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Poesie di Emilia Filocamo

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  • 23 febbraio 2013 alle ore 9:06
    Quattro Cento sessantatre

    Mi fai paura.Mi fa paura la tua mostruosa
    bellezza che ieri avevo dato al rogo ed oggi
    risorge dalle gambe come un incenso
    ammaliante e termina sugli omeri e poi
    ancora sbuffa, vaporoso vagone che avvolgendoti
    il collo, sgocciola al petto e mi dice esattamente
    dove vorrei trafiggerti, spurgarti stagioni e nomi
    ed inalarti la mia carne, distillato di premure
    e guai. Mi fanno paura le tue mani che sanno
    i miei angoli e le cassettiere dove ho stipato
    meglio il sangue per non traboccare.
    Così tu puoi rubarmi quando vuoi
    il senso e la spina dorsale, accartocciarmi
    con il risucchio del palloncino curato
    dall'iniezione dello spillo.
    Vedere come rimpicciolisco e mi allontano
    dopo la penetrazione che libera il
    fiato allagandomi di te.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 16:27
    Quattro Cento Sessantadue

    Mio angelico Belzebù che a novembre avesti
    il tuo corteo, la rossa processione del mio sangue
    spillato in effervescente bollore, l'annusata caparbia
    del cuore fino ad allora assordato da deflagranti
    equivoci. Ho fatto quanto richiesto, compilato
    con ordine la lista delle cose che ho messo
    in vendita. Le ossa: tutte. La carne: pari
    peso. Pari destino. Occhi e pensieri:
    i primi impalano le tue parole, i secondi
    secondini delle tue gambe.
    Bocca  e mani: le labbra non si
    insaporiscono da mesi, le mani vanno
    via come foglie a cercare una tomba.
    Per il resto ho un cancello oltre il
    quale più non passo perchè so che
    è lì che la mia morte attende con
    l'invito suadente di una bacca succosa.
    E vorrebbe addentarmi la fede brulla
    con cui mi dedico a te e dall'anima
    spino ogni altro demone. Al punto
    che ora bussano tutti insieme e fanno
    ressa ed io mi allento un po'
    per inghiottirli e poi sputarli, passeri
    invischiati dalla saliva della tua molteplice nomenclatura.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 15:55
    Quattro Cento Sessantuno

    Avevo una sola amica, alta come
    un pensiero, con aspirazioni da
    giunco e storpia d'animo. 
    Si piaceva quanto ci piacciono
    i chiodi della Croce, i palmi
    frantumati dalle saette del
    volgo. Lei mi parlava ma non
    diceva i segreti di cui le cose segrete
    sono di solito incinte.
    Trascorrevamo il tempo a raccontarci
    merlature e conquiste, i castelli
    biondi o bruni di cui avremmo arreso
    patte e patti ,  burrosi ponti levatoi.
    Ma poi eravamo inermi e sciocche,
    stolte e della stoltezza che hanno certe
    tazzine da corredo tutte impettite
    nelle vetrine delle credenze.
    Tronfi ghirigori  che aspettano
    di essere scaldati dal liquido
    a cui si offriranno  nel giorno
    degli ospiti, nell'istante della bella figura.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 15:12
    Quattro Cento sessanta

    Mercoledì che non è stato grasso e non è stato santo, solo
    dispari e sfortunato. Tondo furfantello imbucato nella settimana
    insonne a prendere le misure del mio lato buono, lugubre
    dimestichezza al destino orizzontale che è di tutte le
    creature già svezzate. Mi sono morte tante cose, stessa
    data: a volte di mercoledì, a volte di domenica.
    Candele più che candeline, il mio genetliaco è
    l'esequie meglio eseguita. Fiori e cenere sui
    binari di Pompei, fiori e cenere nei corridoi
    al neon della grigia torre degli ecografi e dei
    tracciati. Ho messo gli anni come spilli, io sono
    la bambolina della maledizione su cui scocca
    il dardo con l'acutezza d'acciaio di una  fiocina
    nel viscido dorso del pescato. E non mi paro
    il fianco, aspetto con la posa inerme
    del bersaglio che tutto torni a ricompormi
    in questa scena: fra i riccioli cerco l'indizio
    del dolore che il nuovo inserto dovrebbe darmi.
    Ma è tutto buio, del bianco non vi è mai
    odore: avrò sempre capelli d'ebano  e schiena canuta.

