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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 20 maggio 2013 alle ore 15:15
    Cinque Cento Quarantatre

    Sto bene, davvero.
    Sto bene così, con i punti
    dati al mio male  tutti in riga
    e sull'attenti alla pagina,
    ore quindici solitamente,
    qualche volta anche dopo.
    Che cosa vorreste fare?
    Forse una sutura in braille?
    Un accorato rammendo a
    rilievo? Sentire il mio dolore
    sotto bianco con tutto il palmo?
    Una sposa smagrita dal tanto
    amore che trapana la vestaglia
    con un osso che alza così
    tanto la voce da sembrare di
    troppo , conto dispari,
    non più  206. No, non è da
    me. Non da me.
    Io nascosta ed orizzontale
    riesco a fare tutto ciò che riesco,
    quando poi mi dicono che è ora
    dell'alzabandiera, di mostrare
    dentro le spalle le ali infilate
    con grazia un po' di anni fa,
    mi scuoto, protesto. Ho più
    coraggio nella vigliaccheria, quasi
    mi arrotolo e sbraito e mi raggrumo,
    mi curvo e coagulo dicendomi ormai
    in forma di insetto e solo terrestre,
    che di anfibio non avrò nemmeno il
    cuore nel giorno della comune
    apnea.  Indicherei la schiena  e la
    calotta turgida da cui non spuntano
    certo prove di volo:io sto bene intessuta
    a questa trama che chiede soltanto
    di essere letta, ma nel suo letto.
    Chè da sveglia avrà sempre freddo
    ed il segreto è solo darle una cuccia.

  • 20 maggio 2013 alle ore 14:42
    Cinque Cento Quarantadue

    Ti abbraccerò e dirò che stai
    bene, che la cura, litigio e distanza,
    il dagherrotipo dei si, ma no, e basta,
    può darsi,  che importa, ti ha rimpolpato
    le ossa per reggere meglio il carico
    sempre sporgente, arti fuori sagoma,
    il pane da solo non sana. Però la
    medicina è la stessa: tre giorni di
    vento, un weekend di tapparelle
     a lutto, poi sole fino a nausearsi
    sui polpacci  a segno, dritte frecce
    di carne. Indosserai il solito
    ventaglio di odori che non conosco, senza
    farmi notare cercherò di dar  loro una casa,
    un nome, una coda  o una gonna, poi,
    spaventata, dirò che è essenza da mercati,
    da bar, da piazza con le sedie e la plastica
    abbronzata dalle intemperie, sai quel
    flaccidume seppia su cui si abbandonano
    i retri di interi pomeriggi. Percorrerò dallo
    sterno alla gola una fossa a me cara, che
    poi sia stata terrapieno di altre battaglie,
    frontiera agli sguardi che inevitabilmente
    ti hanno bagnato, quasi io me lo nego,
    le palpebre del tuo respirare hanno
    poteri occulti, dimentico anche l'ora
    della realtà stretta dove tu sai.
    Ti abbraccerò e dirò che conviene
    accostare un poco la luce, oriunda
    su certi pavimenti da poco, balzana
    l'idea di darle spazio: ho fremore ed
    istinto di falena, di talpa, di Dracula
    da fondale e con la solita antenna
    sintonizzata sui cambiamenti del
    mare, farò come fanno le formiche
    eccitate dal boccone sbriciolato.
    Possono sollevare appetiti
    grandi come grattacieli, sapevi?
    Si, tu sai tutto  del popolo che il
    caso risparmia alla jihad delle suole.
    Ti abbraccerò e dirò al crotalo che
    qui dentro con te si è intonato:
    questo è lui. Stenditi, appianati,
    scusati, perdonati, insegnati, iniettati,
    annientati, stordisciti, insultati, tieniti,
    adattati, ambientati, accettati, finisciti.
    Ma poi afferra, tratttieni, adesso non
    dopo: non esiste morte più sciocca
    di quella che si poteva obliterare
    quando, arrivata la salvezza, la si
    ignora credendo quell'occasione
    giunta in formato di gregge.

