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in archivio dal 02 lug 2012

Giuseppe Gianpaolo Casarini

25 aprile 1940, Milano - Italia
Mi descrivo così: Vecchio Chimico Industriale Corrosionista Pensionato Interessi per Storia-Arte-Letteratura-Viaggi-Teologia

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  • 23 agosto alle ore 11:17
    Un sogno

    Notte di san Lorenzo
    una panchina del parco
    lì riposa sotto la luna
    un mendico e guarda
    le stelle e una caduta
    dal cielo attende una
    e solo un desiderio
    da inviare in alto uno
    invano che solo nel sogno
    sorridendo quella sperata
    stella vi vede e nel sogno
    presto appagato quel desiderio 
    d’amore sì un bacio d’amore 
    sul sognante cade una foglia
    e dolcemente lo sfiora sul viso
    è rotto cosi il sogno svanisce
    quel bacio suo sperato d’amore
     
     

     
  • 11 giugno alle ore 18:35
    Zibaldone: erbe, sapori e altro

     
    Haiku 05-06-20
     
    Rosa aulenta
    Come disse un poeta
    Segno d’amore
     
    Haiku 01-06-20
     
    Malva in fiore
    A ascessi dentali
    Pronte tisane
     
     
    Haiku 02-06-20
     
    Il rosmarino
    A arista in forno
    Dona sapore
    ……………………………
     
    Haiku 03-06-20
     
    Menta selvaggia
    A arsura violenta
    Bibita fresca
    ……………………………………….
     Haiku 07-06-20
    Basilco v’è
    Lento cuoce il ragù
    Foglia laggiù
    ……………………………………..
     Haiku 08-06-20
     
    Origano qui
    Pizza mozzarella
    Ride il ghiotton
    ………………………
    Haiku 04-06-20
     
    Foglie d’alloro
    Vi passa un poeta
    Serto d’onore
    ……………………………
     

     
     

     
  • 07 giugno alle ore 10:08
    Qual tiglio in fiore

     
    Il tiglio che quando di foglie
    adorno è ed i rami carichi sono
    di profumati fiori e  gioioso
    l’aria delizia con effluvio dolce
    tanto felice che di pianto sgorgan
    al suol cadendo resinose gocce
    così  sovviene pure al viver nostro
    quando a chi si ama mandian  sorrisi
    e baci e nel momento la felicità è rotta
    poi da calde nostre lacrime d’amore
     

     
  • 28 maggio alle ore 11:33
    Oggi del poetar il foglio è bianco

     
    Guardo oggi quel che mi circonda
    e confuso son tra verità e falso
    quel che il verde dice essere
    buono il rosso e il socio poi sicuri
    gridano forte  è la peggior cosa
    l’azzurro balbetta e il suo dire
    sull’argomento ecco non s’intende
    anch’io vorrei dir come la penso
    ma poi qual è il punto di riferimento?
    Così oggi il foglio del poetar mio
    rimane  bianco che invan la mente
    il vero cerca per cui il calamo non verga
     

     
  • 19 maggio alle ore 10:10
    Momenti

     
    Sì era l’alba
    Già morivan le stelle
    Un giorno nuovo
    Scende la sera
    Una voce chiama
    Ride la bimba
    Spunta la luna
    Si accendon le stelle
    Luci nel buio
    Sen va il sole
    Or attendo la notte
    Pace sovvien
     

     
  • 12 maggio alle ore 11:53
    Dell'erba cipollina i fiori

     
    Vita ha presa quell’erba
    cipollina nel tondo vaso
    lì da anni e da tempo
    trascurato che vi sono
    sbocciati dolci fiori,
    son sfere piumose lilla
    rosate lì in cima poste
    su lunghi sottil steli 
    che paion  pon pon da man
    fatate modellati e all’aria
    al ciel e al sole regalati
     
     

     
  • 07 maggio alle ore 21:39
    Guardando i tigli

     
    Gli alti tigli che a febbraio ancora
    al cielo tendevano i lor nudi spogli
    moncherini sofferenti rami che in coro
    pietà al passeggero parevano implorare
    da larghe primaveril foglie ampie
    verdeggianti chiome lì si offrono
    alla vista in questi primi giorni
    maggiolini e orgoglio e vanto or son
    spente le nudità delle odorose piante,
    pur io al ciel tendevo in febbraio
    le mie mani cariche d’anni e di dolori
    ma in questo maggio non sono rinverdite
    e non riverdiranno nel tempo prossime
    a morire e nell’attesa non so quanti
    i giorni i mesi gli anni ancor potranno
    al ciel levarsi e le persone amate
    ancora abbracciare e piano accarezzare!
     

     
  • 05 maggio alle ore 9:43
    Fiori e fiori

     
    La natura e la sua giovane figlia
    Primavera addolorate per il pestifero
    flagello che la terra  tutta addolorava
    si dissero congiunte addormentati quest’anno
    dobbiam teneri i fiori che anch’essi
    turbati non sian poi da lutti da dolori,
    poi dopo un po’ di pensamento perché
    non rallegrare le umane sofferenti genti
    con essenze odorose e con tripudio di colori?
    Prime risposero all’appello se pur timide
    le primule le margherite poi i ranuncoli
    le viole e la forsizia di presso in un seppur
    lento crescendo alla luce si affacciarono
    altri e altri fiori: narcisi giacinti calle
    selvatiche e mughetti ed altri poi ancora,
    infine dai baci  amorevoli della Primavera
    risveglio presero e vita la lunaria le eriche
    gli iris ed i gerani variopinti rossi bianchi
    rosa tenero arancione e così in questo coro
    e effluvio di profumi e di colori nei tristi
    questi che viviam momenti un poco alla mente
    riposo vi sia e all’animo di dolcezza un poco!
     

     
  • 30 aprile alle ore 9:42
    La pianta della miseria

     
    Ben ricordo chi il nome le diede
    in un tempo lontano passato
    or la vedo rinverdita anzitempo
    questa pianta e il suo fiore
    tra il verde spuntato par
    forier oggi  di tristi futuri
    momenti e a rimandar a pagine
    antiche peste carestia di pane
    mancanza sotto il cielo di Lombardia!
     
     
     
     

     
  • 28 aprile alle ore 9:46
    Fior palla di neve

    Solitario il vecchio guarda:
    Il viburno palla di neve
    E’ rifiorito e adorno si
    Mostra in questi d’april
    Giorni di sferici perfetti
    Bianco fiori che per forma
    Bellezza ed eleganza gareggian
    Con le ortensie, bianco fior
    Che da primavera alla bianca
    Stagion riporta e a ricordi lontan
    Quando da fanciulli in guerresche
    Tenzon l’aria fendevan nivee palle:
    Il vecchio rivede e si commuove!

