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in archivio dal 26 set 2014

Felix Siriano

16 maggio 1986, Bari - Italia
Segni particolari: Felix Siriano, (all'anagrafe Fabio Cardetta) è autore e attore satirico, umorista, scrittore.
I suoi testi variano dalla satira, alla parodia, ai racconti.
Mi trovi anche su:

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  • 26 settembre 2014 alle ore 21:41
    A Puškin

    La mia anima russa in me s’è ridesta
    al suon del tuo odore d’umida betulla,
    e nel tuo sguardo la poesia, di nuovo manifesta,
    l’ispirazione e la fantasia soavemente culla.
     
    Alessandro, mio compare d’infinite ebbrezze,
    la libertà e la gioia del tuo verso infonde
    in me, solingo e rinnegato, brezze
    di meandri onirici le spietate onde.
     
    Prendimi a te, mia amata letteratura,
    scuoti il sorbo, il glicine e il cipresso,
    e donami la forza che nel tempo dura,
    la sorda indifferenza a Caduta e Successo.
     
    Ora sono stanco,  nella notte svuotato,
    ma la mia vena inquieta di fuoco pulsa
    ed il tuo Demone notturno ancor m’ ha visitato
     ma l’Idea della Morte da Calliope è espulsa.

     
  • 26 settembre 2014 alle ore 21:39
    Una vecchia masseria bianca

     
    N’duna vecca masseria blanca
    Vivea un viecco rosso e stanco,
    Magro magro e i dita a scheletro
    Ma l’occhio vispo del bambino allegro.

    U’sole ardea e la pelle o’seccava
    E scavava solchi negri tra le vene,
    Che dio tutto questo li mannava
    Per aver creduto da mininno nelle streghe.

    Ma mò pregava a Dio ogni giorno,
    Facea diggiuno ogni venerdì,
    Legumi secchi e piante selvatiche or mangiava
    E il vino nel bicchierino a pranzo non sdegnava.

    Avea tanti figli e una sola moglie
    Che tenea sempre accanto e tutt’intorno
    Ma lui nj vedeva e ni li sentiva
    Clausurato a travagliare ind’all’orto.

    E vivea da solo e non sentia a nisciuno
    Perché era triste del bla-blare altrui,
    E oramai a questo passo
    Si capì che era giunto il momento.

    A mezzo dia esperava fisso
    In piedi nella terra color cioccolata
    E guardava alla nuvola che oscurava il sole
    E contava i minuti, capiva le ore.

    La morte, il diavolo, Dio e li fantasmi
    Venivano a trovarlo nei raggi del sole,
    Ma lui quieto rimanea immobile
    E digrignava i denti e controllava il cuore.

    La bella fanciulla dai riccioli dorati
    Spuntò dal suolo nel fascio fluorescente,
    Gli occhi rossi rifulgevano d’azzurro
    Circondata di fuoco e di verde inchiostro.

    E non v’era di nuovo niente
    Perché tutto era già avvenuto.
    Come sempre nella masseria bianca
    L’ ignoranza rendea il suo tributo.

    Giallo sole, accecante bagliore,
    ‘chè non solo la notte incute timore…
    Nel celar sconosciute ombre vaganti
    L’astro diurno fa il finto tonto.

    Ma nel mare di paglia di luce dorata
    Si nascondono tramanti nemici diurni
    Ben più temibili di effimere ombre
    Confondendosi tral’chiarore dell’ovvio e dell’esplicito.

    Il vecchio remava nell’orto la zappa
    Sudando polvere di terra e di fango
    Aspettando ancora una volta, ancora una volta
    L’apparizione della Santa Morta.

    Ma il sasso oramai era un miracolo di per sé
    E se la santa non c’era, la pietra scompariva
    O la terra tremava e l’albero parlava
    E le persone reali diventavano profeti.

    Ed egli capì che tutto sfumava… sfumava… sfumava…
    Allora tornò a pensare normalmente,
    Si radunò coi famigliari,
    E le visioni scomparvero dalla mente.

    Un bimbo, in un giorno di pioggia,
    Accorse al cancello del vecchio contadino
    E gli chiese se, per piacere, per piacere,
    Avesse un poco d’acqua da bere.

    Fischiettava… poi contava…
    E raccontava di quand’era più piccino:
    i riccioli d’oro del sole materno
    e le calde ditina morbide d’unguento.

    Il viecco lo ascoltava sereno e rilassato…
    E poi d’un tratto la manina ridestata 
    Ritrovò sua madre dai riccioli d’oro
    Nell’ultimo viaggio di Dio: il Perdono.

    “Cara mammina, quanto tempo!”
    Sussuravan le labbra attraverso il vento.
    E lei rise nella luce dorata
    Della tomba gelida nel chiarore ammantata.

