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in archivio dal 02 lug 2012

Giuseppe Gianpaolo Casarini

25 aprile 1940, Milano - Italia
Mi descrivo così: Vecchio Chimico Industriale Corrosionista Pensionato Interessi per Storia-Arte-Letteratura-Viaggi-Teologia

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  • mercoledì alle ore 9:17
    Un nuovo amico?

    Dal giardino il giorno prima
    visto l’avevo da lontano,
    un batuffol nero un micino
    che lì si aggirava un po’
    distratto da rumori vari,
    mia moglie lo aveva poi
    fotografato: oggi che più
    vicino nel prato al giardin
    mio s’affaccia e si presenta
    io con la man  cenno gli faccio
    di saltare e al mio invito
    corrisponde, dico a mia moglie
    guarda chi c’è qui la qual poi
    due ciotole qual invito mette
    di croccantini l’una di manzo
    dadini la seconda, quel la prima
    annusa, poi il musin nell’altra
    tuffa  e pian piano eccol
    un poco circospetto si da
    a mangiare, noi sorridiamo
    ma due dei miei gatti inver
    cercan quello spaventare,
    allontanati questi pur lui
    dopo la ciotola ben nettata
    s’allontana e  non si capisce
    poi se triste o sorridente:
    s’aprò s’aprem domani poi
    vedremo se sì o no trovato
    in sto nero puntolin un nuovo amico! 

     
  • 11 novembre alle ore 8:36
    Tristezza

     
    Cara Signora Chiara come se in Binasco
    tu piede mai mettesti eppur per vent’anni
    se il ricordo non inganna tra i Portici,
    alla rampa del Castello, nella piazza
    che a Veronica rende onore e nella Chiesa
    che l’urna sua di Beata tiene, l’esile
    bella nera tua figura con il fedele a te
    Giuseppe in questo tempo lungo vision
    gentile e cara diede ai binaschini tutti
    che non sentii né vidi nell’ amaro triste
    giorno del tuo in Ciel volare qui della campana
    quel toccante suono messaggero né poi nei luoghi
    dei necrologi  lì affissi della dipartita
    il nome tuo,  siano or questi poveri miei versi
    qual di campana rintocco lento e triste annuncio
     
     
    A ricordo della Signora Chiara V. G.
    a cinque giorni della dipartita
    29-08-2019
     

     
  • 08 novembre alle ore 10:30
    Quell'anziana prostituta

     Oggi in quest’ultimo giorno dell’anno
    del Signor duemila e diciotto non so perché
    mi sei vecchia figura tornata in mente,
    eran mi par gli anni sessanta, ricordo
    che molto piacevi alla signora Gemma
    la cara nonna di un mio caro amico:
    ogni mattina questa alle dieci circa
    da un balcone suo ti vedeva rincasare
    verso quel portone all’angol di via Padova
    con la via Mosso di Milano, non alta
    eri e tracagnotta ma bello diceva quel tuo
    portamento e le piaceva, le labbra rosse
    forse eri sui quaranta poi un sentore forte
    il tuo di pulito e un profumo da te captava
    seppure  da lontano chissà perché speciale
    e non sapeva per nulla il mestiere che facevi.
    Poi morì quella Signora cara io pur ad abitar
    andai fuor da  Milano, un dì per caso in un anno
    da allora  a oggi più vicino  in  via San Gregorio
    io su un tram verso Lambrate volto e tu sì tu
    in quell’angol ferma della via, così ti riconobbi
    e forse sui settanta quel mestier esercitavi
    ancora e il tram pian piano lontano sferragliava
    così le labbra tue di qual color non vidi, aperto
    era un poco un finestrino e  giunger da giù
    sentii come un profumo particolar special arcano e
    un sentor di te della persona tua di un bel pulito
    forte come un tempo lontan quel profumo sentì e
    giudicò il sentor di te Gemma quella signora cara
    lei ignara io che  conoscevo qual lavor  facevi!
     

     
  •  
    A questa vision nasce forte forte il pianto,
    nella notte parigina alta la fiamma avvampa
    di Notre Dame la bella  Cattedrale al mondo
    intero cara da nemico rosso fuoco avvolta
    la svettante guglia e di una volta un tratto
    il ciel abbandonano per crollar giù a terra
    caducità delle cose per un baglior perduti
    secoli di storia ricordi antichi del passato
    forti? No che più forte è dell’uomo la memoria
    che le oggi povere morte pietre vive saprà far
    tornare e la storia che le impregna raccontare
     

     
  • 17 maggio alle ore 11:54
    Bergenia

     
    Tu di San Giuseppe umile fiore
    come lo fu lo sposo di Maria
    che un tempo di rosa coloravi
    gli orti contadini e le rive
    dei fossati ancor oggi qua e
    là quando il giorno del Santo
    si avvicina al cielo apri qual
    timidi occhietti quei tuoi rosa
    fiorellini e oggi corre la mente
    ad una figura a me si cara mia nonna
    curva come un tempo ancora dare cara
    cura a quel cespuglio da lei d’anni
    tanti messo a dimora sulla tomba
    di quel suo figlio, mio zio, di cui
    io porto il nome giovane aviere
    un giorno annegato nel lago di Comabbio
     

     
  • 29 aprile alle ore 10:20
    Bello è il pensar

     
    Stelle lucenti lontane sconosciute
    anime morte e già  da tempo trapassate
    tra lor forse vi è a noi ignota union
    legame forte di amorosi amorevol sensi
    bello il pensar è nel dì di San Lorenzo
    che quelle lacrime copiose dal ciel cadenti
    altro non sian se nei desideri nostri
    a lor pensiam d’amor gocce e d’empatia
    di quelle a noi care anime da tempo trapassate
     

     
  • 28 aprile alle ore 18:16
    Gialla forsizia

     
    Apro la finestra e guardo sul giardino
    uno screziato crocus tra le novelle erbe
    capolino fa s’alzano a guardare il cielo
    quattro gialli narcisi tra lor stretti
    facendosi compagnia di giallo sempre lì
    s’accendono i ramuncoli a questo colore
    e leggedria al quadro dona timidamente
    la forsizia gialla nel suo lento sbocciare
     

     
  • 27 aprile alle ore 18:18
    Un frammento del vissuto mio

     
     
     
    Soffitte cantine luoghi bui
    dove giacciono nascosti sparsi
    oggetti cose che altro non son
    che frammenti di ricordi sepolti
    e dalla mente ormai dimenticati
    ma che talvolta a caso lì frugando
    vorrem queste memorie ridestare
    ma poi il cuor spesso la man frena
    temendo in una scelta che possa
    recargli qualche spina dolorosa
    perché domando non dovrei osare
    riviver alla luc portar quale che
    sia un attimo dell’animo un sussulto
    di quel frammento del vissuto mio?
     
     

     
  • 27 aprile alle ore 18:17
    Un frammento del vissuto mio

     
     
     
    Soffitte cantine luoghi bui
    dove giacciono nascosti sparsi
    oggetti cose che altro non son
    che frammenti di ricordi sepolti
    e dalla mente ormai dimenticati
    ma che talvolta a caso lì frugando
    vorrem queste memorie ridestare
    ma poi il cuor spesso la man frena
    temendo in una scelta che possa
    recargli qualche spina dolorosa
    perché domando non dovrei osare
    riviver alla luc portar quale che
    sia un attimo dell’animo un sussulto
    di quel frammento del vissuto mio?
     
     

     
  • 26 aprile alle ore 9:40
    L'aria fresca del mattino

     
    Mi son svegliato oggi in preda
    di forti neri pensieri così apro
    la finestra ed ecco alitar sento
    l’aria fresca del mattino nasce
    un desiderio che questa con soffio
    misterioso li li possa qui scacciare
    un poco più mi sporgo le grido soffia
    soffia e per dispetto forse la fresca
    aria del mattino qui smette d’alitare
     

     
  • 25 aprile alle ore 8:36
    Nell'aria cerco

     
    Cerco nell’aria il profumo della primavera
    quel profumo antico da tempo come smarrito
    eran viole lungo un fossato a noi tanto  amico
    eran bianchi mughetti le sponde del Ticino
    viole e mughetti che poi negli anni sempre
    tornavano e tornano a fiorire più non c’è
    quel fosso o forse inver non lo riesco più
    a trovare ancor rivedo quelle sponde fiorite
    del Ticino ma viole e mughetti senza te vicino
    pers’hanno quel dolce profumo che amavo tanto
     
     

     

     
  • 20 aprile alle ore 8:29
    Quel sospirar del vecchio

     
    Sospira il vecchio e guarda la luna
    di lui confidente amica dei giovanili
    amori che dir gli pare ricordi un tempo?
    e così all’animo e al cuore suo tornan
    le memorie che questo fecero  sospirar
    e palpitar di gioie e pure di dolori
    ed ecco lassù in alto nel chiaror dolce
    lucente di Selene come lì tornar velati
    quei visi noti or qui come per lui rinati
    e per ognun ecco poi riveder lì sotto
    le frasi d’amor o il risentir pur l’eco
    di parole dolci nel segreto sussurrate,
    ma si vela la luna e lascia quel vecchio
    tutto solo nel silenzio i ricordi ricordare
     

     
  • 19 aprile alle ore 7:59
    La Vecchiaia

     
    Del tiglio e del platano le foglie
    tornano a rinverdire e tra lor si dicon
    svegliamoci che giunta è Primavera
    poi al sole una preghiera che la sua
    carezza propizia sia a questo rinverdire
    lì nascosta  sente la Vecchiaia e triste
    ecco il sospirare suo  oh rinverdire
    a me verbo sconosciuto che Primavera
    o non costretta son  ad invecchiare sempre!
     

     
  •  
    A questa vision nasce forte forte il pianto,
    nella notte parigina alta la fiamma avvampa
    di Notre Dame la bella  Cattedrale al mondo
    intero nota da nemico rosso fuoco avvolta
    la svettante guglia e di una volta un tratto
    il ciel abbandonano per crollar giù a terra
    caducità delle cose per un baglior perduti
    secoli di storia ricordi antichi del passato
    forti? No che più forte è dell’uomo la memoria
    che le oggi povere morte pietre vive saprà far
    tornare e la storia che le impregna raccontare
     

     
  • 08 aprile alle ore 14:48
    Ode alla Lombardia

     
    Qui le civiltà protostoriche
    di Remedello e di Golasecca
    vi videro la luce e dopo genti
    celtiche romane longobarde
    da popoli stranieri il suol
    tuo calpestato fu e tu a duro
    giogo servile sottomessa tanto
    cara lombarda terra mia Lombardia,
    un dì partì infin anche se tardi
    il riscatto tuo Milano Brescia
    Magenta prima e che poi forte 
    nei campi di battaglia Montebello
    Solferino San Martino si compì
    teatri fulgidi di onore e libertà,
    or fiero di te tu mostri agli occhi
    miei la bellezza dei tanti fiumi tuoi
    Po Ticino Adda Olona Seveso Olona
    Sarca-Mincio Lambro come dei laghi
    pur Lario Maggiore Sebino Garda
    Comabbio e Pusiano del vate Eupilino
    culla, acque azzurre un tempo oggi
    un po’ di meno dove borghi città
    si specchian civettuoli e ville
    suntuose piene di fascino e di storia
    altere ne punteggian sponde e rive:
    la ducal Vigevano e la bramantesca
    piazza e la regal Pavia longobarda
    e Lodi dell’indomito Fanfulla e di Ada
    la rossa vergina ribelle e Cremona
    infine terra di liutai di mostarda
    di torroni, ecco quel ramo di Lecco
    ricordo caro letterario manzoniano
    Como ghibellina il vecchio Plinio con
    l’inventor della pila e lo scopritor
    del gas delle paludi Volta, Monza
    il Duomo di Teodolinda la cappella
    con la ferrea corona Bergamo le mura
    veneziane di Colleoni cavalier insigne
    la cappella e Donizetti con L’elisir
    d’amore e lassù Sondrio della val
    del Teglio gran regina e Milano
    il Duomo la Scala l’Arena Sforza
    Visconti Torriani e il nostro caro
    Don Lisander il Manzoni il panettone
    qui dove un dì Ambrogio di Treviri
    Agostino di Tegaste il peccatore
    Rigenerato dalla fede nel recinto
    del suo gregge vescovile accolse,
    la Milano antica dei comuni che con
    Crema Legnano Bergamo Brescia
    guerra contro il Barbarossa mosse
    e la Leonessa d’Italia sempre Brescia
    ove alla libertà il piede ardito mosse
    il giovin Tito Speri che l’austriaco
    nemico vile  impiccò senza pietà alcuna
    al capestro di Belfiore, Mantova qiei
    laghi dimora dei Gonzaga dove ancor
    senti nell’aria la dolcezza dell’ambrosia
    virgiliana e dimora generosa dove pace
    trovò e poetò  d’amori e cavalier Torquato,
    or s’alzo lo sguardo ecco corona ti fanno
    in alto terra mia le punte aguzze bianche
    di quelle vette alpine Retiche Lepontine
    le Grigne il Resegone L’Adamello la Punta
    Perrucchetti il Monte Cevedale e il Bernina,
    e che dir delle verde dei prati di pianura
    l’odore dei boschi e delle dolci tue colline?
    Terra di vini di salumi di trifole formaggi
    e quel ciel tuo Lombardia che come il poeta
    scrisse che è bello quand’è bello, bello
    sempre per me sia quando piove e quando
    il sole splende è scuro o domina la nebbia
     