     
  • 25 aprile alle ore 22:00
    Una vecchia vietnamita

    Guardo le mie calle selvatiche
    dalle verdi rigogliose foglie
    ritornate dopo l’invernal sonno
    al sole a dar saluto e il ricordo
    corre là al delta vasto del Mekong
    alle sue rive lì dove altre calle
    a queste mie sorelle vision dan
    lussureggiante e bella e lì ecco
    una vecchia vietnamita che curva
    con il macete di lor netto ratta
    ne taglia i robusti steli lunghi
    che al sol poi a seccar lascia
    e infin con mani rapide e sapienti
    giri ad intrecciarvi va fini canestrelli
    e altro ricordo a me amar ritorna
    altro fiume il mio Ticino azzurro
    altri vecchi quei nonni di mio padre
    con l’acqua nemica alle ginocchia
    altri giunchi recisi altri canestrelli

     
  • 24 aprile alle ore 9:42
    I piumosi frutti del tarassaco

     
    Lì due frutti piumosi del tarassaco
    solitari mentre solo li guardo sembra
    mi vogliano parlare e dire dove oggi
    la bimba tua, tua nipote, che allegra
    i soffion soffiava e all’aria al cielo
    in alto si disperdevan tra di lei di
    gioia grida quei sottil piumosi pappi?
    Ed io a quelli lontani siam oggi qual
    prigionieri in divere case e non so se
    mia nipote altrove sorridendo altri soffion
    abbia soffiato ma se saprò vi dirò domani
    che ora a lei pensando mi velo di tristezza.

     
  • 21 aprile alle ore 8:04
    L'albero di Giuda

     
    Potato fu a novembre
    qui l’albero di Giuda
    spogliato dei suoi
    rami e oggi ad april
    al cielo offre quei
    moncherini,non foglie
    e là sulla corteccia
    nuda del materno tronco
    grappoli isolati di lillà
    violacei fiori,da tal
    fiorire e da tal color
    purpureo ecco nel tempo
    leggende e pie credenze
    di Cristo il tradimento
    e la passione far memoria.
    Or in questi moncherini
    l’animo mio vi vede braccia
    mutilate tronche e sanguinanti
    per i tanti amici nostri morti
    e sofferenze e noti tradimenti
    che dal Verbano al Garda
    spalancate son alla speranza
    sì che dopo la passion segno
    son forte di resurrezione: quel
    risorger per la Lombardia mia
    come lo fu per Cristo a vita nuova!
     

     
  • 19 aprile alle ore 9:32
    Oggi le viole son rimaste sole

     
    Quest’anno é il duemilaeventi
    Si offre all’animo e alla vista
    Una strane e ben diversa primavera
    Regna nel paese nostro in Italia
    Un morbo che semina morte e che invita
    A star tra di noi lontani e serrati
    Nelle case così anche ne risenton
    I fiori da noi amati e la natura,
    Si son sole le viole lungo la riva
    Lì del fossato quel loro profumo
    Sì dolce ancor nell’aria olezza
    Ma fiori son che invan oggi degli
    Amanti attendon le carezze care
    Quella man che coglie il delicato
    Gesto quel bel mazzolin in dono
    Lontan svanito è l’amorevol tra
    Di lor abbraccio come quando lor
    Nel tempo a primavera andavano
    Tra il verde fresco a cercare quei
    Bei al sol nascenti profumati fiori:
    Oggi il crudel quel maledetto virus
    l’un tien tanto  lontan dall’altra:
    E così povere viole son rimaste sole!
     
     

     

     
  • 16 aprile alle ore 11:30
    Mancan

     
    Vince per ora il morbo letal
    Che a temporanea resa ci costringe
    Nella battaglia dell’usual
    Viver nostro  quotidiano
    Per molti poi e tanti nella chiusa
    Casa solo la solitudine è qui
    A far da compagnia e corre il pensiero:
    Che alla vecchina manca la messa
    Mattutina ai bimbi quei correr
    Gioiosi nei giardini al giovane
    Della lontana fidanzata un bacio
    E a  noi tutti noi qualcosa manca
    Diverso e diverso tanto per ciascuno
    Un incontro un sorriso una cosa altro
    che la mano è in attesa domani di trovare
     

     
  •  
     
     
    In queste ore mesi che il feral
    morbo infetta e semina la morte
    oggi per dar un poco l’addio
    alla tristezza un po’ di musica
    all’animo ho fatto respirare
    e mentre degli Indios Tabajaras
    la chitarra ritmava il dolce
    suono non so perché la mente
    è corsa ad una lontana spiaggia
    romagnola due ombrelloni il mio
    e lì vicino quello di una signorina
    milanese lei impiegata e io da poco
    chimico dottore poche nei giorni
    le parole buongiorno buon appetito
    buonasera e qualche scambio solo
    di alcune informazioni personali
    del fidanzato mi disse un ingegnere
    di un paese marchigiano qui vicino,
    ricordo sì ricordo poi come particolare
    un pomeriggio nessun ancora sulla
    spiagga mi si avvicinò si tolse
    la parte alta del costume e piano
    disse mi può  un poco la crema
    mia antisolare qui spalmare
    confuso un po’ vero impacciato
    diedi con man tremante l’inizio
    alla operazione di lì a poco
    mi sorrise anch’io sorridente
    risposi a quel sorriso al soffio
    di garbino lasciai di indovinare
    quali allora i di noi pensieri.
     