    “Cara mammina, sto morendo?”
    E lei sorrise con divertimento:
    “Vieni con me caro vecchietto,
    che bambino tornerai in un momento…”

    E scivolando nel dì in sù del viso
    Giorando note dal su' vestito
    A’ sera cadde a indir tramonto
    E un bimbo nacque –  in un Altro Mondo.

     
  • 26 settembre 2014 alle ore 21:38
    Il demone

    I fantasmi del passato
    son tornati a tormentare
    il mio cuore devastato
    dallo spettro speculare.
     
    Sono in guerra, questo è quanto.
    Il bruno demone m'aspetta,
    nero-porpora è il suo manto,
    il suo sguardo una saetta.
     
    Ma stavolta sono pronto
    a soffocar nel sangue
    il suo corpo senza volto,
    il suo velo bianco esangue.
     
    E dalla cima del mio sole
    guarderò il vallo depresso
    col sorriso di chi ha vinto
          ancor una volta...
                                 - l'altro Se Stesso.

     
  • 26 settembre 2014 alle ore 21:37
    Il ghiaccio e il corvo

    Mi manca, sai, quel dolce tintinnio
    della neve a fiocchi sfrondante fra i salici,
    e del clown lo sghignazzo, lo sfrigolio
    a cui tanto ambivi,  dea  fra le meretrici.
     
    La vita è ben piatta, da un pochettino,
    le tue guance di rosa m’han fatto sgambetto.
    Eh no!...  Cara amata odorosa betulla,
    Non ti preoccupare, tutt’apposto, non è nulla!
     
    Mi manca, sai, quel brivido di meraviglia,
    del cigno sul ghiaccio, del corvo sul rovo,
    ma fin quando Fantasia sfiorerà le tue ciglia,
    del tuo deserto dorato in me farò covo.
     

     
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  • 26 settembre 2014 alle ore 21:35
    Racconto K

    Come comincia: La luna enorme e scarlatta giaceva rarefatta sull’orizzonte nero-buio-oscuro irradiando una tetra aura soffusa-arancione, come uno squarcio di sorriso leonardesco in una caverna occupata dalle tenebre.
    Sotto il cielo, una squallida periferia urbana e un edificio come di vecchia fabbrica abbandonata, la cui via di accesso si snodava fra erbacce e cancelli arrugginiti e pneumatici consumati illuminati da alti lampioni, uno dei quali recava una vetusta e illeggibile scritta arruginita.
    Io, mio padre ed un anonimo amico d’infanzia, con le facce come cancellate da una gomma, stazionavamo davanti all’edificio dove dovevamo consumare i nostri piaceri carnali.
    Lì c’erano le puttane. E noi dovevamo scopare. 
    Un banchetto  deserto davanti alla porta d’ingresso sorreggeva una lunga pila di libri e varie carte e cartacce, svolazzate dal vento e un blocchetto per le prenotazioni.
    Un taccuino con dei numeri.
    Ognuno di noi prese il suo numero.
    Chiesi a mio padre: “Dobbiamo andarci per forza?”                                                                                          
    “Sì, per forza. Ci dobbiamo divertire” – E rimase impassibile.
    Il  suo volto non aveva niente a che fare con mio padre, ma io davo per scontato che lo fosse. Come il mio anonimo amico, che probabilmente non avevo mai visto prima.
    Proprio lui allegro e sghignazzante prese il primo numero dal taccuino, lo strappò velocemente ed entro di corsa gridando: “ Andiamo a scopare! Andiamooo!”
    Il mio presunto padre guardava il suo numero con aria spersa e smarrita:
    “ Sì, è nostro dovere…  Dobbiamo scopare!”
    E mentre lui rifletteva,  non potevo più aspettare: corsi anch’io dentro per raggiungere il mio amico, senza cui mi sentivo completamente perso.
     
    Dentro tutto era tetro e oscuro: le pareti fatiscenti , odore di chiuso e tanfo indecifrabile: un lungo corridoio sui cui lati sbarluccicavano luci soffuse di flebile neon giallastro.
    E io correvo, correvo e correvo…  
    e il balenare di luci e ombre, che si stagliavano sulla mia faccia frenetiche e dondolanti.
    Passai davanti a numerose stanze aperte, chiuse e semi-chiuse. Riuscii a distinguere in esse un ciccione che si riabbottonava i pantaloni, una puttana a seno nudo, un’altra che si masturbava; poi altre scene di coiti, di pozzanghere e lettini oscuri, un baluginare intermittente  e tremolante di luci-puttane e ombre-corridoi, e una corsa sfrenata in meandri, antri e tunnel infiniti e serpeggianti.
    Ma il corridoio non finiva mai e si snodava in volte sempre più oscure nel cui vorticare distinguevo solo lo scalpiccio veloce e inquieto dei miei passi e la voce lontana del mio amico che gridava come un indemoniato. Ogni tanto affondavo i piedi in alcune pozzanghere, ma noncurante continuavo, seguendo la voce che smaniava davanti a me, in fondo, da qualche parte… Eppoi…
    Silenzio.
     
