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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 29 aprile 2013 alle ore 19:23
    Cinque Cento Diciassette

    Questa è l'ora che più di tutte ti somiglia:
    il rossore cola ai monti, scandalosa 
    battuta che dalle ganasce delle diciannove
    scaccia il giorno;   una sciatta barba
    di penombra  raffredda le cime al sonno.
    Le mamme rinsaccano i figli: bionde o
    brune marsupiali, la curva riappacificata
    alla schiena dopo lo sforzo, investono
    il tempo delle filastrocche e delle
    rincorse brandendo  giacche,
    rossi richiami ai tori ancora teneri.
    Dai fiori si solleva l'ultimo sole,
    tannica sudorazione.
    Questa è l'ora in cui ti immagino
    indossare i ricordi ed un giovedì
    per cena in cui non avresti mai
    supposto il cuore a tua disposizione
    qui, fra i finimenti e le bardature
    che sellano di limoneti i pori
    alle colline. Struzzi azzurrini
    con la testa impiccata a fondo,
    sabbiatura smeraldo, liquida
     lucertola e   binario
    della mia vita su cui traghetto
    cose più o meno vere e mai
    forate di un sorriso intero.
    Poco astuto andirivieni quello
    che lascia sul molo la dose o
    l'ingrediente che fanno perfetti gli scali altrui.

  • 29 aprile 2013 alle ore 12:54
    Cinque Cento Sedici

    L'altitudine è dispari: dal mare salgono cifre
    indivisibili a targare il nido in cui è il mio circolo.
    Ho apparecchiature di riproduzione inutilmente
    oleate, un limo arancia e blu a fecondare il marmo,
    semi a capofitto urtano le ossa rimbalzando,
    gittata seria e senza frutto. Corde di nubi
    disegnano corredi per la sera  che rannuvola
    e nelle culle quelli che erano lombrichi,
    hanno le reni già corpute e pance arzille,
    vulcani di pappe in flautulenza, ocarine
    rivoltate all'occasione per stuzzicare
    il sonno; i piedi riottosi alle suole,
    scalciano proiettili di feltro e le coperte
    mummificano lo spauracchio dei malanni,
    poi scivolano con il passo delle maree.
    A volte credo di essere dispensata da
    questi accadimenti: dai manifesti
    dei compleanni, dai gigli tesi
    in Comunione, colletti ed amido su
    un altro Maggio, dagli allestimenti
    azzurri e dalla rosea metereologia.
    A volte mi avverto ferma come la risulta
    accomodata fuori dai cantieri:
    miscellanea di cose acciuffate fino
    al fondo, e scariche, svernate dal focolaio
    dell'uso eppure cosi intonse da fare
    commozione. Una parata di aggeggi
    con finalità molteplici tenuti
    sapientemente in caldo  per restare ghiaccio.

  • 28 aprile 2013 alle ore 14:37
    Cinque Cento Quindici

    Il sole, creatura sudafricana, issato
    a prua guarda le stelle ancora
    sotto coperta: gatto e zitto,
    per non svegliarle, che non è
    ora di luccichii minuti.
    Dai giardini  vengono ali,
    tovaglie a scacchi bronzei
    ed una maratona di api con
    la bocca piena come un secchiello,
    bambine in riva alla primavera,
    gialle sensali dell'impollinazione.
    Tutta questa folla  che parla e
    ride e mastica la domenica rosa,
    tubercolitica già alle quindici
    per il lunedì infiocchettato,
    al primo banco della settimana,
    tutta questa folla  non sa dove
    ci amiamo o non suppone
    la serratura. Della sera con
    il pelo novembrino ed il mosto
    incandescente, in cui ti spiai
    e riconobbi tra le tue dita
    il mio stesso pasto orizzontale.
    E spalancando la fame ti infilai
    la testa fra le braccia con la
    consuetudine del filo che
    va verso la cruna, seducente
    lucciola argento la calamita a cappio.