     
  • 12 aprile alle ore 8:40
    Una Pasqua particolare

     
    Quest’anno una Pasqua particolare
    da lontano e distanti particolari
    auguri che a quel suon festante
    a quell’allegro scampanio di Cristo
    Risorto annunciazione in qualche
    dove si muterà quel suono in triste
    annuncio che molte anime lì sono
    solitarie sole volate lassù in cielo
     
     

     
  • 10 aprile alle ore 10:04
    Qual rami dell'animo

     
    Muove il vento del giovane oleandro
    i rami che par come gradire questo
    cullante dondolio pur io vorrei
    in queste tristi ore tante le morti
    immense  sofferenze che il virus
    dona che la mente mia un poco
    almeno muovesse dondolasse e cullasse
    quei miei tristi pensier rami dolenti
    di un animo qual pianta triste e sofferente
    e per un poco almeno facesse addormentare
     

     
  • 07 aprile alle ore 14:33
    La natura oggi invita alla speranza

     
    All’inizial concerto dei biancofior del pruno
    del melo cotogno i rosso delicati e del giallo
    dei ranuncoli e di quelli giallo corolla bianchi
    delle margherite voce danno al floreal coro
    che festeggia il marzolino ingresso nella stagion
    che di colori i prati indora i vivaci variopinti
    tulipani e i giaggioli intensi viola dal profumato
    fiore così del canto dei cantor l’armonia che nasce
    nell’aria ammorbata dal pestilenzial vile flagello
    qui alta di gentile olezzo sale di speranza segno recando
    del quotidian perduto viver e antico al ritornare
     
     

     
  • 03 aprile alle ore 14:47
    Gli Alpini di Bergamo

    Una montagna avevan da scalare
    Per dar soccorso a amici
    Sofferenti non alta la vetta
    In pianura addirittura lì
    Dove negli anni gente
    Accorreva per fieristiche
    Manifestazioni non su
    Innevati crepacci gli
    Amici da salvare che poco
    Lontano questi giaccion
    In letti d’ospedali non
    Picozze ramponi corde
    Chiodi corazzati nell’opra
    Ardua di soccorso ma divisori
    Mura pareti azion da carpentieri
    Cavi elettrici idrauliche
    Condotte e letti e poi  letti
    Casse scatoloni per medical
    D’ossigenoterapia pestazioni
    Così le orobiche gloriose
    Pennenere bocia e anziani
    Con improba fatica al viso
    Mascherine al virus protettive
    Han vinto la battaglia
    Completata in breve tempo
    La scalata lì posta la bandiera
    Un magnifico ospedale
    Una vetta preziosa dove fioriscon
    Altre più belle stelle alpine
    Che fioriscon lì dentro
    Medici infemiere barellieri
    Pronti a sbocciar svelti
    Al suon delle sirene
    Bergamaschi Alpini per
    Voi l’Italia sugli attenti!

     
  • 29 marzo alle ore 12:20
    Non leggono né sentono

    I gialli ranuncoli e le margheritine
    Tra l’erbe verdi del giardino mio
    Aprendo al sole gli occhi loro
    Fioriscono lieti quel verde punteggiando
    Lor non leggono i giornali né telegiornali
    Sentono né suon di sirene o campane a morto
    Che nei giorni nostri dicon  di dolore
    Compito loro dar é l’annuncio della primavera
    Ed esultar tra giardini boschi e campi.

     
  • 12 marzo alle ore 12:19
    Illusion senile

     
    Appoggiato al suo bastone lento cammina
    il vecchio a cercar nel tempo vecchie
    strade quando la gioventù gli sorrideva
    sotto un albero fronzuto ferma il passo
    guarda le verdi foglie che il vento muove
    e quel dondolar fa agitar e la mente scuote
    là in fondo: una casa un cortile una fontana
    e un bianco sentiero tante tante volte corso
    e lui giovane con veloce corsa ancor lì pronto
    a riabbracciar persone amate e antiche cose
    ma dalla man il baston gli cade così la mente
    si ridesta e a quel tronco ei triste s’appoggia
     
     

     
  • 06 marzo alle ore 15:11
    La barca dei desideri

     
    Deluso dagli approdi scelti noti
    che sicuri ritenevo nel passato
    questi ultimi miei pochi desideri 
    ad una nave anonima senza nocchiero
    ho da oggi per il futuro qui imbarcato
    lasciando così all’onde  al mare al caso
    quella sua ignota a me destinazione,
    or in attesa son di questo porto
    sconosciuto con la speranza che
    tali desideri come quelli tanti
    d’allora agognati non vadan poi perduti
    o pegggio ancor dal mare soffocati
     
     

     
  • 10 febbraio alle ore 12:18
    Nella giornata del Ricordo

    A ricordar profughi italiani
    Chi  oggi contro il padan si scaglia
    immemore a suo dir d’amor pietoso
    al povero  migrante straniero fuggitivo
    vilmente un dì gridò contro di voi violento
    tu qui non devi giammai no mai entrare: 
    profugo eri  dalmata e istriano quale
    poi la sì grave  colpa tua essere italiano
    e voler nella Patria tua essere accolto
    per schiavo non essere più alla mercé
    di quei bruti  compagni titini comunisti
    or a voi volge in questi dì il pensiero
    cari fratelli dalmati giuliani e istriani
    e a un tempo i vostri nidi Parenzo
    Pola Zara Fiume tanto e pur lontani
    ma al cuor nel ricordo sì tanto vicini
     
     

     
  • 06 febbraio alle ore 11:35
    Meglio dolce tepor d'amore

     
    L’ardore nell’amore è come il fuoco
    di un ciocco nel camino forte rosso
    avvampa poi il legno consumato presto
    si spegne e solo grigia cenere rimane
    sicché per non rimaner bruciato e poi
    incenerito da ardente d’amor foga
    così meglio un amore placido sereno
    che come lenta fiamma di legno tenero
    che più dura nel tempo e dolce tepor dona
     

     
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  • 16 novembre 2019 alle ore 10:04
    Dall'Album del Corrosionista

    Come comincia: CURIOSITA’ DALL’ALBUM DEL CORROSIONISTA
     
     
     
     
    G. G Casarini-Binasco (MI)
     
     
     
     
    RIASSUNTO
     
    Sfogliando l’album del corrosionista, ben rilegato e con amorevole cura compilato nel corso degli anni della mia trentennale attività di ricercatore presso l’Istituto Ricerche Breda di Milano-Bari, si rivedono casi, fotografie, personaggi e situazioni che a distanza di tempo inducono non solo al sorriso ma anche a riflessioni che gli addetti al lavoro dovrebbero tenere in debita considerazione. Ritornano così alla mente: richieste le più strane per interventi e materiali di indagine, ipotesi di lavoro smentite grossolanamente, discussioni e richiami a suggestivi meccanismi poi riconducibili ad eventi legati a mere banalità e, da ultimo , casi di danneggiamenti legati alle cause le più curiose. Sono casi che richiamano alla cautela prima di esprimere un giudizio, alla pazienza  e alla costanza in quanto un certo spirito indagatore non deve essere  disgiunto dalle conoscenze scientifiche. Spesso infatti, al termine di una indagine corrosionistica può capitare che  le analisi di laboratorio non diano risultati univoci o diano risultati contrari e opposti a quelli attesi, oppure che risultino incongruenti sia con le informazioni date sulle condizioni d’impiego sia con la cronistoria. In tale ottica viene proposta o riproposta,in quanto parte di essa già presentata in altri contesti, una casistica dalle inaspettate e talvolta curiose conclusioni. Sono così presentati, in rapida successione, gli eventi verificatisi su fili e serbatoi in acciaio inossidabile, pali interrati in acciaio al carbonio per la distribuzione di energia elettrica, tubi in ottone all’alluminio per scambiatori di calore e per condensatori, le cause: uso indebito, cattiva manutenzione, lavori agricoli, bisogni fisiologici, poca cura nell’esecuzione di lavori preliminari. 
     
