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in archivio dal 02 lug 2012

Giuseppe Gianpaolo Casarini

25 aprile 1940, Milano - Italia
Mi descrivo così: Vecchio Chimico Industriale Corrosionista Pensionato Interessi per Storia-Arte-Letteratura-Viaggi-Teologia

elementi per pagina
  • domenica alle ore 8:54
    Così in tempo breve

     
    Sulla soffice sabbia della duna
    del deserto soffia il vento
    e in breve tempo questo la modella
    dopo l’intensa pioggia forte scorre
    l’acqua del ruscello e la riva
    in tempo breve  aspetto cambia
    così in breve tempo presto mutan
    e tanto si modificano i pensier miei
    dalle vision correnti che scuotono la mente
     
     

     
  • sabato alle ore 10:44
    Frangar non flectar il motto

    Sradica la quercia il vento
    come gli allori e gli alti pini
    che a quello fanno resistenza
    sol ondeggiano al furor suo
    le betulle gli arbusti il pruno
    e le salse tamerici che così a lor
    per stranezza ha dettato la natura,
    or getta uno sguardo sull’uman
    consorzio dove par non dettare
    la natura ma il personal agire
    che tanti ai tirannici della vita
    venti il dondolar con inchin
    profondo pur di star lì in piedi
    non divelti omaggio e preferenza
    danno, pochi inver a quelli portan
    combattimento e profonda guerra
    che frangar non flectar è il motto
    loro anche e poi a ben ricordar
    di Don Lisander quelle sue parole:
     “Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare”
     
     

     
  • 26 ottobre alle ore 9:59
    La pioggia non sa scrivere...ma

     
    Non sa scriver la pioggia
    d’amor parole che vadan
    dritte al cuore ma può
    d’amor compor canzoni,
    una nota per ogni fior
    su cui cade qui nel mio
    giardino tonalità varie
    diverse, un do dal ciclanimo,
    un fa dal bucaneve, più re
    da quelle rose, i sol ecco
    dal tuberoso elianto, sul
    geranio un la, i mi dalle mimose
    dalle ortensie i dolci si:
    che bella melodia per te
    al tuo cuor donata amata mia!
     

     
  • 22 ottobre alle ore 13:48
    Come nel mito di Proserpina

     
    Curioso il perpetuo vital ciclo
    dell’Arum italicum,il bianco gighero,
    che al mito di Proserpina fa memoria:
    di Pluton sposa nell’Ade buia tetra
    negli invernal mesi e di Cerere figlia
    nel mieter lieta biondi messi nell’estate,
    e di Fregoli il funanbolico mutar veloce
    che bucando il terren alla vita diurna
    lentamente  torna al giunger dell’autunnal
    stagione e  qui larghe foglie belle verdi
    rigogliose, in primavera poi sottil bianca
    elegante infiorescenza mostra del bianco
    fiore madre e in giugno al ciel calor
    donando il rosso frutto quell’insiem
    di bacche ostenta, lei che con quel calor
    poi si dissolve e dal terren scompare
    ma non muore e  lì sotto bulbo solitario
    vive per ritornar nel tempo a diurna vita
    ……………………………………………… 
     
     

     
  • 16 ottobre alle ore 8:13
    I due tappeti

     
    All’inizio della primavera i pappi
    i bianchi piumosi frutti della viorna
    nell’aria un poco danzan per poi cadere
    a terra e lì formar un niveo tappeto,
    al finir poi dell’autunno il vento
    di questa i rami  forte scuote e scendon
    tremanti nell’aria variopinte foglie
    e al lor cader a terra nuovo tappeto nasce:
    tappeti che spesso poi villan piede deturpa
    indifferente a questo ricamar della natura!
     
     

     
  • 14 ottobre alle ore 8:41
    Occhi gialli

    Gli occhi gialli del tuberoso elianto
    di quei fiori a me per ricordi familiari
    tanto vedo nel corso del giorno come
    mutar alquanto il lor fissare il cielo
    sì che all’animo mio che li osserva
    van recar mutevol sentimenti: al mattin
    dolcezza che al sol s’apron ridenti lieti,
    malinconia al scender della sera come tristi
    spauriti a cercar nel buio la paterna luce!
    Questo  chissà perché è questo il sentir mio
    che il fiore non si chiude nè muta di colore.

     
  • 29 settembre alle ore 9:40
    Settembre le rondini

    Oggi cerco come un tempo le rondini
    A migrar già in volo o ferme lì fisse
    Tra i fili dei pali della luce prossime
    A partire, ma oggi il cielo è vuoto
    Sui quei fili nessuna nera figurina
    Son già partite domando, lasciato
    Han già questo mio paese? Triste,
    Ecco ricordo: chi non torna non
    Più poi ripartire che quest’anno
    Le rondini, non so perché, non son
     Ritornate  a farmi dolce compagnia
    Al mio paese  e con i  voli loro
    Là in alto  il mio cielo a rallegrare!

     
  • 29 settembre alle ore 9:16
    Kalymnos

    Tu che con le undici  sorelle  tue
    Dall’Egeo, il greco mar, ridente affiori, 
    Tu che appellò Ovidio latin isola
    Dai boschi ombrosa e il cieco Cantor
    Delle tre Calydnae una, per me tu 
    Sei qual allor tu fosti  nell’affacciarti
    Alla vista mia, vision che all’animo
    Respir dava e alla mente il pensar:
    Nell’aria profumi intensi d’erba
    Aromatica ch’al nome del re greco
    Chiama bianche spiaggie colore
    Blù del mare che a antiche fatiche
    Dolorose volge: giù sui fondali
    Vite lì in colonie fisse pescate tolte
    E poi da man ruvide ma sapienti
    Morte mutate in soffice materia
    Che qui in ogni dove al visitator
    Fan bella mostra o Kalymnos:
    Isola del basilico e delle scure spugne! 
     

     
  • E così si conclude l’Elegia
     
    “Ora dice la gente:-Bisogna abbattere i ruderi e farne uno nuovo e diverso, che serva agli interessi più  di prima- Come se le opere d’arte nascessero per servire gli interessi,o, meglio non servissero all’interesse più vero che è quello dell’anima ossia della bellezza. Dice ancora la gente:-Bisogna costruire non guardando al passato che non torna, ma all’avvenire che incalza- Eppure ha scritto un grand’uomo che solo chi salva il passato e i suoi acquisti, può dirsi intenditore del presente e costruttore dell’avvenire. Signori del Comune,un giorno le ragioni della bellezza si affidavano ai poeti come a difensori  naturali. Ora, se mi guardo intorno , non vedo più poeti tra noi, o sono tutti nascosti. Quelle ragioni son quindi affidate a voi e al vostro sentimento. Salvare il ponte, pur nei suoi ruderi, è un modo di rimanere pavesi e di sentire la religione della città perché  quel ponte è solo di Pavia; un altro d’ogni altro luogo. Salvate quel ponte come il più grande monumento alla nostra sofferenza , come la lapide più attonita e viva che si possa incidere sull’acqua e sull’aria a memoria della nostra tragedia. Un giorno gli occhi dei poveri a guardarlo, si consolavano come di una cosa bella che anch’essi potevano godere.
    E in repubblica democratica sarà lecito vergognarsi di ponti ornamentali? Salvate quel ponte. Restituite quel sogno alle nuove generazioni. E’ un invito alla musica, alla bellezza che è parola uscita dalla bocca di Dio. Questa, la vedete. non è poesia.
    Non è nemmeno polemica. Forse è un grido di dolore. Certo è un grido d’amore: amore di Pavia.
    Cesare Angelini
    ………………………………………
    Diversi sono i pareri della gente: “Bisogna abbattere i ruderi e farne uno nuovo e diverso, che serva agli interessi più  di prima”, ”Bisogna costruire non guardando al passato che non torna, ma all’avvenire che incalza”, cancellare il passato, non guardarsi indietro, servire gli interessi  più di prima, guardare all’avvenire: questo dice la gente. Qui nascono all’animo, al cuore di Angelini  amarezza e delusione, perché “l’interesse più vero che è quello dell’anima ossia della bellezza” e segue poi un severo monito:” solo chi salva il passato e i suoi acquisti, può dirsi intenditore del presente e costruttore dell’avvenire.” Queste parole derivano da un passo delle "Considerazioni inattuali" di Friedrich Nietzsche contenuta ne "L'utilità e il danno della storia per la vita" e così tradotto da Benedetto Croce, “quel  grand’uomo” e suo carissimo o amico  "La parola del passato è sempre simile a una sentenza d'oracolo; e voi non la intenderete se non in quanto sarete gli intenditori del presente, i costruttori dell'avvenire”. Merita di ricordare al riguardo che, nel 1946, nel secondo dopoguerra il poliedrico intellettuale Giovanni Pugliese Carratelli fonda La Parola del Passato con Gaetano Macchiaroli, editore rigoroso, impegnato nel sociale e nella politica, rivista ottiene rapidamente un posto di primo piano nel mondo culturale italiano. Il significato e il profilo della rivista sono racchiusi e chiariti in tale frase, che troviamo in epigrafe nella terza di copertina di tutti i fascicoli; è un indirizzo di ricerca: lo studio delle Humanae Littarae non si deve limitare alla mera erudizione, ma alla promozione dell'istruzione morale ed estetica, perché non sia fuga dal presente, ma dia il suo contributo al dibattito contemporaneo; esso può modificare il presente e ha l'obbligo le basi del futuro. Il significato e il profilo della rivista sono racchiusi e chiariti in tale frase, che troviamo in epigrafe nella terza di copertina di tutti i fascicoli; è un indirizzo di ricerca: lo studio delle Humanae Littarae non si deve limitare alla mera erudizione, ma alla promozione dell'istruzione morale ed estetica, perché non sia fuga dal presente, ma dia il suo contributo al dibattito contemporaneo; esso può modificare il presente e ha l'obbligo le basi del futuro. Ritornando alla Elegia Angelini così amaramente  si sfoga “… un giorno le ragioni della bellezza si affidavano ai poeti come a difensori  naturali. Ora, se mi guardo intorno , non vedo più poeti tra noi, o sono tutti nascosti”. Ma come diremo un poeta vi è ancora e neanche tanto nascosto: è Cesare Angelini! Ed ecco nascere il suo accorato grido agli Amministratori di Pavia:”  Salvare il ponte, pur nei suoi ruderi, è un modo di rimanere pavesi e di sentire la religione della città perché  quel ponte è solo di Pavia; un altro d’ogni altro luogo”,  ma è pure un  grido, sì di dolore, per questo ponte dolente:”quel ponte come il più grande monumento alla nostra sofferenza”,   un grido infine  addolcito da quel nostalgico ricordo:”un  giorno gli occhi dei poveri a guardarlo, si consolavano come di una cosa bella che anch’essi potevano godere. E in repubblica democratica sarà lecito vergognarsi di ponti ornamentali?”
    Se nel grido che richiama  alla bellezza, al grido sofferente, al nostalgico grido volto  al passato e, infine, se  nella invocazione:”Restituite quel sogno alle nuove generazioni” si può far riferimento al  Foscolo dell’inno alla bellezza, dell’Ortis, dei Sepolcri, della pavese esortazione “ Italiani vi esorto alle storie” Nel  “ E’ un invito alla musica, alla bellezza che è parola uscita dalla bocca di Dio.” vi è  tutto il Poeta Cesare Angelini!
     
    ……………………………………………………………………………..
     