     

     
     
     

     
  • 07 aprile alle ore 10:02
    Cantava diverso il pettirosso

     
    Dapprima un canto acuto melodioso
    e dal nespolo nasceva quel dolce trillo
    che nell’aria del mattino si spandeva
    lì nascosto tra le larghe foglie sen
    stava dal gorgheggio suo io ben capivo
    un amico piccino un pettirosso poi il canto
    più struggente e melanconico d’un tratto
    si faceva e muovendo come triste il suo
    capino su una brocca ora a me davanti
    dirmi pareva con questo nuovo  canto che
    tra poco dovrò per altri lidi migrare
    oh amico caro mio così ti volevo salutare
     

     
  • 04 aprile alle ore 14:27
    Buon giorno Primavera

     
     
    Nel fresco di un mattino queste al vento le parole
    di un cuore innamorato sussurrate poi piano cadute
    su questo foglio bianco e qui poi da me fissate: 
    “dona al cielo il pesco le sue rosee brocche
    un passerotto qui saltella allegro gli sorride
    un fiore, due colombe d’amor desiate sull’alto tiglio
    in attesa delle prime gemme tubano al dondolio
    degli spogli rami  e dell’idilio lieto le indora
    il primo sole, l’aria profuma lieve un giallo gelsomino,
    s’agita nella gara dei colori pur il bianco biancospino
    ronzio d’api di farfalle voli, un rondone ad una finestra
    picchia come a dir ad un bimbo addormentato svegliati
    pigrone che tutti assiem piante fiori sole noi alati
    il buon giorno grati alla Primavera dobbiam dare”
    così questo  acquerel grazioso con le parole sue dipinto
    in un lontan fresco mattino da quel cuore innamorato
     

     
  • 03 aprile alle ore 10:28
    Lì in soffitta

     
    Tengo in soffitta un bauletto
    lì dove negli anni nel tempo messo
    vi ho alcuni sia tra i più belli
    che tra i meno belli  miei ricordi
    e ogni tanto quando la nostalgia
    forte mi prende oppure allegro
    sono lì salgo e con lenta man
    tremante e timorosa quello apro
    e tra quei guardo e a caso scelgo
    con la speranza dato l’umor mio sia
    la giusta scelta or non dico cosa
    il cuore oggi mi dettava una vecchia
    cartolina vi ho pescato che un poco
    la tignola aveva mangiato una grafia
    devo dir oggi dimenticata ch’allora
    così li mi scriveva  auguri cari che
    che da ieri tu sei un chimico industrial
    dottore e poi  nessuna firma ma sol di
    un sale  la corretta formulazione a me ben
    nota ed ecco un giovane viso alla mente
    mi è presto tornato a me oggi pensionato
    e di te commosso mi sono giusto ricordato
    sappi A.  cara che invano nel tempo
    ti ho cercata amica mia di quel sal nitrato!
     

     
  • 02 aprile alle ore 18:39
    Quella porta misteriosa

     
     
    Si sente bussare a questa porta
    ma non è come par di sentire
    per quel forte soffiar suo
    che sia il vento e per meglio capir
    a questa di limpido cristallo l’orecchio
    tendo mio e un fioco lamento or sento:
    chi è? Allor domando son l’ anima buona
    d’un trapassato amico tuo e qui vorrei
    entrare per un poco come un tempo
    antico con te filosofare soggiunge
    poi ricordi? Della caducità della vita
    dell’eternità del tempo era allora
    il nostro disputare or s’apri la porta
    or meglio che io la prima vissuta e persa
    e immerso dove il secondo all’infinito
    regna con più giudizio a te vivo potrò
    ben spiegare ma invano d’aprir cerco
    la porta e man man più sottil questa si fa
    al mio tentar quel vetro  poi di veder
    mi par un sorriso amico che triste
    ecco poi sparisce e così a tempo presto o tardi
    differito qual spirito vagante il saper mio!
     
     

     
  • 28 marzo alle ore 9:31
    Così danza Primavera

     
    Quando come cantò il cantor di Sirmio
    il dolce zefiro spira e fuggiti son
    i gelidi venti ecco nasce Primavera
    che così prende forma e sua figura:
    flessuose son le gambe di tenere
    betulle e le  scarpe di intrecciati
    arbusti colorati lunghe le braccia
    sottil di teneri due pentaforcuti
    di roseo pesco rami in fiore di fili
    d’erbe tra le più belle profumate
    il ben tessuto suo vestito serti
    di gialle rose mughetti ciclamini
    variegati tanto tulipani la cintura
    di raggi di sole i capelli biondi
    e occhi celesti come il fior d’aliso
    bocca e labbre della più bella rosa
    tea e per finir una ghirlanda in testa
    di papaveri rossi e di giallo bel giaggiolo
    e qual viva tela dipinta da Arcimboldo
    eccola subito a danzar da voli di rondini
    accompagnata al canto  di chiurli e rosignoli
     

     
  • 27 marzo alle ore 12:04
    All'animo non si vela il ciel d'azzurro

     
    Si vela il ciel d’azzurro
    fuggon le nere nubi
    la pioggia s’allontana
    non così nell’animo
    mio dove nel suo ciel
    di color di pece nembi
    qui s’addensano violenti
    a portar nel cuor tempesta
     
     

     
  • 22 marzo alle ore 18:33
    Ballata di primavera

    Come un dì cantò Lucrezio
    il poeta latin sulla Natura
    in primavera in questo tempo
    suo ecco un dolce lieto
    del creato spento risvegliar
    i prati si ornano di fiori
    nei boschi alberi arbusti
    mutano colore sui rami gemme
    al sole si  aprono  silenti
    qui gli uccelli pronti in canti
    d’amor per le nidiate giocano
    tra lor  nell’aria danzan
    le farfalle fan cerchi le api
    nel ronzare escon i ricci dalle
    tane e nei fossi le rane a gracidare
    il ruscello torna con la voce
    a mormorare e ai nidi antichi tornan
    le rondini festanti e in questo
    primaveril vivente quadro vivo lontan
    le ambasce dolorose pur i tristi cuori
    rallegrati dalla vision si volgono al sorriso
     
     

     
  • 04 marzo alle ore 18:54
    Povera cartolina

    Nel giorno della festa delle donne
    il pensier mio ad un lontan assai
    anno oggi corre e ti vedo così con rabbia
    stracciar quella mia colorata cartolina,
    non ricordo se vi fosser in rilievo rose
    rosse o gialli o forse degli azzuri tulipani
    ma poi sul retro vi eran scritte parole solo
    son certo non d’amore ma di semplice amicizia,
    poveri quei  miei fiori di carta e non so perché
    così da te distrutti e non destinati se così
    poi così lasciati ad appassire ma nel tempo
    a mantener quel bello lor vivo colore e che
    oggi dopo tanti anni avresti potuto rimirare,
    che ti costava conservarla quella cartolina
    e solo cancellare il nome mio sì quel mittente?

     
  • 12 febbraio alle ore 16:30
    Un momento già vissuto

    Come fantasma dalla nebbia dei ricordi
    m’appare una figura ancor la riconosco
    pur se son passati più di sessantanni
    e anche il nome ritorna della mente
    alla memoria la chiamo non risponde
    si gira e si allontana e in questa
    nebbia rivedo un momento già vissuto
    quando l’ultima volta allora che la vidi
    quando la chiamai e se ne andò e non rispose
     

     
  • 24 gennaio alle ore 10:58
    Quel lontano dì a Mauthausen

    Fredda mattina di un inverno
    ancora scorrevan le acque
    del Danubio ma non più fumavan
    i camini quelle ossa bruciate
    tormentate carni gemiti
    di anime belle e da orridi
    fumi in cielo trasportate
    e lì  sul piazzale di quel
    sacrario che di bestial
    e non umana crudeltà fa qui
    Memoria difficil fu  per me
    affrontare  quei gradini gambe
    pesanti come di piombo fuso
    che più non volevano avanzare
    occhi che non volevano vedere
    oggi nel ricordo d’allora
    lì veloce corre la mente
    e a quelle belle anime innocenti
    morte volge commosso il mio pensiero.

     
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  • sabato alle ore 10:04
    Dall'Album del Corrosionista

    Come comincia: CURIOSITA’ DALL’ALBUM DEL CORROSIONISTA
     
     
     
     
    G. G Casarini-Binasco (MI)
     
     
     
     
    RIASSUNTO
     
    Sfogliando l’album del corrosionista, ben rilegato e con amorevole cura compilato nel corso degli anni della mia trentennale attività di ricercatore presso l’Istituto Ricerche Breda di Milano-Bari, si rivedono casi, fotografie, personaggi e situazioni che a distanza di tempo inducono non solo al sorriso ma anche a riflessioni che gli addetti al lavoro dovrebbero tenere in debita considerazione. Ritornano così alla mente: richieste le più strane per interventi e materiali di indagine, ipotesi di lavoro smentite grossolanamente, discussioni e richiami a suggestivi meccanismi poi riconducibili ad eventi legati a mere banalità e, da ultimo , casi di danneggiamenti legati alle cause le più curiose. Sono casi che richiamano alla cautela prima di esprimere un giudizio, alla pazienza  e alla costanza in quanto un certo spirito indagatore non deve essere  disgiunto dalle conoscenze scientifiche. Spesso infatti, al termine di una indagine corrosionistica può capitare che  le analisi di laboratorio non diano risultati univoci o diano risultati contrari e opposti a quelli attesi, oppure che risultino incongruenti sia con le informazioni date sulle condizioni d’impiego sia con la cronistoria. In tale ottica viene proposta o riproposta,in quanto parte di essa già presentata in altri contesti, una casistica dalle inaspettate e talvolta curiose conclusioni. Sono così presentati, in rapida successione, gli eventi verificatisi su fili e serbatoi in acciaio inossidabile, pali interrati in acciaio al carbonio per la distribuzione di energia elettrica, tubi in ottone all’alluminio per scambiatori di calore e per condensatori, le cause: uso indebito, cattiva manutenzione, lavori agricoli, bisogni fisiologici, poca cura nell’esecuzione di lavori preliminari. 
     
     
     
    PAROLE CHIAVE
     
    Acciai inossidabili-Leghe di rame-Acciaio al carbonio-Condensarori-Acqua mare- Pali interrati- Corrosione nei terreni-Antenna radiotelecopica-Corrosione atmosferica-
     
     
     
    INTRODUZIONE
     
    Aprendo un libro di corrosione o puntando il dito su una delle tante tabelle sul comportamento dei materiali, senza dubbio non si faranno attendere le risposte che cercavano relativamente ad un sistema corrosionistico: specie aggressiva-metallo: ecco descritti i meccanismi di attacco come pure le morfologie del danneggiamento, a piè di pagina o nelle note siamo informati di come la severità dell’attacco e la sua cinetica di avanzamento siano determinate da particolari condizioni al contorno: concentrazione della specie aggressiva, temperatura, condizioni statiche o dinamiche del fluido, condizioni di aerazione, stato tensile e metallurgico del materiale. Non solo ed oltre: basandosi su tali conoscenze comprovate dalla pratica e dall’esperienza sono stati messi a punto diversi sistemi esperti di corrosione e, tra i primi, si ricordano quelli relativi al comportamento degli acciai inossidabili in ambienti clorurati od alogenati. Così, inseriti nel sistema i parametri operativi e le condizioni al contorno  siamo informati sulle diverse possibilità di attacco o meno del materiale preso in considerazione: assenza di corrosione, spassivazione generalizzata, pitting, corrosione sotto tensione. Tuttavia, avendo letto con cura il nostro libro di corrosione ci sovviene che con riferimento alla corrosione puntiforme per gli acciai inossidabili, altri meccanismi e altre situazioni  possono portare a simili morfologie di attacco; quindi siano edotti che solo le analisi di laboratorio potranno fornire indicazioni sulla natura dell’agente corrosivo e portare alla corretta definizione del meccanismo al fine di fornire i consigli pratici per il futuro buon comportamento del materiale in esame o dare i suggerimenti per una diversa scelta.
    Talvolta però può capitare che  le analisi di laboratorio non diano risultati univoci o diano risultati contrari alle iniziali ipotesi di lavoro o, ancora, risultino incongruenti sia con le informazioni date circa la cronistoria del materiale che con le dichiarate  condizioni di esercizio. Di seguito vedremo come ad indagini dalle inaspettate e curiose conclusioni faccia riferimento la  casistica sotto riportata.
     
