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Racconti di Giovanni Visco

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  • 11 gennaio 2013 alle ore 22:08
    Racconto grottesco

    Come comincia: Ore 12,00. Istituto di Medicina Legale di Bologna, Obitorio, Sala nr. 3.
    Sono morto!
    Il mio cadavere giace su un tavolo di acciaio dell’obitorio  coperto da un  lenzuolo bianco.
    Eppure io lo vedo, anzi, mi vedo.
    Non so come ci sono arrivato né perché ci sono ma il mio cadavere è lì ed io sono accanto a lui, in piedi, e mi chiedo come diamine sia possibile questa cosa.
    Sotto il lenzuolo il mio corpo è senza vita ed io sono accanto a lui, questa la devo raccontare agli amici!
    Ma quali amici?! Se son morto vuol dire che non ho più amici e che, soprattutto, non posso raccontare niente.
    La situazione è grottesca. Forse è soltanto un sogno, un incubo dal quale mi risveglierò a momenti, sudato e sfinito ma sollevato.
    No, non credo sia così, sembra spaventosamente troppo reale.
    Cerco di ricordare almeno come ci sono finito su quel tavolo e brandelli di memoria si affollano caoticamente nella mia testa.
    <<Non darti pena, pian piano ricorderai, anche se non ti servirà a niente.>>
    La voce alle mie spalle giunge improvvisa e lugubre, sembra provenire da un altro mondo.
    Mi volto e al mio fianco c’è un vecchietto con un bastone che mi sorride.
    I capelli e la barba di un bianco candido fanno il paio con le folte sopracciglia sotto le quali affogano due occhi opachi che un tempo dovevano essere azzurri.
    Indossa un abito  di un grigio spento che sembra avere la sua stessa età ed è scalzo.
    Con le mani sovrapposte una sull’altra e poggiate sul bastone osserva il lenzuolo sotto cui c’è il mio cadavere.
    << Certo che ti hanno sforacchiato ben bene, eh?! >> aggiunge con un risolino che non tenta neppure di nascondere.
    << E tu cosa ne sai?>> gli rispondo senza pensarci sopra due volte, stizzito da quel risolino che sembra essergli rimasto tra i canini.
    <<Oh, nulla, cosa vuoi che ne sappia, come te ne arrivano a decine qui>>.
    <<Davvero?>> faccio io e mentre glielo chiedo quasi mi sorprendo per l’ingenuità della domanda. Dopotutto siamo in un obitorio e quindi è normale che vi arrivino le salme di persone morte per le cause più disparate.
    <<Davvero>> mi risponde e se ha notato la mia faccia da ingenuo non lo dà a vedere.
    << Oggi sei il terzo e siamo soltanto a mezzogiorno>>  aggiunge << Prima di stasera ne arriveranno ancora altri, vedrai>>
    La situazione è sempre più assurda: due uomini, due perfetti sconosciuti, in una sala di obitorio discorrono candidamente davanti al cadavere di uno dei due.
    <<E tu cosa ci fai qui?>> chiedo al vecchio quasi a protrarre quella folle conversazione.
    << Oh, nulla, io sono sempre stato qui, sono il custode>> mi risponde il vecchio con un tono di accondiscendenza che mi irrita.
    << In realtà io ero il custode>> prosegue senza aspettare una mia replica.
    << Anni fa’, ero io che aprivo e chiudevo questo obitorio, che pulivo i cadaveri, le celle frigorifere, i pavimenti, insomma, ero il tuttofare>>
    << Anni fa’, quanti anni fa’?>> domando incuriosito.
    << Beh, fammi pensare, sono trascorsi molti anni da allora ed ero già vecchio quando sono morto; la mia mente era già all’epoca, come dire, un  po’ malandata, sai com’è l’alzheimer, gli acciacchi, la solitudine. Ad occhio e croce, saranno circa cento o centocinquanta anni fa.>>
    << Cosa?!>> faccio io spalancando un paio di occhi che se fossi vivo mi salterebbero i bulbi oculari dalle orbite.
    << Vuoi dire che tu, insomma, sei morto?>> riprendo quasi balbettando e la mia espressione da idiota si fa ancora più marcata.
    << Certo che sono morto>> risponde il vecchio << Morto e sepolto, anzi, se proprio vuoi saperlo sto  in quella cripta in fondo al viale, là tra quelle più vecchie e in rovina>>.
    Sono senza parole, inebetito rimango a bocca aperta e sulle labbra del vecchio ricompare quel sorrisetto canzonatorio da iena.
    << Se non fossimo entrambi morti, credi che potremmo parlare così tra noi? Nessuno ci vede o ci sente ma tra noi è come se fossimo vivi o quasi>>
    << Allora, io sono morto!>>  bisso.