  • 22 febbraio 2013 alle ore 14:29
    Quattro Cento Cinquantanove

    Vi ringrazio, e di tutto. Delle serate in vostra
    compagnia ed in mia mancanza su tavoli
    di poker mai sfiorati, tra le luci basse ed
    il fumo in fuga dalle ciminiere innalzate
    sulle vostre bocche. Di avermi accolta
    invisibile e meridionale nel vostro parterre
    orientato sulla neve, cavallette in previsione
    di gelo, oracoli dell'erezione delle piogge.
    Di avermi insegnato la curva dei campanili
    colati a picco, le ricette della vostra fama,
    i colori delle case e degli addii. Ringrazio
    tre donne sedute intorno ad un tavolo,
    intessute con gli stessi lineamenti,
    trafilatura al nord, le ringrazio per come
    hanno svasato il mio cuore dalla
    solitudine e lubrificato di speranza il
    suo innesto sulla morbida coperta
    della pianura, in attesa di frutto.
    Ringrazio te per il tempo in cui
    mi hai scelta, lavata dal passato,
    asciugata con un roseo elenco di
    prole, ricoperta di culle e nastrini,
    vegliata nel travaglio, assistita
    al parto. Grazie per aver gioito con me
    che fosse femmina e maschio,
    simile a te e simile a me, con le tue
    spalle ed i miei occhi , la tua voce
    e la mia resa. Quando mi addormenterò,
    dopo la madida fatica che ci fa piovere
    al mondo, quando questo ventre rabboccherà
    il suo dato, obiettivo smesso, retrattile messa
     a fuoco, socchiudi la porta e, andando via,
    conserva insieme al mio grazie, fazzoletto ripiegato
    tra i guardrail della lavanda, il corredo ancora
    intonso, il velo di imprecisata lunghezza, i doni
    di nozze in attesa di ritiro e la pira di felicitazioni
    che non rispondono più ai nostri nomi.

  • 21 febbraio 2013 alle ore 12:48
    Quattro Cento Cinquantotto

    Non sai se sono vestita di blu,
    se di viola. Se ho freddo là
    dove non sei più passato,
    se i miei capelli tendono a virare
    dalla testa o i piedi ad ammutinarmi
    il desiderio di andare. Nemmeno io
    ricordo più come si componevano
    le tue ossa: ricordo però la traccia
    bordeaux del sorriso che ti dilaniava
    le labbra scusandosi di essersi
    innescato a metà strada fra le rughe
    ed i campi. Ma tu non sai se oggi
    tossisco, se domani mi domerò al
    letto, se il mio  trucco è sbavato
    e senza cilindri, la camicia quella
    di allora e la borsa la stessa,
    nera. Se la vita è incavata e
    le ginocchia adunche, nasi
    che non hanno più familiarità
    col tuo odore. In effetti anche
    io ho difficoltà a rimettere in ordine
    le tue spalle sull'incudinei delle
    gambe che ho toccato abbastanza
    per non confonderne il dolore.
    Oggi è un altro giorno da ieri
    che tanto somiglia già a domani.
    La colpa del lurido lunedì
    ricade su tutta la settimana:
    è congenito il morbo,
    perniciosa decalcomania.
    Eredità assegnata puntuale e senza morti.

  • 21 febbraio 2013 alle ore 9:03
    Quattro Cento Cinquantasette

    Di azzurro l'iride, puerile gallinella,
    sioux di mare che beccheggia l'aia
    ristretta della pupilla. Asserragliata
    quest'ultima, isolotto e isolata,
    capocchia di spillo ammaccata.
    Di azzurro tutta questa distesa
    allargata tra i cunei delle montagne,
    saliscendi di oscure nazioni di alberi,
    militanti chiome  e radici in sobillazione.
    E che? Un fiocco? Quella spumosa
    coccarda che sta tronfia alle porte,
    agli usci, alle bocche dei condomini?
    Come a dire: qui dentro c'è un premio
    che starnazza e schiamazza, tutto infagottato,
    dalla placenta al saltimbanco bollente
    dei corredi ansiosi di colore. Tenero ed
    indifeso, affamato marsupiale.
    Dimenticavo: e di rosa? Di rosa
    un'urna di fard e biglie da collana.
    Ma niente che penzoli ai pensili,
    che sporga dal davanzale e gridi
    il segreto che trattenevano buone
    le gambe. Di rosa una voglia sotto
    il seno, una chierica in mezzo alla
    carne che non mi fa santa e
    non mi fa mamma. I miei figli
    sono morsi e dettagli, richiami
    o reliquie, somiglianze, interpretazioni,
    disagi, disguidi. Una rigida, ostile
    condanna che come sboccia il parere
    a scagionarmi dal veto, ad incidermi
    l'imbuto ritorto, ecco che subito
    trova l'inghippo e la vidimazione alla mia acerbità.