  • 28 aprile 2013 alle ore 12:57
    Cinque Cento Quattordici

    Le bambine sono papaveri, audaci
    d'innocenza nelle conte ereditate:
    la cena è nell'incubatrice, paraventi
    di insalata  fioriscono, fredde giarrettiere
    intorno ai secondi delle carni.
    Le diciannove e fra le aiuole compaiono
    in quattro con i nomi e con gli elastici,
    le gonne calde di piega, lucido affioramento
    di rossetti ancora intonsi, poi giocano
    alla danza mentre la luna impicca
    un'asola di cielo. E' sera qui, più
    sera che altrove: i gelsomini
    tardano a sudare ed un frack di nubi
    liso dai venti, Colosseo spumoso,
    rilascia leoni gialli sulle ossa del
    Cilento, ancora innocui come mici.
    Amore mio, prima delle rughe,
    delle diottrie, di selle rigide
    a cui dare in adozione i femori,
    prima delle pozioni di pastiglie,
    degli intrugli salva pena, vorrei
    essere piena  e più di tutti
    gli otri, dei vasi ecrù, foche di
    di gerani e folla di viole, delle
    bottiglie che ingoiano
    vele a bocca asciutta.
    Tenermi annodata per i mesi
    che si sanno la creatura con
    la tua razza incisa a fuoco.
    Farmi abitare, un solo ingresso
    e micidiale e poi ragionare con
    tutte le finestre sfitte, le porte vergini,
    con gli zerbini in piume e le mandate
    al primo volo sul tardo copione,
    tardo battesimo schizzato
     a lavare via le attese.

  • 27 aprile 2013 alle ore 13:39
    Cinque Cento Dodici

     Con la pioggia  le donne del nord vengono
    fuori: lucertole da nube, lombrichi verticali,
    snodabili appendini color savana, canne
    longilinee nei sandali annacquati, il passo
    diluito, la schiena, schermo ossuto ed
    intirizzito,  poggia irta, cereo palo,
    su gambe fredde di giornata.
    A quest'ora che ti svegli, la piana
    per cuscino, a quest'ora lontana dalle
    venti e dalla luna più di un miglio,
    mi rassetto il cuore sperando di
    lavare dagli angoli anche l'ultimo ammaraggio.
    Ma intorno piove e la nebbia veste
    Aprile per dispetto, visiera grigia,
    magra perfidia, guizzo d'alice argento,
    testa d'acciaio, azzurra dote  alle braccia
    prese d'assalto dall'afa settimina
    e dalla primavera in fuoco.
    Con la pioggia sfocano i fumi
    in una bianca esalazione e le gorgiere
    verdi rabbuiano il pomo d'Adamo
    ai monti, lenzuola non strizzate,
    affettuoso offertorio  di  lumache.
    Forse mi manca l'attrezzatura
    per sfuggire alla tua assenza
    che più di un collare mappa
    il morbo a cui mi immolo
    e questo nodo al petto
    regge meglio di ogni cucitura:
    lo dico inghippo, coagulazione,
    ma fa il tuo nome da quando è sciolto.

  • 26 aprile 2013 alle ore 14:58
    Cinque Cento Undici

    La signora domenica rideva:
    a tavola fra i cuccioli sorseggiò caffè,
    un mezzo volentieri ed un pettegolezzo
    intero. La domenica batteva  in azzurro
    fra il corridoio e le finestre e fino al letto
    il bacio del sole era alla francese.
    La signora è giovedì: non fuma.
    Il cervello spento tiene ostinato
    il soppalco della cotonatura
    delle sette e trenta, parrucchiere e
    piaga, tintura a volte; l'angoliere con
    l'ultima ricetta, mesto leggio,
    esibisce tre dosi di accompagnamento,
    due di pazienza. Dalla porta vola acre
    la corrispondenza fra la trapunta da
    cambiare e la fronte cera, o
    c'era un segno per intervenire.
    Salotto di mestiere l'imprevisto
    per la morte che rispettò il festivo.
    Intorno circola commosso il sangue
    ancora in forze spiando
    il collega ormai fuori dal turno.
    La signora incanalata fra le coperte,
    funebre cialda, ha indetto un ultimo
    raduno, Svizzera e Costa, con gli
    occhi affusolati,  discorso fra
    parentesi già chiuse.
    Un'altra nonna le sfiora il piede,
    l'onda sotto il marmo piano raffredda.
    E verso sera sarà già tutto ghiaccio
    da quella pozza di capelli e vene.