    << Certo che sei morto, non ti vedi?>> ed indica il cadavere coperto dal lenzuolo.
    Sto ancora cercando di capire le parole insensate del vecchio che improvvisamente la porta si spalanca ed entra una donna in camice bianco.
    In una mano ha una valigetta di plastica marrone e nell’altra una bacinella metallica: arrancando come se portasse un peso enorme,  si avvicina al tavolo di marmo e le posa con un fare impacciato, sbuffando come una vaporiera ingolfata.
    Avrà circa quarant’anni ma ne dimostra almeno cinquanta con i suoi capelli rosso flambé, unti e lerci come il pelo di un topo appena uscito da un bidone dell’immondizia.
    Si gira, inforca un paio di occhiali con lenti spesse come il fondo di una bottiglia, e dando una pacca sul petto del cadavere, dice: “Sta buono bello che tra un po’ ci rivediamo per l’autopsia” e se ne va uscendo ancora più goffamente di quando era entrata.
    La stanza ritorna silenziosa ma la quiete dura poco.
    << Davvero non ricordi come sei morto?>>  mi fa il vecchio ma questa volta con un’aria bonaria, quasi compassionevole.
    <<  No, l’ultima cosa che ricordo è che ero in compagnia di mia moglie e siamo usciti da un ristorante>> rispondo io.
    << Ti hanno ucciso e con parecchi colpi di pistola a quanto pare>> ribatte il vecchio, questa volta chiaramente dispiaciuto.
    << Quando sei uscito dal ristorante due malviventi hanno cercato di rapinarti, tu hai reagito e loro hanno sparato>> mi chiarisce vedendo che ancora cado dalle nuvole.
    All’improvviso la mia mente si apre in un turbine di ricordi e la memoria sgorga, come da un rubinetto che si apre inaspettatamente frammenti di vita tornano a galla prepotenti, nel loro vivido colore , come fossero appena trascorsi, attimo dopo attimo, mi scorrono davanti in un flusso inarrestabile e doloroso.
    Li rivedo tutti, deformati dagli occhi della mente ma pur sempre miei, i ricordi si susseguono senza sosta: la mia nascita, la dolce infanzia, l’adolescenza inquieta, i primi amori e le sofferenze, la morte dei miei genitori, Laura mia moglie e i miei figli, sino a quella tragica sera.
    I due balordi che mi puntano la pistola, io che cerco di afferrarla e il piombo delle pallottole che mi lacera il petto e lo stomaco.
    Sento il dolore nella carne, l’odore della polvere da sparo e le grida di mia moglie!
    La sofferenza è giunta inaspettata e mi uccide per la seconda volta.
    << Dio, che mi hanno fatto!>> urlo nel silenzio della stanza ma non si ode nulla.
    << E che c’entra Dio? Sono stati quei due balordi, mica Dio>>  esclama il vecchio, quasi risentito.
    Piango e non ho la forza di rispondergli.
    Soltanto ora mi rendo conto che non è un sogno; che quello che sto vivendo è la realtà, una realtà eterna che non cambierà mai: sono morto e non c’è più scampo.
    Non so se così era scritto nel mio destino oppure se la considerazione di essere morto mi abbia liberato dai legami terreni. So soltanto che non voglio più stare qui, vicino al mio cadavere, in attesa che la megera torni per sezionarmi come un animale.
    Un ultimo sguardo al mio corpo disteso, poi mi volto e noto la luce che arriva da dove prima c’era la parete.
    Mi avvio, lentamente, a capo chino, sorpassando le lacrime che cadono ininterrotte sul pavimento di ceramica bianca.
    << Arrivederci>> sento dietro di me il vecchio che mi saluta.
    << Tu non vieni?>> gli chiedo.
    << No, il mio posto è qui, dove ho passato la mia intera vita. Io sono il custode e  l’amico  dei morti, colui che consiglia e aspetta la fine dei tempi. Quando essa arriverà anche il mio tempo su questa terra sarà finito e verrò anch’io. Allora ci rivedremo e faremo ancora quattro chiacchiere fra amici.>>.
    Ancora un sorriso sulle labbra del vecchio, questa volta dolce, paterno, mi accompagna oltre la luce. Lo porterò con me: dall’altra parte ne avrò bisogno mentre aspetterò che arriviate anche voi.

  • 28 settembre 2011 alle ore 21:43
    Nel vento della solitudine.