     
     
     
     
    DALL’ALBUM DEL CORROSIONISTA
     
    Attrazione fatale verso un oggetto luccicante 
    Inizieremo la nostra presentazione dall’indagine svolta su un serbatoio di acciaio inossidabile AISI 304 impiegato in una azienda agricola per la refrigerazione del latte dopo la mungitura e  messo fuori servizio per forature. La morfologia del danneggiamento risultava tipica per l’attacco perforante da alogeno ioni anche se il materiale presentava incipienti aree di spassivazione al di sotto di grumi e residui di latte cagliati. Accertato che le operazioni di lavaggio e di manutenzione venivano svolte regolarmente l’attenzione veniva volta alla ricerca di cloruri nelle vicinanze dei pitting e delle zone corrose oltre che sui grumi di latte. I risultati  non davano risposte univoche in tal senso; si arrivò persino alle disquisizioni sul siero di latte e del suo contenuto in cloruri. Alla fine quando gli animi stavano per surriscaldarsi qualcuno si ricordò che per un guasto alla parte elettrica il serbatoio era stato messo fuori servizio per alcuni giorni facendo così  felice la moglie del fattore che negli stessi giorni lo utilizzò per farci il bucato.
     
    Un brodo energetico ottenuto  da un dado sbagliato
     
    Le curiosità proseguono dall’indagine svolta su  una apparecchiatura in acciaio inossidabile AISI 316, impiegata in un ospedale lombardo per la preparazione del brodo per i degenti. I periodici controlli sanitari ed organolettici del brodo rivelavano un elevato tenore di ferro inconsueto per le sostanze in cottura e mai riscontrato precedentemente. L’ispezione interna del manufatto per ricercare le cause responsabili di questo brodo energetico, escludeva che vi fossero significativi  fenomeni di corrosione in atto sulle pareti del recipiente, fatte salve solo alcune incipienti e localizzate aree di spassivazione nelle vicinanze delle quali, già ridotti a meno della metà, si stavano invece corrodendo alcuni dadi in acciaio al carbonio, fissati  al posto di quelli originali nelle corso, per sbaglio, delle ultime operazioni di manutenzione.
     
     
     
     
     
    Cani innocenti, uomini no 
    In un paese del Sud-America, i pali in acciaio al carbonio interrati  utilizzati per la distribuzione di energia elettrica nei dintorni della capitale si stavano fortemente corrodendo: alcuni erano già distrutti alla base, ridotti a stratificazioni di ossidi idratati supportarti da pochi mm di metallo originario, altri puntellati e sostenuti da travi di legno, pochi ancora in condizioni di sicurezza. Le ipotesi avanzate dagli esperti locali attribuivano tale fatto ai branchi di cani selvaggi od abbandonati che si aggiravano in gran numero in tali zone ed alle loro azioni fisiologiche: rilascio di orina canina. I cani non lo sapevano ancora ma si stava  tramando per la loro eliminazione: fortuna volle che ciò non avvenne e  la fortuna fu legata ad una semplice e banale indagine corrosionistica. I pali, di forma ottagonale, ottenuti per saldatura da tronconi di lamiere opportunamente piegate e sagomate, a base ed estremità aperte, e senza rimozione delle scaglie di calamina e di ossidi derivanti  sia dal trattamento termico delle lamiere originarie sia di quelle indotte dai procedimenti di saldatura finali, venivano interrati direttamente nel terreno e senza protezione della zona interrata: né catramature, né lastrature, né verniciature. Il degrado che partiva essenzialmente nelle zone di transizione terreno-aria era localizzato quasi esclusivamente sul lato sud dei pali, equivalente, dato l’emisfero, al nostro lato nord. Condensazione preferenziale di umidità atmosferica su tali lati, addensamento della stessa per scolamento verso il basso, parziali ristagni  data la natura del terreno,  sabbiosa-argillosa e salsa, alla base dei pali e inizio dell’attacco favorito anche dall’azioni catodiche degli ossidi residui superficiali e non rimossi da opportune azioni decapanti o di sabbiatura.
    Quello che insensatamente si ritenne di attribuire  ai bisogni fisiologici dei cani risultò invece causa  determinante, orina umana, dell’inconveniente lamentato sui tubi in Aluminum Brass ASTMB111 Alloy 687 del condensatore primario di una centrale termoelettrica situata in località marina. Terminati i lavori di costruzione e di montaggio delle apparecchiature, nel corso dei controlli finali per l’avviamento preliminare della centrale termica venivano ravvisate anomalie su alcune zone delle generatrici esterne dei fasci tubieri del condensatore.Le alterazioni superficiali risultavano localizzate solo su alcuni diaframmi sotto forma sia di puntini verdi circondati da un alone bianco sia di  puntini verdi attorniati da un alone marrone oltre a formazioni sparse di sali verdastri. La distribuzione di tali alterazioni, a partire dalle prime file interessate, era somigliante alla apertura di un ventaglio o di una V capovolta, con attenuazione del fenomeno sia verticalmente: per 40 cm circa più in alto,  per circa 1 metro nelle zone mediane per poi  a giungere, dopo una caduta in altezza di quasi due metri, a sfiorare i 3 metri. Questa particolare distribuzione delle alterazioni non ammetteva dubbi: scolamento dall’alto con schizzi e spruzzi di una fase liquida o condensata. Così, essendosi riscontrati tra i residui delle alterazioni superficiali elementi in traccia quali cloro, zolfo, potassio e  tutti componenti di una atmosfera marina si poteva paventare o un ingresso progressivo e localizzato di umidità salmastra o montaggio di tubi già alterati inizialmente. Questo in quanto alcuni pacchi di tubi di riserva e di scorta giacevano ancora in un piazzale circostante con evidenti segni di lacerazione  dei fogli protettivi in polietilene. Questa ipotesi risultava subito da scartare per i seguenti motivi: i tubi all’atto del montaggio risultavano a detta dei tecnici della Centrale inalterati e montatori esperti lo avrebbero segnalato, le alterazioni superficiali sui tubi a scorta nelle zone di lacerazione dei fogli protettivi apparivano insignificanti e tali da non giustificare anche fortuitamente un assemblaggio simile alla distribuzione del danneggiamento e per quanto concerne l’eventuale ingresso accidentale di umidità salmastra si appurava che il condensatore, terminato il montaggio dei tubi ed a ultimazione dei lavori murari, era stato messo sotto vuoto con aria secca ( umidità relativa 30-50%) e con l’interno condizionato(impiego di gel di silice rigenerato periodicamente) e con l’uso di una stufetta elettrica con mantenimento di una leggera sovrapressione tramite  ventilatore.
    Poiché nonostante tutte queste affermazioni ed assicurazioni, nel corso dell’ispezione del condensatore, si era notato che lo stato di pulizia generale risultava piuttosto scadente per presenza di sudiciume, segatura, limatura di ferro, chiodi, pezzi di legno, residui di nastro adesivo, qualcuno ricordava che dopo l’infilaggio dei tubi erano stati effettuati alcuni lavori di collegamento del condensatore con la turbina e che, nel corso degli stessi, la parte superiore era stata protetta con teli. Si è inoltre appreso che durante lavori di questo tipo per soddisfare i bisogni fisiologici degli operatori senza interruzioni e perdite di tempo si è soliti far uso di secchi o taniche che poi vengono calati o portati a terra per gli opportuni svuotamenti: evidentemete qualcuno, in più di una occasione, doveva aver disdegnato l’uso del secchio od evitato la fatica, una volta pieno, di calarlo o di portarlo a terra.
     
    Al momento sbagliato
     
    Alcuni fili in acciaio inossidabile AISI 304 utilizzati per l’ampliamento dell’antenna di un radiotelescopio installato in aperta campagna, alla periferia di una città del nord Italia, dopo appena sei mesi di esercizio, presentavano notevoli segni di alterazione superficiale con corrosione puntiforme. Diversamente i fili costituenti la prima parte dell’antenna, in esercizio da circa sei anni, risultavano praticamente inalterati. Come accertato da analisi di laboratorio le diverse partite di fili presentavano la stessa composizione chimica, le stesse caratteristiche meccano-tensili. Poiché tutti i fili, di vecchia e di recente installazione, veniva riscontrata la presenza di terriccio e di tracce di cloruri, la raccolta di informazioni sul posto ed una accurata ricostruzione della cronistoria circa l’esercizio dell’antenna permettevano di giungere alla soluzione di quanto avvenuto. Il terreno agricolo circostante il posizionamento dell’antenna risultava da anni sito per la coltivazione di barbabietole da zucchero, coltivazione che  dopo la semina richiede, in determinati periodi, forti irrorazioni di anticrittogamici a base di prodotti contenenti alogeno ioni. L’esame dlle diverse date di installazioni e quello dei cicli stagionali relativamente alla coltura delle barbabietole, dalla semina al raccolta, permetteva di accertare che mentre i primi fili erano stati posti in esercizio in un periodo di assenza dei lavori agricoli, gli ultimi venivano installati proprio in concomitanza con le fasi di aratura del terreno e di semina delle barbabietole. Si appurava pure che dopo la posa in opera di questi era seguito un periodo di  siccità che, da una parte mentre impediva un dilavamento dell’acciaio ed un buona passivazione con rimozione di terriccio e diserbante, dall’altra comportava operazioni agricole aggiuntive quali, irrorazione del terreno, con aggravio nell’atmosfera di inquinanti, aggravi limitati ed ininfluenti sui primi fili sulla superficie dei quali lo stato di passivazione si era già formato e consolidato stabilmente.
    Legato anch’esso ad un momento “sbagliato” il danneggiamento che segue.
    In un impianto petrolchimico, situato in località marina, le necessità di approvvigionamento di acqua dolce rendevano necessaria l’installazione di alcuni dissalatori di tipo multi-flash. Il programma prevedeva che questi fossero installati con una certa gradualità nel giro di un paio d’anni e di fatto dopo la messa in servizio dei primi tre veniva avviato come ultimo un quarto impianto: seppure progettati da ditte diverse e quindi  con diverse soluzioni tecniche, anche se non molto dissimili data la tipologia degli impianti, giocoforza i materiali impiegati risultavano gli stessi ed i parametri operativi non molto differenti tra dissalatore e dissalatore. Quest’ultimo, al contrario degli altri tre dissalatori che da tempo operavano senza alcun inconveniente, dopo appena pochi mesi dall’avviamento doveva essere arrestato a seguito di forature sui tubi in cupronichel 90/10 degli evaporatori( salinità salamoia 74.000 ppm, salinità acqua mare 38.000ppm, pH= 6,6-7,6, temperatura ingresso 103°C, temperatura uscita 115 °C ppm, O 2 = 165-470 g/l . La morfologia dell’attacco risultava perfettamente identica a quella che solitamente si verifica su questi materiali a seguito di fenomeni di corrosione-erosione e/o corrosione turbolenza (impingement attack) ma poiché la velocità del fluido era alquanto bassa(1,83 m/sec) e nettamente inferiore ai valori critici di 3,5m/sec che su tale lega innescano tali fenomeni, evidentemente le cause responsabili del danneggiamento andavano ricercate altrove.
    Sui tubi nelle zone esenti dall’attacco invece della solita patina protettiva che si forma su tali materiali in acqua mare erano presenti sottilissimi veli, in genere ben ancorati al metallo base, di colore biancastro.Gli esami di laboratorio indicavano che tali depositi erano costituiti prevalentemente da Ca4P2O9 mentre misure di potenziale elettrochimico, effettuate a diverse temperature, indicavano che il metallo ricoperto da tali depositi rispetto alle zone  dove gli stessi erano stati rimossi risultava decisamente più nobile: + 60 mV a  50 °C e + 130 mV a  90 °C. Sulla base di tali risultati il meccanismo del danneggiamento risultava facilmente spiegabile nonostante la non elevata velocità della salamoia: le zone ricoperte dal deposito assumevano il ruolo di aree catodiche rispetto a quelle dove lo stesso risultava poco ancorato od asportato: di conseguenza poi la localizzazione dell’attacco era stata favorita anche dall’alto rapporto aree catodiche ed aree anodiche. Circa l’origine e la provenienza dell’inquinante si veniva a conoscenza che le prese dell’acqua mare degli impianti di dissalazione erano situate in prossimità dello scarico di un impianto per il trattamento di fosforiti e che questo era stato messo in funzione poco prima dell’avviamento del quarto modulo di dissalazione; fatto questo da giustificare i diversi comportamenti corrosionistici: l’azione deleteria tradottasi nell’impedire il corretto stato di passivazione sul quarto modulo si dimostrava ininfluente sui primi tre in quanto, antecedentemente alla messa in marcia dell’impianto delle fosforiti, sui tubi degli stessi si erano già  formati ed ancorati gli strati  passivanti protettivi..
     