    Finalmente la voce si spense.
    Io mi fermai.
    Ero arrivato ad un angolo d’un bivio buio.
    Lì, nell’angolo,  in una nicchia, era seduto un ragazzetto scuro con lo sguardo fisso nel vuoto e che, mai rivolgendomi lo sguardo ed ondulando e cantilenando come un piccolo pazzoide in un’assurda litania, attaccò a parlare:
    “Oh,sì… L’ho visto il tuo amico! È proprio pazzo… Tu dove devi andare?...
    Devi scopare, devi assolutamente scopare!...
    È tutto lì il succo… Io mi sono proprio divertito… Devi andare dalla tua puttana, ci devi assolutamente andare!”
    Lo guardai impaurito e gli mostrai  il mio numero quasi automaticamente all’alzarsi di un suo sopracciglio:
    “ Ah!...  Stanza 664!... Vai, si chiama Elena!
     Lei è proprio brava… ed il dottor Zeinberg ti aiuterà a rilassarti…
    Oh, sì! Tu sì che ti divertirai!… Andare a puttane è la cosa migliore di tutte!...
    Come sono felice… Vai e divertiti!... è là in fondo!… ti aspetta sulla soglia.”
     
    Gli strappai di mano il numero e corsi verso la direzione indicata.
    Svoltai ad  un angolo, ed in fondo a quella che doveva essere una sala d’aspetto, c’era lei: una donna prosperosa, bionda, alta , in pantaloncini attillati di jeans verde e una camicetta bianca, stretta, i  seni enormi con i grossi capezzoli in vista:
    “ Vieni caro, ti stavo aspettando” – mi disse sorridendo.
    Mi avvicinai, le detti il numero ed entrai.
    All’interno, una stanza medica, come di pronto soccorso in disuso, scarsamente illuminata ma completamente bianca: un lettino, armadi vari, una scrivania, uno scaffale pieno di farmaci e lozioni e creme e arnesi chirurgici. Elena l’Ucraina, mi fece accomodare sul lettino.
    “ E’ la prima volta, vero? Non ti preoccupare…  Sei un po’ teso? Ora ti faccio rilassare io…”
    E all’improvviso da una stanza vicina, un acuto grido di dolore e strazianti urla come di tortura, ed una voce!  Una voce familiare.
    Ma subito la puttana  cercò di distrarmi.
    “ Allora? Guardami! Ecco cosa faremo…”
    Cominciò a sbottonarsi la camicetta sorridendomi, con le sue labbra carnose e scarlatte; poi cominciò ad accarezzarmi il cazzo da sopra i pantaloni con le sue dita affusolate e le sue lunghe unghia appuntite.
    “ Ti piace, non è vero?”
    “Sì!” – riuscii a malapena a mugugnare.
    Poi cominciò a sbottonarmi i pantaloni e ad accarezzarmi più a fondo mentre mi prendeva la testa con l’altra mano e mi faceva affondare nelle sue enormi tettone inducendomi a leccarle i capezzoli.
    “ Dai… Su!… ecco!”
    Il cuore mi batteva all’impazzata e stavo cominciando a godermi quel momento.
    Quando all’improvviso un odore nauseabondo mi penetrò le narici:  le sue mammelle puzzavano di cavoli andati a male, di qualcosa di marcio.
    Subito mi distanziai: lei mi guardò con uno sguardo tra lo stupore e il disprezzo, poi mi sorrise: “Ok… Forse non sei abbastanza rilassato…
     Ma ho qualcosa io per te! Ecco, bevi!”
    “ Cos’è?”
    Nell’oscurità mi porse una ciotola di cocco con dentro della strana sostanza bianchiccia.
    “Cos’è?… è Yukka! Ti darà calore e forza… E ti farà rilassare!…”
    La guardavo sorridere e contare le gocce che ingurgitavo mentre bevevo  quella strana bevanda.
     “ Bravo, ragazzone!” - e mi sorrise con gli occhi sempre più spalancati, soddisfatti e indagatori.
    La poca luce presente cominciava ad offuscarsi sempre di più e io mi sentivo stordito… lei si mise sul lettino, a cavalcioni su di me… andò giù e cominciò a leccarmi fra le cosce… poi me lo prese… e cominciò a succhiarmelo… prima con dolcezza poi sempre  più con violenza… sbattendo il suo pugno con forza sul mio pube… e stringendo sempre più i denti ad ogni tornata.
    “No… Adesso basta!… Aspetta!”
    “ Cosa c’è che non va?”
    In quel momento entrò un dottore stempiato, con la barbetta e un lungo pizzetto;  abbastanza vecchio, anche lui sorridendo e con degli occhi spalancati, molto simili a quelli dell’ucraina:
    “ Caro giovanotto, devi solamente rilassarti. Non lo sai che nel sesso v’è il segreto della felicità? Ecco!... Ora una bella siringhetta di questo… E vedrai che bella scopata ti farai! Eppoi sarai felice di tornare da noi ogni giorno. Non sei contento?”
     