    Un sentito grazie al Dr. Fabio Maggi pronipote di Cesare Angelini per le varie documentazioni inviatemi 
     

     
  •  
    L’Elegia così prosegue:
     
    “Congiungeva le due rive -come dire la città e la campagna- con un senso vivo di umana solidarietà. E i boschi vicini, rimbiondendo in primavera, gli mandavano vento di giovinezza. Giunta qui, l’acqua del fiume-nato in alto e lontano- rimormorava attonita: “Nel mio percorso non ho visto cosa più bella”; e si metteva a giocare fanciullescamente coi piloni, coi sette archi, che parevano un invito alla danza. Poi più a valle, si cancellava nel Po, ma consolata d’aver visto tale maraviglia. Da piazza Leonardo, da via luigi Porta lo guardavano le torri coetanee con compiacenza di sorelle superstiti; e il tiburio di San Michele e di San Teodoro ogni giorno allungavano il collo per meglio vedere e assicurarsi che era sempre lì.
    Ed era sempre lì; un po’ vecchio, un po’ stanco, con quelle sue forme a dorso di mulo. Ma il mulo è sempre più tenace che stanco. E quella schiena curva che portava la dolcezza d’una chiesa fatta a barca, vinceva il peso e il passo dei secoli.
    In pace temevano che i suoi nemici fossero le piene che d’autunno aggredivano i piloni e invadevano gli archi ponendo quasi storcerli e ruinarli. Ma poi era niente.
    Le onde sfogavano le forze radunate a Sesto Calende e qui,rompendosi contro il tagliamare, scoppiavano in una fragorosa orchestra di tuoni sommersi. Ma in guerra i suoi nemici furono i mostri precipitanti da cieli apocalittici; e ne hanno slogato le vertebre, sciancate le arcate, mutilato il canto.”
    “Congiungeva le due rive -come dire la città e la campagna”, ecco la sua  funzionalità sociale e di comunicazione, quindi  non solo balaustra di freschezza per i poveri in estate, non solo monumento simbolo da ammirare e ammirato, ma quell’unire  le due rive  quel andirivieni di persone, di  merci, di  mezzi di trasporto di vario genere. un tempo impedito o difficoltoso , ora diventa  possibile grazie a lui che agisce  “ un  senso vivo di umana solidarietà” tra due mondi diversi, fin qui separati, l’opulenza della città e la povertà della campagna. E  nel commento giunge in soccorso, grazie a quanto inviato da  un suo pronipote, il Dr. Fabio Maggi, Angelini stesso che  nel capitolo "Pavia sotto la neve" così scrive "Dal Ponte vecchio arrivano lenti i carretti insaccati in tendoni carichi di neve; scendono dai paesi di collina dove ne è caduta di più, e ne sono una memoria poetica. Ma fate che un gregge di pecore, sceso da Zavatarello, da Varzi, passi lento sul Ponte coperto; Pavia prende l’aria d’essere ancora nella favola, o appena uscita da una stampa del nostro Giovita Garavaglia o del suo maestro Fausto Anderloni, incisori d’alta statura, che nel grande Ottocento, come i poeti, sapevano ancora commuoversi davanti a queste scene cosmiche, a queste nevi cristiane, vantamento e ricchezza dei nostri siti settentrionali." Poi ti par di sentire anche tu e di essere sfiorato come il ponte da quel vento di giovinezza che arriva dai boschi in quanto son queste  due righe di pura poesia! Acqua che nel suo lungo percorso, circa 200 km, prima di giungere a Pavia, il Ticino nasce nella lontana Svizzera, dalle due sorgenti dei passi di Novena e del Gottardo, ne bagnate di meraviglie con  il figlio suo il lago Maggiore ( Intra, Pallanza, le isole Borromee e altro )  ha da lontano visto  monumenti, torri, castelli, piazze,  abbazie delle lontane Stalvedro e Bellinzona o delle vicine Vigevano e Morimondo. ma…  “Nel mio percorso non ho visto cosa più bella”  acqua che poi  gioca “fanciullescamente coi piloni, coi sette archi, che parevano un invito alla danza” non è anche questa poesia? Acqua che infine muore, muore nel Po ma dolcemente e serenamente  dopo aver visto tanta “maraviglia” ! Bello quel animarsi, prender vita delle torri, delle chiese di Pavia che, come piene di timore, vogliono  tranquillizzarsi  e assicurarsi che sia sempre lì.
     E l’Elegia diventa elegia: stupenda la similitudine con il mulo: po’ vecchio, un po’ stanco”. ma “sempre più tenace che stanco”, “quella schiena curva che portava la dolcezza d’una chiesa fatta a barca, vinceva il peso e il passo dei secoli.” Sì le sue battaglie vinte vittoriosamente nei secoli e in tempo di pace durante le piene d’autunno che ” aggredivano i piloni e invadevano gli archi ponendo quasi storcerli e ruinarli. Ma poi era niente. Le onde sfogavano le forze radunate a Sesto Calende e qui, rompendosi contro il tagliamare, scoppiavano in una fragorosa orchestra di tuoni sommersi.” Vittorioso nei secoli e  in tempo di pace poi, in un sol giorno e in soli  pochi minuti, in guerra, “ i suoi nemici… i mostri precipitanti da cieli apocalittici.. ne hanno slogato le vertebre, sciancate le arcate, mutilato il canto.”
    Tutta la sofferenza di questo passo dell’Elegia è raccolta in questo  “mutilato canto.”
     

     
  • Nel corso della stesura di una nota volta alla ricerca di riferimenti al fiume Ticino nella vasta produzione letteraria del Vate di Albuzzano , Monsignor Cesare Angelini, nota apparsa in una versione preliminare su Ticino Notizie, un contatto epistolare con un pronipote del grande critico e scrittore, il Dr. Fabio Maggi,  mi  ha dato l’opportunità di “impreziosirla” tramite l’invio di prezioso materiale e in particolare, di una copia de  L’Elegia del ponte rotto, scritta, nel 1949, con bella e nitida calligrafia.  
    L’Elegia fa riferimento al bombardamenti delle forze alleate che  nel settembre 1944, durante la  seconda guerra mondiale, danneggiarono l'antico ponte trecentesco e ne fecero crollare un'arcata e nasce in quel clima particolare che si respirava in Pavia in quanto al termine della guerra  si svolse un aspro dibattito sull'opportunità di ripristinare il vecchio ponte o di demolirlo. Per timore di crolli che avrebbero potuto far straripare il Ticino, nel febbraio 1948, il  Ministero de Lavori Pubblici fece demolire con la dinamite l'antico manufatto. Alcuni resti dei piloni del vecchio ponte sono visibili nelle acque del fiume ed è rimasta anche la base del portale. Nel 1949 si iniziò la costruzione del nuovo ponte, che fu inaugurato nel 1951 . Sul portale d'ingresso dalla parte della città un'epigrafe cita: "Sull'antico varco del ceruleo Ticino, ad immagine del vetusto Ponte Coperto, demolito dalla furia della guerra, la Repubblica Italiana riedificò.
    Dell’Elegia se ne riporta  qui solo una prima perché merita, come spero di fare nel tempo,  di essere trattata  nella sua interezza con  un ampio commento, direi, quasi, con un saggio esegetico!
     “ E’ lì, da due anni, costernato nella sua sofferenza drammatica, nel silenzio improvviso delle sue arcate; ma con uno strano pudore d’esser guardato, come ogni bellezza devastata. I suoi diritti sono quelli dei mutilati, dei grandi mutilati di guerra, che vanno assistiti, guariti, rifatti. Se no,  è una ingiustizia in terra e in cielo. Ma ha pazienza ; nella sua maestosa stanchezza di rudere, dà tempo al tempo. Sa che un ponte non si rifà in un giorno  e in una notte, a meno d’affidarne la costruzione al diavolo come i vecchi favoleggiavano di lui, ma lui non vuole. Era, nei secoli, il motivo  lirico della nostra città; il suo volto, la sua distinzione; il simbolo nella geografia e nell’arte. Era la firma di Pavia. Un ponte coperto su un bel fiume, non è cosa di tutti i giorni né di ogni città. C’è  il ponte di Bassano, il vecchio ponte di Firenze, ma il nostro che era il terzo e basta ( “ i ponte dei sospiri” è un’arcata tenuta su dagli innamorati”) li batteva tutt’e due per imponenza e figura. E quelle cento colonne di granito che ne sorreggevano il tetto, se nelle notti di luna gli davan lievità di sogno  di visibile favola, di giorno creavano una balaustra di freschezza per i poveri che vi sostavan volentieri. Era l’edificio più ammirato dallo straniero, quando lo straniero si chiamava Petrarca che invitava un certo Boccaccio a vederlo come opera insigne; o si chiamava Leonardo che provava malinconia di non essere arrivato in tempo a metterci una mano anche lui; o si chiamava Montaigne che, ritornato in Francia, lo lodava tra i suoi. Era l’edificio più ammirato dai concittadini, quando i concittadini si chiamavano Cherubino Cornienti, Pasquale Massacra, Faruffini, Tranquillo Cremona, Ezechiele Acerbi, Erminio Rossi, Romeo Borgognoni: che Dio li ha tutti nella sua pace.”
    All’inizio dell’Elegia  ci viene presentato  un Ponte sofferente, stanco in quella “maestosa stanchezza di rudere”,  ma paziente in attesa di essere guarito..sa che ci vuole tempo …a meno che..” ma lui non vuole” con riferimento al diavolo e  alla favola della sua primitiva costruzione (da Wikipedia:” Secondo una leggenda, la notte di Natale dell'anno 999 molti pellegrini volevano recarsi alla messa di mezzanotte in città, ma, per la fitta nebbia, le barche non potevano effettuare il tragitto. All'improvviso arrivò un uomo vestito di rosso, che promise di costruire immediatamente un ponte in cambio dell'anima del primo passante. L'uomo era il diavolo e solo l'arcangelo Michele accorso dalla chiesa poco distante lo riconobbe; finse d'accettare il patto e, quando il ponte fu costruito, fece passare per primo un caprone. In realtà, il nuovo ponte fu costruito a partire dal 1351 sui ruderi del ponte romano, su progetto di Giovanni da Ferrera e di Jacopo di Cozzo”).
    Poi  dalla penna, dal cuore di Angelini, ecco uno slancio accorato,  un amore  forte immediato, per questa “creatura” mutilata  che “Era, nei secoli, il motivo  lirico della nostra città; il suo volto, la sua distinzione; il simbolo nella geografia e nell’arte. Era la firma di Pavia.”
    Sì solo amore, certezza, nessun dubbio, nessun sciocco campanilismo in quel affermare con decisione la sua supremazia nei confronti degli altri due ponti coperti “su un bel fiume” italiani:” . “ C’è  il ponte di Bassano, il vecchio ponte di Firenze, ma il nostro che era il terzo e basta ( “ i ponte dei sospiri” è un’arcata tenuta su dagli innamorati”) li batteva tutt’e due per imponenza e figura”
    E poi quel lirismo: “ se nelle notti di luna..”. Balaustra di freschezza per i poveri, bello questo riferimento, ai poveri forse poco importa la bellezza architettonica ma la sua funzionalità ..punto di ristoro, bellezza, imponenza architettonica che invece richiamano l’attenzione e lo stupore dei visitatori “stranieri” e che stranieri: Petrarca, Leonardo, Montaigne! Cosi nelle loro invocazioni qui parzialmente espresse e  a quegli inviti agli amici di venire in quel di Pavia per ammirarlo par di sentire  la trasmissione e la condivisione della  gioia  di chi ha trovato un tesoro ma che non lo tiene gelosamente per sé.. sì anche voi amici ne dovete godere quindi venite a vedere!
    “Era l’edificio più ammirato dai concittadini, quando i concittadini…”, qui Angelini sembra sospirare in quel nostalgico ricordo di quei concittadini, quei bei nomi di valenti pittori , tutti orbitanti in tempi diversi attorno della Civica Scuola di Disegno e di Incisione in seguito divenuta Civica Scuola di Pittura,  alcuni morti giovanissimi: Massacra patriota in combattimento, Cremona, l'iniziatore della scapigliatura in pittura,  avvelenato da coloranti tossici, e sembra dire “i tempi sono purtroppo cambiati” e diventa nel ricordo un “laudator temporis acti”
     
     

     
  • 14 marzo alle ore 9:44
    Arum Italicuma

    Sciolta l’ultima neve marzolina
    sulle rive del fossato maestosa
    torna al ciel mostrar l’ampie
    verdi foglie la selvatica calla
    e a giugno lì vi sarà di rosso
    color una esplosion vivace
    di rosse lucenti rosse bacche,
    invan lacrime calde attende
    la primula dell’amor, perenne
    è quel gelo qui nel cuor creato
    da parole d’addio qual neve
    nera su bianco foglio lì gettate:
    non un rosso fiore a primavera
    che avvizzito morto sarà il fiore!