     
     
    PAROLE CHIAVE
     
    Acciai inossidabili-Leghe di rame-Acciaio al carbonio-Condensarori-Acqua mare- Pali interrati- Corrosione nei terreni-Antenna radiotelecopica-Corrosione atmosferica-
     
     
     
    INTRODUZIONE
     
    Aprendo un libro di corrosione o puntando il dito su una delle tante tabelle sul comportamento dei materiali, senza dubbio non si faranno attendere le risposte che cercavano relativamente ad un sistema corrosionistico: specie aggressiva-metallo: ecco descritti i meccanismi di attacco come pure le morfologie del danneggiamento, a piè di pagina o nelle note siamo informati di come la severità dell’attacco e la sua cinetica di avanzamento siano determinate da particolari condizioni al contorno: concentrazione della specie aggressiva, temperatura, condizioni statiche o dinamiche del fluido, condizioni di aerazione, stato tensile e metallurgico del materiale. Non solo ed oltre: basandosi su tali conoscenze comprovate dalla pratica e dall’esperienza sono stati messi a punto diversi sistemi esperti di corrosione e, tra i primi, si ricordano quelli relativi al comportamento degli acciai inossidabili in ambienti clorurati od alogenati. Così, inseriti nel sistema i parametri operativi e le condizioni al contorno  siamo informati sulle diverse possibilità di attacco o meno del materiale preso in considerazione: assenza di corrosione, spassivazione generalizzata, pitting, corrosione sotto tensione. Tuttavia, avendo letto con cura il nostro libro di corrosione ci sovviene che con riferimento alla corrosione puntiforme per gli acciai inossidabili, altri meccanismi e altre situazioni  possono portare a simili morfologie di attacco; quindi siano edotti che solo le analisi di laboratorio potranno fornire indicazioni sulla natura dell’agente corrosivo e portare alla corretta definizione del meccanismo al fine di fornire i consigli pratici per il futuro buon comportamento del materiale in esame o dare i suggerimenti per una diversa scelta.
    Talvolta però può capitare che  le analisi di laboratorio non diano risultati univoci o diano risultati contrari alle iniziali ipotesi di lavoro o, ancora, risultino incongruenti sia con le informazioni date circa la cronistoria del materiale che con le dichiarate  condizioni di esercizio. Di seguito vedremo come ad indagini dalle inaspettate e curiose conclusioni faccia riferimento la  casistica sotto riportata.
     
     
     
     
     
    DALL’ALBUM DEL CORROSIONISTA
     
    Attrazione fatale verso un oggetto luccicante 
    Inizieremo la nostra presentazione dall’indagine svolta su un serbatoio di acciaio inossidabile AISI 304 impiegato in una azienda agricola per la refrigerazione del latte dopo la mungitura e  messo fuori servizio per forature. La morfologia del danneggiamento risultava tipica per l’attacco perforante da alogeno ioni anche se il materiale presentava incipienti aree di spassivazione al di sotto di grumi e residui di latte cagliati. Accertato che le operazioni di lavaggio e di manutenzione venivano svolte regolarmente l’attenzione veniva volta alla ricerca di cloruri nelle vicinanze dei pitting e delle zone corrose oltre che sui grumi di latte. I risultati  non davano risposte univoche in tal senso; si arrivò persino alle disquisizioni sul siero di latte e del suo contenuto in cloruri. Alla fine quando gli animi stavano per surriscaldarsi qualcuno si ricordò che per un guasto alla parte elettrica il serbatoio era stato messo fuori servizio per alcuni giorni facendo così  felice la moglie del fattore che negli stessi giorni lo utilizzò per farci il bucato.
     
    Un brodo energetico ottenuto  da un dado sbagliato
     
    Le curiosità proseguono dall’indagine svolta su  una apparecchiatura in acciaio inossidabile AISI 316, impiegata in un ospedale lombardo per la preparazione del brodo per i degenti. I periodici controlli sanitari ed organolettici del brodo rivelavano un elevato tenore di ferro inconsueto per le sostanze in cottura e mai riscontrato precedentemente. L’ispezione interna del manufatto per ricercare le cause responsabili di questo brodo energetico, escludeva che vi fossero significativi  fenomeni di corrosione in atto sulle pareti del recipiente, fatte salve solo alcune incipienti e localizzate aree di spassivazione nelle vicinanze delle quali, già ridotti a meno della metà, si stavano invece corrodendo alcuni dadi in acciaio al carbonio, fissati  al posto di quelli originali nelle corso, per sbaglio, delle ultime operazioni di manutenzione.
     
     
     
     
     