  • 19 maggio 2013 alle ore 14:29
    Cinque Cento Quarantuno

    Vogliono essere come noi:
    me e te. Ma solo per gioco:
    la penna, in verticale, è
    infilata nel foglio, natica
    da diporto, gli occhi tirati
    al piattello, ago scandaglia
    braccio, il tartufo a caccia
    del padrone,  fiele a pieni
    polmoni, la fiala è su,
    nella testa, clessidra già
    guasta, il tempo va speso
    qui sopra. Noi e questa
    nostra comune malaria: ci ha
    punti una volta da bimbi,
    forse di meno, tu dieci volte
    più grande di me, con l'ampolla
    del fluido serpente che uguale
    ci attraversa le dita, vagonate
    di versi e virgole e scontri e
    deviazioni, deragliamenti.
    Vogliono essere come noi:
    e provano, provano.
    Ma sanno come si fa?
    Non esistono vacanza, sosta,
    riposo,  pausa, pic nic, colazione,
    a sacco,briefing, aperitivo, partita,
    simulazione. Non è da tutti stare
    fermi con questa tormenta fra
    i pali del cranio, da tempia a
    tempia uno sciamare continuo
    di ricordi e bollette e strade
    e nomi ed amori e morti e
    resuscitazioni  violente e poi
    pietre scostate dai sepolcri
    ed ossa sguainate come
    una Torah: dal tronco si legge
    quando ci inanellammo alla
    sventura che però ci seduce,
    incantandoci al letto.
    Non è di tutti questa stagione
    che sembra passata ma non
    si estingue  quando svegliandoci
    appena  o appena iniziata la fiumana
    che porta al mattino, siamo già
    pregni, imbevuti, ubriachi  delle
    sante parole e così, va curata
    la sbronza, assaggia, sputiamo,
    ma sempre io e te, insieme,
    a distanza, complimenti,
    contagiati senza  toccarci.

  • 19 maggio 2013 alle ore 13:13
    Cinque Cento Quaranta

    Le farfalle hanno più diritto di noi:
    sternini fibrillanti impiegati nel turno
    di un giorno, a due danno forfait,
    veloce la loro resistenza come
    il lancio di un elastico,
    batacchi in servizio  al don delle
    primavere formicolanti di vene alate
    e lepidotteri lanciati  in alto, e sbadati
    frontali, sputi di scura saliva.
    Persino le falene, nella buia arrampicata
    sociale alle tende, toppe a trapezio,
    od ai muri che va colorando la sera,
    persino loro hanno più diritto e di noi.
    E che dire dei ragni?
    Pasciuti dalla caccia del mago a
    retino, morsa perfetta, squali fra i rami,
    imboscata di un'ostia.
    Ogni cosa sembra avere più diritto di noi:
    i volantinaggi di umidità dei lombrichi
    a pascolo nel terriccio  e più sotto
    ancora le radici e le verminature molli,
    e forse ancora più giù, fra i resti dei
    resti e le ossa.  Ogni cosa è più
    forte, sana, equilibrata e sorride.
    Noi siamo stati incisi nel baco
    da un demone antico, venuti
    fuori da una sbavatura imprevista,
    come il geyser del pus, credevamo
    la cura a metà strada fra due niente
    travestiti da tutto.  Siamo l'incollare
    ghiaccio sul vetro: uno scioglie,
    l'altro gracchia, merletto, frattura,
    poi cede. Strana, inconsueta commistione
    la nostra,  tentativo da folli l'ammaraggio di tuberi
    ai fondali, la miccia del  fuoco sui fiumi.
    Appiccare il vento alle braccia
    e chiedersi perchè non si vola.

  • 18 maggio 2013 alle ore 14:37
    Cinque Cento Trentanove

    Ti basta sia oro, che spalanchi
    le labbra alla corda  con cui pizzichi
    il mestiere, Osanna al tuo verseggiare!
    Ti basta una vanga, con petali e
    terra fai quasi meglio che con carne
    e capelli. La notte mi porta conigli,
    giganti squittii e malvagi  mi mordono
    i piedi cercando la via in cui tu hai
    parola d'ordine e chiave. 
    Ti basta sia lattea e  bronzea
    di quel poco che il sole ormai sa
    di me, praticamente la lozione  sul cassino
    a fine anno . Sfinita, sgattaiolata dalle maniche
    e dalla lana ho già tremori per la stagione
    che avanza, i treni che adoro hanno
    binari sistemati come costole a bordo
    torace. Spezzarne una, incrinarla,
    vedere come regge l'affitto ciò
    che rimane, non basta, ora non più.
    Sono il mio testimone, sono il celebrante,
    la sposa, lo sposo, l'altare, l'addobbo,
    la damigella, lo scambio, la promessa,
    l'alzata del velo e poi il bacio.
    Io sono di me tutta la mia cerimonia
    e faccio fatica a spalancare le porte
    convenendo sia numero e circo
    questo bastarmi quando, depennandoti,
    non ho nulla più che sia abbastanza.