  • 26 aprile 2013 alle ore 12:57
    Cinque Cento Dieci

    Nell'anno di mia zia immobile, busto issato
    a metà, bianca bugia di resistenza, marciume
    di vertebre, la lisca franata, nell'anno degli
    acquitrini nei letti, di bocche nuove sotto
    la Chiesa, chirurgia del guadagno, sventratura
    di bastioni color moneta. Nell'anno dei fuori
    programma, delle divergenze, dei fuchi audaci,
    delle liti alla luna, licantropia di cuori avventati,
    nell'anno dei manifesti non ancora grattati,
    vincono i muli, dei cantieri accigliati,
    delle gatte facili, matrioske di semi
    bastardi, soufflè di miagolii patchwork.
    Nell'anno dei tavoli tirati all'ombra,
    quadrupedi in naufragio  di sole, nell'anno
    del tuo spettacolo, la prima a poche ore,
    io non sarò in sala, ma conosco la folla.
    Tutta la vita mi dice  come sei fatto
    e l'inguine tace, ma gli occhi hanno
    le impronte dell'odore più simile al tuo,
    la posa sottintende il bouquet.
    Nell'anno senza più esami, dell'amica
    da una visita al mese, nell'anno delle
    scorciatoie e dei riassunti, io ho
    finalmente capito a chi vanno costole
    e fianchi.  Chè una terra arata una
    sola volta con il vomere giusto
    non smette la voglia di quell'affondo:
    la distanza è impotente, la resa
    pronosticata. Nell'anno in cui tutto si appiana.

  • 25 aprile 2013 alle ore 13:14
    Cinque Cento Nove

    I polsi planano sui banconi dei bar, autopsia
    di orologi, obitorio di pose. Sul marmo sudato
    interviene un canarino quadrato  di stoffa a
    cancellare il sangue dei caffè, incidenti
    da folla, divinazione  nei fondi.
    I polsi oggi parlano il tuo dialetto:
    si muovono  in fretta sotto i pullover
    inutili all'afa, trecce color salmone
    risalgono spalle dove  poco prima
    aggrappavano bambini.
    L'ultima volta era così: etichetta
    in  azzurro e ventilata, portavi una
    riga di grigio sotto le tempie,
    incolpavi lo scambio di stagione e
    lo starnuto delle palme sul lungomare.
    L'ultima volta delle tue labbra  è
    finita con la tramontana: adesso
    tutto è fiato di sole, le maniche sono
    eserciti in ritirata verso nord, agli omeri
     e le gambe audaci, i piedi evasi.
    C'è voglia di barche fino ai monti,
    un desiderio di vele che non smette
    la sera, anzi s'infiamma  e porta
    con se la luna per mozzo.
    A volte sospetto perfino le vigne,
    che il loro passo si sleghi e
    provi le onde,  come il mio sguardo.
    Nei bicchieri e  negli occhi
    ordinato ancora un quarto di mare.

  • 24 aprile 2013 alle ore 20:47
    Cinque Cento Otto

    Sposarmi di Maggio o d'Agosto:
    in coda va bene,  nelle rondini
    la desinenza  a faccia di boomerang
    è timone e destriero.
    La fine, se pari,  è rotondità familiare,
    una savonarola in capriola, una
    cuccia spenta, culla e coperta,
    il gheriglio a riparo. E' che di quando
    sei nato io mi chiedo la voglia
    e come cantava tua madre, se il vento
    trottava nell'inguine del sessantasette.
    Tu mi prenderai la mano, abbiamo
    provato: certo non c'era nessuno,
    testimoni tre onde, le nostre schiene
    le panche e per altare la gola,
    ma è strano trovare il proprio
    incasso lontano, l'assenza di ulivi
    irrilevante, innocua la dimestichezza
    con argini che non hanno lampare.
    Sposarmi: gli oleandri assopiti,
    disinnescato il loro talco, orologeria
    velenosa, bizzarria di tornanti, aculei
    di palme, arruffate verdi, ti insegno
    le strade sboccate dallo stesso
    torace, due braccia avvitate,
    snodabili nel  manichino di case.
    Sposarmi  col passo di tutte le
    sere, quando le lucertole lasciano
    il posto ai draghi e sui tetti
    vanno a piedi le stelle.
    E le fate.