    Cani innocenti, uomini no 
    In un paese del Sud-America, i pali in acciaio al carbonio interrati  utilizzati per la distribuzione di energia elettrica nei dintorni della capitale si stavano fortemente corrodendo: alcuni erano già distrutti alla base, ridotti a stratificazioni di ossidi idratati supportarti da pochi mm di metallo originario, altri puntellati e sostenuti da travi di legno, pochi ancora in condizioni di sicurezza. Le ipotesi avanzate dagli esperti locali attribuivano tale fatto ai branchi di cani selvaggi od abbandonati che si aggiravano in gran numero in tali zone ed alle loro azioni fisiologiche: rilascio di orina canina. I cani non lo sapevano ancora ma si stava  tramando per la loro eliminazione: fortuna volle che ciò non avvenne e  la fortuna fu legata ad una semplice e banale indagine corrosionistica. I pali, di forma ottagonale, ottenuti per saldatura da tronconi di lamiere opportunamente piegate e sagomate, a base ed estremità aperte, e senza rimozione delle scaglie di calamina e di ossidi derivanti  sia dal trattamento termico delle lamiere originarie sia di quelle indotte dai procedimenti di saldatura finali, venivano interrati direttamente nel terreno e senza protezione della zona interrata: né catramature, né lastrature, né verniciature. Il degrado che partiva essenzialmente nelle zone di transizione terreno-aria era localizzato quasi esclusivamente sul lato sud dei pali, equivalente, dato l’emisfero, al nostro lato nord. Condensazione preferenziale di umidità atmosferica su tali lati, addensamento della stessa per scolamento verso il basso, parziali ristagni  data la natura del terreno,  sabbiosa-argillosa e salsa, alla base dei pali e inizio dell’attacco favorito anche dall’azioni catodiche degli ossidi residui superficiali e non rimossi da opportune azioni decapanti o di sabbiatura.
    Quello che insensatamente si ritenne di attribuire  ai bisogni fisiologici dei cani risultò invece causa  determinante, orina umana, dell’inconveniente lamentato sui tubi in Aluminum Brass ASTMB111 Alloy 687 del condensatore primario di una centrale termoelettrica situata in località marina. Terminati i lavori di costruzione e di montaggio delle apparecchiature, nel corso dei controlli finali per l’avviamento preliminare della centrale termica venivano ravvisate anomalie su alcune zone delle generatrici esterne dei fasci tubieri del condensatore.Le alterazioni superficiali risultavano localizzate solo su alcuni diaframmi sotto forma sia di puntini verdi circondati da un alone bianco sia di  puntini verdi attorniati da un alone marrone oltre a formazioni sparse di sali verdastri. La distribuzione di tali alterazioni, a partire dalle prime file interessate, era somigliante alla apertura di un ventaglio o di una V capovolta, con attenuazione del fenomeno sia verticalmente: per 40 cm circa più in alto,  per circa 1 metro nelle zone mediane per poi  a giungere, dopo una caduta in altezza di quasi due metri, a sfiorare i 3 metri. Questa particolare distribuzione delle alterazioni non ammetteva dubbi: scolamento dall’alto con schizzi e spruzzi di una fase liquida o condensata. Così, essendosi riscontrati tra i residui delle alterazioni superficiali elementi in traccia quali cloro, zolfo, potassio e  tutti componenti di una atmosfera marina si poteva paventare o un ingresso progressivo e localizzato di umidità salmastra o montaggio di tubi già alterati inizialmente. Questo in quanto alcuni pacchi di tubi di riserva e di scorta giacevano ancora in un piazzale circostante con evidenti segni di lacerazione  dei fogli protettivi in polietilene. Questa ipotesi risultava subito da scartare per i seguenti motivi: i tubi all’atto del montaggio risultavano a detta dei tecnici della Centrale inalterati e montatori esperti lo avrebbero segnalato, le alterazioni superficiali sui tubi a scorta nelle zone di lacerazione dei fogli protettivi apparivano insignificanti e tali da non giustificare anche fortuitamente un assemblaggio simile alla distribuzione del danneggiamento e per quanto concerne l’eventuale ingresso accidentale di umidità salmastra si appurava che il condensatore, terminato il montaggio dei tubi ed a ultimazione dei lavori murari, era stato messo sotto vuoto con aria secca ( umidità relativa 30-50%) e con l’interno condizionato(impiego di gel di silice rigenerato periodicamente) e con l’uso di una stufetta elettrica con mantenimento di una leggera sovrapressione tramite  ventilatore.
    Poiché nonostante tutte queste affermazioni ed assicurazioni, nel corso dell’ispezione del condensatore, si era notato che lo stato di pulizia generale risultava piuttosto scadente per presenza di sudiciume, segatura, limatura di ferro, chiodi, pezzi di legno, residui di nastro adesivo, qualcuno ricordava che dopo l’infilaggio dei tubi erano stati effettuati alcuni lavori di collegamento del condensatore con la turbina e che, nel corso degli stessi, la parte superiore era stata protetta con teli. Si è inoltre appreso che durante lavori di questo tipo per soddisfare i bisogni fisiologici degli operatori senza interruzioni e perdite di tempo si è soliti far uso di secchi o taniche che poi vengono calati o portati a terra per gli opportuni svuotamenti: evidentemete qualcuno, in più di una occasione, doveva aver disdegnato l’uso del secchio od evitato la fatica, una volta pieno, di calarlo o di portarlo a terra.
     