  • 18 maggio 2013 alle ore 14:07
    Cinque Cento Trentotto

    Forse è nelle tinture, diserbanti
    al cuoio che disbosca l'anno
    venuto dopo l'anno che pareva
    più giusto. O forse è nelle schiene,
    tra i nodi ed i nervi delle dorsali, o giù
    verso il coccige, lanterna che rischiara
    l'origine dell'antico, indimenticato carponare.
    Magari è nelle mascelle,  nei ritmi
    della mandibola, salse, digrignare:
    io osservo la gente e mi chiedo dove
    stia allegata la sacca di coraggio fino
    all'orlo che a me sempre sfugge o
    quale passaggio mi abbia sfornita
    dell'inchiostro per latitare dai
    fallimenti. Come sempre il grande
    tiglio mi dirà cosa fare: lì sedeva
    mio nonno, a tre anni dalla mia
    prima parola, nelle estati di
    bottega in primina, con la sedia,
    stuzzicadenti nell'unico boccone
    di ombra, guard rail sulla
    lisca delle formiche, assicurata al suo  muro,
    osso sacro del Duomo.
    Nonno di poche parole e
    grigia flanella, e grigi capelli
    e grigi cotoni lì a riparo fino
    a quando non urgeva il taglio,
    la chierica austera della creatura
    verticale contro la pepata della
    verde processionaria.
    Si, il tiglio mi dirà come
    sempre l'inizio o la fine di questa,
    di quella stagione col suo starnazzare
    pruriti innocenti e qualche  starnuto dopo,
    con l'irrigidirsi spettrale in cento rughe di rami.

  • 17 maggio 2013 alle ore 14:21
    Cinque Cento Trentasette

    Lettera agli approcci dal mare,
    ai viandanti  delle stagioni
    generose di umori, rumori:
    la Costa è un cranio in preghiera,
    chino sulla camicia sbottonata
    da Golfo a Golfo, dopo l'amore.
    Nessuna intenzione di rabbocco
    alle asole. Mette in circolo sangue
    col sale, poi le vene hanno ingorghi
    di lombrichi a due piani, di lumache
    corredate di servizi, cucina e
    tre biciclette,  luccichio di pendagli alle
    gonne e alle zingare.
    La Costa vende brodaglie a prezzo di linfa:
    è esplosa dal torace di Dio, obliterata
    e perfetta, osso per cani che l'azzannano,
    consigliabile Marzo concluso, scrollati
    via coriandoli e sedie sbattute dal vento.
    Di qui passano bene gli scirocchi,
    monsoni parenti e le tramontane
    sono amazzoni svelte sui
    miraggi di asciutto.
    Lettera agli approcci fugaci:
    La Costa mi tiene nel suo
    ombelico da sempre, io scendo
     i gironi che vanno alle viscere
    ma sanno sempre di fiori,
    di lucertole e strisce, di venerande
    sospensioni dal male. Una volta
    imbevuti del suo ticchettio, asprume
    di alici e limoni, sfusato, colato,
    garum, inchiostro, natura,
    difficile non insaporirsi.
    Chiunque, annusandomi, sa
    come arrivo e da dove: vana
    la detersione dal paradiso con
    il crasso di inferno. Qui senza
    un Orfeo (con il tuo nome) che
    mi torca il collo  mentre mi volto e rintano.

  • 17 maggio 2013 alle ore 12:40
    Cinque Cento Trentasei

    Lui è la coda, o io sono
    il cane. Razza discutibile.
    Ci provo e dannatamente
    riprovo a venire via dalla bruma,
    a scollarmi l'appendice, scrollatina
    di me: si fa così col prurito molesto,
    con la pioggia quando è zavorra.
    Ma poi è giovedì o è sabato e
    devo voltarmi, controllare da
    dove sono venuta e quanta
    strada non ho battuto, ma poi
    basta una sera che dice
    il mio nome senza attenzione
    ed eccolo lì. Lui. Ancora.
    Il per sempre, il posticcio,
    l'applique, l'addendo, la
    scusa, l'addetto. 
    Dovunque mi trascini,
    trascino il suo resto, il
    mio continuo, continuo
    giovane, di un pò di mesi,
    ma corposo come se mi
    fosse stato costruito
    addosso nella culla
    dove sverminavo l'infanzia.
    Dunque, mi dite, che senso
    ha ormai la fuga?
    Non si va lontano, il lontano
    è una posa, un atto, un trafiletto
    nel sangue di tutte le mietiture
    e delle parole.  Alla carne non
    è concesso gemmare con la
    miracolosa faccenda delle meduse:
    la carne va incisa,  molestata
    dalla lama e separata. La doglia,
    il calvario del ventre sminato,
    divaricazione: benedetto rigetto
    di ciò che era entrato.
    L'attesa, lotteria dei dettagli,
    la spinta, poi urla.
    E' da ciò che viene che si
    riconosce la forma di chi ha dato.
    Ed  il suo inizio.