    I sassi della discordia 
    Sui tubi in ottone all’alluminio di un condensatore di una centrale elettrica, poco dopo la messa in servizio, e su un limitato numero di tubi, si erano manifestate forature dal lato acqua mare.
    Oltre all’indagine corrosionistica sui tubi corrosi venivano pure esaminati alcuni spezzoni di tubo nuovo facenti parte della stessa partita di quelli montati in esercizio. Poiché su questi era presente una sottile patina di colore più o meno scuro, con presenza di striature, continue o non,  residui di lubrificanti di trafila carbonizzati nonché difetti puntiformi isolati, la corrosione si poteva, in prima ipotesi,  attribuire alla presenza di queste anomalie superficiali.E’ noto infatti come i residui carboniosi su leghe di rame possano assumere il ruolo di aree catodiche per la riduzione di ossigeno ed alimentare così celle di corrosione che determinano attacco localizzato.Il fatto però che il danneggiamento si fosse verificato dopo poco tempo dall’avvio del condensatore e solo su alcuni tubi lasciava aperte molte discussioni: non tutti i tubi della partita potevano avere  inizialmente una simile difettologia superficiale per cui era aperta la possibilità che solo  alcuni fossero sfuggiti ai controlli di qualità iniziali. Il fatto poi che dopo la sostituzione dei tubi forati il condensatore non avesse più presentato alcuna sorte di malfunzionamento alimentava fortemente tali dubbi, creando tensione tra l’utente ed il fornitore del materiale. Il mistero veniva risolto dall’esame della documentazione fotografica effettuata dopo l’apertura del condensatore e inizialmente stranamente occultata: nelle casse d’acqua si notava la presenza di depositi e di agglomerati di corpi estranei, in prevalenza, sassi. Per cui, con buona pace dei residui carboniosi, l’inconveniente era da attribuire oltre all’azione schermante di tali corpi estranei anche alla modifica creata localmente dagli stessi relativamente alle condizioni fluido-dinamiche dell’acqua mare.
     
     
     
     
     
     
    CONCLUSIONI
     
    La  casistica di corrosione presentata e discussa mette in evidenza come in molti casi i fenomeni di danneggiamento sfuggano a rigidi e consolidati meccanismi di attacco o quanto meno come le cause dell’innesco degli stessi siano legate agli eventi più strani e più curiosi. Ne consegue pertanto come in campo corrosionistico, fatte salve le conoscenze scientifiche, al pari di altre attività umane, non devono mancare al ricercatore doti quali: l’umiltà,  la cautela, la pazienza  e la costanza nell’indagare.
     
     
     
    BIBLIOGRAFIA
     
    1)G.Casarini,G.Stella:”Importance and Utility of Analytical Monitorig for the Reliabiliy of Indusrial Plants”- Proc. 11th  Int. Corrosion Congress- Vol. 1- pag. 547- AIM-Florence-1990
    2)G.Casarini :”Monitoraggio negli scambiatori di calore ai fini della loro sicurezza ed affidabilità di esercizio”- La Metallurgia Italiana 82 ( 1990) n.° 11- pag. 1073
    3)G.Casarini:”Sicurezza ed affidabilità degli impianti chimici industriali: importanza degli aspetti corrosionistici dei materiali metallici”-NT-Tecnica & Tecnologia-  N. 4-Luglio-Agosto
    ( 1991)-AMMA-Torino
    4)G.Casarini,G.Careri,F.Forti,G.Rivolta:”Casi usuali e non di corrosione atmosferica”-Atti-1 ed. Giornate Nazionali sulla Corrosione e Protezione-AIM-Milano 1992
    5)G.Casarini:”Corrosione&Casistica:”Per evitare tutti i danni occhio al “film”-
    Pianeta Inossidabili- Anno 1- Num.3-Periodico delle Acciaierie Valbruna-Vicenza 1995
    6)F.Forti,M.L.Pessia,G.Rivolta,G.Casarini,E.Casarini:“Condensatori in leghe di rame e di nichel raffreddati da acqua di mare:Problematiche varie che ne influenzano il buon comportamento corrosionistico-Rassegna di casi pratici-”Atti-Giornate Nazionali sulla Corrosione e Protezione-4 ed.AIM-Genova 1999
     
     
     
     

     
  • 04 agosto 2018 alle ore 10:54
    Lucio Mastronardi e il suo fiume Ticino

    Come comincia: Lucio Mastronardi ( 1930-1979)  merita un posto particolare nelle ricerche  volte a trovare  citazioni del fiume Ticino  nella letteratura italiana: nasce a Vigevano, quindi è un figlio del Ticino, il Ticino infine segnerà la sua vita terrena quale suicida nelle  acque del fiume azzurro. Nei suoi tre principali romanzi Il Maestro, Il Calzolaio, Il Meridionale, nei titoli domina Vigevano, nelle pagine forte emerge il suo fiume. Bello e gustoso il paragone tra Vigevano e Parigi come, nel Maestro di Vigevano,  il giornalista Pallavicino “la stava menando” mentre il campanone  della torre suonava la mezzanotte:” Io vi dico ch Vigevano vale duecento Parigi. Cosa c’è a Parigi che non vi sia a Vigevano? A Parigi c’è Pias Pigal; a Vigevano ioma Pias Ducal; a Parigi c’è la Senna; a Vigevano  c’è il Tisin; a Parigi c’è  la tur Eifel, num ioma la tur Bramant.” E così sempre nel Maestro il protagonista, il maestro Mombelli, nel suo solitario camminare e “nei miei pensieri” “ Scendo per una discesa rapidissima e mi trovo nella vallata del Ticino”  ed ecco la Centrale Edison che ritroveremo nuovamente nelle pagine del Calzolaio “  .” ..Annibale sconfisse i Romani dove ora c’è la Centrale Edison, sul Ticino, che pur essendo vicina a Milano, Vigevano, geograficamente parlando,  è in Piemonte, al di qua del Ticino”.  Nel Maestro dopo la vista della Centrale Edison il protagonista prosegue nel suo cammino.  “Sono seduto ora su di un ponticello. E’ un ponticello d’irrigazione che posa su due fiancate; messo per traverso. Sotto ci passa la trincea  ferroviaria. Sono in alto; il mio sguardo abbraccia tutta la vallata del Ticino: fiume, boschi, ponte.” Più avanti nel racconto del Maestro “ Sono tornato sul ponticello…Dal Ticino venne un rombo di barche che rompeva quel’armonia. Infine nel Meridionale di Vigevano ecco nuovamente la vallata:” Ci affacciammo sulla terrazza. Si vedeva un pezzo della vallata del Ticino qualche arcata del ponte; le boscaglie; un tratto della Nuova Circonvallazione”Caricamento in corso... Nel  Ne  Ecco  altri riferimenti al fiume dopo questi  primi : il Ticino dove lo scrittore  vive, sogna, spera, soffre, muore suicida; Il Ticino dove Antonio il maestro, Mario il calzolaio, Camillo il meridionale, vivono, sperano, sognano, soffrono ma ancor oggi  vivono come figure nitide e attive  nelle pagine di Mastronardi. Troviamo  Mario che ritorna ai suoi anni giovanili e ricorda:” Andiamo a Ticino in camporella nei boschi.Tornare giovani. Gli venne in mente una scappata che aveva fatto da ragazzo., l’unica, con una morosetta, proprio nelle boscaglie del Ticino.” Quel dialogo pieno di speranze e incertezze tra Netto il fratello di Menchina, e  Luisa, la moglie di Mario, dopo il richiamo di questi alle armi ed i dissapori ed i continui  screzi con il socio Pellegatta:” Piare un po’  di terra in Santa Giuliana, sul stradone per Novara- diceva il Netto” - Costruire adesso coi bombardamenti, che sfanno giù tuttecose!”  “-Ma sono tanti che costruiscono. Basta costruire nò verso Ticino. Loro hanno di mira il ponte, mica i nostri fabbrichini.”
    La favola, il sogno, l’incubo sui tradimenti di Ada la moglie  di Antonio:” Fisso la casa e mi accorgo che è una casotta del Ticino…” “ …..l’industrialotto guida sempre più forte: centottanta, duecento, duecentoventi, finché arriviamo sul ponte del Ticino, ma il ponte è senza parapetto. La macchina corre sull’orlo del ponte, in bilico, finché con un urlo mi sveglio, bagnato, come fossi caduto davvero nel fiume.” E le belle e intense riflessioni dello stesso Antonio:” Ogni epoca ha i suoi sensi di vita. L’uomo ha costruito questa trincea, questa ferrovia, questo ponte di irrigazione, quel ponte sul Ticino, quella torre che intravedo…” “  So che prima era ancora chiaro, ora è buio. La luna è grandissima, si riflette nell’acqua del Ticino; so che prima gli alberi erano silenziosi, ora la natura canta; e sono grilli e sono civette e sono amorici che cantano.”Quella affannosa ricerca della donna scomparsa dalla casa in cui era ospite Camillo:” Poco dopo scendevamo la vallata del Ticino.Una luna forte schiariva la campagna. Arrivammo al fiume in silenzio.” “..Il fiume era una massa scura e lucida.” E poi quel girovagare notturno sempre di Camillo:” Arrivai ad un bivio. Da una parte lo stradale proseguiva per il ponte del Ticino; dall’altra, cominciava una strada di periferia.” “ Sullo sfondo c’è nebbia: sale dalla vallata del Ticino” Quel dialogo tutto particolare tra l’industrialotto e Camillo” –Dottore è libero incò? –Perché?- Per portavi a Ticino.Voglio farvi provare un motoscafo!”
     

     
  • 10 maggio 2018 alle ore 10:40
    Navigando con D'Annunzio sui versi di Maia

    Come comincia: Testo di riferimento: G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella.
     