     

     
  • 02 febbraio alle ore 9:58
    Notte di Natale

     
    Un palazzo patrizio bifore
    una finestra illuminata
     gioiosa lì ride una bimba
    bionda: quell’albero i regali,
    per la demolizione dirimpetto
    pronto un caseggiato vecchio,
    una finestra un vetro rotto
    rischiara la stanza una candela
    e da lì a guardar s’affaccia
    una bella bimba bruna il nulla
    la circonda, da lì quell’opulenza
    vede e un sospiro forte nasce
    poi si spegne che lì volando
    un pettiroso qual dono una
    bacca rossa lì depone, di ilex
    un ramo su quei neri capelli,
    il suo regalo, porta una capinera
    che nel giorno di Natale bandita
    in ogni dove  è dei bimbi la tristezza!
     
     

     
  • 01 luglio 2017 alle ore 14:07
    Umbria

     
    Del suol calpestato dall’antiche genti:
    etrusche umbre romane longobarde Patria,
    tu Umbria: patria di sante santi del pennello
    della  penna un tempo insigni gran maestri,
    qui dove il seme sacro all’atzeco trova forma
    e sotto  scorre veloce il fiume dell’ imper
    che il mondo antico al gioco suo sottomise,
    dove il calibo licor bollente e forma trova e
    e di durezza  tempra, dove Spoleto la dotta
    dei mondi offre spettacoli e cultura, dove
    dall’alto alla vista s’apre il borgo e qui
    lo sparvier di Federigo un di trovò rifugio
     e oggi  il rosso sagrandino al palato gentil
    di Bacco la letizia dona,  Bevagna ove al Sentin
    allor il roman diè dolore all’umbro e qui nel giugno
    quel viver medieval rivive, io dalla rocca di Spelto
    ove i floreal disegni a rallegrar la vista a gara
    fanno  a te Umbria un canto d’amore canto
    faccian eco a questo l’acque del lago dove
    Gaio Flaminio del punico subì l’onta e del Clitunno
    di cui Giosuè in versi incliti declamò le fonti.
     
     

     
  • 15 febbraio 2017 alle ore 12:35
    San Valentino: Povera prostituta

    Un giorno come un altro
    un angolo di via o una stanza
    d'alberguccio di periferia
    non vi per lei San Valentino
    alcuno nessun dono d’amore
    sol fallaci e carnal incontri
    dove quel che si vive e si gode
    è tutto fuor che un union di cuori

     
  • 07 ottobre 2016 alle ore 15:43
    Non qual lucertola al sole

     
    Prima al sole le lucertoline stanno
    ferme tra l’erbe e solo il capin lor
    si muove poi ecco lì un muro alto
    e pronte a danzar strisciando sono
    e con le crepe lì a nascondino tra
    i matton giocare  al sole io sto pure
    fermo coi miei pensieri e  tanti
    cupi pesanti e altri più leggeri
    strisciar non so ma striscian sì
    nei labirinti della mente quelli
    e a nascondersi vanno solo i belli
    ritornan dopo il gioco le lucertoline
    al sole ma alla mente più tornan più
    a rallegrarla i miei pensier più belli
     

     
  • 05 ottobre 2016 alle ore 13:47
    Il crisantemo

     
    In segno d’amor e di pietà sen stava
    eran quelli giorni  a ricordo dei defunti
    su un marmoreo funereo monumento
    e quando  sfiorito gettato in un bidone
    una man la mia  da lì rapida poi tolse
    sta ora in un vaso lì nascosto nel giardino
    mio già  pronto a rifiorire il  dorato
    giallo crisantemo e certo son che
    qual occhi pietosi i fiori suoi al ciel
    andran guardando  e di quei morti
     i visi cercheranno  quelli in freddo
     marmo fissi eterni allora conosciuti
    come lui per giorni da nebbia fitta
    e da gelata brina nei  mattin velati
     

     
  • 28 settembre 2016 alle ore 9:14
    Gocce di nebbia settembrina

     
    Staman triste mi offro al giorno
    con i  tristi tanti  miei pensieri
    e par questo piangere il mio dolor
    sentendo ma  poi gocce son solo
    di nebbia leggera settembrina
    verso di lei ecco le braccia tendo
    cerco conforto alla disperazione
    al brucior mio dei sentimenti
    queste  dal palmo della man scivolan
    via ma  ancor lì fermi e  lì fissi
    nell’animo i tristi  pensier miei
    qual gocce pesanti di una nebbia
    della mente che da qui non scorron
    e sempre qui stanno a tormentare
     

     
  • 24 settembre 2016 alle ore 20:08
    Un foglio giallo stropicciato

     
    Un foglio giallo consunto dal tempo
    stropicciato poche le righe scritte
    incerta la grafia come se mano stanca
    dolente avesse dato allora loro vita
    sull’uscio di casa mi sono ritrovato:
    queste le scritte frasi e alla lettura
    di lor mi son forte e  tanto emozionato:
    “Dove tu sia ti porti il vento queste
     mie parole, perché forse ti chiedi
     chi sei io non ricordo, sì un tempo
    fu lontano della giovinezza nostra
    a ricordare prova, non gioie d’amore
    mi donasti d’amor nessun frammento
    che sempre pure un sorriso mi negasti
    e in frammenti il cuor mi fu ridotto”
    Amico lontano sconosciuto non so
    quanto ti possa questo consolare
    un tempo anch’io scrissi queste
    con mano incerta stesse tue parole
     

     
  • 19 settembre 2016 alle ore 14:23
    Un volo di gabbiani

    Punteggia il verde scuro degli abeti
    di San Pietro la collina, il mar laggiù
    d'un azzurro chiaro fermo, nel ciel
    nuvole bianche immote, leggiadro
    di gabbiani un volo anima il quadro.
     
    Ricordo dell’Isola d’Elba
     
     

     
  • 18 settembre 2016 alle ore 14:57
    A margine di un campo fiorito di Cicognola

    C’è un altro alitar in quei campi e nella bella stagione,
    un alitar lieve e soffuso di  nobili spiriti dal volto caro e familiare ?
    Con lento andare passa da qui amico e tu pure  forestiero e se un fremito forte senti
     lo saprai di certo e capirai chi lì s’aggira qual ombra tra l’ombre festanti e liete.  
    Non sono forse le anime buone, le tante anime giuste e pie
    che in vita a Veronica e a questo luogo  resero con opere e preghiere santa e cara devozione?
     Sì, sono d’una catena lunga, maglie robuste, alcuni anelli
     vi è poi  tra esse quella del curato santo e  poi ancora di ombre note e ombre  sconosciute.
     
     
    Cicognola frazione di Binasco (MI) dove fanciulla visse la Beata Veronica a ricordo in prossimità della sua festa (25 Settembre 2016) di Mons. Luigi De Felici santo curato e suo devoto
     
     

     
  • 15 settembre 2016 alle ore 9:33
    Abbandona della luna il chiaror

     
    Abbandona  il chiaror della luna
    la vallata già dorme il gregge
    lento della cena il fuoco muore
    sol veglia il can che fa di guardia
    che invan lassù di Selene il volto
    cerca così  al buio nero della notte
    s’abbandona il tutto pur s’abbandona
    ai sogni il pastor per la fatica stanco
     

     
  • 09 settembre 2016 alle ore 19:17
    Abbandoni

    Marzo giunge  e abbandona il giardino
    il pettirosso  viene la fine di settembre
    e la rondine abbandona il tetto amico,
    del lor viver chi detta  i ritmi è la natura:
    in inverno in primavera ci sarà il ritorno.
    Ti ho amata or non più ti amo  l’abbandon
    questo governa del cuore un sentimento,
    patria cara addio paese mio ti abbandono:
    spingon a ciò guerre fame e disperazione
    ma  speranza pur vive di riamar la stessa
    amata come pur  gli amati lidi rivedere.
    Poi fatal all’uomo della vita l’abbandono
    giunge  e dalla morte  alla vita sappiamo
    non vi è certo ritorno ma qui  pur vivon
    son  sentimenti e per chi crede una speranza:
     non negra terra il buio il nulla, che vive
     il  ricordo un  fiore una tomba  una prece
    quando è sera  quella foto  che ti sorride
    ancora e poi ecco  vita nuova : della carne
    sfolgorante  la Resurrezion sarà  al suono
    quel dì imperioso forte  acuto della Tromba!
     
     

     
  • 08 settembre 2016 alle ore 20:01
    Redenzione

    Questa è la voce che giunge dalla Croce
    la stessa dolce che al buon ladrone disse
    non disperar se sei stato ladro, assassino
    o prostituta pur  per tutti voi vi è speranza
    e redenzione: ascolta attento è la voce di Cristo
    che ti toglie dal buio dall’errore dal passato
    che infonde nel tuo animo una luce grande
    luminosa che dal baratro al Cielo ti trasporta
     
     

     
  • 07 settembre 2016 alle ore 9:19
    Il volto di Dio

    Oggi non parla la scienza la filosofia
    né la teologia sull’Essenza di Dio
    né su quel Volto in risposta all’ardua
    un giorno postami  domanda “ Chi l’ha visto?”
    ma di fede una donnetta ieri da me
    su questo interrogata. Senti mi disse
    cosa rispose Gesù a Filippo a quel
    suo chieder “Orsù mostrami il Padre!?,”
    e prima ch’io tentassi d’aprir bocca
    queste pronte  le parole sue, come riporta
    nel suo libro tra i quattro San Giovanni,:
    ” Chi vede me Filippo  sappi vede il Padre
    e chi vedendo il Padre me vedrebbe”
    e poi da allor tanti gli esempi nell’umana
    storia che come sai vide il volto di Cristo
     il Beato Cottolengo, sì quello piemontese,
    in deformi membra e in alienate menti,
    oggi Francesco Papa nel migrante affranto
    nel rifugiato che senza Patria e che sol
    con la speranza di viver erra quel volto
    vede e che dir guarda oggi al Cielo lì vi è
    Teresa che in quei morenti visi per anni
    in  quella disperata città tanto di dolor dolente
    altro non accarezzò credimi di Cristo il viso,
    così concluse e questo a me suo dir riporto.
     