  • 15 maggio 2013 alle ore 20:59
    Cinque Cento Trentacinque

    Se non avesse vestito mia nonna,
    mia nonna un mulo sfiancato
    a Novembre smise il suo
    carico e nemmeno tossiva più.
    Io ero il gesso incartato di beije,
    alla gonna tiravo i capelli sperando
    mi desse contegno nel luogo
    del dolore improvviso. La luce
    una piovra nel singhiozzo
    dei corridoi, hula hoop itterico
    dalla scatola blu dell'obitorio
    ci danzava sui piedi, i nostri
    caldi: olè. Prezzoliamo la mano
    che prima disincaglierà la bianca
    creatura arenata nell'Ade che va
    alla sera. Sfilati i tubicini dalle
    vene come boccagli dal sub
    che non gonfia le branchie.
    Il pomeriggio era stato
    così buono, sincero, che megera
    quest'ora! Sui tavoli del Pesce
    d'oro le squame del giorno feriale,
    una donna, del fumo, la Costa
    sbiadita dai tomi di pioggia,
    più su le ginocchia di Agerola,
    confine di muro sul mare.
    E poi la nebbia, la veranda
    dei limoneti, nera pernice,
    lutto d'anticipo. Se non avesse
    vestito mia nonna una mano
    che sarà sempre più mamma
    di me che sono soltanto una
    gatta, se quella Croce non
    fosse sul petto,
    inanellata al capo ancora non
    rigido tra i gigli ed il disinfettante
    dei lunedì di Cava, sui pavimenti
     bobine delle notti di reni fallaci, oggi
    Adele è di turno, la signora della
    203 è impazzita, se quella Croce
    lei non l'avesse issata sul Golgota
    del petto ansimante, certo non
    l'avrebbe mai presa nel vespro,
    nuova reposizione, il Cristo
    s'invola, la Croce ci resta a
    reliquia  del Novembre che
    finisce in per sempre, come un suo bacio.

  • 15 maggio 2013 alle ore 14:38
    Cinque Cento Trentaquattro

    Sfebbrare:  mi strofinano
    con l'alcool. Ero sporca di sangue
    quando con una pacca mi diedero
    al mondo. Dovevo già allora
    non restare nè rosa nè calda,
    certo non così a lungo.
    Il serpente da cui ebbi la vita,
    mi attanagliò il collo con
    doppia mandata, per poco
    mollavo, invece voilà: eccomi
    qui, a testa in giù come
    sempre, come Pietro rivoltata,
    crocifissa al mio Santo di fine
    maggio. Ero sporca di sangue,
    sarò sporca di fuoco. No, dicono.
    Il fuoco andrà via con questa
    energica aspersione di palmi
    unti dallo Spirito in flacone.
    Sfebbrare: in fondo è solo
    estrarmi dal cuore il tuo nome,
    ma se fosse poi così facile
    credo basterebbe portarti
    sopra il mio seno e chiederti
    gentilmente di riprenderti
    il colpo.Ecco che accorrono: orario
    di visita. Sono la torta del capezzale,
    la ciliegia nel letto.  Hanno più
    fame del  " come è successo" che
    del mio sanamento. Si allungano su
    di me con gli stetoscopi dei nasi:
    la fine se è fine ha un odore
    sottile; mi adombrano con le
    fonti aggrottate, con le mani
    al Mercurio. La curiosità ingrandisce
    i difetti: le pupille sono nei
    gettati nel mare che mi è venuto
    in eredità, dicono, da un lontano
    cugino del nonno , o forse chissà,
    ancora più su sull'albero antico
    sta il ramo con appesi il corredo
    e i miei dati. Adesso spiegato
    il perchè dei capelli.
    La seconda volta avevo già
    un dente: una pausa e non
    respiravo più, terrore di mamma,
    papà  non trova il Rosario.
    Nessuna pacca, nessun intervento:
    da qualche parte mi oliò
    il buon Dio. Miracolo e Osanna
    per la bambina con il cielo 
    negli occhi  che si salva ancora
    una volta. Sfebbrare?
    Non credo.
    Questa deve essere la
    definitiva. Inutile accorrere:
    il soccorrere burla.
    Non sono mai stata più
    morta che in questa morte
    che ha le tue spalle, il tuo
    mento fiorito dall'incuria
    di soli due giorni e gli
    occhi fermi del predatore
    un attimo prima del balzo.
    E guai a chi mi salva!
    Finalmente mi concedo
    alla chiave di tutte le porte.

  • 14 maggio 2013 alle ore 14:18
    Cinque Cento Trentadue

    Tieni sempre una dose di me
    sotto il braccio:  sia pure una
    sfoglia del mio nome, il codice
    con il colore dei miei piedi
    a maggio, la texture della bocca
    o come arrossivo  se solo i
    tuoi occhi mi prendevano più
    di quel che dicevo.
    Se non sotto il braccio, tienila
    allora nella tasca più a sud
    di tutto il tuo vestiario: l'alcova
    sgranata dalla mano che
    compra o che paga e
    l'infila sovente, si proprio
    lì, vicina di casa del tuo
    bacino, cattedrale ossuta
    da cui parte infinita la
    fedeltà fra le tue gambe.
    Tienila come una fialetta
    di siero, cerotto al morso,
    veleno contro veleno,
    Caino su Abele,
    struggente cura paradossale
    che è familiare del male.
    Come uno di quei parenti
    allontanati per convenienza:
    tienila là, con impressa la
    data del primo contagio.
    Così che saprai sempre
    quanta berne, inalarne,
    iniettarne  se io dovessi
    tornare con la stessa
    minaccia. Un bacio non è
    mai un  bacio se dato coi denti.