    Come comincia: Nel vento della solitudine

    “La luce di mezzogiorno rivestiva gli alberi di uno smalto inusuale, avvolgendo l’uliveto in un cerchio abbagliante che gli ricordò l’aureola di certi santi, dipinti sugli altari delle chiese di campagna della sua infanzia. Il vecchio sorrise e proseguì la salita lungo il sentiero tra le fasce. Il silenzio era rotto, a tratti, da una cicala che si faceva sentire, mimetizzata sulla corteccia di un albero. Il vecchio teneva le mani nelle tasche della tuta da lavoro e con la destra stringeva il manico ruvido della pistola. L’aria era immobile e il caldo insopportabile. Sudava e respirava con fatica. Si domandò se fosse il caldo o la paura. Quando raggiunse la cima della collina, dove gli ulivi si facevano più radi, il riverbero del sole lo accecò. Avvertì un rumore, si voltò e finalmente la vide. La giovane aveva capelli biondi tagliati corti e occhi dello stesso colore del mare che in lontananza invadeva l’orizzonte. Lo stava fissando con uno sguardo indifferente e quasi sprezzante. Anche lei teneva le mani nelle tasche dei jeans.”
    - Sei tu! - disse il vecchio,  ansimando e asciugandosi gli occhi dal sudore.
    -Perché sei qui? Vattene, lasciami solo! - Gridò con voce rauca mentre si sedeva lentamente su un grande masso bianco che affiorava dal terreno.
    -Perché non sei venuta prima, quando avevo bisogno di te? Perché mi hai lasciato? La mia vita non ha più senso senza te. Nemmeno la tua presenza qui ha un senso, vattene, lasciami morire in pace!- proseguì il vecchio tra le lacrime che gli scendevano sulle gote ruvide e bruciate dal sole mischiandosi al sudore che gli colava dalla fronte.
    Nella solitudine di quell'uliveto, il suo corpo magro e rattrappito era un piccolo fagotto di stracci adagiato su quella enorme pietra bianca.
    Estrasse dalla tasca la pistola e l'appoggiò al suo fianco. L'arma sembrava un vecchio giocattolo ritrovato nella scatola dei giochi dell'infanzia ma il luccichio della canna rivelava la vera natura per cui era stata costruita: uccidere!
    Dall'altra tasca della tuta da lavoro tirò fuori un libricino rilegato in pelle che il tempo e le mani avevano accuratamente levigato. Lo aprì.
    Al centro delle pagine ingiallite, due fotografie logore  ebbero un sussulto alla luce del sole. Dovevano essere rinchiuse tra quelle pagine da molto tempo perché in pochi attimi si piegarono su se stesse formando dei piccoli cilindri, nascondendo le immagini sbiadite  di due bambini ed una donna.
    Il vecchio alzò lo sguardo verso l'orizzonte. Lontano, il riverbero del sole sulla superficie del mare proiettava migliaia di piccole scintille dorate che si perdevano in quella luce aurea. Giù, sotto la collina, il paese sembrava un formicaio, con le sue piccole stradine e le case tutte bianche, addossate l'una all'altra a formare un unico corpo.
    Il vecchio era nato lì, tra quelle casupole di poveri pescatori, tra quella gente semplice e laboriosa. Lì aveva trascorso tutta la sua vita, aveva lavorato, si era sposato, aveva avuto dei figli. Ora era solo e, come spesso succede ai vecchi che rimangono soli, si stava consumando poco a poco, giorno dopo giorno, tra l'indifferenza degli altri e la malinconia che lo lacerava dentro lentamente: la solitudine è un'assassina invisibile che non viene mai punita.
    Il suo sguardo ora non fissava più il mare ma i secolari alberi di ulivo intorno a lui.
    Non ne erano rimasti molti; il contadino che li accudiva se ne era andato alcuni anni prima ed aveva abbandonato l'uliveto che ora sembrava un cimitero con le sue lapidi lignee e sbilenche. 
    Contorti, piegati, incavati, alcuni con i rami spezzati, quegli alberi riflettevano il vecchio, si adattavano a lui assomigliandogli. Sui rami più bassi, alcuni frutti testimoniavano che erano ancora produttivi nonostante l'età ma erano ormai alla fine, come lui.
    L'unica differenza tra loro ed il vecchio era la possibilità che l'uomo aveva di porre fine alla sua sofferenza, di interrompere la sua vita. Loro no, non potevano! Il loro destino sarebbe stato quello di consumarsi lentamente, stagione dopo stagione, anno dopo anno, sino finalmente al giorno in cui la forza pietosa del vento li avrebbe spezzati ed avrebbero smesso di soffrire.