     
    Navigando con D’Annunzio sui versi di Maia
    Giuseppe Gianpaolo Casarini
     
    «Andrò in Oriente per cinque o sei settimane: agli scavi di Delfo e di Micene, alle rovine di Troia.
    Queste visitazioni votive sono richieste dai miei studi attuali. Mi sono rituffato nell’Ellenismo»: è
    con tali parole che, il 10 luglio 1895, Gabriele D’Annunzio annunciava al suo editore Treves le
    motivazioni che lo indurranno a intraprendere il viaggio verso la Grecia.  In realtà l’intento dannunziano non era quello di esplorare luoghi a lui stranieri, ma di osservare con i propri occhi ciò che aveva precedentemente letto nelle opere greche classiche. Il viaggio gli permise infatti di rivisitare i luoghi descritti da Omero e dagli autori greci, precedentemente conosciuti tramite i loro scritti. Prevista tra il 18 o 19 luglio da Brindisi, la partenza, a causa delle pessime condizioni
    meteorologiche, fu anticipata al 13 luglio: l’imbarco a bordo dello yacht Fantasia1 di proprietà di
    Edoardo Scarfoglio avvenne dal porto di Gallipoli.Oltre al celebre giornalista, compagni di viaggio furono Guido Boggiani, pittore di fama, fotografo, esploratore poi morto assassinato da un indio in Paraguay , Georges Hérelle, insegnante di filosofia e traduttore ufficiale delle opere dannunziane in Francia, e Pasquale Masciantonio, avvocato. Giunti in Grecia l’1 agosto, l’Ulisside, come il poeta si definì e come definirà due dei suo compagni di avventura, scrive: «Siamo finalmente nel mare classico. Grandi fantasmi omerici si levano da ogni parte».
    “E COME l’esule torna
    alla cuna dei padri
    su la nave leggera:
    il suo cor ferve innovato
    nell’onda prodiera,
    la sua tristezza dilegua
    616nella scìa lunga virente:
    io così sciolsi la vela,
    coi compagni molto a me fidi,
    in un’alba d’estate
    ventosa, dall’àpula riva
    ove ancor vidi ai cieli
    erta una romana colonna;
    623io così navigai
    alfin verso l’Ellade sculta
    dal dio nella luce
    sublime e nel mare profondo
    qual simulacro
    che fa visibili all’uomo
    le leggi della Forza
    630perfetta.”
    Al ritorno da questo viaggio inizierà la stesura di Maia, un lungo poema autobiografico, in ventuno canti, intitolato Laus vitae che risulta  il primo libro de Le Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi in cui sono le raccolte poetiche della maturità di D’Annunzio.  Secondo il progetto iniziale dello scrittore le liriche dovevano essere divise in sette libri, quante sono le Pleiadi (Maia, Elettra, Alcione, Merope, Asterope, Taigete e Celeno), ma il Poeta riuscì a comporne solo cinque: Maia, Elettra, Alcyone (1903), Merope (1912) e i Canti della guerra latina (1914-1918). Il tono epico-celebrativo delle liriche appare come la trasfigurazione in poesia del mito della "Rinascenza latina" e del nuovo Rinascimento propri di quell’epoca.
    In particolare Maia costruisce la trasfigurazione in chiave eroica e leggendaria di quella crociera  con Edoardo Scarfoglio e degli altri amici ed in esso l'ideologia del superuomo, molto frequente nelle opere di d'Annunzio, caratterizza fortemente la forma e i temi trattati ispirati in particolare  ai testi scritti dal filosofo tedesco Nietzsche che contrapponevano alle idee cristiane di pietà, rassegnazione e uguaglianza i concetti dell'eterno ritorno, della volontà di potenza, del superuomo.
    Una volta raggiunta l’Ellade  il poeta immagina un suo incontro con Ulisse e ne fa il simbolo della volontà di potenza, del superuomo che sceglie l’avventura solitaria per mare.
    “Incontrammo colui
    che i Latini chiamano Ulisse,
    nelle acque di Leucade, sotto
    le rogge e bianche rupi
    che incombono al gorgo vorace,
    presso l’isola macra
    come corpo di rudi
     ossa incrollabili estrutto
    e sol d’argentea cintura
    precinto. Lui vedemmo
    su la nave incavata. E reggeva
    ei nel pugno la scotta
    spiando i volubili venti,
    silenzioso; e il pìleo
    tèstile dei marinai
    coprìvagli il capo canuto,
    la tunica breve il ginocchio
    ferreo, la palpebra alquanto
    l’occhio aguzzo; e vigile in ogni
    muscolo era l’infaticata
    possa del magnanimo cuore.”
     Si ravviva così nell’animo del Poeta il mito di Ulisse che, giunto a Itaca dopo mille peripezie, non si ferma e riprende di nuovo il mare, come era già stato trattato da Dante e da Pascoli.
    Dall’incontro immaginario e immaginato questa l’accorata invocazione fatta anche a nome degli altri amici:
    “O Laertiade„ gridammo,
    e il cuor ci balzava nel petto
    come ai Coribanti dell’Ida
    per una virtù furibonda
    e il fegato acerrimo ardeva
    “o Re degli Uomini, eversore
    di mura, piloto di tutte
    le sirti, ove navighi? A quali
    meravigliosi perigli
    conduci il legno tuo nero?
    Liberi uomini siamo
    e come tu la tua scotta
    noi la vita nostra nel pugno
    tegnamo, pronti a lasciarla
    in bando o a tenderla ancóra.
    Ma, se un re volessimo avere,
    te solo vorremmo
    per re, te che sai mille vie.
    Prendici nella tua nave
    tuoi fedeli insino alla morte!„
    Non pur degnò volgere il capo.
     
    Ulisse non li degna come visto di uno sguardo ma il Poeta non s’arrende e questo il suo grido non a nome dei compagni ma distinto, personale:

    “Odimi„ io gridai
    sul clamor dei cari compagni
    “odimi, o Re di tempeste!
    Tra costoro io sono il più forte.
    Mettimi alla prova. E, se tendo
    l’arco tuo grande,
    qual tuo pari prendimi teco.
    Ma, s’io nol tendo, ignudo
    tu configgimi alla tua prua.„
    Si volse egli men disdegnoso
    a quel giovine orgoglio
    chiarosonante nel vento;
    e il fólgore degli occhi suoi
    mi ferì per mezzo alla fronte.”
     
    Da questa sua invocazione, ecco che solo a lui Ulisse  lancia un folgorante sguardo “il fólgore degli occhi suoi mi ferì per mezzo alla fronte.” poi mentre lo stesso Ulisse si allontana:
     “Poi tese la scotta allo sforzo
    del vento; e la vela regale
    lontanar pel Ionio raggiante
    guardammo in silenzio adunati.”,
     si ha come uno sdoppiamento dello stesso Ulisse  in quanto D’Annunzio si identifica con lui  e si erge a protagonista del poema “e fui solo” che” a me solo fedele io fui, al mio solo disegno”:
     
    “Ma il cuor mio dai cari compagni
    partito era per sempre;
    ed eglino ergevano il capo
    quasi dubitando che un giogo
    fosse per scender su loro
     intollerabile.

    in disparte, e fui solo;
    per sempre fui solo sul Mare.
    E in me solo credetti.
    Uomo, io non credetti ad altra
    virtù se non a quella
    inesorabile d’un cuore
    possente. E a me solo fedele
    io fui, al mio solo disegno.
    O pensieri, scintille
    dell’Atto, faville del ferro
    percosso, beltà dell’incude!”
     
     Da qui inizierà per il “ novello Ulisse”, un Ulisside, questo viaggio sospeso fra mito e realtà, simbolo della volontà di viaggiare, sperimentare e scoprire tutto ciò che è possibile conoscere.
     L'io del poeta  è volto a inseguire ogni presenza sensibile e spirituale e trasforma il ricordo del viaggio  in un'avventura epica vissuta nel segno di Ulisse:
    “E contemplai, di contro
    a Same dai foschi cipressi,
    Itaca petrosa,
    il Nèrito aspro nudato,
    la patria angusta
    di quella incoercibile Forza.
    E veder parvemi il tetto
    securo, la soglia polita,
    le stanze purgate dai morbi
    con fumido solfo,
    le fanti dai cinti vermigli
    intente a forbir seggi e deschi
    con le spugne lor cavernose
    o a torcere i lor fusi
    versatili o a scardassare
    le lane, e la tarda nutrice
    Euriclèa che valse già venti
     tauri, e l’economa Eurinòme,
    e Femio il cantore, e nell’orto
    cinto di pruni Laerte
    curvo a rincalzare l’arbusto.”
     
     Da qui un crescendo per l’esaltazione della vita, delle bellezze della natura quel che è noto come il panteismo dannunziano :
    “Cipresso, e parvemi allora
    soltanto conoscer la tua
    meditabonda bellezza,
    commisto al palmite ricco,
    sul fianco dei colli silenti,
    su le correnti dell’acque,
    in contro al zaffiro sublime
    dei monti creati alle soglie
    dell’aria dal flauto di Pan!
    Oleandro, e allora t’elessi
    in riva ai ruscelli fiorito
    per inghirlandar la mia Musa
    che ama danzare e lottare,
    che tratta l’incudine e il sistro,
    che onora la grazia e la forza,
    che loda il pastore e l’eroe;
    t’elessi, oleandro, ti colsi
    per redimir le mie tempie
    di rose e d’alloro in un ramo.
    Non mai parso m’eri sì bello!
    E un altro da me canto avrai.”

    e della storia e del mito:
    Peregrinammo da Patre
     alla città santa d’Olimpia,
    al tempio di Zeus Cronide
    con chiusa l’offerta nel cuore.
    E tacita era la via;
    e il Sole inclinavasi all’onda
    occidua, con riaccesa
    divinità, Elio nomato
    per noi, Elio d’Eurifaessa.
    Ed eramo senza parola,
    tacenti, ma d’una celeste
    melodìa pieni il petto
    mortale. E talora dai monti
    aerei venivan messaggi
    per l’aere; e noi rendevamo
    l’orecchio, attoniti, ai suoni
    di Pan. Disse un de’ cari
    compagni: “Nel plenilunio
    che segue il solstizio d’estate
    la Festa ha principio„. S’udiva
    dietro a noi fragore di carri.

     
    “Era su la via santa
    la forza dell’Ellade, mossa
    da un ramo d’ulivo selvaggio!
    Era il fior della stirpe
    quadruplice, la concorde
    e discorde anima ellèna
    protesa verso il serto
    leggiere d’ulivo selvaggio!
    Ionii e Dorii, Eolii ed Achei,
    il sangue d’Atene di Sparta
    di Tebe d’Elice d’Ege;
    le genti insulari di Nasso
    di Sèrifo d’Andro, di tutte
    le Cicladi; e i potenti
    di terra lontana, i tiranni
    sicelii, i re di Cirene,
    i grandi oligarchi
     delle città di Tessaglia
    e quei di Metaponto di Velia
    di Sibari di Posidonia
    lambivan l’ulivo selvaggio!”
    Alfine per il  Poeta e per  i compagni ormai forgiati  “Ulissidi” varrà un solo e continuo  navigare  forti di questa esperienza “pronti a combattere, certi
    di vincere, in quanto “Vivemmo, divinamente
    vivemmo!”  nuovi e diversi lidi li attendono:
     
    “Ecco, noi sciogliamo le vele
    a dipartirci. Il periplo
    è compiuto. Navigheremo
    verso Messàna falcata,
    verso la vorace Caribdi.
    Da questa patria a un’altra
    patria ch’è pur sacra agli iddii
    veleggeremo, colmi
    di vita i precordii, spumanti
    e traboccanti d’ebrezza,
    pronti a combattere, certi
    di vincere, poi che apprendemmo
    a cantare il peana
    nelle acque di Salamina,
    nei piani di Maratona,
    e a correre dando l’assalto.
    Vivemmo, divinamente
    vivemmo! All’antica mammella
    ci abbeverammo, ancor piena.
    La bestia inferma uccidemmo
    nel nostro fango penoso.”

     
    E il Carme si chiude con le lapidarie parole  l'esortazione che, secondo Plutarco Gneo Pompeo diede ai suoi marinai, i quali opponevano resistenza ad imbarcarsi alla volta di Roma a causa del cattivo tempo:
    “Son qua, Ulissìde.„
     
     “Su, svegliati! È l’ora.
    Sorgi. Assai dormisti. Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga!
    Riprendi il timone e la scotta;
    ché necessario è navigare,
    vivere non è necessario.„
     
     
    …………………………………………………………..
     
    Fonti e riferimenti
    1) Gabriele D'Annunzio Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi,  Libro Primo - Maia, Milano, Fratelli Treves Editori,1908. Fonte: Internet Archive
    2) G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    3) I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella- da Internet
    4) Maia( Poesia-Wikipedia-da Internet
    5) Maia-Wikisource-da Internet
     
     

     
  • 03 maggio 2018 alle ore 9:27
    L'oro del Ticino

    Come comincia: Ma da dove arriva questo oro!?
     
    Così un tempo si favoleggiava: Vuole una prima leggenda, che sotto ad un “ramo” del Ticino, vi sia un tesoro lasciato da una popolazione ricchissima; questa, davanti ad un estinzione, decise di seppellire tutti i propri averi, in gran parte d'oro, sotto al letto del fiume, per permettere di salvarsi...; Questo tesoro, di tanto in tanto perde pezzi, dovuto alle inondazioni e continuo scorrere dell'acqua, lasciando così pezzi d'oro nel alveo del fiume...
    Altra leggenda tra le storie più popolari resta quella che racconta della costruzione di due tombe, nell’alveo del fiume  presso il Ponte, nelle quali furono deposti un re ed una regina sconosciuti e che dalla tomba della regina fossero fuoriusciti i suoi ori spargendosi nella sabbia del fiume.
    In realtà le cose stanno così:
     
     
    Fin dai tempi dei romani quasi tutti i corsi d’acqua che scendono dalle Alpi sono stati oggetto di ricerca dell’oro. Anche nel Ticino, come in tutti i fiumi pedemontani di Piemonte e parte della Lombardia, si può trovare oro. Dagli scritti di Plinio il Vecchio si desume che, già in epoca romana, circa 30 mila schiavi venissero impiegati nell’estrazione dell’oro nelle zone alluvionali e moreniche della bassa Gallia (l’area del Piemonte e Lombardia occidentale). Ne sono testimoni grandi discariche, ancora presenti nella zona. Nei giacimenti alluvionali, infatti, l’oro si presenta prevalentemente sotto forma di minute pagliuzze, di dimensioni difficilmente superiori al millimetro, anche se talvolta si possono rinvenire piccole pepite. Dopo l’epoca romana lo sfruttamento delle sabbie aurifere era gestito direttamente dalle Autorità del tempo e/o dato in concessione ad enti o operative locali.  Dall’interessante libro I tesori sotterranei dell'Italia. Le Alpi del 1873 di Guglielmo Jervis si hanno notizie interessanti circa le concessioni relativamente alla “pesca dell’oro” ( pagliuzze d’oro) relativamente al fiume Ticino:

    In tutto il fiume Ticino, dal Lago Maggiore al Po e relativa lanche, valli e martizze, esiste il diritto della pesca dei pesci e della sabbia a pagliuzze d'oro e d'argento ( oro argentifero) , e ciò per concessione del 1654 di Filippo IV re di Spagna, a favore del marchese Giovanni Pozzobonelli, diritto che già per sentenza del 1635 era dichiarato a favore della R. Camera. Al Pozzobonelli, per eredità e vendita, sono successi alla casa Clerici, i marchesi Arconati Visconti e Busca, il comune di Galliate ed il papa Urbano Crivelli, fondatore della soppressa abbazia di Santa Maria della Pace, in Magenta, ora dei nobili consorzi Crivelli.
    La competenza Clerici, consistente nella maggior parte di tutto il fiume, venne rivenduta ad enfiteusi perpetua a diversi, che ancora attualmente esercitano economicamente la pesca, e si estende dal Lago Maggiore al territorio di Galliate e Robecchetto con Induno, indi dopo Besate fino al Po.
    MARANO TICINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda destra, ossia piemontese.
    VARALLO POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze finissime nel fiume Ticino, sponda destra. - Scarsissimo.
    POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    OLEGGIO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, riva destra.
    GALLIATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    ROMENTINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    TRACATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra, presso il ponte di San Martino.
    Il comune di Trecate è proprietario del diritto della pesca dell'oro nel suo territorio e tale diritto è concesso in affitto.
    CERANO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    Anticamente la pesca dell'oro nel territorio di Cerano era riservata alla famiglia Lezzaldi.
    GOLASECCA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra o lombarda.
    SOMMA LOMBARDO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    VIZZOLA TICINO. Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    TURBIGO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    ROBECCHETTO con INDUNO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, presso il villaggio di Induno Ticino, riva sinistra.
    Il comune di Induno Ticino, soppresso nell'anno 1870, venne aggregato a Robecchetto.
    CUGGIONO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    BERNATE TICINO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La pesca sul territorio di Bernate Ticino è proprietà dei nobili consorzi Crivelli: sebbene ora di poca importanza pare che una volta fosse di gran lunga superiore, se sono esatte le informazioni date da Bossi. Questi riferisce che l'abbazia di Santa Maria della Pace in Magenta traeva dall'affitamento della pesca dell'oro nel Ticino uno dei suoi redditi principali - V. Mémoires de l'Académie impériale des Sciences de Turin, 1 ére Série, Tom. XIV. P. 270; Mémories Présentees, Turin, 1805.
    CASSOLNUOVO. - Oro nativo nel fiume Ticino, riva destra, piemontese.
    VIGEVANO. - Oro nativo nel fiume Ticino, sponda destra.
    ZERBOLO'. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda destra.
    TRAVACO' SICCOMARIO. - Oro nativo in pagliuzze ; di fronte all'isola della Costa, sotto Pavia nel fiume Ticino, presso il suo sbocco nel Po.
    BEREGUARDO. - Oro nativo in pagliuzze, nel fiume Ticino, sponda sinistra, presso i villaggi di Bereguardo, Pissarello e Zelata. - I comuni di Pissarello e Zelata vennero soppressi nel 1872 ed aggregati a quello di Bereguardo, come indicato.
    TORRE D'ISOLA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    CORPI SANTI DI PAVIA. - Oro nativo in pagliette finissime nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La metodologia di ricerca si basava sulla principale caratteristica fisica del metallo: l’elevato peso specifico. Il fiume, soprattutto nel corso delle piene, accumula sabbie aurifere nei punti dove la corrente perde di energia, in corrispondenza di anse e rientranze denominate “punte”, per il loro aspetto. Sono zone di sedimentazione, di solito localizzate lungo le sponde, a forma approssimativa di triangolo con il vertice rivolto a monte: proprio qui si ha il massimo accumulo aurifero. Nel Parco del Ticino, nel territorio di Varallo Pombia, sono conosciute le vie Aureofondine: antiche miniere d’oro a cielo aperto che si presentano oggi come degli enormi cumuli di sassi ammonticchiati, lungo un percorso di quasi due chilometri. La storia della ricerca dell’oro ha attraversato tutte le civiltà e le popolazioni che si sono insediate lungo il fiume. La ricerca sui fiumi avviene utilizzando una attrezzatura semplice: stivali di gomma e una “batea” (la “padella” del cercatore) che abbiamo visto in tanti film americani. Talvolta vengono impiegati anche setacci e una “canalina”: lo scopo di ogni attrezzo è sempre quello di eliminare la ghiaia e le frazioni più grossolane del sedimento. La batea è lo strumento principale per “saggiare” la sabbia aurifera; ha dimensioni e foggia che variano a seconda delle tradizioni in uso nei vari Paesi. La tecnica d’uso è semplice: una volta riempita di sabbia aurifera viene agitata in senso rotatorio, mantenendola a pelo d’acqua per favorire la graduale estromissione, in superficie, dei materiali più leggeri, trascinati fuori dall’acqua. Sul fondo si ottiene, dopo prolungati lavaggi, un sedimento scuro e pesante, dentro al quale si possono individuare le pagliuzze d’oro. La ricerca  è definitivamente conclusa nel secolo scorso, dopo tentativi di tipo industriale-speculativo compiuti da multinazionali estere anche se nel corso della seconda guerra mondiale cercatori locali avevano ripreso l’attività, abbandonata pochi decenni prima. Da uno dei siti internet del Comune di Motta Visconti si ricorda che in località Maina dietro un palazzotto tipo castello ancora esistente  c' era  Battiloro dove si lavorava l'oro estratto dalla sabbia aurifera del Ticino riducendolo in sottili fogli. Oggi la ricerca dell’oro alluvionale è una attività di tipo naturalistico-amatoriale; la “potenzialità” del Ticino è inferiore a una decina di grammi di pagliuzze per tonnellata di sabbia setacciata: non remunerativa per procedimenti di tipo industriale, ma fonte di emozioni, divertimento e soddisfazioni per i cercatori dilettanti. Qualcuno ha calcolato che il fiume trasporta nelle sue acque, ogni giorno, pagliuzze d’oro per un valore tra 5.000 e 10.000 euro, a seconda della portata delle acque. Pochi lo sanno, ma annualmente si tengono campionati mondiali di pesca all’oro, nei quali gli italiani si classificano abitualmente ai primi posti e il Ticino, nel 1997, è stato sede di una di queste competizioni.
    Questa nota oltre che personali conoscenze  nasce anche  da una parziale spigolatura tra note, notizie, pagine di libri trovate su Internet alle voci: “Oro del Ticino, Cercatori d’oro del Ticino, Oro del Ticino nella Storia, L’oro nella sabbia del Ticino, La ricerca dell’oro nel Ticino”.
    ………………………………………………………………………
     

     
     

     
  • 03 agosto 2012 alle ore 17:34
    La Beata Veronica da Binasco e Sant'Agostino

    Come comincia: Riflessioni di ritorno a Binasco dopo un viaggio nel Nord Africa sulle orme di S.Agostino
    (Veronica e Agostino)
    Mario Capodicasa curatore di una edizione delle Confessioni  così ci presenta nella prefazione  la figura di Agostino “ La sua grandezza, come teologo, filosofo, mistico, scrittore, psicologo, è data dalla sintesi armoniosa e splendente delle sue doti,.... se rifletti bene e lo segui nelle sue speculazioni e nella sua dialettica ravvisi Aristotele, Atanasio; se ti invade il fiume della sua eloquenza ravvisi Cicerone, Crisostomo; se ti commuove la genuina parola del cuore che è sempre alta poesia ravvisi Pindaro, Virgilio; se riesci a penetrare nel suo cuore lo vedrai simile a  quello di Paolo, generoso come quello di Pietro”.
    Veronica da Binasco, al contrario, una delle tante figlie spirituali del Santo di Tagaste è una povera ed ignorante contadina: quali dunque i punti di contatto, quale il possibile raffronto tra questi due Santi tanto dissimili per origine, cultura e periodi storici?
     Il cammino di fede parte per entrambi da Milano: la Milano romana di Ambrogio per il primo, la Milano ducale di Lodovico il Moro per la seconda; protagonista di spicco Agostino, difensore della fede cristiana a Cartagine, la nuova Roma, missionaria nella Roma dei Papi Veronica; singolare poi il fatto che la Diocesi di Pavia ne conservi le venerate spoglie sottoposte entrambe a varie vicissitudini e peregrinazioni: da Ippona in Sardegna nel Logoduro e da qui  in S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia quelle di S. Agostino e, a pochi chilometri, nella Parrocchiale di Binasco quelle della Beata Veronica dopo la traslazione dal Convento agostiniano di Santa Marta in Milano.
    Generato a nuova vita e abbandonate le giovanili dissolutezze, dopo l’incontro in Milano con Ambrogio ed aver ricevuto  il battesimo, Agostino il novello presbitero e poi vescovo di Ippona, ritornato in patria, all’epoca del  nascente culto cristiano, organizza nel 411 d.C. il primo  dei concilii di Cartagine. Oggi, nell’odierna Tunisia, uno dei luoghi che lo videro indiscusso protagonista, le Terme di Gargilius, sono ridotte a  pochi ruderi e si nota solo qualche sbrecciata colonna a rompere l’ondeggiare di selve di gialli ranuncoli e di solitari papaveri di color scarlatto. Così doveva essere questo  luogo, lontano e a lei sconosciuto, secoli dopo anche ai tempi di Giovannina ma non dissimile, quale immagine, dall’odorante e fiorita campagna di Cicognola dove la fanciulla rendeva con il suo lavoro mena faticosa la vita dei genitori ed attendeva nel silenzio di realizzare il suo sogno: una chiamata misteriosa farsi monaca!
    Così nell’immaginario della mente ora, chiudendo gli occhi, confondendo i luoghi, il passato con il presente e il presente con il passato, e come se vedessimo Agostino passar lieve su quel campo e prendere per mano Nina. Per lei ignorante ma dalla fede genuina accanto alle parole di Cristo “ Ti benedico o Padre Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” non valevano forse per lei, ferma nella fede cattolica, le parole di Agostino per il  manicheo Fausto ? : “ E’ vero che, benché ignorante, poteva benissimo possedere la verità in materia religiosa, …………….”
     Monito anche per noi portati a giudicare il prossimo ed a valutarne i comportamenti in termini di fede e religiosità.
    Se poi, non volessimo cedere all’immaginazione e riaprendo gli occhi cancellassimo questa intima visione, dalla cronaca e  dalla storia sappiamo per certo che da Milano, come già  detto,  punto di partenza della conversione di Agostino, Nina si avvia alla vita religiosa e spirituale, iniziando proprio da un  Convento agostiniano, quello di S. Marta la sua missione di conversa questuante e poi di missionaria per le vie di Milano, Como, Roma.  Nella provincia romana del Nord Africa,allora il colto e dotto Vescovo Agostino, formatosi nelle scuole di retorica di Cartagine e di Roma, riduceva al silenzio e disputava con successo  grazie anche alla  sua arte oratoria ( Aurelius Augustinus poi Doctor Gratiae)  le tesi ed argomentazioni di manichei,  donatisti ed altri scismatici oppositori della fede cattolica, così  Veronica nel nome di Cristo e della verità  parlerà ai ricchi ed ai potenti del suo tempo  siano essi i Duchi di Milano, Lodovico il Moro e Beatrice d’Este  nonché  lo stesso Vicario del suo amato Cristo: Papa Borgia,  richiamando ora in Milano a più onesti comportamenti  la poco morigerata corte ducale  e poi a Roma sede dei Papi, lei, l’analfabeta contadina di Cicognola, con umili e tremanti parole, ma per Divina Provvidenza toccanti e persuasive, indicherà la strada della conversione al poco raccomandabile in termini di virtù e costumi Papa Borgia-Alessandro VI.
     Artefici entrambi della luccicante e sempre rinnovata, da nuovi mattoni e nuovi castoni, casa del Padre, cercheremmo invano di differenziare il loro contributo a questa edificazione: tra gli operai e gli artefici del Regno di Dio non esiste distinzione tra orafi e badilanti!
    Allora in Africa,  il demonio sotto le sembianze di scellerati e debosciati giovani  cartaginesi induceva il giovane Agostino ai piaceri della carne nei lupanari della città e lo conduceva alle frivolezze dei giardini delle Terme di Antonino, ora, sconvolto dalla angelica purezza di Veronica,  il diavolo le si presenta, nel buio di una piccola cella, nel suo più reale e bestiale aspetto e ne lacera, ne percuote, ne trafigge le povere e misere carni.
    Nonostante queste diaboliche torture e tentazioni,  sia per Agostino che per Veronica le porte degli inferi non hanno prevalso; nel sorgere a vita nuova del primo scorgi il segno della misericordia divina nei confronti del singolo peccatore,  nella sofferenza corporale di Veronica, intimamente connessa con il sacrificio della Croce, vi trovi il tributo individuale alla redenzione e alla remissione dei peccati dell’umanità. Quando pecchi e ti smarrisci Agostino ti dice che puoi risorgere, Veronica ti aiuta a risorgere!
     