  • 14 maggio 2013 alle ore 12:43
    Cinque Cento Trentuno

    Quello che mi uccide:
    salutarvi tutti, i giorni
    interminabili nei mesi
    più infinito, le sedie
    addomesticate agli schienali,
    spine dorsali di vimini temprate
    alle intemperie, barche all'asciutto
    rodate sul cocchio della piazza
    per la prossima stagione.
    Ed il picchetto ostinato dei
    tigli, l'asfalto così oblungo:
    perfino la cameriera che scodinzola
    fra i tavoli ha indossato gli stessi
    orecchini per tutta la mia vita.
    Ed il cappotto ecrù del primo
    cittadino a Natale, ed il fabbro
    nel suo riconoscibile scamosciato,
    daino nella frazione più isolata,
    o  il panorama annacquato
    dagli stupori dei soliti turisti.
    Quello che mi uccide: la paura
    che dentro la mia voce sia incassata
    la bacchetta con cui fare l'incanto,
    che il mio amore, venuto dal cardinale
    opposto, abbia ragione. Lui è un
    bocciolo nella scatola argento
    delle pastiglie, un misurino di
    buon sesso nella poltiglia dei divieti.
    Il mio amore passerà alle nove,
    se non sarò pronta, tirerà
    altrove il suo cammino.
    Il cammino è un cavallo, basta
    pungolargli i fianchi per l'innesco
    e lui si innesca.
    Dovrei solo chiudere la valigia,
    imbustarvi con la plastica e
    l'indifferenziato. Un lancio e poi
    parola d'ordine, il lasciapassare
    con cui si vive: ho anche io del
    sangue, giuro, da qualche parte accumulato.

  • 13 maggio 2013 alle ore 14:14
    Cinque Cento Trenta

    Che rabbia l'agilità dei gatti,
    alpinisti dai davanzali ai
    muri, gorilla dei vicoli,
    grilli mostruosi, maestri
    dell'atterraggio. Mi ricordano
    il mio ventunesimo quando
    saltai con la stessa felina,
    tonica destrezza da un chirurgo
    ad un cuore blu senza annotare
    l'incursione violenta dello strappo.
    Dopo mezzo giro di pianto,
    già ridevo arancio tra i tavoli
    salati della Costa, bouquet di
    abbronzature sugli sguardi
    che mi corrompevano alla validità
    del gesto guizzante, senza rimpianto.
    Che rabbia la velocità dei gatti:
    schizzi cauti, mire precise, uccelli
    senza la giustificazione  delle ali.
    Mi ricordano che di quel saettare
    erano piene le mie vene un giugno,
    il ventre piattissimo e le gambe
    brune sorreggevano amabilmente
    tutto l'ambulatorio in cui cucita
    in fretta la sede  dell'amputazione,
    già fioriva coraggioso al moncherino
    il sesso della futura articolazione.

  • 12 maggio 2013 alle ore 13:07
    Cinque Cento Ventinove

    La bambina sta bene:
    cresce che è un canto,
    cresce che è luna.
    Ha già gonne e
    corredo, somiglia al
    papà ma l'ala è di mamma.
    La carne frollatura di nord,
    battuto di caselli e
    confini, province con l'altitudine
    in dote e gengive di fabbriche
    intorno alle case. Ma la pelle
    è tutta un Mezzogiorno, estuario
    di limoneti, forchetta di faraglioni,
    massicci erosi da una lingua
    blu più della notte. Ha dimestichezza
    con i ramarri, rivolta gechi , sgambetta
    felice fra i muri e le edere, cappelli
    di boschi per gnomi. La bambina è
    morta, deragliato lo sterno,
    la slavina gonfiata sul cuore con
    uno starnuto, rovinò sulle
    rotule molli. La bambina si è
    spenta più sabato che domenica
    scivolando calda dalla culla,
    cocomero di legni violati, zattera
    con il contagio della groviera.
    La bambina è di cera: dalla
    teca del sonno si intravedono
    ferme le vene, tubicini sedotti
    al riposo, bicchieri dalla posa
    accanita, cannucce intasate.
    Papà e mamma le lasciano
    un bacio: sulla crosta che
    hanno tutte le cose raffreddate
    per non scottare, due paia
    di labbra, rossa sigillatura.
    " C'era venuta così bene:
    era un gioiello, una pesca,
    un Rosario". Il papà raccoglie
    le spalle, un'aquila spillata
    sul ramo, post it di piume,
    la mamma controlla la bacatura
    del ventre da cui colò
    il suo rosa.  La bambina è morta
    nelle ore del festivo: era tutta suo
    padre, era tutta sua madre, il femore
    ago del settentrione, la scapola
    un Golfo. La pozione perfetta,
    le dosi mirabili. Ma l'incantesimo sciolto.

