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Poesie di Felix Siriano

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  • 26 settembre 2014 alle ore 21:41
    A Puškin

    La mia anima russa in me s’è ridesta
    al suon del tuo odore d’umida betulla,
    e nel tuo sguardo la poesia, di nuovo manifesta,
    l’ispirazione e la fantasia soavemente culla.
     
    Alessandro, mio compare d’infinite ebbrezze,
    la libertà e la gioia del tuo verso infonde
    in me, solingo e rinnegato, brezze
    di meandri onirici le spietate onde.
     
    Prendimi a te, mia amata letteratura,
    scuoti il sorbo, il glicine e il cipresso,
    e donami la forza che nel tempo dura,
    la sorda indifferenza a Caduta e Successo.
     
    Ora sono stanco,  nella notte svuotato,
    ma la mia vena inquieta di fuoco pulsa
    ed il tuo Demone notturno ancor m’ ha visitato
     ma l’Idea della Morte da Calliope è espulsa.

  • 26 settembre 2014 alle ore 21:39
    Una vecchia masseria bianca

     
    N’duna vecca masseria blanca
    Vivea un viecco rosso e stanco,
    Magro magro e i dita a scheletro
    Ma l’occhio vispo del bambino allegro.

    U’sole ardea e la pelle o’seccava
    E scavava solchi negri tra le vene,
    Che dio tutto questo li mannava
    Per aver creduto da mininno nelle streghe.

    Ma mò pregava a Dio ogni giorno,
    Facea diggiuno ogni venerdì,
    Legumi secchi e piante selvatiche or mangiava
    E il vino nel bicchierino a pranzo non sdegnava.

    Avea tanti figli e una sola moglie
    Che tenea sempre accanto e tutt’intorno
    Ma lui nj vedeva e ni li sentiva
    Clausurato a travagliare ind’all’orto.

    E vivea da solo e non sentia a nisciuno
    Perché era triste del bla-blare altrui,
    E oramai a questo passo
    Si capì che era giunto il momento.

    A mezzo dia esperava fisso
    In piedi nella terra color cioccolata
    E guardava alla nuvola che oscurava il sole
    E contava i minuti, capiva le ore.

    La morte, il diavolo, Dio e li fantasmi
    Venivano a trovarlo nei raggi del sole,
    Ma lui quieto rimanea immobile
    E digrignava i denti e controllava il cuore.

    La bella fanciulla dai riccioli dorati
    Spuntò dal suolo nel fascio fluorescente,
    Gli occhi rossi rifulgevano d’azzurro
    Circondata di fuoco e di verde inchiostro.

    E non v’era di nuovo niente
    Perché tutto era già avvenuto.
    Come sempre nella masseria bianca
    L’ ignoranza rendea il suo tributo.

    Giallo sole, accecante bagliore,
    ‘chè non solo la notte incute timore…
    Nel celar sconosciute ombre vaganti
    L’astro diurno fa il finto tonto.

    Ma nel mare di paglia di luce dorata
    Si nascondono tramanti nemici diurni
    Ben più temibili di effimere ombre
    Confondendosi tral’chiarore dell’ovvio e dell’esplicito.

    Il vecchio remava nell’orto la zappa
    Sudando polvere di terra e di fango
    Aspettando ancora una volta, ancora una volta
    L’apparizione della Santa Morta.

    Ma il sasso oramai era un miracolo di per sé
    E se la santa non c’era, la pietra scompariva
    O la terra tremava e l’albero parlava
    E le persone reali diventavano profeti.

    Ed egli capì che tutto sfumava… sfumava… sfumava…
    Allora tornò a pensare normalmente,
    Si radunò coi famigliari,
    E le visioni scomparvero dalla mente.

    Un bimbo, in un giorno di pioggia,
    Accorse al cancello del vecchio contadino
    E gli chiese se, per piacere, per piacere,
    Avesse un poco d’acqua da bere.

    Fischiettava… poi contava…
    E raccontava di quand’era più piccino:
    i riccioli d’oro del sole materno
    e le calde ditina morbide d’unguento.

    Il viecco lo ascoltava sereno e rilassato…
    E poi d’un tratto la manina ridestata 
    Ritrovò sua madre dai riccioli d’oro
    Nell’ultimo viaggio di Dio: il Perdono.

    “Cara mammina, quanto tempo!”
    Sussuravan le labbra attraverso il vento.
    E lei rise nella luce dorata
    Della tomba gelida nel chiarore ammantata.

    “Cara mammina, sto morendo?”
    E lei sorrise con divertimento:
    “Vieni con me caro vecchietto,
    che bambino tornerai in un momento…”

    E scivolando nel dì in sù del viso
    Giorando note dal su' vestito
    A’ sera cadde a indir tramonto
    E un bimbo nacque –  in un Altro Mondo.

  • 26 settembre 2014 alle ore 21:38
    Il demone

    I fantasmi del passato
    son tornati a tormentare
    il mio cuore devastato
    dallo spettro speculare.
     
    Sono in guerra, questo è quanto.
    Il bruno demone m'aspetta,
    nero-porpora è il suo manto,
    il suo sguardo una saetta.
     
    Ma stavolta sono pronto
    a soffocar nel sangue
    il suo corpo senza volto,
    il suo velo bianco esangue.
     
    E dalla cima del mio sole
    guarderò il vallo depresso
    col sorriso di chi ha vinto
          ancor una volta...
                                 - l'altro Se Stesso.

  • 26 settembre 2014 alle ore 21:37
    Il ghiaccio e il corvo

    Mi manca, sai, quel dolce tintinnio
    della neve a fiocchi sfrondante fra i salici,
    e del clown lo sghignazzo, lo sfrigolio
    a cui tanto ambivi,  dea  fra le meretrici.
     
    La vita è ben piatta, da un pochettino,
    le tue guance di rosa m’han fatto sgambetto.
    Eh no!...  Cara amata odorosa betulla,
    Non ti preoccupare, tutt’apposto, non è nulla!
     
    Mi manca, sai, quel brivido di meraviglia,
    del cigno sul ghiaccio, del corvo sul rovo,
    ma fin quando Fantasia sfiorerà le tue ciglia,
    del tuo deserto dorato in me farò covo.