    Da quando il vecchio era giunto sulla cima della collina erano trascorsi pochi minuti ma ora qualche piccola folata di vento, a tratti, si muoveva tra i tronchi attorcigliati. Era più un lieve movimento d'aria che un vento vero ma al vecchio sembrò il soffio di un maestrale, fresco e impetuoso, così come erano stati gli anni della sua gioventù.
    Lo riportò indietro, ai ricordi di una intera vita, alla struggente consapevolezza di quello che era stato e non sarebbe più  tornato. Nei suoi occhi velati di pianto scorsero una dietro l'altra le immagini vissute. Come in un vecchio film in bianco e nero, alcune apparivano sfumate, indistinte, quasi intellegibili; altre, invece, sembravano esplodere nella vivacità dei contrasti, negli sbalzi di luce ed ombre, nei volti delle persone amate.
    La donna era ancora lì, in piedi davanti a lui, le mani in tasca. Il suo sguardo, però, non era più sprezzante e, tanto meno, indifferente. Ora il suo volto aveva un accenno di compassione, quasi di pietà.
    Pietà per quel vecchio giunto ormai alla fine del suo sentiero, solo nella moltitudine degli indifferenti, privato della sua umanità e degli affetti.
    Si avvicinò a lui e lo sfiorò dolcemente sui capelli grigi.
    Lui non si mosse. Forse non sentì la carezza o, forse, non ne aveva più la forza.
    Stretto tra le sue braccia continuava a guardare un piccolo virgulto di ulivo che spuntava da un ceppo spezzato.
    Forse pensava ai suoi figli che se ne erano andati molto tempo prima a cercare la propria vita altrove, tra altre moltitudini di gente anonima e sconosciuta, dimenticandosi di lui, tagliando di netto le radici che avevano dato loro la vita.
    Lasciandolo solo.
    Il vento, ora, soffiava forte sulla collina, schiaffeggiando i rami ed alzando nuvole di polvere. Era il vento del mare, improvviso e violento. Si alzava senza preavviso e coglieva di sorpresa  gli incauti marinai che s'avventuravano in mare senza ascoltare i consigli dei vecchi, trascinandoli con sé in orribili vortici marini.
    La donna, però, sembrava non accorgersi di quel vento. 
    Sollevò il viso e i suoi occhi si fusero con l'azzurro di quel cielo cristallino. 
    Tolse la mano dal capo del vecchio e lentamente proseguì sul sentiero scosceso. Mentre si allontanava, un colpo di vento sembrò sollevarla e il suo corpo si dissolse tra gli alberi in un'ombra indefinita.
    Il vecchio la vide allontanarsi e per un attimo fu tentato di seguirla. Poi la vide dissolversi e comprese che quello era stato l'ultimo saluto di Elisa, sua moglie, morta anni prima per una grave malattia. La aveva rivista per un'ultima volta, giovane, come ai tempi in cui si erano conosciuti.
    Lui, giovane garzone d'officina, si era perdutamente innamorato la prima volta che la aveva vista, con quei jeans attillati e la sua aria sbarazzina che sembrava prendere in giro la vita.
    E poi ….., poi era andata via lasciandolo solo improvvisamente, senza mantenere le sue promesse di una vita intera insieme.
    Di scatto afferrò la pistola al suo fianco, la puntò alla tempia e tirò il grilletto.
    L'eco dello sparo si perse tra i tronchi contorti, trasportato dal vento impetuoso.
    Lo stesso vento che ora agitava i rami sbattendoli con una furia incontrollabile e s'aggirava irrefrenabile tra le lapidi di legno dei vecchi ulivi. 
    Improvvisi vortici di polvere e foglie secche s'agitavano senza sosta mentre un cupo mugolio riempiva il silenzio della collina.
    Stormi di passeri impauriti decollarono svolazzando dai rami agitati, cercando riparo tra le case degli uomini, giù nella valle, mentre il sole di mezzogiorno, ormai, lanciava strali dai sinistri bagliori.
    Il piccolo libricino in pelle sbatteva velocemente le pagine, come mosso da una mano invisibile  e isterica, mentre le fotografie volavano via  per perdersi lontano.
    Tutta la collina sembrava preda di una  frenesia incontrollabile, di una collera incontenibile, di un furore divino.
    L'unico elemento immobile era il corpo dell'uomo dalla cui testa fuoriusciva un fiotto di sangue rosso scarlatto che si allargava lentamente, profanando il bianco candido della roccia proseguiva in una scanalatura e finiva alla sua base, perdendosi tra la polvere e l'erba secca.
    L'atto era stato compiuto!
    Un'altra vita era stata immolata sull'altare dell'abbandono, in nome di quel delirio che prende gli uomini d'oggi e li trascina verso un destino di egoismo e follia.
    La vita di un vecchio, perduta, nel vento della solitudine.