  • 10 maggio 2013 alle ore 19:20
    Cinque Cento Ventotto

    Questa la mia vita prima di te:
    una vite guidata nella gonna
    buona, filare di merletto a
    boccioli rosa. Il bacino una borsa
    dalla fodera giovane e senza aloni,
    le grinze chiacchiere di comari,
    le gambe soldati, le ginocchia
    due giostre, i piedi facchini,
    gli alluci frecce. Più su il ventre una
     stiva del cargo non ancora salpato,
    il busto una foca per i numeri facili,
    le braccia siluri  indirizzati a dovere,
    il collo un Atlante a favore di vento,
    le labbra conigli, gli occhi due stagni
    travestiti da abisso per scusare
    il nanismo del fondale, i capelli
    bandiere a mezz'asta che ora annodano
    le forme dei Paesi in cui vorrebbero
    averti, battendo nei porti  il tuo nome
    come il ferro picchiato sull 'incudine.
    Questa la mia vita: so che ti addormenti dove posso
    solo disegnarti con i malati indizi
    della foto, del ricordo e dell'idea
    ed affiggo al mondo il tuo ritratto con il wanted
    in grassetto, le ricerche affidate al pendolo
    imbustato nel mio sterno, pesce rossastro
    con le branchie cucite fino al giorno
    in cui dicesti: " E' vivo!" iniziandogli
    il moto con un dito.

  • 09 maggio 2013 alle ore 13:02
    Cinque Cento Ventisette

    Domenica apriremo le bocche, carnoso solstizio,
    sulla tavola aspettiamo il dong come  capre col fischio.
    La domenica è sonno ed ipnosi, sfaccendare di sughi,
    sobbolire di tagli e di quarti  tuffati nei brodi.
      La domenica è madre di un Giuda:
    amorevole gallina sul bordo del lunedì
    che la spenna. Nella panciera tutta fiori, visite al
    cimitero, nonni e televisori in sordina, già
    freme il soldatino feriale. Vedi anche noi ci
    portiamo la scadenza sotto la pelle  così
    come il giorno ha una gengiva più gonfia
    e proprio là sotto  accudita, insospettabile
    Bruto, sta la notte che scava,
    caterpillar di grilli e zanzare.

  • 06 maggio 2013 alle ore 14:31
    Cinque Cento Ventisei

    A Maggio potrei sembrarti guarita:
    le guance affiatate col sole e la
    fronte in pace come il lino
    non ancora indossato,  gli occhi
    schiusi dalla covata del sonno,
    margherite esplose simmetriche,
    capovolto il paio di gonne
    hawaiane ad una tinta, i ragni
    a pancia in su. A Maggio potrei
    sembrarti tutte queste cose e
    tante altre, il glicine e l'oleandro
    non farebbero meglio di me.
    Sai, ho saputo che qualcuno
    adotta bambini mentre gli
    Americani comprano stole dai
    muri od infusi agli agrumi
    staccandoli dalle bottiglierie
    come da rami di vetro.
    Ho saputo che hanno fatto
    colloqui, migliorato la casa
    e spazzolato il divano, intrattenuto
    giudici ed ispettori con il racconto
    della loro trama d'amore.
    Adesso stanno alla finestra
    per una cicogna dalle ali
    spiumate e dal becco meccanico
    grande quanto l'Osanna.
    Fanno esercizio coi nomi
    e scommettono baci sulla
    capigliatura.  Lei non ha più
    di un dolore, quell'ultimo finito
    da due settimane non ha mai urlato.
    Spenta la semina che sembrava
    attecchita così bene là sotto.
    Ma adesso la pancia è tutto
    il cielo ed in un punto di quella scatola
    è già cresciuta una stella cosacca:
    la neve dentro lo sguardo va sciolta
    più volte perchè dica mamma.

  • 05 maggio 2013 alle ore 14:44
    Cinque Cento Venticinque

    Non conosco le tane di questa
    larva, non so come prolifica
    il suo vivido baccello e quante
    porte infila il seme. Non ho pazienza
    con i gerani, e le foglie, per quanto
    belle, non solleticano le mie carezze.
    Dagli alberi mi ritraggo se scopro
    nell'ora di punta la velocità
    del formicaio. Rintano dalle ali
    con la timidezza delle lumache
    ed il guizzo della lepre: il mio
    coraggio è fermo al mercoledì,
    do ai venti la schiena e la
    faccia alle sentenze.
    Ma ho gli occhi impasticciati
    con la prua di un'astronave,
    nove mesi all'atterraggio,
    sogni e molti nomi in lista
    per l'imbarco. Sono colei
    che crede le doglie simili
    alle fasi della luna e le
    stelle miracoloso mentolato
    per zittire alle carni i teneri rossori.