    L’esimio dottore nel suo affettato sorriso mostrava i denti gialli ed una leggera bavetta bianca che gli colava dall’angolo sinistro della bocca nera. Si avvicinò con molta confidenza al lettino e, scostando l’ucraina, mi inserì la siringa nella coscia.
    “Allora? Stai meglio, mio caro?”
    Gli occhi mi si ribaltarono in sù e vidi il soffitto ondulare. Poi un bagliore di bianchezza. E la mia mano ora affondava nella larga, calda e umida vagina della puttana, mentre il dottore mi osservava sempre più divertito:
    “ Bravo!… è tuo dovere fare sesso!… è tuo assoluto dovere!… E non lo sai che il dovere è un piacere!?!”
    Poi altre grida frastornanti provenienti dal corridoio. Una voce amica. Uno strazio ed un tormento: qualcuno stava soffrendo. Una tortura, dei denti digrignati: “ Aiuto!”
    Lei mi cavalcava ed io provavo piacere. Ma avevo anche un orrendo senso di nausea.
     
    Il dottore era sparito.
    Vedevo tutto bianco,  poi tutto oscuro… e il mio corpo era un mattone, completamente rigido e pesante. Il mio cazzo ribolliva turgido e duro da far male nella enorme bestia del piacere, che si dimenava su di me ed il cui viso era ormai solo uno sfrondare nebuloso e divertito di capelli dorati. 
    Cercai di girarmi su un lato. Mi parve di vedere di nuovo nella penombra la faccia divertita del dottore che caricava una siringa ed alcune stille sbarluccicanti in alto dalla punta metallica sprizzavano d’argento.
    “ Io non voglio!... Io non devo ! … Basta!!!...”
    Mi alzai di scatto, scaraventando la puttana a terra. Mi rivestii velocemente mentre il dottore si avvicinava con la siringa e, dandogli uno strattone, spalancai la porta e scappai per i lunghi corridoi.
     
    Nell’angolino non v’era più traccia del ragazzino. Il nero corridoio si mise in obliquo… e io scappavo affondando nelle pozzanghere riflettenti e schizzando a destra e a sinistra… correvo senza mai riuscire a vedere niente… tutto si faceva più buio… una svolta a sinistra, una a destra… e la vista mi si offuscava sempre più. Nel corridoio non v’erano più stanze,  nessuna luce… e io soffocavo, soffocavo orribilmente. Mi mancava il respiro… poi gli occhi mi si ribaltarono e…
    Vidi  quella stessa luna rossa che fuori affondava nelle nere nubi teatrali.
    Un conato di vomito. Il cartello arrugginito. La pioggia. Le tenebre.
    E io che soffocavo… e soffocavo… Soffocavo!...
    …e mi svegliai boccheggiando.