  • 24 aprile 2013 alle ore 12:55
    Cinque Cento Sette

    Le finestre a pancia in aria,
    grattino di primavera,
    il caldo opera a cuore aperto,
    teche di mestiere, le stanze
    come ossa, reliquia pagana.
    Il divano nuovo scongiura
    rigetti alle sedie, diritto
    di prelazione. Acconsentono.
    Che resti.Geometria di
    interni poco quadrati
    e battiscopa per gengive
    e pareti per capelli.
    Il solito pazzo del mezzodì
    scuoia la piazza con una
    foto sotto il braccio della
    Ravello che fuma, box
    di defunti primi novecento:
    l'umidità frana sulla stampa,
    acne monocromatica fra il
    cortile moresco e la vecchia
    fontana. Ora capisco cosa intendevano
    le stelle, ora so tutto. So che non
    basteranno tre giri intorno ai tigli,
    la filastrocca dei pulpiti, il Giona
    esploso dalle fauci. So che tutto
    mi sta intorno con la perizia e
    la costanza di sempre:conventi,
    balbuzie di vento se il mare
    inforca l'afa, ginestre e corpetti
    da tarantella. Sono io che ho
    sentore di ingresso appena
    brillato: la gozzoviglia di un'ora
    di nord mi recò un'orma, un indizio.
    E chi mi incontra si volta alla
    scia: faccio odore di te,
    di cosa non loro, di cosa
    straniera. Nocciolo espulso
    dalla balena e ancora indorato
    del suo succo nero.

  • 23 aprile 2013 alle ore 14:38
    Cinque Cento Cinque

    Niente rime, piuttosto ricami,
    onda d'urto che spazza il contorno.
    Le terrazze agghindate di aprile
    fanno smorfie esaustive,
    l'amplesso dei gechi,
    companatici fra i muri e la
    sera, uno schizzo di luna
    venuta in anticipo, è già
    tardi da qualche parte
    fra i Lattari ed il brodo
    del mare. Io mi ero finta
    tutto un amore e ci stavo
    in quel lago due metri
    per due con i piedi puntati,
    il fondale sotto la pianta,
    radice sterile, solo pretese
    di gonfiori corretti.
    Mi ero finta tante cose:
    orpello, sedia , badia,
    lucernario, coda e cometa.
    Sentivo tutte le mie parti
    accordare appuntamenti
    col mondo, arrivare e  mancava
    mezzora, ed in fretta sloggiare,
    rincasare quasi sempre in affanno.
    Poi tu, altissimo come i fari
    in bocca alle boe, otorinolaringoiatria
    degli abissi. Sulle tue gambe
    come su un precipizio: i giorni
    allagati, invasi, crepati.
    Non so più contare, combaciare,
    rammendare e frenare.
    Tutto di questa razza con cui
    mi cucirono il cuore ha la tua
    firma accucciata sul bordo,
    marchio di fabbrica e fabbricante.
    E per montarmi e riassestarmi,
    il verso è quello dove tu resti:
    quattro bulloni con le tue mani.
    Tanto  poi basta per darmi funzione.

  • 23 aprile 2013 alle ore 12:58
    Cinque Cento Quattro

    Liquefatto:  agosto  quando sarà
    sui meccanismi del Sud.
    Aggiornati  e, se ti adegui,
    vedi che qui temperiamo il sole
    finchè non ci prescrive meridiana
    ed umore, il quadrante un'abbuffata
    di cicale spruzzate come pepe
    dentro la testa dei pini, pidocchi
    in trasloco. Salutami la tua barca
    di amici, remate piano sulle pance
    larghissime della pianura, dritte
    quanto un cadavere , invitano
    a letto il sonno, presto.
    Il tuo gruppo da araldica di paese,
    con il nomignolo per pedigree,  li
    immagino gli occhi grigi , la
    nebbia in tasca al posto del
    resto e la pacca sulla tua
    spalla quando arrivi.
    Le tue spalle: mi fossi legata
    a marzo con la mandata del
    nodo che tu dici non si scioglie,
    che non è neve, adesso ti
    starei addosso.  Cintura al collo,
    una campana nella giugulare del
    campanile, suono se è ora
    di te, il tuo cave canem,
    il morso micidiale all'ingresso
    dei desideri sul mio desiderio in catena.