  • 05 maggio 2013 alle ore 14:24
    Cinque Cento Ventiquattro

    La gente che muore la domenica
    dovrebbe indossare un bel vestito,
    una piuma sulla giacca,
    carta velina intorno alle ossa
    e non la confezione ordinaria,
    tantomeno una gru capovolta
    sul bacino, lampo assassina.
    E' domenica di tranci, affissioni,
    di sidri e scosse blu ed una signora
    barocca è venuta a prenderti
    dal mare con l'uncino, una passata
    di funebre manicure ed un'oncia
    di caso, suo figlio maledetto
    per cui non si apparecchia in tempo
    e van gettate le cose alla rinfusa
    o lasciate con l'un, due , tre stella
    dell'ultima faccenda.  La gente
    muore anche la domenica e
    la domenica siede  sugli spalti
    o sugli scanni, la ciaramella
    di una campana, gamba
    elettrica e sintetica, dal festivo
    volge al pianto.  Una pallina
    gialla, un fegatino, già rimbalza
    sul fondo rosso mentre tu
    poco più in là imbustato,
    la causa spiegata con le
    foto  dei giornali, dal corpo
    dritto dai alla domenica  lo sfratto.

  • 04 maggio 2013 alle ore 14:35
    Cinque Cento Ventitrè

    Non so cercare, cucire, vietare,
    disdire, pregare, sfatare, mondare,
    scusare, drizzare, relegare, fiutare.
    Tutto ciò che mi vuole abile nelle
    altrui abilità, facile nella facilità
    che fa da un giorno o  da più
    giorni indovinare il sesso dei mesi,
    mi trova bocciata, sbadata, negata,
    rimandata, disarmata, svernata.
    Io sono soltanto un ascensore
    di passeggere di varie lunghezze
    che dal silenzio arrivano al soggiorno
    dei denti, la lingua un salotto e
    corde vocali per abat jour: lette,
    non lette, a ricreazione dalla mia
    bocca, a volte albine, come certe
    impunture nel cuoio, tratteggio
    di cui non si sa la fatica per
    indirizzarlo, capo e poi coda
    sul delfino dell'ago, rigido
    il tuffo e sincronizzato.
    La mia sinistra è una grotta
    e se ho parole da dirvi
    la spalanco, esplodendo
    dal sonno pendente
    manciate dei miei pipistrelli.

  • 04 maggio 2013 alle ore 13:58
    Cinque Cento Ventidue

    Sin da bambina ti avevo avvisata,
    ti avevo avvertita: mai prendere
    le cose altrui, siano esse cuori
    o pozioni, ruoli o vicende.
    Le cose altrui sono piene di
    impronte e hanno mandate
    con lettura cifrata, toccarle
    è scardinarle,  sfiorate
    già urlano, svegliando la
    mano che le trascurava magari
    neanche da un'ora.
    Le cose altrui hanno
    il rewind schiacciato sul
    fuso e per quanto il tuo
    allestimento possa somigliare
    alla matrice da cui vennero fuori,
    un venerdì o  una domenica
    sgattaioleranno da una crepa
    sul muro, da una finestra socchiusa,
    approfitteranno della visita
    per prendere aria infilando
    la porta meglio del bottone
    con l'asola. Le cose altrui
    sono quarti di carne ,
    l'appartenenza cucita nel sangue:
    ma certo tu dirai che esistono
    l'abrasione, la cancellazione,
    l'occultamento, l'addomesticamento,
    il tempo, l'amore, la pratica ed
    i sacrifici. Sembrerà strano,
    suonerà triste ma le cose
    altrui sono gobbe per sempre:
    puoi fingerle dritte, col portamento
    impalato sull'attenti, oppure
    seppellirne la pancia sul retro
    con un mantello, una tenda.
    Ma basteranno un occhio
    più attento ed una zampa
    di vento ed ecco che tornerà
    fuori il ponfo col nome del
    posto da cui sono venute.
    PIù difettoso è il difetto
    che, travestendosi, evidenzia l'ascesso.

  • 03 maggio 2013 alle ore 14:08
    Cinque Cento Ventuno

    Ho scritto di merletti e cesoie,
    del cuore incassato nell'albo
    sbagliato, di messe a fuoco
    sulle dita dei monti. Ho scritto
    della balbuzie del sole a Novembre
    e della dose di pioggia che
    si confà alla mia schiena.
    Ho declinato lacrime e
    complimenti intorno ai veli
    e alle spose, ma sono un
    gambo nella crinolina,
    stantuffo a giorno,
    vergogna del cilindro.
    Ho scritto dei giardini spolpati
    dalle vanghe, di vene infilate
    dal vento, di tristezza a ritorno
    stagionale, influenza in polvere,
    di femori e diaframmi, di ossa
    in ammutinamento, di pelle
    e fuscelli. Ma la verità è che
    dovrei solo sedermi a fare
    esercizi sopra il tuo nome,
    drizzare bene le lettere mettendole
    a faccia col mondo, povere
    streghe rannicchiate
    per non dare fastidio.
    Ognuna stuoino della bugia
    e stoppa per la bocca
    di chi non vorrà leggere.
    Nome, cognome, segno zodiacale,
    città ed occupazione, vicende
    del corpo, incidenti, cicatrici,
    carezze, lussuria, migrazioni
    e svogliatezze.E poi ancora
    l'ora della nostra prima parola,
    il mese del bacio, l'anno del
    tuo fianco terrazza del mio.
    Allora si che verrebbe a letto
    una bella poesia, amante
    disposta e paziente.
    Perchè così, storpia festa
    di impostori che prendono
    con garbo il tuo posto,
    è solo una carnevalata e
    lascia macchie che non
    suggeriscono una falla
    nel bricco da cui sono venute.
    Forse dovrei aggiungere anche
    il tuo numero di scarpe,
    l'altezza, l'apertura alare
    ed il fiuto: fare tutta una poesia
    di losanghe, angoli, perimetri
    e cifre ma inetta alla conta che avalla i nascondigli.