    Al momento sbagliato
     
    Alcuni fili in acciaio inossidabile AISI 304 utilizzati per l’ampliamento dell’antenna di un radiotelescopio installato in aperta campagna, alla periferia di una città del nord Italia, dopo appena sei mesi di esercizio, presentavano notevoli segni di alterazione superficiale con corrosione puntiforme. Diversamente i fili costituenti la prima parte dell’antenna, in esercizio da circa sei anni, risultavano praticamente inalterati. Come accertato da analisi di laboratorio le diverse partite di fili presentavano la stessa composizione chimica, le stesse caratteristiche meccano-tensili. Poiché tutti i fili, di vecchia e di recente installazione, veniva riscontrata la presenza di terriccio e di tracce di cloruri, la raccolta di informazioni sul posto ed una accurata ricostruzione della cronistoria circa l’esercizio dell’antenna permettevano di giungere alla soluzione di quanto avvenuto. Il terreno agricolo circostante il posizionamento dell’antenna risultava da anni sito per la coltivazione di barbabietole da zucchero, coltivazione che  dopo la semina richiede, in determinati periodi, forti irrorazioni di anticrittogamici a base di prodotti contenenti alogeno ioni. L’esame dlle diverse date di installazioni e quello dei cicli stagionali relativamente alla coltura delle barbabietole, dalla semina al raccolta, permetteva di accertare che mentre i primi fili erano stati posti in esercizio in un periodo di assenza dei lavori agricoli, gli ultimi venivano installati proprio in concomitanza con le fasi di aratura del terreno e di semina delle barbabietole. Si appurava pure che dopo la posa in opera di questi era seguito un periodo di  siccità che, da una parte mentre impediva un dilavamento dell’acciaio ed un buona passivazione con rimozione di terriccio e diserbante, dall’altra comportava operazioni agricole aggiuntive quali, irrorazione del terreno, con aggravio nell’atmosfera di inquinanti, aggravi limitati ed ininfluenti sui primi fili sulla superficie dei quali lo stato di passivazione si era già formato e consolidato stabilmente.
    Legato anch’esso ad un momento “sbagliato” il danneggiamento che segue.
    In un impianto petrolchimico, situato in località marina, le necessità di approvvigionamento di acqua dolce rendevano necessaria l’installazione di alcuni dissalatori di tipo multi-flash. Il programma prevedeva che questi fossero installati con una certa gradualità nel giro di un paio d’anni e di fatto dopo la messa in servizio dei primi tre veniva avviato come ultimo un quarto impianto: seppure progettati da ditte diverse e quindi  con diverse soluzioni tecniche, anche se non molto dissimili data la tipologia degli impianti, giocoforza i materiali impiegati risultavano gli stessi ed i parametri operativi non molto differenti tra dissalatore e dissalatore. Quest’ultimo, al contrario degli altri tre dissalatori che da tempo operavano senza alcun inconveniente, dopo appena pochi mesi dall’avviamento doveva essere arrestato a seguito di forature sui tubi in cupronichel 90/10 degli evaporatori( salinità salamoia 74.000 ppm, salinità acqua mare 38.000ppm, pH= 6,6-7,6, temperatura ingresso 103°C, temperatura uscita 115 °C ppm, O 2 = 165-470 g/l . La morfologia dell’attacco risultava perfettamente identica a quella che solitamente si verifica su questi materiali a seguito di fenomeni di corrosione-erosione e/o corrosione turbolenza (impingement attack) ma poiché la velocità del fluido era alquanto bassa(1,83 m/sec) e nettamente inferiore ai valori critici di 3,5m/sec che su tale lega innescano tali fenomeni, evidentemente le cause responsabili del danneggiamento andavano ricercate altrove.
    Sui tubi nelle zone esenti dall’attacco invece della solita patina protettiva che si forma su tali materiali in acqua mare erano presenti sottilissimi veli, in genere ben ancorati al metallo base, di colore biancastro.Gli esami di laboratorio indicavano che tali depositi erano costituiti prevalentemente da Ca4P2O9 mentre misure di potenziale elettrochimico, effettuate a diverse temperature, indicavano che il metallo ricoperto da tali depositi rispetto alle zone  dove gli stessi erano stati rimossi risultava decisamente più nobile: + 60 mV a  50 °C e + 130 mV a  90 °C. Sulla base di tali risultati il meccanismo del danneggiamento risultava facilmente spiegabile nonostante la non elevata velocità della salamoia: le zone ricoperte dal deposito assumevano il ruolo di aree catodiche rispetto a quelle dove lo stesso risultava poco ancorato od asportato: di conseguenza poi la localizzazione dell’attacco era stata favorita anche dall’alto rapporto aree catodiche ed aree anodiche. Circa l’origine e la provenienza dell’inquinante si veniva a conoscenza che le prese dell’acqua mare degli impianti di dissalazione erano situate in prossimità dello scarico di un impianto per il trattamento di fosforiti e che questo era stato messo in funzione poco prima dell’avviamento del quarto modulo di dissalazione; fatto questo da giustificare i diversi comportamenti corrosionistici: l’azione deleteria tradottasi nell’impedire il corretto stato di passivazione sul quarto modulo si dimostrava ininfluente sui primi tre in quanto, antecedentemente alla messa in marcia dell’impianto delle fosforiti, sui tubi degli stessi si erano già  formati ed ancorati gli strati  passivanti protettivi..
     
    I sassi della discordia 
    Sui tubi in ottone all’alluminio di un condensatore di una centrale elettrica, poco dopo la messa in servizio, e su un limitato numero di tubi, si erano manifestate forature dal lato acqua mare.
    Oltre all’indagine corrosionistica sui tubi corrosi venivano pure esaminati alcuni spezzoni di tubo nuovo facenti parte della stessa partita di quelli montati in esercizio. Poiché su questi era presente una sottile patina di colore più o meno scuro, con presenza di striature, continue o non,  residui di lubrificanti di trafila carbonizzati nonché difetti puntiformi isolati, la corrosione si poteva, in prima ipotesi,  attribuire alla presenza di queste anomalie superficiali.E’ noto infatti come i residui carboniosi su leghe di rame possano assumere il ruolo di aree catodiche per la riduzione di ossigeno ed alimentare così celle di corrosione che determinano attacco localizzato.Il fatto però che il danneggiamento si fosse verificato dopo poco tempo dall’avvio del condensatore e solo su alcuni tubi lasciava aperte molte discussioni: non tutti i tubi della partita potevano avere  inizialmente una simile difettologia superficiale per cui era aperta la possibilità che solo  alcuni fossero sfuggiti ai controlli di qualità iniziali. Il fatto poi che dopo la sostituzione dei tubi forati il condensatore non avesse più presentato alcuna sorte di malfunzionamento alimentava fortemente tali dubbi, creando tensione tra l’utente ed il fornitore del materiale. Il mistero veniva risolto dall’esame della documentazione fotografica effettuata dopo l’apertura del condensatore e inizialmente stranamente occultata: nelle casse d’acqua si notava la presenza di depositi e di agglomerati di corpi estranei, in prevalenza, sassi. Per cui, con buona pace dei residui carboniosi, l’inconveniente era da attribuire oltre all’azione schermante di tali corpi estranei anche alla modifica creata localmente dagli stessi relativamente alle condizioni fluido-dinamiche dell’acqua mare.
     
     
     
     
     
     
    CONCLUSIONI
     
    La  casistica di corrosione presentata e discussa mette in evidenza come in molti casi i fenomeni di danneggiamento sfuggano a rigidi e consolidati meccanismi di attacco o quanto meno come le cause dell’innesco degli stessi siano legate agli eventi più strani e più curiosi. Ne consegue pertanto come in campo corrosionistico, fatte salve le conoscenze scientifiche, al pari di altre attività umane, non devono mancare al ricercatore doti quali: l’umiltà,  la cautela, la pazienza  e la costanza nell’indagare.
     