     
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  • 04 agosto alle ore 10:54
    Lucio Mastronardi e il suo fiume Ticino

    Come comincia: Lucio Mastronardi ( 1930-1979)  merita un posto particolare nelle ricerche  volte a trovare  citazioni del fiume Ticino  nella letteratura italiana: nasce a Vigevano, quindi è un figlio del Ticino, il Ticino infine segnerà la sua vita terrena quale suicida nelle  acque del fiume azzurro. Nei suoi tre principali romanzi Il Maestro, Il Calzolaio, Il Meridionale, nei titoli domina Vigevano, nelle pagine forte emerge il suo fiume. Bello e gustoso il paragone tra Vigevano e Parigi come, nel Maestro di Vigevano,  il giornalista Pallavicino “la stava menando” mentre il campanone  della torre suonava la mezzanotte:” Io vi dico ch Vigevano vale duecento Parigi. Cosa c’è a Parigi che non vi sia a Vigevano? A Parigi c’è Pias Pigal; a Vigevano ioma Pias Ducal; a Parigi c’è la Senna; a Vigevano  c’è il Tisin; a Parigi c’è  la tur Eifel, num ioma la tur Bramant.” E così sempre nel Maestro il protagonista, il maestro Mombelli, nel suo solitario camminare e “nei miei pensieri” “ Scendo per una discesa rapidissima e mi trovo nella vallata del Ticino”  ed ecco la Centrale Edison che ritroveremo nuovamente nelle pagine del Calzolaio “  .” ..Annibale sconfisse i Romani dove ora c’è la Centrale Edison, sul Ticino, che pur essendo vicina a Milano, Vigevano, geograficamente parlando,  è in Piemonte, al di qua del Ticino”.  Nel Maestro dopo la vista della Centrale Edison il protagonista prosegue nel suo cammino.  “Sono seduto ora su di un ponticello. E’ un ponticello d’irrigazione che posa su due fiancate; messo per traverso. Sotto ci passa la trincea  ferroviaria. Sono in alto; il mio sguardo abbraccia tutta la vallata del Ticino: fiume, boschi, ponte.” Più avanti nel racconto del Maestro “ Sono tornato sul ponticello…Dal Ticino venne un rombo di barche che rompeva quel’armonia. Infine nel Meridionale di Vigevano ecco nuovamente la vallata:” Ci affacciammo sulla terrazza. Si vedeva un pezzo della vallata del Ticino qualche arcata del ponte; le boscaglie; un tratto della Nuova Circonvallazione”Caricamento in corso... Nel  Ne  Ecco  altri riferimenti al fiume dopo questi  primi : il Ticino dove lo scrittore  vive, sogna, spera, soffre, muore suicida; Il Ticino dove Antonio il maestro, Mario il calzolaio, Camillo il meridionale, vivono, sperano, sognano, soffrono ma ancor oggi  vivono come figure nitide e attive  nelle pagine di Mastronardi. Troviamo  Mario che ritorna ai suoi anni giovanili e ricorda:” Andiamo a Ticino in camporella nei boschi.Tornare giovani. Gli venne in mente una scappata che aveva fatto da ragazzo., l’unica, con una morosetta, proprio nelle boscaglie del Ticino.” Quel dialogo pieno di speranze e incertezze tra Netto il fratello di Menchina, e  Luisa, la moglie di Mario, dopo il richiamo di questi alle armi ed i dissapori ed i continui  screzi con il socio Pellegatta:” Piare un po’  di terra in Santa Giuliana, sul stradone per Novara- diceva il Netto” - Costruire adesso coi bombardamenti, che sfanno giù tuttecose!”  “-Ma sono tanti che costruiscono. Basta costruire nò verso Ticino. Loro hanno di mira il ponte, mica i nostri fabbrichini.”
    La favola, il sogno, l’incubo sui tradimenti di Ada la moglie  di Antonio:” Fisso la casa e mi accorgo che è una casotta del Ticino…” “ …..l’industrialotto guida sempre più forte: centottanta, duecento, duecentoventi, finché arriviamo sul ponte del Ticino, ma il ponte è senza parapetto. La macchina corre sull’orlo del ponte, in bilico, finché con un urlo mi sveglio, bagnato, come fossi caduto davvero nel fiume.” E le belle e intense riflessioni dello stesso Antonio:” Ogni epoca ha i suoi sensi di vita. L’uomo ha costruito questa trincea, questa ferrovia, questo ponte di irrigazione, quel ponte sul Ticino, quella torre che intravedo…” “  So che prima era ancora chiaro, ora è buio. La luna è grandissima, si riflette nell’acqua del Ticino; so che prima gli alberi erano silenziosi, ora la natura canta; e sono grilli e sono civette e sono amorici che cantano.”Quella affannosa ricerca della donna scomparsa dalla casa in cui era ospite Camillo:” Poco dopo scendevamo la vallata del Ticino.Una luna forte schiariva la campagna. Arrivammo al fiume in silenzio.” “..Il fiume era una massa scura e lucida.” E poi quel girovagare notturno sempre di Camillo:” Arrivai ad un bivio. Da una parte lo stradale proseguiva per il ponte del Ticino; dall’altra, cominciava una strada di periferia.” “ Sullo sfondo c’è nebbia: sale dalla vallata del Ticino” Quel dialogo tutto particolare tra l’industrialotto e Camillo” –Dottore è libero incò? –Perché?- Per portavi a Ticino.Voglio farvi provare un motoscafo!”
     

     
  • Come comincia: Testo di riferimento: G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella.
     
     
    Navigando con D’Annunzio sui versi di Maia
    Giuseppe Gianpaolo Casarini
     
    «Andrò in Oriente per cinque o sei settimane: agli scavi di Delfo e di Micene, alle rovine di Troia.
    Queste visitazioni votive sono richieste dai miei studi attuali. Mi sono rituffato nell’Ellenismo»: è
    con tali parole che, il 10 luglio 1895, Gabriele D’Annunzio annunciava al suo editore Treves le
    motivazioni che lo indurranno a intraprendere il viaggio verso la Grecia.  In realtà l’intento dannunziano non era quello di esplorare luoghi a lui stranieri, ma di osservare con i propri occhi ciò che aveva precedentemente letto nelle opere greche classiche. Il viaggio gli permise infatti di rivisitare i luoghi descritti da Omero e dagli autori greci, precedentemente conosciuti tramite i loro scritti. Prevista tra il 18 o 19 luglio da Brindisi, la partenza, a causa delle pessime condizioni
    meteorologiche, fu anticipata al 13 luglio: l’imbarco a bordo dello yacht Fantasia1 di proprietà di
    Edoardo Scarfoglio avvenne dal porto di Gallipoli.Oltre al celebre giornalista, compagni di viaggio furono Guido Boggiani, pittore di fama, fotografo, esploratore poi morto assassinato da un indio in Paraguay , Georges Hérelle, insegnante di filosofia e traduttore ufficiale delle opere dannunziane in Francia, e Pasquale Masciantonio, avvocato. Giunti in Grecia l’1 agosto, l’Ulisside, come il poeta si definì e come definirà due dei suo compagni di avventura, scrive: «Siamo finalmente nel mare classico. Grandi fantasmi omerici si levano da ogni parte».
    “E COME l’esule torna
    alla cuna dei padri
    su la nave leggera:
    il suo cor ferve innovato
    nell’onda prodiera,
    la sua tristezza dilegua
    616nella scìa lunga virente:
    io così sciolsi la vela,
    coi compagni molto a me fidi,
    in un’alba d’estate
    ventosa, dall’àpula riva
    ove ancor vidi ai cieli
    erta una romana colonna;
    623io così navigai
    alfin verso l’Ellade sculta
    dal dio nella luce
    sublime e nel mare profondo
    qual simulacro
    che fa visibili all’uomo
    le leggi della Forza
    630perfetta.”
    Al ritorno da questo viaggio inizierà la stesura di Maia, un lungo poema autobiografico, in ventuno canti, intitolato Laus vitae che risulta  il primo libro de Le Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi in cui sono le raccolte poetiche della maturità di D’Annunzio.  Secondo il progetto iniziale dello scrittore le liriche dovevano essere divise in sette libri, quante sono le Pleiadi (Maia, Elettra, Alcione, Merope, Asterope, Taigete e Celeno), ma il Poeta riuscì a comporne solo cinque: Maia, Elettra, Alcyone (1903), Merope (1912) e i Canti della guerra latina (1914-1918). Il tono epico-celebrativo delle liriche appare come la trasfigurazione in poesia del mito della "Rinascenza latina" e del nuovo Rinascimento propri di quell’epoca.
    In particolare Maia costruisce la trasfigurazione in chiave eroica e leggendaria di quella crociera  con Edoardo Scarfoglio e degli altri amici ed in esso l'ideologia del superuomo, molto frequente nelle opere di d'Annunzio, caratterizza fortemente la forma e i temi trattati ispirati in particolare  ai testi scritti dal filosofo tedesco Nietzsche che contrapponevano alle idee cristiane di pietà, rassegnazione e uguaglianza i concetti dell'eterno ritorno, della volontà di potenza, del superuomo.
    Una volta raggiunta l’Ellade  il poeta immagina un suo incontro con Ulisse e ne fa il simbolo della volontà di potenza, del superuomo che sceglie l’avventura solitaria per mare.
    “Incontrammo colui
    che i Latini chiamano Ulisse,
    nelle acque di Leucade, sotto
    le rogge e bianche rupi
    che incombono al gorgo vorace,
    presso l’isola macra
    come corpo di rudi
     ossa incrollabili estrutto
    e sol d’argentea cintura
    precinto. Lui vedemmo
    su la nave incavata. E reggeva
    ei nel pugno la scotta
    spiando i volubili venti,
    silenzioso; e il pìleo
    tèstile dei marinai
    coprìvagli il capo canuto,
    la tunica breve il ginocchio
    ferreo, la palpebra alquanto
    l’occhio aguzzo; e vigile in ogni
    muscolo era l’infaticata
    possa del magnanimo cuore.”
     Si ravviva così nell’animo del Poeta il mito di Ulisse che, giunto a Itaca dopo mille peripezie, non si ferma e riprende di nuovo il mare, come era già stato trattato da Dante e da Pascoli.
    Dall’incontro immaginario e immaginato questa l’accorata invocazione fatta anche a nome degli altri amici:
    “O Laertiade„ gridammo,
    e il cuor ci balzava nel petto
    come ai Coribanti dell’Ida
    per una virtù furibonda
    e il fegato acerrimo ardeva
    “o Re degli Uomini, eversore
    di mura, piloto di tutte
    le sirti, ove navighi? A quali
    meravigliosi perigli
    conduci il legno tuo nero?
    Liberi uomini siamo
    e come tu la tua scotta
    noi la vita nostra nel pugno
    tegnamo, pronti a lasciarla
    in bando o a tenderla ancóra.
    Ma, se un re volessimo avere,
    te solo vorremmo
    per re, te che sai mille vie.
    Prendici nella tua nave
    tuoi fedeli insino alla morte!„
    Non pur degnò volgere il capo.
     
    Ulisse non li degna come visto di uno sguardo ma il Poeta non s’arrende e questo il suo grido non a nome dei compagni ma distinto, personale:

    “Odimi„ io gridai
    sul clamor dei cari compagni
    “odimi, o Re di tempeste!
    Tra costoro io sono il più forte.
    Mettimi alla prova. E, se tendo
    l’arco tuo grande,
    qual tuo pari prendimi teco.
    Ma, s’io nol tendo, ignudo
    tu configgimi alla tua prua.„
    Si volse egli men disdegnoso
    a quel giovine orgoglio
    chiarosonante nel vento;
    e il fólgore degli occhi suoi
    mi ferì per mezzo alla fronte.”
     
    Da questa sua invocazione, ecco che solo a lui Ulisse  lancia un folgorante sguardo “il fólgore degli occhi suoi mi ferì per mezzo alla fronte.” poi mentre lo stesso Ulisse si allontana:
     “Poi tese la scotta allo sforzo
    del vento; e la vela regale
    lontanar pel Ionio raggiante
    guardammo in silenzio adunati.”,
     si ha come uno sdoppiamento dello stesso Ulisse  in quanto D’Annunzio si identifica con lui  e si erge a protagonista del poema “e fui solo” che” a me solo fedele io fui, al mio solo disegno”:
     
    “Ma il cuor mio dai cari compagni
    partito era per sempre;
    ed eglino ergevano il capo
    quasi dubitando che un giogo
    fosse per scender su loro
     intollerabile.

    in disparte, e fui solo;
    per sempre fui solo sul Mare.
    E in me solo credetti.
    Uomo, io non credetti ad altra
    virtù se non a quella
    inesorabile d’un cuore
    possente. E a me solo fedele
    io fui, al mio solo disegno.
    O pensieri, scintille
    dell’Atto, faville del ferro
    percosso, beltà dell’incude!”
     