     
  • Come comincia: LA METALLURGIA NEI GRANDI POEMI DELL’ANTICHITA’
     
    La nascita della metallurgia : la lavorazione dei metalli e l’uso dei metalli
     
     Il poeta latino Tito Lucrezio Caro ( 98-54 A.C.) nel suo De Rerum Natuta (13),  fedele al pensiero di Epicureo e partendo dall’analisi delle particelle minime ed indivisibili, gli atomi, ed  analizzando  i processi della conoscenza umana ed i meccanismi che presiedono ai fenomeni naturali, ci introduce, poeticamente nel Libro V alla nascita della metallurgia ed alla lavorazione dei metalli.:”Comunque sia, quale che fosse la causa per cui l'ardore/delle fiamme aveva divorato con orrendo fragore le selve/dalle profonde radici e aveva cotto a fondo col fuoco la terra,/colavano dalle vene bollenti confluendo nelle cavità della terra/rivoli d'argento e d'oro e anche di rame e di piombo./E quando gli uomini li vedevano poi rappresi/risplendere sul suolo di lucido colore,/li raccoglievano, avvinti dalla nitida e levigata bellezza,/e vedevano che erano foggiati in forma simile a quella/che aveva l'impronta dell'incavo di ognuno./Allora in essi entrava il pensiero che questi, liquefatti al calore,/potessero colando plasmarsi in qualsiasi forma e aspetto di oggetti,/e che martellandoli si potesse forgiarli in punte di pugnali/quanto mai si volesse acute e sottili,/sì da procurarsi armi e poter tagliare selve/ed asciare il legname e piallare e levigare travi/ed anche trapanare e trafiggere e perforare/.
     
    Le proprietà dei metalli
     
    Di seguito e sempre nel Libro V, Lucrezio mette in evidenza come, dopo la scoperta della metallurgia, gli uomini abbiano imparato a conoscerne subito  le caratteristiche e l’utilità:” E dapprima s'apprestavano a far queste cose con l'argento e l'oro/non meno che con la forza violenta del possente rame,/ma invano, poiché la tempra di quelli vinta cedeva,/né potevano sopportare ugualmente il duro sforzo./Difatti ‹il rame› era più pregiato e l'oro era trascurato/per l'inutilità, perché si smussava con la punta rintuzzata./”  ma, come mette in evidenza Lucrezio  i tempi cambiano :”/Ora è trascurato il rame, l'oro è asceso al più alto onore./Così il volgere del tempo tramuta le stagioni delle cose:/ciò che era in pregio, diventa alfine di nessun valore;/”…
     
     Usura e corrosione dei metalli
     
    L’osservazione di Lucrezio sui metalli e sul loro decadimento con specifico riferimento alla concezione atomistica delle cose, si fa ancora e più profonda ( Libro I) : qualsiasi sia la natura del metallo o della lega: oro, ferro, bronzo,  al pari delle pietre, tutto ciò,  con l’impiego e nel tempo,  si usura e si corrode senza che noi ne possiamo conoscerne il perché :“Per di più, nel corso di molti anni solari l'anello,/a forza d'essere portato, si assottiglia dalla parte che tocca il dito;/lo stillicidio, cadendo sulla pietra, la incava; il ferreo vomere/adunco dell'aratro occultamente si logora nei campi;/e le strade lastricate con pietre, le vediamo consunte/dai piedi della folla; e poi, presso le porte, le statue/di bronzo mostrano che le loro mani destre si assottigliano/al tocco di quelli che spesso salutano e passano oltre./Che queste cose dunque diminuiscano, noi lo vediamo,/perché son consunte. Ma quali particelle si stacchino in ogni/momento, l'invidiosa natura della vista ci precluse di vederlo./ “
     
    Riciclaggio
     
    Virgilio, nel Libro VII dell’Eneide, ci offre un saggio poetico sui riciclaggi del ferro e dell’acciaio: il nemico incombe e bisogna difendersi : attrezzi agricoli e mezzi per dissodare il terreno vengono rifusi e trasformati sotto forma di armi e di corazze: “ Cinque grosse città con mille incudi/ a fabbricare, a risarcir si dànno/ d'ogni sorte armi: la possente Atina,/ Ardea l'antica, Tivoli il superbo,/ e Crustumerio, e la torrita Antenna./ Qui si vede cavar elmi e celate;/ là torcere e covrir targhe e pavesi:/per tutto riforbire, aüzzar ferri,/ annestar maglie, rinterzar corazze,/ e per fregiar piú nobili armature,/ tirar lame d'acciar, fila d'argento./ Ogni bosco fa lance, ogni fucina/ disfà vomeri e marre, e spiedi e spade/ si forman dai bidenti e da le falci.”/
     
    Sfolgoranti descrizioni
     
    Omero (IX sec. A.C.),  nell’Iliade come nell’Odissea e parimenti Virgilio, nell’Eneide, quasi gareggiando tra di loro, ci offrono a profusione, “forgiando” indimenticabili versi, una sfolgorante descrizione di metalli in varie forme e dalle fogge e decorazioni le più diverse:armi, scudi, cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali;  per brevità  ci si dovrà  limitare solo ad alcuni rimandi: al lettore diligente la voglia ed il compito di dar seguito a personali approfondimenti.
     
    Gli scudi di Achille e di Enea
    Di seguito sono riportati i versi  che descrivono il lavoro di Efesto-Vulcano nell’atto di forgiare, su richiesta di Teti, la madre di Achille,  il nuovo scudo del Pelide dopo che quello indossato in sua vece da Patroclo era stato preda di Ettore a seguito dell’uccisione del fraterno amico.”Eran venti che dentro la fornace/per venti bocche ne venìan soffiando,/e al fiato, che mettean dal cavo seno,/or gagliardo or leggier, come il bisogno/chiedea dell'opra e di Vulcano il senno,/sibilando prendea spirto la fiamma./In un commisti allor gittò nel fuoco/argento ed auro prezïoso e stagno/ed indomito rame. Indi sul toppo/locò la dura risonante incude,/di pesante martello armò la dritta,/di tanaglie la manca; e primamente/un saldo ei fece smisurato scudo/di dèdalo rilievo, e d'auro intorno/tre ben fulgidi cerchi vi condusse,/poi d'argento al di fuor mise la soga./Cinque dell'ampio scudo eran le zone,/ (14 )
    Non da meno è l’abilità poetica di Virgilio, nell’VIII libro dell’Eneide, nel descrivere il lavoro dei Ciclopi, intenti nelle nere fucine etnee del dio Vulcano, a forgiare , su richiesta di Pallade-Atena, le armi di Enea: “Tosto che giunse: «Via, - disse a' Ciclopi -/ sgombratevi davanti ogni lavoro,/ e qui meco guarnir d'arme attendete/ un gran campione. E s'unqua fu mestiero/ d'arte, di sperïenza e di prestezza,/ è questa volta. Or v'accingete a l'opra/ senz'altro indugio». E fu ciò detto a pena,/ che, divise le veci e i magisteri,/ a fondere, a bollire, a martellare/ chi qua chi là si diede. Il bronzo e l'oro /corrono a rivi; s'ammassiccia il ferro,/ si raffina l'acciaio; e tempre e leghe/ in piú guise si fan d'ogni metallo./ Di sette falde in sette doppi unite,/ ricotte al foco e ribattute e salde,/ si forma un saldo e smisurato scudo,/ da poter solo incontro a l'armi tutte/ star de' Latini. Il fremito del vento /che spira da' gran mantici, e le strida/ che ne' laghi attuffati, e ne l'incudi/ battuti, fanno i ferri, in un sol tuono/ ne l'antro uniti, di tenore in guisa /corrispondono a' colpi de' Ciclopi,/ ch'al moto de le braccia or alte or basse/ con le tenaglie e co' martelli a tempo fan concerto, armonia, numero e metro/”
     
    Una profusione di oggetti metallici
     
    Poi in un crescendo di citazioni,  sia in Omero che in Virgilio, appaiono magnifiche descrizioni di: cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali: 
     
    Iliade
     
    Nel bel mezzo della battaglia tra Achei e Troiani, ecco intervenire in aiuto dei due schieramenti, alcune divinità armate di tutto punto ( Iliade-Libro V):“Immantinente al cocchio Ebe le curve/ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna/d'otto raggi di bronzo, e si rivolve/sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto/d'incorruttibil oro, ma di bronzo/le salde lame de' lor cerchi estremi./Maraviglia a veder! Son puro argento/i rotondi lor mozzi, e vergolate/d'argento e d'ôr del cocchio anco le cinghie/con ambedue dell'orbe i semicerchi,/a cui sospese consegnar le guide./Si dispicca da questo e scorre avanti/pur d'argento il timone, in cima a cui/Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre/pettiere; e queste parimenti e quello/d'auro sono contesti. Desïosa/Giuno di zuffe e del rumor di guerra,/gli alipedi veloci al giogo adduce./Né Minerva s'indugia. Ella diffuso/il suo peplo immortal sul pavimento/delle sale paterne, effigïato/peplo, stupendo di sua man lavoro,/e vestita di Giove la corazza/di tutto punto al lagrimoso ballo/armasi. Intorno agli omeri divini/pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,/che il Terror d'ogn'intorno incoronava/”
     
    Odissea
     
     Oro, argento, rame: questa l’offerta, segno dell’opulenza delle case di Ilio,  di un prigioniero troiano onde aver salva la vita  come descritto nel libro VII: “L'aggiungono anelanti i due guerrieri,/l'afferrano alle mani, ed ei piangendo/grida: Salvate questa vita, ed io/riscatterolla. Ho gran ricchezza in casa/d'oro, di rame e lavorato ferro./Di questi il padre mio, se nelle navi/vivo mi sappia degli Achei, faravvi/per la mia libertà dono infinito.”
    Sempre nello stesso libro:“Palagio chiara, qual di sole o luna,/Mandava luce. Dalla prima soglia Sino al fondo correan due di massiccio/Rame pareti risplendenti, e un fregioDi ceruleo metal girava intorno./Porte d'ôr tutte la inconcussa casaChiudean: s'ergean dal limitar di bronzo/Saldi stìpiti argentei, ed un argenteo Sosteneano architrave, e anello d'oro/Le porte ornava; d'ambo i lati a cui,Stavan d'argento e d'ôr vigili cani:/Fattura di Vulcan, che in lor ripose” … “Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo/Sedia d'argento borchiettata a lui/Pose, e l'affisse ad una gran colonna:/Poi la cetra vocale a un aureo chiodo/Gli appese sovra il capo, ed insegnagli/,Come a staccar con mano indi l'avesse.”
    Ecco, nel libro X dello stesso poema, la munificenza di oro, argento, bronzo, che arreda le maritali stanze della maga Circe dove Ulisse riprende le vigorose forze:“Bei tappeti di porpora, cui sotto/Bei tappeti mettea di bianco lino:/L'altra mense d'argento innanzi ai seggi/Spiegava, e d'oro v'imponea canestri:/Mescea la terza nell'argentee brocche/Soavissimi vini, e d'auree tazze/Coprìa le mense: ma la quarta il fresco/Fonte recava, e raccendea gran fuoco/Sotto il vasto treppié, che l'onda cape./Già fervea questa nel cavato bronzo,/E me la ninfa guidò al bagno, e l'onda/Pel capo mollemente e per le spalle/Spargermi non cessò, ch'io mi sentii/Di vigor nuovo rifiorir le membra./Lavato ed unto di licor d'oliva,/E di tunica e clamide coverto,/Sovra un distinto d'argentini chiovi/Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,/Mi pose: lo sgabello i piè reggea/.E un'altra ninfa da bel vaso d'oro/Purissim'acqua nel bacil d'argento/ “
     
    Eneide
     
    E non da meno, come descrizioni di opulenza e di splendori metallici, risultano questi vrsi tratti dal libro II dell’Eneide:Poscia che ciò come profeta disse,/ comandò come amico ch'a le navi/ gli portassero i doni, opre e lavori/ ch'avea d'oro e d'avorio apparecchiati/, e gran masse d'argento e gran vaselli /di dodonèo metallo: una lorica/ di forbite azzimine; e rinterrate/ maglie, dentro d'acciaro e 'ntorno d'oro/, una targa, un cimiero, una celata,/ ond'era a pompa ed a difesa armato/ Nëottòlemo altero”.
     
     
     
     
     
     
     
    CONCLUSIONI
     
    La letteratura della classicità greco-latina, come messo in evidenza,  offre un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.
     