  • 19 febbraio 2013 alle ore 12:25
    Quattro Cento Cinquantasei

    Ho perso il turno ma al prossimo
    giro mi riassesteranno la carne secondo
    misura, rimpolperanno i lombi di belle,
    nutrite speranze, reperteranno gli
    accenni involuti di vita raggrumati
    da qualche parte fra diaframma
    e bacino. A proposito! Che diavolo
    talentoso questo armadietto incassato
    fra il mio torace ed il cammino!
    Nel mondo creato, se stretto, se largo,
    invoglia a pensare quanta fatica o
    quanta meno incrosterà l'uscita
    al venuto. Per me è  panca su
    cui non ci si siede,  cassettone
    di rancidi merletti ,  di  lenzuola
    naftalinizzate, mine anti tarma .
    Un'insulsa appendice che guada
    senza fortuna la voglia del cuore
    al mestiere del ventre.

  • 19 febbraio 2013 alle ore 12:19
    Quattro Cento cinquantacinque

    Il canto di un grillo meccanico,
    allarme dimenticato, risuona dai piani
    senza ascensore. Il lugubre rintocco
    smezzato dalle finestre accostate, si
    insinua con il corpo di un gas
    e mi raggiunge. Non sapevo come finirmi,
    se con la bocca slabbrata dal silenzio o con
    le vene disossate dai polsi.
    Allora ho pregato che mi arrivasse
    un aiuto, un giorno come mannaia,
    un orario per cappio.
    E adesso che mi amalgamo in questo
    corteo cereo  e buio, adesso che le promesse
    sono mantecate al disprezzo, trovo un mio
    ricciolo nella minestra: il naufrago arranca,
    poi affonda. Nulla di me va salvato.
    Lo sforzo stipato piuttosto in cantina
    fra un rosso pasticcio di uve e
    budelli ripieni di bisestili mattanze.

  • 16 febbraio 2013 alle ore 11:02
    Quattro Cento Cinquantaquattro

    Il mio due novembre piomba, impallinato,
    nel mese della carne mascherata, del
    lauto martedì. Sono morta fra una
    Colombina e la piccionaia delle
    montagne incrostate di case
    mentre il postino sbaglia indirizzo
    e dal forno i lieviti risorgono in sfoglie.
    Sono morta del mio amore nel turbinio
    di fogli mutilati in lazzi variopinti.
    Al mio capezzale riconosco buffe
    congreghe di streghe e fate
    che mi vestono da sposa.
    Vogliono ridere anche loro e sono
    io il carro vincente così intabarrata
    di bianco nel giorno del nero.

  • 16 febbraio 2013 alle ore 11:00
    Quattro Cento Cinquantatre

    Il mare non ti darà mie notizie mentre stai
    infilzato, faro dal collo torto, sulla riva con
    i rimasugli del mio ultimo odore.
    Nessuna divinazione dall'orzo orizzontale
    ingabbiato nella curvatura dei turgidi
    golfi, nulla arriva dal suo  buio bramito, dal
    liquido moto contropelo. I monti
    non ti diranno dove hanno dormito le mie
    spalle e quale ombra le arrossò prima
    della tua neve. Però sai che tutto di
    me è edificabile, che sul mio sangue
    si innalzano cantieri in tua memoria.
    Non so fare cose che durano un
    istante, la spirale dei tempi lunghi
    mi avvinghia la gola trascinandomi
    al gorgo delle attese. E  ti avrei
    abbracciato con la forma per cui
    avevi preparato l'incasso se
    questa piaga non ne avesse
    ammutinato l'ingranaggio.
    E adesso che dubiti della
    razza e della fedeltà di questo
    amore da canile, preferisco
    la morte alla direzione dei tuoi passi.

  • 16 febbraio 2013 alle ore 10:57
    Quattro Cento Cinquantadue

    Il feto stava uscendo, già con l'ombrello
    ed il nome del proprietario appuntato
    sulla marsina, irsuto al punto giusto
    e guarnito sul cuoio di una chioma
    possente. O forse glabro e con
    boccoli e bocca d'arancio, con la matrice
    del mondo proprio là sotto fra le tenere
    gambette rosate. Eppure tutti ne avevano
    già visto la voce, sentito la testa spingere,
    molle ariete già pavimentato, solleticato
    le piante dei piedi con gli occhi appuntiti
    d'attesa. Ma poi ecco che è rincasato,
    svestito di gran premura, rimesso al
    suo posto, ricacciato dentro, rinchiuso e
    rimandato. Non è stagione per il suo
    pianto, non c'è calpestio per il
    suo carponare. Verrà, verrà il tempo
    della divaricazione, del vagito dopo
    lo sforzo.Non oggi, non adesso:
    a volte un pigolio di voglia non
    basta ad impolpare di cielo le ali.