     Da qui inizierà per il “ novello Ulisse”, un Ulisside, questo viaggio sospeso fra mito e realtà, simbolo della volontà di viaggiare, sperimentare e scoprire tutto ciò che è possibile conoscere.
     L'io del poeta  è volto a inseguire ogni presenza sensibile e spirituale e trasforma il ricordo del viaggio  in un'avventura epica vissuta nel segno di Ulisse:
    “E contemplai, di contro
    a Same dai foschi cipressi,
    Itaca petrosa,
    il Nèrito aspro nudato,
    la patria angusta
    di quella incoercibile Forza.
    E veder parvemi il tetto
    securo, la soglia polita,
    le stanze purgate dai morbi
    con fumido solfo,
    le fanti dai cinti vermigli
    intente a forbir seggi e deschi
    con le spugne lor cavernose
    o a torcere i lor fusi
    versatili o a scardassare
    le lane, e la tarda nutrice
    Euriclèa che valse già venti
     tauri, e l’economa Eurinòme,
    e Femio il cantore, e nell’orto
    cinto di pruni Laerte
    curvo a rincalzare l’arbusto.”
     
     Da qui un crescendo per l’esaltazione della vita, delle bellezze della natura quel che è noto come il panteismo dannunziano :
    “Cipresso, e parvemi allora
    soltanto conoscer la tua
    meditabonda bellezza,
    commisto al palmite ricco,
    sul fianco dei colli silenti,
    su le correnti dell’acque,
    in contro al zaffiro sublime
    dei monti creati alle soglie
    dell’aria dal flauto di Pan!
    Oleandro, e allora t’elessi
    in riva ai ruscelli fiorito
    per inghirlandar la mia Musa
    che ama danzare e lottare,
    che tratta l’incudine e il sistro,
    che onora la grazia e la forza,
    che loda il pastore e l’eroe;
    t’elessi, oleandro, ti colsi
    per redimir le mie tempie
    di rose e d’alloro in un ramo.
    Non mai parso m’eri sì bello!
    E un altro da me canto avrai.”

    e della storia e del mito:
    Peregrinammo da Patre
     alla città santa d’Olimpia,
    al tempio di Zeus Cronide
    con chiusa l’offerta nel cuore.
    E tacita era la via;
    e il Sole inclinavasi all’onda
    occidua, con riaccesa
    divinità, Elio nomato
    per noi, Elio d’Eurifaessa.
    Ed eramo senza parola,
    tacenti, ma d’una celeste
    melodìa pieni il petto
    mortale. E talora dai monti
    aerei venivan messaggi
    per l’aere; e noi rendevamo
    l’orecchio, attoniti, ai suoni
    di Pan. Disse un de’ cari
    compagni: “Nel plenilunio
    che segue il solstizio d’estate
    la Festa ha principio„. S’udiva
    dietro a noi fragore di carri.

     
    “Era su la via santa
    la forza dell’Ellade, mossa
    da un ramo d’ulivo selvaggio!
    Era il fior della stirpe
    quadruplice, la concorde
    e discorde anima ellèna
    protesa verso il serto
    leggiere d’ulivo selvaggio!
    Ionii e Dorii, Eolii ed Achei,
    il sangue d’Atene di Sparta
    di Tebe d’Elice d’Ege;
    le genti insulari di Nasso
    di Sèrifo d’Andro, di tutte
    le Cicladi; e i potenti
    di terra lontana, i tiranni
    sicelii, i re di Cirene,
    i grandi oligarchi
     delle città di Tessaglia
    e quei di Metaponto di Velia
    di Sibari di Posidonia
    lambivan l’ulivo selvaggio!”
    Alfine per il  Poeta e per  i compagni ormai forgiati  “Ulissidi” varrà un solo e continuo  navigare  forti di questa esperienza “pronti a combattere, certi
    di vincere, in quanto “Vivemmo, divinamente
    vivemmo!”  nuovi e diversi lidi li attendono:
     
    “Ecco, noi sciogliamo le vele
    a dipartirci. Il periplo
    è compiuto. Navigheremo
    verso Messàna falcata,
    verso la vorace Caribdi.
    Da questa patria a un’altra
    patria ch’è pur sacra agli iddii
    veleggeremo, colmi
    di vita i precordii, spumanti
    e traboccanti d’ebrezza,
    pronti a combattere, certi
    di vincere, poi che apprendemmo
    a cantare il peana
    nelle acque di Salamina,
    nei piani di Maratona,
    e a correre dando l’assalto.
    Vivemmo, divinamente
    vivemmo! All’antica mammella
    ci abbeverammo, ancor piena.
    La bestia inferma uccidemmo
    nel nostro fango penoso.”

     
    E il Carme si chiude con le lapidarie parole  l'esortazione che, secondo Plutarco Gneo Pompeo diede ai suoi marinai, i quali opponevano resistenza ad imbarcarsi alla volta di Roma a causa del cattivo tempo:
    “Son qua, Ulissìde.„
     
     “Su, svegliati! È l’ora.
    Sorgi. Assai dormisti. Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga!
    Riprendi il timone e la scotta;
    ché necessario è navigare,
    vivere non è necessario.„
     
     
    …………………………………………………………..
     
    Fonti e riferimenti
    1) Gabriele D'Annunzio Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi,  Libro Primo - Maia, Milano, Fratelli Treves Editori,1908. Fonte: Internet Archive
    2) G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    3) I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella- da Internet
    4) Maia( Poesia-Wikipedia-da Internet
    5) Maia-Wikisource-da Internet
     
     

     
  • 03 maggio alle ore 9:27
    L'oro del Ticino

    Come comincia: Ma da dove arriva questo oro!?
     
    Così un tempo si favoleggiava: Vuole una prima leggenda, che sotto ad un “ramo” del Ticino, vi sia un tesoro lasciato da una popolazione ricchissima; questa, davanti ad un estinzione, decise di seppellire tutti i propri averi, in gran parte d'oro, sotto al letto del fiume, per permettere di salvarsi...; Questo tesoro, di tanto in tanto perde pezzi, dovuto alle inondazioni e continuo scorrere dell'acqua, lasciando così pezzi d'oro nel alveo del fiume...
    Altra leggenda tra le storie più popolari resta quella che racconta della costruzione di due tombe, nell’alveo del fiume  presso il Ponte, nelle quali furono deposti un re ed una regina sconosciuti e che dalla tomba della regina fossero fuoriusciti i suoi ori spargendosi nella sabbia del fiume.
    In realtà le cose stanno così:
     
     
    Fin dai tempi dei romani quasi tutti i corsi d’acqua che scendono dalle Alpi sono stati oggetto di ricerca dell’oro. Anche nel Ticino, come in tutti i fiumi pedemontani di Piemonte e parte della Lombardia, si può trovare oro. Dagli scritti di Plinio il Vecchio si desume che, già in epoca romana, circa 30 mila schiavi venissero impiegati nell’estrazione dell’oro nelle zone alluvionali e moreniche della bassa Gallia (l’area del Piemonte e Lombardia occidentale). Ne sono testimoni grandi discariche, ancora presenti nella zona. Nei giacimenti alluvionali, infatti, l’oro si presenta prevalentemente sotto forma di minute pagliuzze, di dimensioni difficilmente superiori al millimetro, anche se talvolta si possono rinvenire piccole pepite. Dopo l’epoca romana lo sfruttamento delle sabbie aurifere era gestito direttamente dalle Autorità del tempo e/o dato in concessione ad enti o operative locali.  Dall’interessante libro I tesori sotterranei dell'Italia. Le Alpi del 1873 di Guglielmo Jervis si hanno notizie interessanti circa le concessioni relativamente alla “pesca dell’oro” ( pagliuzze d’oro) relativamente al fiume Ticino:

    In tutto il fiume Ticino, dal Lago Maggiore al Po e relativa lanche, valli e martizze, esiste il diritto della pesca dei pesci e della sabbia a pagliuzze d'oro e d'argento ( oro argentifero) , e ciò per concessione del 1654 di Filippo IV re di Spagna, a favore del marchese Giovanni Pozzobonelli, diritto che già per sentenza del 1635 era dichiarato a favore della R. Camera. Al Pozzobonelli, per eredità e vendita, sono successi alla casa Clerici, i marchesi Arconati Visconti e Busca, il comune di Galliate ed il papa Urbano Crivelli, fondatore della soppressa abbazia di Santa Maria della Pace, in Magenta, ora dei nobili consorzi Crivelli.
    La competenza Clerici, consistente nella maggior parte di tutto il fiume, venne rivenduta ad enfiteusi perpetua a diversi, che ancora attualmente esercitano economicamente la pesca, e si estende dal Lago Maggiore al territorio di Galliate e Robecchetto con Induno, indi dopo Besate fino al Po.
    MARANO TICINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda destra, ossia piemontese.
    VARALLO POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze finissime nel fiume Ticino, sponda destra. - Scarsissimo.
    POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    OLEGGIO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, riva destra.
    GALLIATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    ROMENTINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    TRACATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra, presso il ponte di San Martino.
    Il comune di Trecate è proprietario del diritto della pesca dell'oro nel suo territorio e tale diritto è concesso in affitto.
    CERANO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    Anticamente la pesca dell'oro nel territorio di Cerano era riservata alla famiglia Lezzaldi.
    GOLASECCA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra o lombarda.
    SOMMA LOMBARDO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    VIZZOLA TICINO. Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    TURBIGO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    ROBECCHETTO con INDUNO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, presso il villaggio di Induno Ticino, riva sinistra.
    Il comune di Induno Ticino, soppresso nell'anno 1870, venne aggregato a Robecchetto.
    CUGGIONO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    BERNATE TICINO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La pesca sul territorio di Bernate Ticino è proprietà dei nobili consorzi Crivelli: sebbene ora di poca importanza pare che una volta fosse di gran lunga superiore, se sono esatte le informazioni date da Bossi. Questi riferisce che l'abbazia di Santa Maria della Pace in Magenta traeva dall'affitamento della pesca dell'oro nel Ticino uno dei suoi redditi principali - V. Mémoires de l'Académie impériale des Sciences de Turin, 1 ére Série, Tom. XIV. P. 270; Mémories Présentees, Turin, 1805.
    CASSOLNUOVO. - Oro nativo nel fiume Ticino, riva destra, piemontese.
    VIGEVANO. - Oro nativo nel fiume Ticino, sponda destra.
    ZERBOLO'. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda destra.
    TRAVACO' SICCOMARIO. - Oro nativo in pagliuzze ; di fronte all'isola della Costa, sotto Pavia nel fiume Ticino, presso il suo sbocco nel Po.
    BEREGUARDO. - Oro nativo in pagliuzze, nel fiume Ticino, sponda sinistra, presso i villaggi di Bereguardo, Pissarello e Zelata. - I comuni di Pissarello e Zelata vennero soppressi nel 1872 ed aggregati a quello di Bereguardo, come indicato.
    TORRE D'ISOLA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    CORPI SANTI DI PAVIA. - Oro nativo in pagliette finissime nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La metodologia di ricerca si basava sulla principale caratteristica fisica del metallo: l’elevato peso specifico. Il fiume, soprattutto nel corso delle piene, accumula sabbie aurifere nei punti dove la corrente perde di energia, in corrispondenza di anse e rientranze denominate “punte”, per il loro aspetto. Sono zone di sedimentazione, di solito localizzate lungo le sponde, a forma approssimativa di triangolo con il vertice rivolto a monte: proprio qui si ha il massimo accumulo aurifero. Nel Parco del Ticino, nel territorio di Varallo Pombia, sono conosciute le vie Aureofondine: antiche miniere d’oro a cielo aperto che si presentano oggi come degli enormi cumuli di sassi ammonticchiati, lungo un percorso di quasi due chilometri. La storia della ricerca dell’oro ha attraversato tutte le civiltà e le popolazioni che si sono insediate lungo il fiume. La ricerca sui fiumi avviene utilizzando una attrezzatura semplice: stivali di gomma e una “batea” (la “padella” del cercatore) che abbiamo visto in tanti film americani. Talvolta vengono impiegati anche setacci e una “canalina”: lo scopo di ogni attrezzo è sempre quello di eliminare la ghiaia e le frazioni più grossolane del sedimento. La batea è lo strumento principale per “saggiare” la sabbia aurifera; ha dimensioni e foggia che variano a seconda delle tradizioni in uso nei vari Paesi. La tecnica d’uso è semplice: una volta riempita di sabbia aurifera viene agitata in senso rotatorio, mantenendola a pelo d’acqua per favorire la graduale estromissione, in superficie, dei materiali più leggeri, trascinati fuori dall’acqua. Sul fondo si ottiene, dopo prolungati lavaggi, un sedimento scuro e pesante, dentro al quale si possono individuare le pagliuzze d’oro. La ricerca  è definitivamente conclusa nel secolo scorso, dopo tentativi di tipo industriale-speculativo compiuti da multinazionali estere anche se nel corso della seconda guerra mondiale cercatori locali avevano ripreso l’attività, abbandonata pochi decenni prima. Da uno dei siti internet del Comune di Motta Visconti si ricorda che in località Maina dietro un palazzotto tipo castello ancora esistente  c' era  Battiloro dove si lavorava l'oro estratto dalla sabbia aurifera del Ticino riducendolo in sottili fogli. Oggi la ricerca dell’oro alluvionale è una attività di tipo naturalistico-amatoriale; la “potenzialità” del Ticino è inferiore a una decina di grammi di pagliuzze per tonnellata di sabbia setacciata: non remunerativa per procedimenti di tipo industriale, ma fonte di emozioni, divertimento e soddisfazioni per i cercatori dilettanti. Qualcuno ha calcolato che il fiume trasporta nelle sue acque, ogni giorno, pagliuzze d’oro per un valore tra 5.000 e 10.000 euro, a seconda della portata delle acque. Pochi lo sanno, ma annualmente si tengono campionati mondiali di pesca all’oro, nei quali gli italiani si classificano abitualmente ai primi posti e il Ticino, nel 1997, è stato sede di una di queste competizioni.
    Questa nota oltre che personali conoscenze  nasce anche  da una parziale spigolatura tra note, notizie, pagine di libri trovate su Internet alle voci: “Oro del Ticino, Cercatori d’oro del Ticino, Oro del Ticino nella Storia, L’oro nella sabbia del Ticino, La ricerca dell’oro nel Ticino”.
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  • 03 agosto 2012 alle ore 17:34
    La Beata Veronica da Binasco e Sant'Agostino