  • 22 aprile 2013 alle ore 20:31
    Cinque Cento Tre

    Tutto va via da me:la chioma,
    scappellandosi, soldato a giorno,
    perde appendici e annessi, taglio
    veloce in collera con la sutura,
    caduta a rilascio stagionale,
    dosi minime, talvolta in suppurazione.
    Ho malinconia delle voci alte
    sulle grucce dei mercati, dei castagni
    irrigiditi dall'eccitazione ventuno settembre,
    l'aria in piedi sui ricci esplosi sotto
    le gomme disattente dei viaggi,
    un muro senza mare dove
    tutto è mare. Ma vanno via da me
    fasi e nomi, arti, periodi, carezze,
    moncherini e protesi.
    Niente resta in posa con convinzione:
    mi provano, test da contenitore,
    scivolano dentro e poi, voilà,
    già guardano domani spiando
    l'ago chiaro, l'indovino dell'apertura,
    rabdomante di fori ed evasioni.
    Eppure dovrei essere abituata
    a certi esili : nemmeno io so tenermi
    accanto se non per un istante.
    Seduta allungo la mano  fino
    alla mia e con le gambe stesse
    in posizione a scatto già mi abbandono.

  • 22 aprile 2013 alle ore 14:04
    Cinque Cento Due

    Venere e ciechi, stelle a
    perdifiato lungo la gobba blu,
    rodeo di luci e notti per
    mandriani e pescatori sospesi
    al mento della donna che li
    attende  arenata
    sotto le coperte, capodoglio
    e capelli.  Di spalle.
    Come ci si saluta sulla Costa
    è diseguale al buongiorno di
    tutta la terra: noi tratteniamo
    i fiori fra le labbra, zingari
    e zagare appesi ai muri,
    se vendono bene.
    E tu che vuoi studiarmi nell'habitat
    a me congeniale, fra il battaglio
    espulso dei sandali e la sventagliata
    di plissè abbronzati, non sorprenderti
    di quanto mi ha invasa ogni
    tuo tendine, di come mi sfilasti
    la casa che portavo: numero di magia
    o destrezza da esperto.
    Adesso nuda, le ossa
    con il tuo specchio, mi vedi meglio
    e più ferma di tutti gli scogli
    imburrati dal mare.

  • 22 aprile 2013 alle ore 13:38
    Cinque Cento Uno

    Mi preferisco. Anche se ho
    paura: la paura mi fa simpatica
    come la plastica quando ci imbusta
    la vita. Mi preferisco anche tremando
    fra i tuoi monti e le spalle amore
    mio su cui sento sbattere il tempo
    dei navigli che  raccontarono mio
    padre ed i suoi giorni di fama,
    acquerelli e sottigliezze.
    Risacca nebbiosa, granulosa
    ed ecrù. Mai stata lì, ne altrove:
    i rosoni restano incolti sulle
    Chiese del nord e la terra è
    piana e ancora forte, livella
    di semi e radici, architravi ed
    assi, teatri, pose, mestieri.
    Mi preferisco anche così:
     la pelle ha sapore perenne
    di fusa e di reti, di scogli,
    tovaglie e presse.
    E per quanto tu l'abbia
    mescolata, mantecata alle risaie,
    alle risse di fine pazienza,
    alle mattine cicatrizzate in
    testa, alla filigrana in grandine
    sulle passatoie dei campi,
    lei è fiera e con la faccia di
    sole e poche medaglie,
    si tiene stretta la bugia
    di poterti somigliare solo perchè ti ama.

  • 21 aprile 2013 alle ore 14:48
    Cinque Cento

    Vuoi sapere l'odore che fa il mio
    odore: ti aiuto mentre mi informo.
    Odore di intonso, di mai sgualcito,
    mai usato, consunto, finito, sfruttato,
    vissuto, saziato, piegato, assaggiato,
    divorato. Odore di cosa non toccata,
    di muro a facciavista meno gli occhi,
    di ingresso senza calpestio.
    Di un giorno di mare e mezzo
    lungo la sera, orrendo copriletto
    a schizzi gialli,di catena, di   ciondolo
    e pena. Odore di cane e guinzaglio,
    di macchia, di mano che corre
    a prendere il desiderio lanciato
    giù, dove tremo. Ti fermo.
    Il mio odore è fare piano:
    ma siamo già piano.
    Orizzontali e nascosti,
    somiglia alla morte
    il nostro " in piedi".
    Stese le teste non solleticano
    il cecchino che sa del mio
    nome quando viene col tuo.
    E la paura,  buio mirino,
    mi tiene la gola in cui versi
    e versi la vita una dose
    alla volta perchè un poco
    si posi ad avvamparmi le
    vene e le ossa, perchè
    non pulisca le labbra esibendo
    fiera a fine pasto
    la traccia di tutta la sete.