     
  • 26 settembre 2014 alle ore 21:32
    Un sindaco

    Come comincia: Lungo la strada bianca che percorreva discendendo la vallata della Murgia, disegnando una S serpentina fra le collinette di terra e chianca, tra le verdi e gialle sterpaglie e le rocce affioranti, i bianchi muretti a secco ricoperti di muffa e sotto al sole d’arancia ormai al tramonto,  andava solo un cavallo con una grigia ed elegante sagoma con cappello.
    Teneva le briglie allentate e il cavallo andava da solo, i suoi polsini macchiati del marrone del terreno e le mani solcate da profonde rughe, nonostante la non tarda età, sfioravano ogni tanto la criniera del cavallo quasi accarezzandolo.
    Il Sindaco quel giorno percorreva quella strada di periferia che perdendosi nell’agro verso la vicina cittadina, portava alla masseria di don Ferdinando, faccendiere e precedente assessore del Comune da lui presieduto.
    Il Sindaco aveva ansia di andare a discorrere con il suo vecchio amico e collega per alcune serie faccende che si stavano sovrapponendo in quel periodo.
    La Guerra, le rivendicazioni dei braccianti, il cambio di rotta che stava prendendo l’assetto dello Stato tutto, le lotte politiche interne al Comune, il trasformismo e la collusione di molti suoi colleghi con la bassa criminalità e soprattutto con l’allegro associazionismo criminale operato da molti possidenti locali.
    Si presagiva uno strano clima di tensione nella società, un inquietante movimento sussultorio avvertibile in un digrignar di denti del bracciante, in un’occhiata penetrante in più del vecchio possidente a cavallo, nell’attenzione severa e nel mento irrigidito dello sbirro, nell’irreperibilità di molti noti barboni e fuorilegge, che da alcune settimane non davano più segno di vita.
    Il Sindaco aveva un sentore di quello stava accadendo, ma non riusciva di certo a decifrarne tutti i segnali.
    Sapeva benissimo che le cose dalle sue parti si erano messe bene in un certo senso, ma che comunque le diatribe, i conflitti personali, e soprattutto le lotte di potere per i possedimenti e per le poltrone politiche continuavano senza sosta, anzi si rafforzavano con l’andare del tempo.
    Egli sapeva di essere inattaccabile da molti punti di vista. Aveva solamente fatto del bene a quella cittadinanza: aveva ampliato e sviluppato il misero ospedale cittadino, aveva inaugurato piazze e strade e soprattutto aveva agevolato i lavoratori cittadini, sostenuto gli artigiani e sempre cercato di gestire le diatribe fra possidenti e braccianti in modo equo, senza scontentare né gli uni né gli altri.
    Tant’è che buona parte del popolo lo amava. Ma egli sapeva benissimo – con il suo mite, discreto ma giusto operato –  di aver scontentato molti di coloro che avrebbero voluto rinverdire il proprio status quo e magari accrescerlo grazie alle solite magagne e fili deviati.
    Le contingenze esterne e il passato burrascoso di quella zona, mettevan sempre sul chi va là la popolazione; ogni elemento della società veniva visto come un possibile amico o come un possibile nemico; si era sempre pronti a vedere qualcuno sfoderare il coltello per un’inezia o per questioni passionali, o qualcun altro a sfoderare il fucile per questioni economiche ed ereditarie.
    In città il bracciante arricchito diventato possidente sfoggiava l’eleganza e l’arroganza dell’ uomo che ce l’ha fatta; l’artigiano faceva il suo lavoro in tranquillità sprecando gli inchini e i ringraziamenti per i don; i braccianti andavano e venivano con la miseria nella testa e un coltello sempre in tasca. I preti incensavano la chiesa e benedivano i fratelli, che tutti si conoscevano, tutti si amavano e nel contempo tutti si odiavano, parlando male l’un dell’altro, meditando vendette e agguati, contro l’infame o contro la zoccola.
    Il figlio del massaro aveva sposato sua cugina, era nato uno storpio, ed era stato dato a una coppia di braccianti senza figli, in cambio di due galline e quattro conigli; il parroco aveva la comare poco d’innanzi alla chiesa, e c’è chi sospetta che anche i figlioletti della genitrice fossero stati accolti troppo teneramente fra le sue braccia; il massaro Capraro aveva sedotto la figlia di don Onofrio, i due erano scappati, ma mentre lei dormiva in un fienile, lui pendeva da un albero, ancor più pallido della luna che lo illuminava; un brigante aveva stuprato la figlia d’un bracciante, i fratelli lo scovarono e lo arsero vivo ficcandolo in un forno.
    Tutti casi di cronaca che affollavano la gazzetta locale e che riempivano gli occhi del nostro Sindaco ogni mattina.
    Ma poi giravi a piedi, in piazza o per le vie del centro, e tutto pareva normale: il lattaio faceva l’inchino, il fruttivendolo salutava con un sorriso bonario a trentadue denti, il parroco benediva mansueto, il massaro si toglieva il cappello e stringeva con allegria la mano al compaesano.
    Tutti sembravano agnellini sotto lo sguardo pubblico della morale comune, dell’autorità e degli sbirri.