     
     
    BIBLIOGRAFIA
     
    1)G.Casarini,G.Stella:”Importance and Utility of Analytical Monitorig for the Reliabiliy of Indusrial Plants”- Proc. 11th  Int. Corrosion Congress- Vol. 1- pag. 547- AIM-Florence-1990
    2)G.Casarini :”Monitoraggio negli scambiatori di calore ai fini della loro sicurezza ed affidabilità di esercizio”- La Metallurgia Italiana 82 ( 1990) n.° 11- pag. 1073
    3)G.Casarini:”Sicurezza ed affidabilità degli impianti chimici industriali: importanza degli aspetti corrosionistici dei materiali metallici”-NT-Tecnica & Tecnologia-  N. 4-Luglio-Agosto
    ( 1991)-AMMA-Torino
    4)G.Casarini,G.Careri,F.Forti,G.Rivolta:”Casi usuali e non di corrosione atmosferica”-Atti-1 ed. Giornate Nazionali sulla Corrosione e Protezione-AIM-Milano 1992
    5)G.Casarini:”Corrosione&Casistica:”Per evitare tutti i danni occhio al “film”-
    Pianeta Inossidabili- Anno 1- Num.3-Periodico delle Acciaierie Valbruna-Vicenza 1995
    6)F.Forti,M.L.Pessia,G.Rivolta,G.Casarini,E.Casarini:“Condensatori in leghe di rame e di nichel raffreddati da acqua di mare:Problematiche varie che ne influenzano il buon comportamento corrosionistico-Rassegna di casi pratici-”Atti-Giornate Nazionali sulla Corrosione e Protezione-4 ed.AIM-Genova 1999
     
     
     
     

     
  • 04 agosto 2018 alle ore 10:54
    Lucio Mastronardi e il suo fiume Ticino

    Come comincia: Lucio Mastronardi ( 1930-1979)  merita un posto particolare nelle ricerche  volte a trovare  citazioni del fiume Ticino  nella letteratura italiana: nasce a Vigevano, quindi è un figlio del Ticino, il Ticino infine segnerà la sua vita terrena quale suicida nelle  acque del fiume azzurro. Nei suoi tre principali romanzi Il Maestro, Il Calzolaio, Il Meridionale, nei titoli domina Vigevano, nelle pagine forte emerge il suo fiume. Bello e gustoso il paragone tra Vigevano e Parigi come, nel Maestro di Vigevano,  il giornalista Pallavicino “la stava menando” mentre il campanone  della torre suonava la mezzanotte:” Io vi dico ch Vigevano vale duecento Parigi. Cosa c’è a Parigi che non vi sia a Vigevano? A Parigi c’è Pias Pigal; a Vigevano ioma Pias Ducal; a Parigi c’è la Senna; a Vigevano  c’è il Tisin; a Parigi c’è  la tur Eifel, num ioma la tur Bramant.” E così sempre nel Maestro il protagonista, il maestro Mombelli, nel suo solitario camminare e “nei miei pensieri” “ Scendo per una discesa rapidissima e mi trovo nella vallata del Ticino”  ed ecco la Centrale Edison che ritroveremo nuovamente nelle pagine del Calzolaio “  .” ..Annibale sconfisse i Romani dove ora c’è la Centrale Edison, sul Ticino, che pur essendo vicina a Milano, Vigevano, geograficamente parlando,  è in Piemonte, al di qua del Ticino”.  Nel Maestro dopo la vista della Centrale Edison il protagonista prosegue nel suo cammino.  “Sono seduto ora su di un ponticello. E’ un ponticello d’irrigazione che posa su due fiancate; messo per traverso. Sotto ci passa la trincea  ferroviaria. Sono in alto; il mio sguardo abbraccia tutta la vallata del Ticino: fiume, boschi, ponte.” Più avanti nel racconto del Maestro “ Sono tornato sul ponticello…Dal Ticino venne un rombo di barche che rompeva quel’armonia. Infine nel Meridionale di Vigevano ecco nuovamente la vallata:” Ci affacciammo sulla terrazza. Si vedeva un pezzo della vallata del Ticino qualche arcata del ponte; le boscaglie; un tratto della Nuova Circonvallazione”Caricamento in corso... Nel  Ne  Ecco  altri riferimenti al fiume dopo questi  primi : il Ticino dove lo scrittore  vive, sogna, spera, soffre, muore suicida; Il Ticino dove Antonio il maestro, Mario il calzolaio, Camillo il meridionale, vivono, sperano, sognano, soffrono ma ancor oggi  vivono come figure nitide e attive  nelle pagine di Mastronardi. Troviamo  Mario che ritorna ai suoi anni giovanili e ricorda:” Andiamo a Ticino in camporella nei boschi.Tornare giovani. Gli venne in mente una scappata che aveva fatto da ragazzo., l’unica, con una morosetta, proprio nelle boscaglie del Ticino.” Quel dialogo pieno di speranze e incertezze tra Netto il fratello di Menchina, e  Luisa, la moglie di Mario, dopo il richiamo di questi alle armi ed i dissapori ed i continui  screzi con il socio Pellegatta:” Piare un po’  di terra in Santa Giuliana, sul stradone per Novara- diceva il Netto” - Costruire adesso coi bombardamenti, che sfanno giù tuttecose!”  “-Ma sono tanti che costruiscono. Basta costruire nò verso Ticino. Loro hanno di mira il ponte, mica i nostri fabbrichini.”
    La favola, il sogno, l’incubo sui tradimenti di Ada la moglie  di Antonio:” Fisso la casa e mi accorgo che è una casotta del Ticino…” “ …..l’industrialotto guida sempre più forte: centottanta, duecento, duecentoventi, finché arriviamo sul ponte del Ticino, ma il ponte è senza parapetto. La macchina corre sull’orlo del ponte, in bilico, finché con un urlo mi sveglio, bagnato, come fossi caduto davvero nel fiume.” E le belle e intense riflessioni dello stesso Antonio:” Ogni epoca ha i suoi sensi di vita. L’uomo ha costruito questa trincea, questa ferrovia, questo ponte di irrigazione, quel ponte sul Ticino, quella torre che intravedo…” “  So che prima era ancora chiaro, ora è buio. La luna è grandissima, si riflette nell’acqua del Ticino; so che prima gli alberi erano silenziosi, ora la natura canta; e sono grilli e sono civette e sono amorici che cantano.”Quella affannosa ricerca della donna scomparsa dalla casa in cui era ospite Camillo:” Poco dopo scendevamo la vallata del Ticino.Una luna forte schiariva la campagna. Arrivammo al fiume in silenzio.” “..Il fiume era una massa scura e lucida.” E poi quel girovagare notturno sempre di Camillo:” Arrivai ad un bivio. Da una parte lo stradale proseguiva per il ponte del Ticino; dall’altra, cominciava una strada di periferia.” “ Sullo sfondo c’è nebbia: sale dalla vallata del Ticino” Quel dialogo tutto particolare tra l’industrialotto e Camillo” –Dottore è libero incò? –Perché?- Per portavi a Ticino.Voglio farvi provare un motoscafo!”
     