  • 16 febbraio 2013 alle ore 10:54
    Quattro Cento Cinquantuno

    Tutto questo silenzio dice soltanto una cosa:
    che dovevamo stare prima in silenzio,
    che io con le parole vado d'accordo
    solo quando sono mute ed orizzontali
    sul foglio e tu so che parli solo se
    stizzito dalle parole altrui fuori luogo.
    Ecco, forse se ci fossimo esercitati
    allora a trattenere, verbi e soggetti,
    aggettivi e bisogno, adesso ci
    adatteremmo con grande talento
    a questa landa in cui raccattiamo
    monconi e brandelli di lunghi
    discorsi. E come due bambini
    con porte e finestre di plastica
    rossa o verde, non riusciamo
    a mettere su un ingresso
    ed un ombelico nel muro
    da cui guardare la vita.

  • 16 febbraio 2013 alle ore 10:51
    Quattro Cento Cinquanta

    La mia pazzia è pazza, sono da legare,
    ma non da legame. Vorrei interrarmi per poi spuntare
    e pungerti i piedi così che al tuo " ahia",
    sogghignerei con il compiacimento di
    un'inguaribile peste. E vorrei invasarmi
    nei tuoi ricordi cosi che ad ogni pensiero
    io verrei prima, locomotrice di ogni vagone,
    sia biondo che bruno. E lasciarti a terra
    quando proprio più non ne posso del
    tuo cuore che, libero, solletica
    il mio alla libertà e quando lo slaccio
    ed è pronto, lui si diverte a tessere
    i vantaggi dell'ingabbio.

  • 11 febbraio 2013 alle ore 15:25
    Quattro Cento quarantanove

    Ci siamo incontrati meno di poco,il primo
    appuntamento in una sera svogliata d'autunno,
    la pagina come orario, per pub una poesia.
    Due ore dopo io ero il taccuino, tu la penna,
    io le tavole della legge, tu il fuoco incisore.
    Una settimana dopo eravamo passione
    e promessa, amanti in due mesi,
    in tre litigiosi e gelosi, in quattro
    ancora amanti. In sei decidevamo la
    Chiesa, in sette ero legata al tuo dito
    con la tua stessa ombra sul mio, in
    otto ero la madre dei tuoi gemelli.
    In dieci regina fra un piano e l'altro
    della casa che avresti costruito,
    nell'undicesimo mese sceglievo
    l'incasso della culla. E tutto questo a
    grande, mostruosa distanza: a dire il
    vero ci siamo toccati non più di due
    sconosciuti in fila alla posta.
    Eppure adesso che scivola via
    l'oscuro calendario del nostro sfuggirci,
    ancora senza toccarci, racconto a me
    stessa del nostro triste divorzio, subito
    seguito all'aborto e che non ebbe
    mai accordi giacchè oggi
    di te sono già vedova.

  • 11 febbraio 2013 alle ore 15:21
    Quattro Cento quarantotto

    Mi racconteranno dei monti, sontuosi ponteggi
    senza riposo, di neve uncinata, canuta aureola,
    bianca cravatta annodata. Mi diranno come si
    accucciano le vite ancora senza parola e come
    vanno acquietandosi nei gusci dal fiocco rosa
    o color del cielo gli insonni gherigli. Tutto ciò
    non avrà mai i miei occhi o le mie mani
    se non nell'istante che passerà pulito dal
    tuo cuore con un filo così santo
    da  allargarsi in un' ostia.

  • 11 febbraio 2013 alle ore 15:19
    Quattro Cento quarantasette

    Defibrillazione, scossa, scuotimento: quante
    ne provano all'ingresso del mio edificio, i cavi ed
    i fili attaccati alla porta del primo bacio. Dicono di
    aver trovato la crepa, l'inguine della falla spaventosa,
    piattume d'ordinanza e tre indizi di crollo.
    Rovistano le fondamenta con picconi e sostegni,
    dal cantiere la vista si aggrava. Ma sullo schermo
    da cui rimbalzano sconfortanti le serie di dati,
    improvvisa viene la testa di un'onda, rosso,
    ravvivato segnale. L'istante in cui si spera
    già provvisto di vanghe arruolate ad interrarlo.

  • 11 febbraio 2013 alle ore 15:17
    Quattro Cento quarantasei

    L'ultima evoluzione dell'insetto catapulta
    scura sulla pista albina della vasca.
    Un solo fiotto di acqua ingrossa in universale
    diluvio, battesimo senza sopravvissuti.
    Come una virgola nera arruolata a divaricare
    parole, adesso sscivola dal bordo credendo
    sua l'impresa che è invece della mano
    che svita il condotto da cui cala la morte.