  • 21 aprile 2013 alle ore 13:55
    Quattro Cento Novantanove

    Venti minuti, rimpiccioliti:
    sotto la lente passano i pini
    con gli aghi, il sole è un ditale,
    la cucitura dai tronchi alle teste
    è ferma  e  quasi sfrontata. 
    Ai tigli hanno inaugurato la
    barba, tenera polluzione allergica
    ed eccitata che macchia già
    i rami. E sui tetti, tra tegole
    e grondaie, ali di scorta e
    ricicli, mansarde, schiuse le fughe
    all'inverno, le biglie e i tornei
    corrompono pomeriggi infiniti
    di bouganville ricamata sui muri,
    e una gualdrappa di edera ,
    tenta, tentacolare bordura sui
    dorsi a secco delle mie vie.
    Ma  a venti minuti dall'ultimo
    goccio di voce, tu hai già
    indossato una giacca color
    del ricino e porti bene il
    mio ricordo sotto il braccio.
    E quando alle diciannove dovrai
    reggere chiavi ed ombrello,
    copione, busta , una mano
    e forse un regalo, lo lascerai
    andare: un numero in caduta
    ma senza frattura, show di passato.
    Giù, verso il c'è stato.

  • 21 aprile 2013 alle ore 13:00
    Quattro Cento Novantotto

    La domenica guantiere e nastri
    svestono le creme dalle pastefrolle
    incinte. Le Messe, seminate ogni
    due ore, sbocciano cortei in ansia
    per il forno e la cottura oro sui
    bordi alluminio delle portate
    in prova il sabato.
    Il sabato  che tenta.
    La domenica la prima.
    Nei giardini ammattiti
    dalla pioggia assente,
    compaiono tovaglie,
    dalle campane il fiotto
    di una frazione ricorrente.
    Il vino aspetta il tuffo della
    pesca e della voglia,
    il contorno acciambellato,
     gatto verde nel piatto
    più piccino. La domenica
    io mi vorrei fra le tue braccia,
    incastrata senza fame
    a nord di questo sud che
    calza male. Ed è già l'anno.
    Io mi vorrei slegata dalla settimana,
    e perdonata. Per volerti  ancora
    più nel sangue e, fra un
    istante, più di adesso.

  • 21 aprile 2013 alle ore 9:55
    Quattro Cento Novantasette

    La sera è difficile:
    i merli smettono  il ricamo dei canti
    fra le palme spampanate dalla
    tintura del mezzodi ed i rondinotti 
    mestruano  il primo volo nell'utero  dei vicoli
    in grigio. Intorno si accendono braci
    e luci ed una voce da quiz
    accompagna la raffinatura dei sughi.
    Sulle tavole i piatti intonano i bicchieri,
    maggiori e minori sul pentagramma
    a quadretti rossi  delle venti,  il pane
    accucciato nella patena
    di vimini è umana eucaristia.
    La sera è difficile:
    difficile dosarne il dolore.
    Di solito arriva in un getto e
    mi investe sulle strisce del primo
    sonno, vapore  con il tuo nome
    scappato alla valvola brilla.

  • 20 aprile 2013 alle ore 13:15
    Quattro Cento Novantacinque

    Ti porteranno le bocche, sono mani:
    un obolo nel palmo la tua voce.
    Loro fanno così: si accontentano,
    si propongono e danno.
    Ma lo sguardo, il filo, gli occhi,
    quelli erano i miei e quanto
    mi batteva il ventre contando i passi
    alle tue braccia, nessuno saprà.
    Distinguere  se fu tonfo,
    o burrasca.
    E' che non avrei mai osato
    una porta che si apriva
    tenendoti dietro come un sermone.
    L'ariete che mi ha rovistato la pelle
    non ha mai forzato un respiro.
    E adesso che smetto tutti
    sorridono disattenti all'apnea
    con cui mi vieto anche 
    solo una frase di vento.