    II.
    Così il Sindaco quel giorno a tavola andava parlando:
    “ Ho concesso alla ferrovia di passare davanti al cimitero. Ho dato i permessi e tutto. E ora don Michele mi vuole morto perché gli ho tagliato la proprietà in due. E don Raffaele mi manda fiori e attestati di stima, promettendomi ampio sostegno nella prossima campagna.”
    “ E tu?” – gli fece la mamma ottantaduenne, la rugosa faccia assonnata ma arguta avvolta nel cencio floreale annodato tipico delle matrone di campagna.
    “ E io, cara madre mia,  ho accettato i fiori, gli attestati, e se vuoi saperlo anche i soldi…
    Perché io ho bisogno dei soldi per reggere i fili di questo paese di lupi affamati!... Io ho bisogno della protezione dei fucili dei massari e se ci è bisogno, ho bisogno pure dei briganti, degli sbirri e di tutti i Santi che ci sono in cielo!”
    “ Chiudi la boccaccia, svergognato!” – eruppe la vecchia – “ Se tuo padre ti sentisse!... Mai un soldo ha preso lui… Mai a compromessi è arrivato lui!”
    “ E lo so!... Mai a compromessi, eccome!... Me lo ricordo quando trucidò un terzo dei suoi braccianti per non volergli rendere il conto!... Un Sant’uomo, mio padre!”
    La  vecchia guardò il figlio con uno sguardo orribile, prima con rabbia, poi acchetatasi, quasi in segno di vergona, abbassò gli occhi e se ne andò, raccogliendo le scodelle sporche di minestra.
    La campana della Chiesa di San Rocco suonava monotona, riverberando i colpi e scacciando gli uccelli verso il tramonto. Le rondini svolazzavano attorno al campanile festeggiando il miscelarsi dell’arancione all’azzurro. Qualche nuvoletta macchiata di colore si stagliava qua e là sulle casette bianche attorno al Castello.
    E il Sindaco fumava scrutando l’orizzonte dalla terrazza.
    La testa s’era completamente svuotata, e lui guardava come inebetito il succedersi nell’aria delle spirali di fumo, il cui leggiadro candore s’andava a fondere alle nuvolette, poi all’arancio e all’azzurro.
    E la pace più chiara e inebriante si era impossessata del suo cervello, troppo oppresso dai mille pensieri della routine quotidiana che spetta ad una alta carica.
    Quella notte gli era apparso in sogno un uomo in grigio, che guardandolo fisso negli occhi poi spariva in un grande cerchio giallo in mezzo alla completa oscurità. Pensò che fosse un sintomo di stress, o solamente uno dei tanti incubi che affrontava da mesi di notte, quando la solitudine e il timore hanno il sopravvento e quando tutte le preoccupazioni diurne si concretizzano in terribili spettri notturni.
    “ Chi me l’ha fatto fare?” – l’unico pensiero che gli passò per la mente in quel momento.
    Poi un sorriso ironico: “ Sono uno stupido”.
    E la sigaretta cadde lenta sulla strada deserta.
    “ Non credo di aver fatto una mossa sbagliata.  Eppoi il popolo mi ama… Ho fatto solo del bene a questa comunità. Come potrebbero odiarmi?”
    E rientrò in casa, socchiudendo la finestra dalla vernice verde che andava a poco a poco staccandosi.
    Dentro era buio. La rivoltella giaceva sul tavolo, come ad aspettarlo.
    Lui la prese, l’aperse, controllò la carica, fece scoccare la sicura. Poi la guardò.
    Si guardò nello specchio. Appariva più pensieroso del solito.
    S’infilò la rivoltella nella tasca ed uscì.

    III.
    La bianca strada in terra battuta continuava a discendere fra le chianche. Alla sinistra la grande collina verde e bianca e a destra una piccola cunetta di terreno incolto; e in lontananza una grande macchia bianca, accompagnata da altre due piccole poco più a est: le tre cittadine dell’Alta Murgia.
    La serpentina  tra le verdi e gialle sterpaglie, era irrorata dalla luce scarlatta del tramonto, che imbrattava la brecciolina di un colore sanguigno.