  • 11 febbraio 2013 alle ore 15:15
    Quattro Cento quarantacinque

    Oggi che vado non restare sulla porta.
    Hai staccato i giorni dalla mia pelle
    come turgide zecche e guarnito il mio
    bagaglio con un paio di carezze nuove e parole
    d'altura, con cento venti mai passati di qui.
    Oggi che vado non guardarmi mentre sono
    di spalle: conserva la mia fronte come
    orizzonte e grida terra
    alle mie labbra non ancora imbarcate.

  • 11 febbraio 2013 alle ore 15:14
    Quattro Cento quarantaquattro

    Poi venne l'amore, midollo più alto dell'osso, esondazione bianca
    e molliccia, rigetto asciutto. Il rabbocco tentato più volte, la limatura
    dell'eccesso, del troppo, il bordo rinforzato con dosi massicce di ravvedimento,
    non ebbero fortuna se non per un'ora. Poi lo smottamento della prima
    postura è ripreso furtivo e terribile sotto la calotta dell'apparente
    contegno, tracimando. L'argine inghiottito dal suo stesso ripieno,
    mostruosa creatura che mangia la carne
    di cui è incarnata.

  • 07 febbraio 2013 alle ore 11:10
    Quattro Cento quarantatre

    Del tuo funzionamento, incasso e batteria,
    rotazione ed ingranaggio, manopole e start,
    ho fiammate di bisogno. Decine di allarmi
    banditori della scintilla che solletica la fuoriuscita
    del tuo nome, meccanico scampanio da cui
    non mi difendo. Regolata sul tuo cuore,
    sterno sullo sterno, avvitata a perdifiato,
    stuccata ed oleata, in te riconosco il mio
    sistema. E se vuoi spegnermi, non cercare
    pulsanti, non uno spiffero a scongiurare il
    moccolo: incolpa solo il giorno in cui
    la tua distanza mi collauderà al disuso.

  • 07 febbraio 2013 alle ore 11:05
    Quattro Cento quarantadue

    Verranno alle nozze vestiti a casaccio, l'invito
    alle sette e tre quarti, capelli sfatti, tinture senza rinforzo,
    un mazzo di carte al posto dei fiori, una cabala invece
    del riso e cani per damigelle. Il celebrante con i
    guanti del guaritore, per altare il moccolo di un
    tronco e due colombe come candele, non un
    bocciolo sprecato e spaiato solo per
    voglia. La cerimonia un replay: tu mi ombreggiavi
    da tempo come il tiglio con l'angolo dove
    stavo seduta in attesa del buio. Hai fatto
    caso che a volte la gioia ci penzola sulla
    testa come un lampione acceso di giorno?

  • 07 febbraio 2013 alle ore 11:03
    Quattro Cento quarantuno

    La morte sfoderata sul divano, sguainata mai
    sguaiata, sonnecchia bugiarda, lingua di rospo
    in attesa del tafano. Nell'ultima ora piatti di ossa
    scuociono nel bollore dell'abitudinaria artrite,
    abiura di movimenti, al patibolo i rinculi da sforzo.
    La morte,sparata verso sera, piomba sulla casa:
    staccato il chiavistello, retina d'acciaio.
    In corteo esce la pedina che il gioco ha vomitato.

  • 07 febbraio 2013 alle ore 11:00
    Quattro Cento Quaranta

    E poi improvvisamente estate e i pini invasi dall'afoso orgasmo di cicale e le liete
    porte dei conventi assicurate al sole. E' bianca l'impennata delle colonne
    quando scalciano fuori dallo zoccolo dell'inverno, destrieri verticali, femori di gesso.
    E tutto il dorato parterre dei giardini in cui applaudono fogge spampanate
    di uccelli, calde rose invasate da giorni e tu che sei e non sei
    e sai di altre estati e non dei miei umori venuti giù a picco
    sentendo improvvisa stagione il tuo ingresso da un ingresso
    di me a me sconosciuto.

  • 30 gennaio 2013 alle ore 17:22
    Quattro Cento Trentanove

    La pupa preme dall'incapsulato marsupio , tre colpi forse di più per divaricare in crepa il setaccio. Fuori e'scommessa sul volo, sui battiti della prima frizione . Un grido accompagna la voglia sboccata di mondo, dall'involucro colano sudore e succo di buio. I semi ormai maturi di ali, vangati in un giorno feriale: bombo, farfalla o gabbiano accorsi ad ingravidare la zolla fino ad allora impigrita.