    Come comincia: Riflessioni di ritorno a Binasco dopo un viaggio nel Nord Africa sulle orme di S.Agostino
    (Veronica e Agostino)
    Mario Capodicasa curatore di una edizione delle Confessioni  così ci presenta nella prefazione  la figura di Agostino “ La sua grandezza, come teologo, filosofo, mistico, scrittore, psicologo, è data dalla sintesi armoniosa e splendente delle sue doti,.... se rifletti bene e lo segui nelle sue speculazioni e nella sua dialettica ravvisi Aristotele, Atanasio; se ti invade il fiume della sua eloquenza ravvisi Cicerone, Crisostomo; se ti commuove la genuina parola del cuore che è sempre alta poesia ravvisi Pindaro, Virgilio; se riesci a penetrare nel suo cuore lo vedrai simile a  quello di Paolo, generoso come quello di Pietro”.
    Veronica da Binasco, al contrario, una delle tante figlie spirituali del Santo di Tagaste è una povera ed ignorante contadina: quali dunque i punti di contatto, quale il possibile raffronto tra questi due Santi tanto dissimili per origine, cultura e periodi storici?
     Il cammino di fede parte per entrambi da Milano: la Milano romana di Ambrogio per il primo, la Milano ducale di Lodovico il Moro per la seconda; protagonista di spicco Agostino, difensore della fede cristiana a Cartagine, la nuova Roma, missionaria nella Roma dei Papi Veronica; singolare poi il fatto che la Diocesi di Pavia ne conservi le venerate spoglie sottoposte entrambe a varie vicissitudini e peregrinazioni: da Ippona in Sardegna nel Logoduro e da qui  in S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia quelle di S. Agostino e, a pochi chilometri, nella Parrocchiale di Binasco quelle della Beata Veronica dopo la traslazione dal Convento agostiniano di Santa Marta in Milano.
    Generato a nuova vita e abbandonate le giovanili dissolutezze, dopo l’incontro in Milano con Ambrogio ed aver ricevuto  il battesimo, Agostino il novello presbitero e poi vescovo di Ippona, ritornato in patria, all’epoca del  nascente culto cristiano, organizza nel 411 d.C. il primo  dei concilii di Cartagine. Oggi, nell’odierna Tunisia, uno dei luoghi che lo videro indiscusso protagonista, le Terme di Gargilius, sono ridotte a  pochi ruderi e si nota solo qualche sbrecciata colonna a rompere l’ondeggiare di selve di gialli ranuncoli e di solitari papaveri di color scarlatto. Così doveva essere questo  luogo, lontano e a lei sconosciuto, secoli dopo anche ai tempi di Giovannina ma non dissimile, quale immagine, dall’odorante e fiorita campagna di Cicognola dove la fanciulla rendeva con il suo lavoro mena faticosa la vita dei genitori ed attendeva nel silenzio di realizzare il suo sogno: una chiamata misteriosa farsi monaca!
    Così nell’immaginario della mente ora, chiudendo gli occhi, confondendo i luoghi, il passato con il presente e il presente con il passato, e come se vedessimo Agostino passar lieve su quel campo e prendere per mano Nina. Per lei ignorante ma dalla fede genuina accanto alle parole di Cristo “ Ti benedico o Padre Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” non valevano forse per lei, ferma nella fede cattolica, le parole di Agostino per il  manicheo Fausto ? : “ E’ vero che, benché ignorante, poteva benissimo possedere la verità in materia religiosa, …………….”
     Monito anche per noi portati a giudicare il prossimo ed a valutarne i comportamenti in termini di fede e religiosità.
    Se poi, non volessimo cedere all’immaginazione e riaprendo gli occhi cancellassimo questa intima visione, dalla cronaca e  dalla storia sappiamo per certo che da Milano, come già  detto,  punto di partenza della conversione di Agostino, Nina si avvia alla vita religiosa e spirituale, iniziando proprio da un  Convento agostiniano, quello di S. Marta la sua missione di conversa questuante e poi di missionaria per le vie di Milano, Como, Roma.  Nella provincia romana del Nord Africa,allora il colto e dotto Vescovo Agostino, formatosi nelle scuole di retorica di Cartagine e di Roma, riduceva al silenzio e disputava con successo  grazie anche alla  sua arte oratoria ( Aurelius Augustinus poi Doctor Gratiae)  le tesi ed argomentazioni di manichei,  donatisti ed altri scismatici oppositori della fede cattolica, così  Veronica nel nome di Cristo e della verità  parlerà ai ricchi ed ai potenti del suo tempo  siano essi i Duchi di Milano, Lodovico il Moro e Beatrice d’Este  nonché  lo stesso Vicario del suo amato Cristo: Papa Borgia,  richiamando ora in Milano a più onesti comportamenti  la poco morigerata corte ducale  e poi a Roma sede dei Papi, lei, l’analfabeta contadina di Cicognola, con umili e tremanti parole, ma per Divina Provvidenza toccanti e persuasive, indicherà la strada della conversione al poco raccomandabile in termini di virtù e costumi Papa Borgia-Alessandro VI.
     Artefici entrambi della luccicante e sempre rinnovata, da nuovi mattoni e nuovi castoni, casa del Padre, cercheremmo invano di differenziare il loro contributo a questa edificazione: tra gli operai e gli artefici del Regno di Dio non esiste distinzione tra orafi e badilanti!
    Allora in Africa,  il demonio sotto le sembianze di scellerati e debosciati giovani  cartaginesi induceva il giovane Agostino ai piaceri della carne nei lupanari della città e lo conduceva alle frivolezze dei giardini delle Terme di Antonino, ora, sconvolto dalla angelica purezza di Veronica,  il diavolo le si presenta, nel buio di una piccola cella, nel suo più reale e bestiale aspetto e ne lacera, ne percuote, ne trafigge le povere e misere carni.
    Nonostante queste diaboliche torture e tentazioni,  sia per Agostino che per Veronica le porte degli inferi non hanno prevalso; nel sorgere a vita nuova del primo scorgi il segno della misericordia divina nei confronti del singolo peccatore,  nella sofferenza corporale di Veronica, intimamente connessa con il sacrificio della Croce, vi trovi il tributo individuale alla redenzione e alla remissione dei peccati dell’umanità. Quando pecchi e ti smarrisci Agostino ti dice che puoi risorgere, Veronica ti aiuta a risorgere!
     

     
  • Come comincia: LA METALLURGIA NEI GRANDI POEMI DELL’ANTICHITA’
     
    La nascita della metallurgia : la lavorazione dei metalli e l’uso dei metalli
     
     Il poeta latino Tito Lucrezio Caro ( 98-54 A.C.) nel suo De Rerum Natuta (13),  fedele al pensiero di Epicureo e partendo dall’analisi delle particelle minime ed indivisibili, gli atomi, ed  analizzando  i processi della conoscenza umana ed i meccanismi che presiedono ai fenomeni naturali, ci introduce, poeticamente nel Libro V alla nascita della metallurgia ed alla lavorazione dei metalli.:”Comunque sia, quale che fosse la causa per cui l'ardore/delle fiamme aveva divorato con orrendo fragore le selve/dalle profonde radici e aveva cotto a fondo col fuoco la terra,/colavano dalle vene bollenti confluendo nelle cavità della terra/rivoli d'argento e d'oro e anche di rame e di piombo./E quando gli uomini li vedevano poi rappresi/risplendere sul suolo di lucido colore,/li raccoglievano, avvinti dalla nitida e levigata bellezza,/e vedevano che erano foggiati in forma simile a quella/che aveva l'impronta dell'incavo di ognuno./Allora in essi entrava il pensiero che questi, liquefatti al calore,/potessero colando plasmarsi in qualsiasi forma e aspetto di oggetti,/e che martellandoli si potesse forgiarli in punte di pugnali/quanto mai si volesse acute e sottili,/sì da procurarsi armi e poter tagliare selve/ed asciare il legname e piallare e levigare travi/ed anche trapanare e trafiggere e perforare/.
     