    E il cavallo del Sindaco andava, andava da solo, quasi conoscendo a memoria la strada che portava alla masseria del vecchio e caro amico Don Ferdinando.
    Il Sindaco guardava avanti, quasi assopito, con il grigio cappello dalle larghe tese dinanzi agli occhi. La sua mano rugosa continuava ad accarezzare il cavallo, e per un attimo il suo sguardo si posò sulle more nere e rossastre che adornavano il cespuglio che occultava lo sbocco della curva.
    Così, una volta superata la curva, la strada proseguiva quasi rettilinea, ma a pochi passi dalla svolta, quasi in corrispondenza dell’imbocco di un carraro, proprio sotto una grande quercia, il Sindaco distinse qualcosa di insolito: tre persone in stallo, quasi in attesa.
    Uno di questi guardava la strada proprio in direzione del Sindaco, l’altro, il più alto, armeggiava con le redini e delle borracce sul cavallo e il terzo lì di spalle a pisciare sulla quercia.
    Il cavallo del Sindaco si avvicinava pian piano al trotto ai tre personaggi, cosicché gradualmente il nostro poté distinguerne le fattezze: l’uomo in avanguardia aveva un largo cappello marrone, abbastanza basso, tarchiato, la folta barba nera, naso aquilino, una borsa di cuoio a tracollo; il tizio che armeggiava con le borracce appariva essere il più alto, un elegante vestito grigio da notabile e una bombetta ugualmente grigia sulla testa; il terzo tizio, non appena voltatosi dopo la minzione, aveva il volto di un giovane bracciante sbarbato.
    Ormai il Sindaco era a pochi metri dai tre: la mano rugosa arrestò il suo moto continuo verso la criniera del cavallo e rimase sospesa; l’altra mano spinse in sù il cappello per meglio osservare, poi passò in giù ad arricciare un baffo.
    Un’espressione di curiosità ravvivò il suo volto.
    I tre lo guardavano.
    Poi l’alto notabile in grigio si fece in avanti, sorridendo a braccia aperte:
    “ Carissima Eccellenza, quale onore incontrarla qui!”
    Il Sindaco osservò che il notabile era particolarmente alto e slanciato. Sembrava avere poco più di quarant'anni: bocca stranamente storta, ben rasato, bruno, sopracciglia nere, una più alta dell'altra, ma soprattutto la cosa che lo colpì fu che al posto dell’occhio sinistro aveva un occhio giallo, finto, sembrava quasi di pietra.
    “ Con chi ho l’onore di parlare?”
    “ Mi chiamo Arcangelo del Sisto, Illustrissimo!... Appena arrivato nell’agro per assistere al lavoro delle vostre egregie terre con l’aiuto delle mie maestranze... Pirrocco!... Gianvito!... Salutate Sua Eccellenza il Sindaco!”
    I due bifolchi sorrisero, evidenziando la disastrata dentatura giallognola piena di falle nerastre, poi fecero a turno un inchino.
    Il Sindaco li guardò per un attimo con aria di sospetto. Quella stessa mano che accarezzava il cavallo ora accarezzava la rivoltella nella tasca  della giacca. Poi la mano, quasi istintivamente, scalò il tessuto ed andò ad infilarsi guizzando con due dita all’interno.
    Il Sindaco sentì fra i polpastrelli la superficie liscia del calcio della pistola.
    Il signor Arcangelo, fissandolo negli occhi, in quel momento si fece tetro, con il guanto nero  porse la mano al Sindaco, e con la voce secca proferì: “ Vorrei lasciarle le mie credenziali, Sua Eccellenza!”
    Così dall’interno della giacca, con un unico movimento, estrasse l’arma, la puntò.
    E sparò.
    Il fiotto di sangue schizzò in aria, imbrattando i rami pendenti della quercia.
    Solo per un attimo la mano del Sindaco si rizzò verso la criniera del cavallo.
    Lo accarezzò per un ultima volta, poi cadde all’indietro, ed infine tracollò a terra, precipitando stecchito da cavallo con un tonfo.
    L’Arcangelo Assassino fissava la sua vittima, agonizzante sul selciato, mentre le gocce di sangue colavano dai rami andando a riempire la sommità concava del suo cappello.
    I due bifolchi avvicinandosi con occhi arrotati estrassero due lunghi coltelli, uno dalla borsa, l’altro dalla giacca, e presero a finire definitivamente il Sindaco, con ripetute coltellate sul petto e sull’addome.
    Lo trafiggevano con ferocia, come se Egli avesse fatto loro un grave ed imperdonabile torto.
    Ficcavano il coltello nel corpo fino a trapassarlo ed ogni coltellata era accompagnata da un grido di ferocia e un affanno da bestia affamata. Il sangue schizzava suoi loro volti e la mano pelosa e nerboruta, si alzava ripetutamente in cielo per poi infiggersi sul corpo straziato, ormai senza vita.
    Il notabile, al contrario, dall’alto continuava a fissare la scena, con l’occhio funzionante non meno impassibile di quello finto. Quella gialla sfera nell’orbita oculare dell’assassino fissava la cruenta carneficina con soddisfazione ed un ghigno, un accennato sorriso leonardesco, apparve sulle labbra sottili ad esprimere la sua soddisfazione.
    E le grida continuavano e le bestie continuavano a squarciare il cadavere, mentre tuttattorno sembrava regnare il silenzio. E nessuno s’accorse di niente, nulla fu avvertito dai massari vicini.
    Anche se almeno quattro masserie erano situate solo a poche centinaia di metri dal luogo del misfatto.

     
  • 26 settembre 2014 alle ore 21:31
    L'uomo senza testa

    Come comincia: Un uomo senza testa andò da un uomo senza gambe e gli disse:
    " Non posso parlarti... Sono senza testa!"
    " E allora perché mi parli?" - gli rispose l'uomo senza gambe.
    " Per avvisarti che non posso parlare!" - gli rispose l'uomo senza testa.
    " Ma non è possibile avvisare senza poter parlare!" - gli rispose l'uomo senza gambe.
    " Questo perché sottovaluti il potere dell'educazione!" - disse l'uomo senza testa.
    " Mi stai dando del maleducato, coglione!?!" - disse l'uomo senza gambe.
    " Ci mancherebbe, testa di cazzo!" - gli disse l'uomo senza testa.
    L'uomo senza testa allora prese un machete e tagliò a pezzi l'uomo senza gambe, che ora rimase senza gambe, ma anche senza il resto. 
    L'uomo senza testa però se ne pentì subito, si prese la testa tra le mani dalla disperazione, ma non si prese, perché non aveva la testa. 
    Così morì di tristezza ed ebbe un infarto.
    Una brutta faccenda che sarebbe stato meglio non raccontare a nessuno.