  • 20 aprile 2013 alle ore 12:38
    Quattro Cento Novantaquattro

    Sulla piazza il rondò dei piccioni
    è sversato, grigia assunzione.
    In fitto i gradini dal sagrato all'asfalto.
    E' che ricomincia la marcatura dei
    cotoni e delle crinoline dopo i lampi.
    Mio amore che sverni ancora la
    tua primavera, mi hai messo
    il cancello alle mani ed una catena
    sugli occhi: come ti tocco se non
    con la pula degli ultimi pensieri?
    Di te che mi morivi addosso
    ansimando e già decidevi
    di rinascere altrove.

  • 20 aprile 2013 alle ore 9:06
    Quattro Cento Novantatre

    Che sia prima dell'estate: in estate
    io mi ammalo  ed il mare va in fuochi
    e c'è dispersa nell'aria la solita
    fragranza di seta e semi neri,
    di frutta squarciata.  Vieni prima
    che dalla gola di tutto l'Agosto
    si stemperi il bruno rosolio
    dei gradi eccitati: è questo l'incantesimo
    che sta per finire, se tu mi vuoi,
    che sia prima di allora, della mia
    degenza in sandali cipria.
    La ruota di gonne dal mio armadio
    tenta fughe mal riuscite, una classe
    di pavoni taglia quarantadue, ricercati
    nella primina della nuova stagione.
    Ma tu fai prima: prima dei cocomeri,
    delle sdraio sguaiate e piene, dei
    draghi delle quindici e delle
    cordate di vicoli a sud.
    Una mano, la tua, venga a prendermi
     per le scale. Tranciami dal loro
    budellino di maioliche e dall'acconciatura dei glicini.
    Trova una scusa, la data, un appuntamento,
    la ricorrenza e pur senza regalo,
    che sia prima, prima che la luna
    in costume rida di me
    su, fra le stelle che asciugano.

  • 18 aprile 2013 alle ore 20:47
    Quattro Cento Novantadue

    Non sono da ribalta: il mio palcoscenico
    è la fossa da suggeritore, lì dove posso
    appendere la voce alla faccia altrui
    e dire che ho detto bene, senza
    vedermi. Io con le ginocchia timide
    e le mani sopra, le rotule nascoste,
    i palmi come maschere.
    Così non si ha mai colpa,
    non si ha mai volto.
    E poi mi guardano, ma io non so guardare:
    quando tiro dai loro occhi il mio
    riflesso, quello è molesto come il capello
    nella pancia a giorno di una pietanza.
    Il nocciolo di quel tuffo che inorridisce
    ed imbarazza, io lo correggo e, sfilandolo,
    me lo riporto addosso, cercando il buco
    a cui è sfuggito e nel cuoio
    la falla  da cui è scivolato.

  • 18 aprile 2013 alle ore 13:03
    Quattro Cento Novantuno

    La luce batteva le mani: oltre
    l'ingresso la finestra del primo amore
    più alto. Legato al polso un nome di
    donna, nel cuoio la sua marca,
    fuoco raffreddato sulla cassa del
    bovino. Pezzatura, provenienza.
    O forse lui era solo  un cane.
    Da riportare, se smarrito.
    La sera arrivava presto sulla
    Costa: la smania di starci,
    di montarne i monti  e vedere
    l'indomani una striscia tinta di
    femmina confermare la semina prospera.

  • 17 aprile 2013 alle ore 17:11
    Quattro Cento Novanta

    Quante vite avrò già vissuto, le ali
    ferrate nelle tue mani per correre
    bene il mio volo su, tra pendici
    che non hanno picchi e tutte uguali
    danno il ventre al riposo, verdi e bovini
    adombrano. Quante vite avrò già
    vissuto in bilico sui tuoi sostegni,
    io spettrale filare carponi,  poi
    traballante sulla scala
    nerboruta dei castagni.
    E se mi fossi lasciata andare
    prima al tuo nome, dieci o più
    stagioni fa mi avresti arata
    ad  ammansirmi  oggi alla zuffa di
    zolle: calze dilatate e calde,
    a cui i semi vanno
    come i piedi alle case.