  • 02 maggio 2013 alle ore 13:00
    Cinque Cento Venti

    I sassi delle facciate dicono
    il sesso dei muri, storiche testuggini
    sull'attenti dei viali. La treccia dei
    glicini nasconde cicatrici: affondi
    di denti meccanici e cantieri che
    sloggiano forme per inserire
    nuovi inquilini, incassi industriosi,
    affissioni di porte. Tutta questa
    costola di costa atterrata sulle prime
    infradito, iridiscente ramarro tatuato
    dalla borchiatura degli ulivi, tutto
    questo spazio bugiardo quanto
    la libertà di una gabbia.  E qui
    mi aggiro, sbranato il domatore,
    afa e numeri clichè per il pubblico
    delle venti costumato nelle
    sete da aperitivo, nelle sedie
    da assaggio, box del vespro,
    tra le lune di agrumi annegate
    d'arancio  e le intelaiature di zucchero
    sui bicchieri, bianca granulazione.
    E dai tavoli il solito brioso cicaleccio
    caramellato, scampanellio di mucche
    nel quadrangolare delle aiuole
    guard rail e l'incrocio degli scongiuri
    e delle formule da rito spazzolato
    all'improvviso dall'intrusione tubante
    dei piccioni, uno schiaffo grigio
    svela la polvere in ascensione sull'argano piumato.

  • 30 aprile 2013 alle ore 14:17
    Cinque Cento Diciannove

    L'ora dello scarafaggio , Giano arancio,
    scarabocchio da scarabeo è un quarto
    alle quattordici:  lo sputo  risale con la
    schiena lucida, masso a ritroso,
    anatroccolo senza la pupa dell'unicorno.
    L'atterraggio oscura il brusio peloso
    del motore invertebrato  ed una lente sulla zampa
    indaga la rete, forgia umana ,che mi
    separa dal suo regno.
    Il sole doppia i muri e tra i capperi
    una quadriga di pance verdi
    srotola la lingua.  E' questa l'ora
    dei tavoli da bar, dei coni con
    l'orlo inquieto, delle ordinazioni
    miste di  limonate, birre scariche
     a favor di ragazzi. L'ora dell'insetto
    arriva a puntualizzare la stanchezza
    delle ali, ma quel barbaro sfregarle
    una contro l'altra, orrido lavaggio,
    personale baciamano, auto congratulazione
    mi atterrisce, allora ti ascolto. La tua voce
    vibra tra le locuste ed i campi secchi
    di irtosità, barba in ovulazione.
    In fondo cosa ci separa se non
    un paio di specie fra larva e
    tronco  e qualche metro di stivale?
    Ma le parole, amore mio, sono
    bottoni con cui schermo l'assente
    e nudo e questa voglia, malata a pelle.

  • 30 aprile 2013 alle ore 13:09
    Cinque Cento Diciotto

    Un bargiglio, una guancia di pesca
    il geranio, cucù all'ora dei vasi,
    un ussaro lo stelo che  spurga il terrazzo
    dall'ultimo inverno. Infima la prestazione
    delle mie ossa per trattenerti, ancora impilate
    nella farsa  dei movimenti, sbaraccano il
    teatrino, burattinaio incostante fra i polsi
    della piazza, vene concentriche sbiancate
    dai tutù sangallo di Positano, busti
    nordeuropei per pistillo. Sono ancora
    la bambina dell'All night long, a cuccia
    sulle gambe di mio padre, guardo
    l'estate fino a tardi; nello schermo
    gesso delle bifore, stampelle medioevali,
    passano falene, cambio della guardia
    alle cicale. Fra i ghirigori delle borsette,
    la luna è testa di lumaca, alla gogna
    dei muri la faccia della t shirt , striatura
    di vele, pochi mesi ancora e l'Ottanta
    ruggirà sotto le Chiese, serpente
    mangia cemento. E tu non sai ancora
    l'acconciatura dei miei anni negli anni
    in cui le foto erano nel sonno, con il
    dito a riposare sulla bocca ed il gioco
    del silenzio effetto seppia.
    Sfocatura datata a penna tra i divani
    damascati e le piume di pavone,
    poi la barba degli zii  a tavola
    a Natale, e le  Polaroid che fumano,
    sfornate come pizze al gusto dei miei occhi.