     
  • 26 settembre 2014 alle ore 21:30
    L'aborto

    Come comincia: Io e la mia ragazza, qualche mese fa, abbiamo abortito.
    Cioè: la mia ragazza ha abortito. Io, invece, ho solo adempito ai compiti a cui un buon coniuge deve adempiere in questi casi. Ovvero: costringere la propria consorte ad abortire.
    E nonostante tutti gli schifosi tappa-vagine, salva-feti, obiettori di coscienza che ci son in giro, nonostante il cima anti-abortista che imperversa in Italia –  alla fine siamo riusciti a trovare un tipo che c'ha fatto abortire con serenità.
    Quest'uomo si chiamava Ahmed, era siriano e al posto della mano sinistra aveva un uncino.
    Per la modica cifra di 54 euro e 99 centesimi, Egli, il nostro salvatore, è riuscito, con una combinazione di nitroglicerina,  a far esplodere il feto dentro l’accogliente utero di mia moglie, rivendicando l'uccisione a nome di Al Quaeda e gridando: "Allah è al bar!"
    Dopo qualche ora la mia compagna ha espulso il feto: una via di mezzo fra un Alien e un gamberetto.  
    Ed è a quel punto che noi altri ci siam intristiti e la disperazione ci ha pervaso.
    E fissavamo quel piccolo feto morto nell'asciugamano insozzato di sangue. E noi lo guardavamo e pensavamo alle rivendicazioni degli anti-abortisti: forse questi ultimi avevano veramente ragione, forse noi eravamo solo degli assassini. Avevamo interrotto una vita umana, c'eravamo sostituiti a Dio per decidere cos'era giusto o sbagliato!... Quel bambino avrebbe potuto diventare qualcuno, avrebbe potuto avere una vita eccezionale... Noi invece, solo per egoismo, gli abbiamo tarpato le ali, abbiamo tolto a questa creatura il suo futuro... E ora quella piccola creatura era solo un feto, un piccolo feto morto, che non si sarebbe più potuto alzare, non avrebbe più potuto vivere la propria vita…
    Non avrebbe più potuto amare, sognare, cantare e ballare!
    Fu proprio a quel punto che il feto morto accasciato sul pavimento di colpo si svegliò, saltò in piedi… e cominciò a ballare scatenato, cantando a squarciagola la celeberrima canzone nazional-popolare
     ‘Con 24 000 baci’!
    Egli era bravo, ma non era quello che stavamo cercando.
    Così pigiai il bottone rosso e gli dissi: "Per me è no!"
    Il feto morto sorrise e ci disse, continuando a ballare e a cantare:
     "I'm the dancing feto morto, dancing feto morto!...”
    “Sono il Feto Morto Ballerino!... E prima o poi ce la farò a farcela, e avrò successo nel mondo dello show business!"” – spremendo i suoi piccoli occhi deformati.
    "Ti facciamo i nostri migliori auguri, piccolo feto morto!" - disse mia moglie.
    Tre giorni dopo il feto morto ballerino venne avvistato all'aeroporto di Malpensa: stava prendendo un aereo per l'Ucraina.
    Pare che egli si sia definitivamente trasferito lì, che abbia avviato una attività imprenditoriale di successo e pare che al contempo sia diventato  una grande star dei teatri, dei circhi e dei burlesque di Kiev.
    Ora lavora per la tv di Stato ucraina in coppia con un bambino deformato di Chernobyl, facendo ridere sia i grandi che i piccini.
    Inoltre, il nostro piccolo Feto Morto Ballerino ha aperto una catena di ristoranti e ha lanciato la moda degli spaghetti con i feti morti (piatto incredibilmente simile agli spaghetti con i frutti di mare).
    Una innovazione assoluta nel campo del riciclaggio e della ristorazione.
    Che vi consigliamo di consultare sul sito www.fetimortiallapescatora.com.
    Così il feto morto ballerino fra le sue performances e il ristorante di feti morti è riuscito a fare carriera e a dare un senso alla propria vita
    E gli anti-abortisti hanno avuto ancora una volta torto.
    Poiché hanno avuto la dimostrazione che anche il feto morto in realtà è vita, anche il feto morto può avere un proprio sviluppo artistico e professionale e continuare per la sua strada dopo l’espulsione.
    Soprattutto se è un feto morto di talento: 
    Magari un feto morto ballerino!