    Le proprietà dei metalli
     
    Di seguito e sempre nel Libro V, Lucrezio mette in evidenza come, dopo la scoperta della metallurgia, gli uomini abbiano imparato a conoscerne subito  le caratteristiche e l’utilità:” E dapprima s'apprestavano a far queste cose con l'argento e l'oro/non meno che con la forza violenta del possente rame,/ma invano, poiché la tempra di quelli vinta cedeva,/né potevano sopportare ugualmente il duro sforzo./Difatti ‹il rame› era più pregiato e l'oro era trascurato/per l'inutilità, perché si smussava con la punta rintuzzata./”  ma, come mette in evidenza Lucrezio  i tempi cambiano :”/Ora è trascurato il rame, l'oro è asceso al più alto onore./Così il volgere del tempo tramuta le stagioni delle cose:/ciò che era in pregio, diventa alfine di nessun valore;/”…
     
     Usura e corrosione dei metalli
     
    L’osservazione di Lucrezio sui metalli e sul loro decadimento con specifico riferimento alla concezione atomistica delle cose, si fa ancora e più profonda ( Libro I) : qualsiasi sia la natura del metallo o della lega: oro, ferro, bronzo,  al pari delle pietre, tutto ciò,  con l’impiego e nel tempo,  si usura e si corrode senza che noi ne possiamo conoscerne il perché :“Per di più, nel corso di molti anni solari l'anello,/a forza d'essere portato, si assottiglia dalla parte che tocca il dito;/lo stillicidio, cadendo sulla pietra, la incava; il ferreo vomere/adunco dell'aratro occultamente si logora nei campi;/e le strade lastricate con pietre, le vediamo consunte/dai piedi della folla; e poi, presso le porte, le statue/di bronzo mostrano che le loro mani destre si assottigliano/al tocco di quelli che spesso salutano e passano oltre./Che queste cose dunque diminuiscano, noi lo vediamo,/perché son consunte. Ma quali particelle si stacchino in ogni/momento, l'invidiosa natura della vista ci precluse di vederlo./ “
     
    Riciclaggio
     
    Virgilio, nel Libro VII dell’Eneide, ci offre un saggio poetico sui riciclaggi del ferro e dell’acciaio: il nemico incombe e bisogna difendersi : attrezzi agricoli e mezzi per dissodare il terreno vengono rifusi e trasformati sotto forma di armi e di corazze: “ Cinque grosse città con mille incudi/ a fabbricare, a risarcir si dànno/ d'ogni sorte armi: la possente Atina,/ Ardea l'antica, Tivoli il superbo,/ e Crustumerio, e la torrita Antenna./ Qui si vede cavar elmi e celate;/ là torcere e covrir targhe e pavesi:/per tutto riforbire, aüzzar ferri,/ annestar maglie, rinterzar corazze,/ e per fregiar piú nobili armature,/ tirar lame d'acciar, fila d'argento./ Ogni bosco fa lance, ogni fucina/ disfà vomeri e marre, e spiedi e spade/ si forman dai bidenti e da le falci.”/
     
    Sfolgoranti descrizioni
     
    Omero (IX sec. A.C.),  nell’Iliade come nell’Odissea e parimenti Virgilio, nell’Eneide, quasi gareggiando tra di loro, ci offrono a profusione, “forgiando” indimenticabili versi, una sfolgorante descrizione di metalli in varie forme e dalle fogge e decorazioni le più diverse:armi, scudi, cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali;  per brevità  ci si dovrà  limitare solo ad alcuni rimandi: al lettore diligente la voglia ed il compito di dar seguito a personali approfondimenti.
     
    Gli scudi di Achille e di Enea
    Di seguito sono riportati i versi  che descrivono il lavoro di Efesto-Vulcano nell’atto di forgiare, su richiesta di Teti, la madre di Achille,  il nuovo scudo del Pelide dopo che quello indossato in sua vece da Patroclo era stato preda di Ettore a seguito dell’uccisione del fraterno amico.”Eran venti che dentro la fornace/per venti bocche ne venìan soffiando,/e al fiato, che mettean dal cavo seno,/or gagliardo or leggier, come il bisogno/chiedea dell'opra e di Vulcano il senno,/sibilando prendea spirto la fiamma./In un commisti allor gittò nel fuoco/argento ed auro prezïoso e stagno/ed indomito rame. Indi sul toppo/locò la dura risonante incude,/di pesante martello armò la dritta,/di tanaglie la manca; e primamente/un saldo ei fece smisurato scudo/di dèdalo rilievo, e d'auro intorno/tre ben fulgidi cerchi vi condusse,/poi d'argento al di fuor mise la soga./Cinque dell'ampio scudo eran le zone,/ (14 )
    Non da meno è l’abilità poetica di Virgilio, nell’VIII libro dell’Eneide, nel descrivere il lavoro dei Ciclopi, intenti nelle nere fucine etnee del dio Vulcano, a forgiare , su richiesta di Pallade-Atena, le armi di Enea: “Tosto che giunse: «Via, - disse a' Ciclopi -/ sgombratevi davanti ogni lavoro,/ e qui meco guarnir d'arme attendete/ un gran campione. E s'unqua fu mestiero/ d'arte, di sperïenza e di prestezza,/ è questa volta. Or v'accingete a l'opra/ senz'altro indugio». E fu ciò detto a pena,/ che, divise le veci e i magisteri,/ a fondere, a bollire, a martellare/ chi qua chi là si diede. Il bronzo e l'oro /corrono a rivi; s'ammassiccia il ferro,/ si raffina l'acciaio; e tempre e leghe/ in piú guise si fan d'ogni metallo./ Di sette falde in sette doppi unite,/ ricotte al foco e ribattute e salde,/ si forma un saldo e smisurato scudo,/ da poter solo incontro a l'armi tutte/ star de' Latini. Il fremito del vento /che spira da' gran mantici, e le strida/ che ne' laghi attuffati, e ne l'incudi/ battuti, fanno i ferri, in un sol tuono/ ne l'antro uniti, di tenore in guisa /corrispondono a' colpi de' Ciclopi,/ ch'al moto de le braccia or alte or basse/ con le tenaglie e co' martelli a tempo fan concerto, armonia, numero e metro/”
     
    Una profusione di oggetti metallici
     
    Poi in un crescendo di citazioni,  sia in Omero che in Virgilio, appaiono magnifiche descrizioni di: cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali: 
     
    Iliade
     
    Nel bel mezzo della battaglia tra Achei e Troiani, ecco intervenire in aiuto dei due schieramenti, alcune divinità armate di tutto punto ( Iliade-Libro V):“Immantinente al cocchio Ebe le curve/ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna/d'otto raggi di bronzo, e si rivolve/sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto/d'incorruttibil oro, ma di bronzo/le salde lame de' lor cerchi estremi./Maraviglia a veder! Son puro argento/i rotondi lor mozzi, e vergolate/d'argento e d'ôr del cocchio anco le cinghie/con ambedue dell'orbe i semicerchi,/a cui sospese consegnar le guide./Si dispicca da questo e scorre avanti/pur d'argento il timone, in cima a cui/Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre/pettiere; e queste parimenti e quello/d'auro sono contesti. Desïosa/Giuno di zuffe e del rumor di guerra,/gli alipedi veloci al giogo adduce./Né Minerva s'indugia. Ella diffuso/il suo peplo immortal sul pavimento/delle sale paterne, effigïato/peplo, stupendo di sua man lavoro,/e vestita di Giove la corazza/di tutto punto al lagrimoso ballo/armasi. Intorno agli omeri divini/pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,/che il Terror d'ogn'intorno incoronava/”
     
    Odissea
     
     Oro, argento, rame: questa l’offerta, segno dell’opulenza delle case di Ilio,  di un prigioniero troiano onde aver salva la vita  come descritto nel libro VII: “L'aggiungono anelanti i due guerrieri,/l'afferrano alle mani, ed ei piangendo/grida: Salvate questa vita, ed io/riscatterolla. Ho gran ricchezza in casa/d'oro, di rame e lavorato ferro./Di questi il padre mio, se nelle navi/vivo mi sappia degli Achei, faravvi/per la mia libertà dono infinito.”
    Sempre nello stesso libro:“Palagio chiara, qual di sole o luna,/Mandava luce. Dalla prima soglia Sino al fondo correan due di massiccio/Rame pareti risplendenti, e un fregioDi ceruleo metal girava intorno./Porte d'ôr tutte la inconcussa casaChiudean: s'ergean dal limitar di bronzo/Saldi stìpiti argentei, ed un argenteo Sosteneano architrave, e anello d'oro/Le porte ornava; d'ambo i lati a cui,Stavan d'argento e d'ôr vigili cani:/Fattura di Vulcan, che in lor ripose” … “Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo/Sedia d'argento borchiettata a lui/Pose, e l'affisse ad una gran colonna:/Poi la cetra vocale a un aureo chiodo/Gli appese sovra il capo, ed insegnagli/,Come a staccar con mano indi l'avesse.”
    Ecco, nel libro X dello stesso poema, la munificenza di oro, argento, bronzo, che arreda le maritali stanze della maga Circe dove Ulisse riprende le vigorose forze:“Bei tappeti di porpora, cui sotto/Bei tappeti mettea di bianco lino:/L'altra mense d'argento innanzi ai seggi/Spiegava, e d'oro v'imponea canestri:/Mescea la terza nell'argentee brocche/Soavissimi vini, e d'auree tazze/Coprìa le mense: ma la quarta il fresco/Fonte recava, e raccendea gran fuoco/Sotto il vasto treppié, che l'onda cape./Già fervea questa nel cavato bronzo,/E me la ninfa guidò al bagno, e l'onda/Pel capo mollemente e per le spalle/Spargermi non cessò, ch'io mi sentii/Di vigor nuovo rifiorir le membra./Lavato ed unto di licor d'oliva,/E di tunica e clamide coverto,/Sovra un distinto d'argentini chiovi/Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,/Mi pose: lo sgabello i piè reggea/.E un'altra ninfa da bel vaso d'oro/Purissim'acqua nel bacil d'argento/ “
     
    Eneide
     
    E non da meno, come descrizioni di opulenza e di splendori metallici, risultano questi vrsi tratti dal libro II dell’Eneide:Poscia che ciò come profeta disse,/ comandò come amico ch'a le navi/ gli portassero i doni, opre e lavori/ ch'avea d'oro e d'avorio apparecchiati/, e gran masse d'argento e gran vaselli /di dodonèo metallo: una lorica/ di forbite azzimine; e rinterrate/ maglie, dentro d'acciaro e 'ntorno d'oro/, una targa, un cimiero, una celata,/ ond'era a pompa ed a difesa armato/ Nëottòlemo altero”.
     
     
     
     
     
     
     
    CONCLUSIONI
     
    La letteratura della classicità greco-latina, come messo in evidenza,  offre un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.
     
     BIBLIOGRAFIA
     
    1) G. Casarini :” Riferimenti ad arti e mestieri alchemici metallurgici nella Divina Commedia: Fabbri e Ferraioli”-28° Convegno Nazionale A.I.M.-Milano Novembre 2000-Atti-Vol.2-pagg 635-541
    2) G.Casarini:” Metallurgia e scienza nei gironi danteschi”-Civiltà degli Inossidabili-Ediz. Trafilerie Bedini-Dic.1992
     
    3) G. Casarini:” Dante Alighieri e la Metallurgia”- Pianeta Inossidabili-Ediz. Acciaierie Valbruna-Giu.1995
    4) G. Cozzo:” Le origini della metallurgia-I metalli e gli dei”-Editore G.Biardi-1945 Roma
    5) E. Crivelli:” La metallurgia degli antichi”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1913 Torino
    6) I. Guareschi :”Storia della Chimica-I colori degli antichi”- ”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1905 Torino
    7) A. Uccelli-G.Somigli:”Dall’alchimia alla chimica-Storia della Metallurgia e delle lavorazioni meccaniche nel medio-evo”-Enciclopedia storica delle scienze e loro applicazioni”-U. Hoepli Editore-Milano
    8) Esiodo: “ Le opere e i giorni”-Trad. G. Arrighetti-Ediz.Garzanti-1985
    9) Ovidio:” Metamorfosi”-Ediz.varie
    10) Tibullo: “Elegie”_Ediz.varie
    11) Virgilio:”Eneide”-Trad.A.Caro-Ediz.varie
    12) Virgilio: “Bucoliche”-Trad. L.Canali-Fabbri Editori
    13) Lucrezio: “De Rerum Natura”
    14) Omero: “Iliade”-Trad. V.Monti-Ediz.varie
    15) Omero: Odissea”-Trad.I.Pindemonte-Ediz.varie
    16) T. Tasso: “ La Gerusaleme Liberata”-Ediz. varie
    17) L. Ariosto: “ Orlando Furioso”-Ediz.varie
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
  • Come comincia:

    RICHIAMI DI METALLURGIA NELLA LETTERATURA

     

     

    G. Casarini-Binasco (MI)

     

     

     

    RIASSUNTO

     

    “ Fragile è il ferro allor ché non resiste/di fucina mortal tempra terrena/
    ad armi incorrottibili ed immise/d'eterno fabro)….”