     BIBLIOGRAFIA
     
    1) G. Casarini :” Riferimenti ad arti e mestieri alchemici metallurgici nella Divina Commedia: Fabbri e Ferraioli”-28° Convegno Nazionale A.I.M.-Milano Novembre 2000-Atti-Vol.2-pagg 635-541
    2) G.Casarini:” Metallurgia e scienza nei gironi danteschi”-Civiltà degli Inossidabili-Ediz. Trafilerie Bedini-Dic.1992
     
    3) G. Casarini:” Dante Alighieri e la Metallurgia”- Pianeta Inossidabili-Ediz. Acciaierie Valbruna-Giu.1995
    4) G. Cozzo:” Le origini della metallurgia-I metalli e gli dei”-Editore G.Biardi-1945 Roma
    5) E. Crivelli:” La metallurgia degli antichi”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1913 Torino
    6) I. Guareschi :”Storia della Chimica-I colori degli antichi”- ”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1905 Torino
    7) A. Uccelli-G.Somigli:”Dall’alchimia alla chimica-Storia della Metallurgia e delle lavorazioni meccaniche nel medio-evo”-Enciclopedia storica delle scienze e loro applicazioni”-U. Hoepli Editore-Milano
    8) Esiodo: “ Le opere e i giorni”-Trad. G. Arrighetti-Ediz.Garzanti-1985
    9) Ovidio:” Metamorfosi”-Ediz.varie
    10) Tibullo: “Elegie”_Ediz.varie
    11) Virgilio:”Eneide”-Trad.A.Caro-Ediz.varie
    12) Virgilio: “Bucoliche”-Trad. L.Canali-Fabbri Editori
    13) Lucrezio: “De Rerum Natura”
    14) Omero: “Iliade”-Trad. V.Monti-Ediz.varie
    15) Omero: Odissea”-Trad.I.Pindemonte-Ediz.varie
    16) T. Tasso: “ La Gerusaleme Liberata”-Ediz. varie
    17) L. Ariosto: “ Orlando Furioso”-Ediz.varie
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
  • Come comincia:

    RICHIAMI DI METALLURGIA NELLA LETTERATURA

     

     

    G. Casarini-Binasco (MI)

     

     

     

    RIASSUNTO

     

    “ Fragile è il ferro allor ché non resiste/di fucina mortal tempra terrena/
    ad armi incorrottibili ed immise/d'eterno fabro)….”

    T. Tasso ( Gerusalemme Liberata-Canto VII-vv )

     

     

    “Ecco Rinaldo con la spada adosso/a Sacripante tutto s'abbandona;/
    e quel porge lo scudo, ch'era d'osso/,con la piastra d'acciar temprata e buona./

    L. Ariosto ( Orlando Furioso-Canto II)

     

     

    La scoperta dei metalli, delle leghe metalliche e il loro uso, dall’età del ferro all’era moderna, quella degli acciai inossidabili e delle superleghe, hanno accompagnato ed accompagnano  l’evoluzione e la storia dell’umanità nonché il suo modo di vivere. Nella pratica quotidiana, per limitarci al loro impiego in casa, in ufficio e nei  mezzi di trasporto, i metalli, sotto forma di oggetti e di manufatti, i più disparati, ci sfiorano e  ci sono a portata di mano anche tale continua  familiarità lo fa spesso dimenticare e porta alla ingrata indifferenza.  Tuttavia non solo nella praticità e nel campo della scienza e del mondo industriale  ma anche nel campo delle arti i metalli hanno dato e danno direttamente  un significativo contributo all’appagamento di altri  bisogni e necessità  dell’uomo, quelle dell’estetica e del bello: basti pensare alle statue bronzee della antichità classica ed alle moderne sculture in acciaio inossidabile. Indirettamente, e questo è il tema di questo excursus, vedremo come sempre  nel campo degli appagamenti culturali e dello spirito i metalli abbiano offerto ed offrano immenso materiale nel campo della letteratura. Spaziando in questo campo, dall’antichità ai tempi nostri è facile riscontrare, punto di riferimento la  Divina Commedia, nella quale sono state evidenziate e commentate a suo tempo le innumerevoli terzine con  riferimento ai metalli, come gli stessi metalli non siano sfuggiti alla penna di storici, pensatori e poeti per evocare immagini, suggestioni, riflessioni degne della nostra attenzione. Nella presente memoria, data la vastità dell’esplorazione, il campo di indagine è stato confinato  alla classicità greco-romana. Vedremo come questa, attraverso i versi di Esiodo, Omero, Ovidio, Lucrezio,Virgilio e Tibullo,  offra un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.

     

     

     

     

    PAROLE CHIAVE

     

    Esiodo, Opere e Giorni, Omero, Iliade, Odissea, Ovidio, Metamorfosi, Tibullo, Virgilio, Eneide, Bucoliche, Lucrezio, De Rerum Natura. 

     

     

    INTRODUZIONE

     

    Fluit aes rivis aurique metallum, vulnificusque chalybs vasta fornace liquescit ( Scorrono a ruscelli il bronzo e l’oro, l’acciaio atto a ferire si liquefa nel vasto forno): questo frammento di un famoso distico tratto dall’Eneide virgiliana ,  risulta impresso, quale motto, sulla moneta etrusca raffigurante Vulcano, il dio dei metalli, adottata come stemma dall’Associazione degli Industriali Metallurgici, primo atto di quella che sarà in seguito l’Associazione Italiana di Metallurgia ed è apparso per la prima volta nel numero di settembre del 1917 della nostra rivista La Metallurgia Italiana a testimonianza del connubio che sempre dovrebbe ricercarsi tra  scienza ed arte.

    A partire da tale frammento,  già citato a suo tempo nelle ricerche su Dante, i suoi mentori e la Divina Commedia (1-3) cercheremo di scoprire, con riferimento alla classicità greco-latina, le  immagini, le  suggestioni e le riflessioni che i metalli hanno evocato e prodotto nei versi dei poeti di quel tempo antico. Tale breve ricerca, oltre che sprone per i giovani cultori della metallurgia ad una più approfondita ricerca in questo campo, vuole rendere un modesto omaggio a tutti quegli studiosi che in passato non hanno disgiunto l’amore della scienza con quello della letteratura, primo fra tutti l’Ing. Giuseppe Cozzo e poi: E. Crivelli, A. Uccelli, G. Somigli e I. Guareschi (4-7)

     

    I METALLI COME SIMBOLISMO: TRA DEI, MITO E LEGGENDA

     

    L’antropologia moderna analizzando la preistoria e la protostoria dell’umanità, classifica la sua evoluzione attraverso le seguenti età: età della pietra ( paleolitico, mesolitico, neolitico), età del bronzo e età del ferro in funzione della natura dei primi utensili impiegati dall’uomo e dalla cronologia della scoperta e dell’uso dei metalli. Anche nell’antichità seppure strettamente legata a superstizioni, suggestioni di interventi divini tra miti e leggende varie, l’importanza dei metalli, come fattori di progresso, era già stata fortemente sentita e percepita nonché tradotta anche in componimenti epici o liriche nostalgiche ed accorate.

    Inizialmente, sia nel  mondo greco e poi in quello latino, al pari della visione biblica dell’Eden o Paradiso terrestre, la prima fase della storia dell’umanità veniva confinata nell’età dell’oro, età ove regnano pace e serenità, seguita poi, come punizione divina, a periodi di guerre e di discordie: metalli sottratti all’aratura dei campi e trasformati in armi letali.

     

    Classicità Greca

     

     Per primo, Esiodo, epico greco della fine dell’VIII sec. A.C., nelle “Opere ed i giorni” (8) enumera cinque età del mondo, fondate proprio sull’uso dei metalli, ed nelle quali si sarebbero avvicendate altrettante “specie umane”, o in altre parole, altrettanti stadi della civiltà. La prima detta “età dell’oro” in cui vecchiaia, preoccupazioni ed affanni della vita erano stati risparmiati agli uomini e dove il suolo fertilissimo avrebbe offerto spontaneamente erbe e frutta in abbondanza. A questa sarebbe seguita la stirpe “ dell’età dell’argento” distrutta da Zeus per la pochezza della sua intelligenza e per il disprezzo verso gli Dei; terza “l’età del bronzo”, vigorosa ed indomabile e dal cuore duro conclusasi tra lotte tremende e crudeli.Ad esse seguiranno una quarta, come fase di transizione, per poi ultima “l’età del ferro”, quella in cui visse il poeta, piena di sofferenze, di miserie, di delitti e di empietà.“Prima una stirpe aurea di uomini mortali/ fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore...come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,.. il suo frutto dava la fertile terra../Come seconda una stirpe peggiore assai della prima,/argentea, fecero gli abitatori delle olimpie dimore,..vivevano ancora per poco, soffrendo dolori../né gli immortali venerare volevano,/ né sacrificare ai beati sui sacri altari,../ Zeus padre una terza stirpe di gente mortale/fece, di bronzo, in nulla simile a quella d'argento,..di bronzo eran le armi e di bronzo le case,/col bronzo lavoravano perché il nero ferro non c'eradi nuovo una quarta, sopra la terra feconda,/fece Zeus Cronide, più giusta e migliore,/di eroi, stirpe divina, che sono detti semidei, …/combattendo per le greggi di Edipo,…./là il destino di morte li avvolse;/ma poi lontano dagli uomini dando loro vitto e dimora/il padre Zeus Cronide della terra li pose ai confini./…Zeus, poi, pose un'altra stirpe di uomini mortali/dei quali, quelli che ora vivono.../perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno/cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte,/affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi.”

     

    Classicità Latina

     

    A quella medesima e felice età dell’oro ricordata da Esiodo si richiameranno più tardi anche  i poeti elegiaci latini. In particolare, Ovidio ( 43 A.C.-18 D.C.)  nel Libro I delle Metamorfosi sembra ripercorre, descrivendo le varie età dell’evolversi dell’umanità , gli stessi versi e le stesse evocazioni dell’epico greco: “Per prima fiorì l'età dell'oro, che senza giustizieri/o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine./………non v'erano trombe dritte, corni curvi di bronzo,né elmi o spade: senza bisogno di eserciti,la gente viveva tranquilla in braccio all'ozio/Quando Saturno fu cacciato nelle tenebre del Tartaro/e cadde sotto Giove il mondo, subentrò l'età d'argento,/peggiore dell'aurea, ma più preziosa di quella fulva del bronzo./…….Terza a questa seguì l'età del bronzo: d'indole/più crudele e più proclive all'orrore delle armi/,ma non scellerata. L'ultima fu quella ingrata del ferro./E subito, in quest'epoca di natura peggiore, irruppe/ogni empietà; si persero lealtà, sincerità e pudore,/e al posto loro prevalsero frodi e inganni,/”.  (9)

    Tibullo ( 55-18 A.C.) nel suo accorato carme” In terre sconosciute” mette anch’egli a confronto il suo periodo e lo spensierato periodo di un tempo antico: l’umanità viveva in un mondo idilliaco, senza pericoli,  animali e piante elargivano doni  in abbondanza ed il metallo non era stato ancora forgiato sotto forma di armi dedite alla morte.“Com'era felice la vita sotto il regno di Saturno,/…nessuna casa aveva porte e/…Stillavano miele le querce/e spontaneamente le agnelle/gonfie di latte offrivano le poppe/…Non c'era esercito, né rabbia, guerre/o un fabbro disumano/che con arte crudele foggiasse le spade.”  ( 10 ).

    Anche Virgilio (70-19 A.C.),  nell’Eneide (LibroVIII), ricorda come Saturno e la sua età dell’oro abbiano influenzato la nascita della civiltà nel Lazio, civiltà poi degradatasi progressivamente:”Saturno il primo fu che in queste parti/ venne, dal ciel cacciato, e vi s'ascose/ E quelle rozze genti, che disperse/ eran per questi monti, insieme accolse/ e diè lor leggi: onde il paese poi /da le latèbre sue Lazio nomossi. Dicon che sotto il suo placido impero/ con giustizia, con pace e con amore si visse un secol d'oro, in fin che poscia/ l'età, degenerando, a poco a poco/ si fe' d'altro colore e d'altra lega. ( 11)

    Tema dell’età dell’oro ripreso poi dallo stesso Virgilio in  una sorta di profezia messianica, anche nelle Bucoliche ( IV Ecloga) :”O Muse sicule, cantiamo poesie più elevate: non a tutti piacciono gli arbusti e le basse tamerici;/se cantiamo i boschi, siano boschi degni di un console. /E' giunta l'ultima età / di nuovo nasce un grande ciclo di secoli e già torna la Vergine, tornano i regni di Saturno, già una nuova generazione viene fatta scendere dall'alto cielo./Tu, casta Lucina, sii propizia al bambino  che sta per nascere / al tempo del quale inizierà a scomparire la generazione del ferro/ e in tutto il mondo sorgerà quella dell'oro; il tuo Apollo regna già./”(12).