che
    somiglieranno chissà poi a chi. Chè non ho capito
    in quale forma si insedierà la colatura e per rapprendersi
    la faccia di chi  indosserà.