    T. Tasso ( Gerusalemme Liberata-Canto VII-vv )

     

     

    “Ecco Rinaldo con la spada adosso/a Sacripante tutto s'abbandona;/
    e quel porge lo scudo, ch'era d'osso/,con la piastra d'acciar temprata e buona./

    L. Ariosto ( Orlando Furioso-Canto II)

     

     

    La scoperta dei metalli, delle leghe metalliche e il loro uso, dall’età del ferro all’era moderna, quella degli acciai inossidabili e delle superleghe, hanno accompagnato ed accompagnano  l’evoluzione e la storia dell’umanità nonché il suo modo di vivere. Nella pratica quotidiana, per limitarci al loro impiego in casa, in ufficio e nei  mezzi di trasporto, i metalli, sotto forma di oggetti e di manufatti, i più disparati, ci sfiorano e  ci sono a portata di mano anche tale continua  familiarità lo fa spesso dimenticare e porta alla ingrata indifferenza.  Tuttavia non solo nella praticità e nel campo della scienza e del mondo industriale  ma anche nel campo delle arti i metalli hanno dato e danno direttamente  un significativo contributo all’appagamento di altri  bisogni e necessità  dell’uomo, quelle dell’estetica e del bello: basti pensare alle statue bronzee della antichità classica ed alle moderne sculture in acciaio inossidabile. Indirettamente, e questo è il tema di questo excursus, vedremo come sempre  nel campo degli appagamenti culturali e dello spirito i metalli abbiano offerto ed offrano immenso materiale nel campo della letteratura. Spaziando in questo campo, dall’antichità ai tempi nostri è facile riscontrare, punto di riferimento la  Divina Commedia, nella quale sono state evidenziate e commentate a suo tempo le innumerevoli terzine con  riferimento ai metalli, come gli stessi metalli non siano sfuggiti alla penna di storici, pensatori e poeti per evocare immagini, suggestioni, riflessioni degne della nostra attenzione. Nella presente memoria, data la vastità dell’esplorazione, il campo di indagine è stato confinato  alla classicità greco-romana. Vedremo come questa, attraverso i versi di Esiodo, Omero, Ovidio, Lucrezio,Virgilio e Tibullo,  offra un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.

     

     

     

     

    PAROLE CHIAVE

     

    Esiodo, Opere e Giorni, Omero, Iliade, Odissea, Ovidio, Metamorfosi, Tibullo, Virgilio, Eneide, Bucoliche, Lucrezio, De Rerum Natura. 

     

     

    INTRODUZIONE

     

    Fluit aes rivis aurique metallum, vulnificusque chalybs vasta fornace liquescit ( Scorrono a ruscelli il bronzo e l’oro, l’acciaio atto a ferire si liquefa nel vasto forno): questo frammento di un famoso distico tratto dall’Eneide virgiliana ,  risulta impresso, quale motto, sulla moneta etrusca raffigurante Vulcano, il dio dei metalli, adottata come stemma dall’Associazione degli Industriali Metallurgici, primo atto di quella che sarà in seguito l’Associazione Italiana di Metallurgia ed è apparso per la prima volta nel numero di settembre del 1917 della nostra rivista La Metallurgia Italiana a testimonianza del connubio che sempre dovrebbe ricercarsi tra  scienza ed arte.

    A partire da tale frammento,  già citato a suo tempo nelle ricerche su Dante, i suoi mentori e la Divina Commedia (1-3) cercheremo di scoprire, con riferimento alla classicità greco-latina, le  immagini, le  suggestioni e le riflessioni che i metalli hanno evocato e prodotto nei versi dei poeti di quel tempo antico. Tale breve ricerca, oltre che sprone per i giovani cultori della metallurgia ad una più approfondita ricerca in questo campo, vuole rendere un modesto omaggio a tutti quegli studiosi che in passato non hanno disgiunto l’amore della scienza con quello della letteratura, primo fra tutti l’Ing. Giuseppe Cozzo e poi: E. Crivelli, A. Uccelli, G. Somigli e I. Guareschi (4-7)

     

    I METALLI COME SIMBOLISMO: TRA DEI, MITO E LEGGENDA

     

    L’antropologia moderna analizzando la preistoria e la protostoria dell’umanità, classifica la sua evoluzione attraverso le seguenti età: età della pietra ( paleolitico, mesolitico, neolitico), età del bronzo e età del ferro in funzione della natura dei primi utensili impiegati dall’uomo e dalla cronologia della scoperta e dell’uso dei metalli. Anche nell’antichità seppure strettamente legata a superstizioni, suggestioni di interventi divini tra miti e leggende varie, l’importanza dei metalli, come fattori di progresso, era già stata fortemente sentita e percepita nonché tradotta anche in componimenti epici o liriche nostalgiche ed accorate.

    Inizialmente, sia nel  mondo greco e poi in quello latino, al pari della visione biblica dell’Eden o Paradiso terrestre, la prima fase della storia dell’umanità veniva confinata nell’età dell’oro, età ove regnano pace e serenità, seguita poi, come punizione divina, a periodi di guerre e di discordie: metalli sottratti all’aratura dei campi e trasformati in armi letali.

     

    Classicità Greca

     

     Per primo, Esiodo, epico greco della fine dell’VIII sec. A.C., nelle “Opere ed i giorni” (8) enumera cinque età del mondo, fondate proprio sull’uso dei metalli, ed nelle quali si sarebbero avvicendate altrettante “specie umane”, o in altre parole, altrettanti stadi della civiltà. La prima detta “età dell’oro” in cui vecchiaia, preoccupazioni ed affanni della vita erano stati risparmiati agli uomini e dove il suolo fertilissimo avrebbe offerto spontaneamente erbe e frutta in abbondanza. A questa sarebbe seguita la stirpe “ dell’età dell’argento” distrutta da Zeus per la pochezza della sua intelligenza e per il disprezzo verso gli Dei; terza “l’età del bronzo”, vigorosa ed indomabile e dal cuore duro conclusasi tra lotte tremende e crudeli.Ad esse seguiranno una quarta, come fase di transizione, per poi ultima “l’età del ferro”, quella in cui visse il poeta, piena di sofferenze, di miserie, di delitti e di empietà.“Prima una stirpe aurea di uomini mortali/ fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore...come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,.. il suo frutto dava la fertile terra../Come seconda una stirpe peggiore assai della prima,/argentea, fecero gli abitatori delle olimpie dimore,..vivevano ancora per poco, soffrendo dolori../né gli immortali venerare volevano,/ né sacrificare ai beati sui sacri altari,../ Zeus padre una terza stirpe di gente mortale/fece, di bronzo, in nulla simile a quella d'argento,..di bronzo eran le armi e di bronzo le case,/col bronzo lavoravano perché il nero ferro non c'eradi nuovo una quarta, sopra la terra feconda,/fece Zeus Cronide, più giusta e migliore,/di eroi, stirpe divina, che sono detti semidei, …/combattendo per le greggi di Edipo,…./là il destino di morte li avvolse;/ma poi lontano dagli uomini dando loro vitto e dimora/il padre Zeus Cronide della terra li pose ai confini./…Zeus, poi, pose un'altra stirpe di uomini mortali/dei quali, quelli che ora vivono.../perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno/cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte,/affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi.”

     

    Classicità Latina

     

    A quella medesima e felice età dell’oro ricordata da Esiodo si richiameranno più tardi anche  i poeti elegiaci latini. In particolare, Ovidio ( 43 A.C.-18 D.C.)  nel Libro I delle Metamorfosi sembra ripercorre, descrivendo le varie età dell’evolversi dell’umanità , gli stessi versi e le stesse evocazioni dell’epico greco: “Per prima fiorì l'età dell'oro, che senza giustizieri/o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine./………non v'erano trombe dritte, corni curvi di bronzo,né elmi o spade: senza bisogno di eserciti,la gente viveva tranquilla in braccio all'ozio/Quando Saturno fu cacciato nelle tenebre del Tartaro/e cadde sotto Giove il mondo, subentrò l'età d'argento,/peggiore dell'aurea, ma più preziosa di quella fulva del bronzo./…….Terza a questa seguì l'età del bronzo: d'indole/più crudele e più proclive all'orrore delle armi/,ma non scellerata. L'ultima fu quella ingrata del ferro./E subito, in quest'epoca di natura peggiore, irruppe/ogni empietà; si persero lealtà, sincerità e pudore,/e al posto loro prevalsero frodi e inganni,/”.  (9)

    Tibullo ( 55-18 A.C.) nel suo accorato carme” In terre sconosciute” mette anch’egli a confronto il suo periodo e lo spensierato periodo di un tempo antico: l’umanità viveva in un mondo idilliaco, senza pericoli,  animali e piante elargivano doni  in abbondanza ed il metallo non era stato ancora forgiato sotto forma di armi dedite alla morte.“Com'era felice la vita sotto il regno di Saturno,/…nessuna casa aveva porte e/…Stillavano miele le querce/e spontaneamente le agnelle/gonfie di latte offrivano le poppe/…Non c'era esercito, né rabbia, guerre/o un fabbro disumano/che con arte crudele foggiasse le spade.”  ( 10 ).

    Anche Virgilio (70-19 A.C.),  nell’Eneide (LibroVIII), ricorda come Saturno e la sua età dell’oro abbiano influenzato la nascita della civiltà nel Lazio, civiltà poi degradatasi progressivamente:”Saturno il primo fu che in queste parti/ venne, dal ciel cacciato, e vi s'ascose/ E quelle rozze genti, che disperse/ eran per questi monti, insieme accolse/ e diè lor leggi: onde il paese poi /da le latèbre sue Lazio nomossi. Dicon che sotto il suo placido impero/ con giustizia, con pace e con amore si visse un secol d'oro, in fin che poscia/ l'età, degenerando, a poco a poco/ si fe' d'altro colore e d'altra lega. ( 11)

    Tema dell’età dell’oro ripreso poi dallo stesso Virgilio in  una sorta di profezia messianica, anche nelle Bucoliche ( IV Ecloga) :”O Muse sicule, cantiamo poesie più elevate: non a tutti piacciono gli arbusti e le basse tamerici;/se cantiamo i boschi, siano boschi degni di un console. /E' giunta l'ultima età / di nuovo nasce un grande ciclo di secoli e già torna la Vergine, tornano i regni di Saturno, già una nuova generazione viene fatta scendere dall'alto cielo./Tu, casta Lucina, sii propizia al bambino  che sta per nascere / al tempo del quale inizierà a scomparire la generazione del ferro/ e in tutto il mondo sorgerà quella dell'oro; il tuo Apollo regna già./”(12).