     
  • 10 maggio 2018 alle ore 10:40
    Navigando con D'Annunzio sui versi di Maia

    Come comincia: Testo di riferimento: G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella.
     
     
    Navigando con D’Annunzio sui versi di Maia
    Giuseppe Gianpaolo Casarini
     
    «Andrò in Oriente per cinque o sei settimane: agli scavi di Delfo e di Micene, alle rovine di Troia.
    Queste visitazioni votive sono richieste dai miei studi attuali. Mi sono rituffato nell’Ellenismo»: è
    con tali parole che, il 10 luglio 1895, Gabriele D’Annunzio annunciava al suo editore Treves le
    motivazioni che lo indurranno a intraprendere il viaggio verso la Grecia.  In realtà l’intento dannunziano non era quello di esplorare luoghi a lui stranieri, ma di osservare con i propri occhi ciò che aveva precedentemente letto nelle opere greche classiche. Il viaggio gli permise infatti di rivisitare i luoghi descritti da Omero e dagli autori greci, precedentemente conosciuti tramite i loro scritti. Prevista tra il 18 o 19 luglio da Brindisi, la partenza, a causa delle pessime condizioni
    meteorologiche, fu anticipata al 13 luglio: l’imbarco a bordo dello yacht Fantasia1 di proprietà di
    Edoardo Scarfoglio avvenne dal porto di Gallipoli.Oltre al celebre giornalista, compagni di viaggio furono Guido Boggiani, pittore di fama, fotografo, esploratore poi morto assassinato da un indio in Paraguay , Georges Hérelle, insegnante di filosofia e traduttore ufficiale delle opere dannunziane in Francia, e Pasquale Masciantonio, avvocato. Giunti in Grecia l’1 agosto, l’Ulisside, come il poeta si definì e come definirà due dei suo compagni di avventura, scrive: «Siamo finalmente nel mare classico. Grandi fantasmi omerici si levano da ogni parte».
    “E COME l’esule torna
    alla cuna dei padri
    su la nave leggera:
    il suo cor ferve innovato
    nell’onda prodiera,
    la sua tristezza dilegua
    616nella scìa lunga virente:
    io così sciolsi la vela,
    coi compagni molto a me fidi,
    in un’alba d’estate
    ventosa, dall’àpula riva
    ove ancor vidi ai cieli
    erta una romana colonna;
    623io così navigai
    alfin verso l’Ellade sculta
    dal dio nella luce
    sublime e nel mare profondo
    qual simulacro
    che fa visibili all’uomo
    le leggi della Forza
    630perfetta.”
    Al ritorno da questo viaggio inizierà la stesura di Maia, un lungo poema autobiografico, in ventuno canti, intitolato Laus vitae che risulta  il primo libro de Le Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi in cui sono le raccolte poetiche della maturità di D’Annunzio.  Secondo il progetto iniziale dello scrittore le liriche dovevano essere divise in sette libri, quante sono le Pleiadi (Maia, Elettra, Alcione, Merope, Asterope, Taigete e Celeno), ma il Poeta riuscì a comporne solo cinque: Maia, Elettra, Alcyone (1903), Merope (1912) e i Canti della guerra latina (1914-1918). Il tono epico-celebrativo delle liriche appare come la trasfigurazione in poesia del mito della "Rinascenza latina" e del nuovo Rinascimento propri di quell’epoca.
    In particolare Maia costruisce la trasfigurazione in chiave eroica e leggendaria di quella crociera  con Edoardo Scarfoglio e degli altri amici ed in esso l'ideologia del superuomo, molto frequente nelle opere di d'Annunzio, caratterizza fortemente la forma e i temi trattati ispirati in particolare  ai testi scritti dal filosofo tedesco Nietzsche che contrapponevano alle idee cristiane di pietà, rassegnazione e uguaglianza i concetti dell'eterno ritorno, della volontà di potenza, del superuomo.
    Una volta raggiunta l’Ellade  il poeta immagina un suo incontro con Ulisse e ne fa il simbolo della volontà di potenza, del superuomo che sceglie l’avventura solitaria per mare.
    “Incontrammo colui
    che i Latini chiamano Ulisse,
    nelle acque di Leucade, sotto
    le rogge e bianche rupi
    che incombono al gorgo vorace,
    presso l’isola macra
    come corpo di rudi
     ossa incrollabili estrutto
    e sol d’argentea cintura
    precinto. Lui vedemmo
    su la nave incavata. E reggeva
    ei nel pugno la scotta
    spiando i volubili venti,
    silenzioso; e il pìleo
    tèstile dei marinai
    coprìvagli il capo canuto,
    la tunica breve il ginocchio
    ferreo, la palpebra alquanto
    l’occhio aguzzo; e vigile in ogni
    muscolo era l’infaticata
    possa del magnanimo cuore.”
     Si ravviva così nell’animo del Poeta il mito di Ulisse che, giunto a Itaca dopo mille peripezie, non si ferma e riprende di nuovo il mare, come era già stato trattato da Dante e da Pascoli.
    Dall’incontro immaginario e immaginato questa l’accorata invocazione fatta anche a nome degli altri amici:
    “O Laertiade„ gridammo,
    e il cuor ci balzava nel petto
    come ai Coribanti dell’Ida
    per una virtù furibonda
    e il fegato acerrimo ardeva
    “o Re degli Uomini, eversore
    di mura, piloto di tutte
    le sirti, ove navighi? A quali
    meravigliosi perigli
    conduci il legno tuo nero?
    Liberi uomini siamo
    e come tu la tua scotta
    noi la vita nostra nel pugno
    tegnamo, pronti a lasciarla
    in bando o a tenderla ancóra.
    Ma, se un re volessimo avere,
    te solo vorremmo
    per re, te che sai mille vie.
    Prendici nella tua nave
    tuoi fedeli insino alla morte!„
    Non pur degnò volgere il capo.
     
    Ulisse non li degna come visto di uno sguardo ma il Poeta non s’arrende e questo il suo grido non a nome dei compagni ma distinto, personale:

    “Odimi„ io gridai
    sul clamor dei cari compagni
    “odimi, o Re di tempeste!
    Tra costoro io sono il più forte.
    Mettimi alla prova. E, se tendo
    l’arco tuo grande,
    qual tuo pari prendimi teco.
    Ma, s’io nol tendo, ignudo
    tu configgimi alla tua prua.„
    Si volse egli men disdegnoso
    a quel giovine orgoglio
    chiarosonante nel vento;
    e il fólgore degli occhi suoi
    mi ferì per mezzo alla fronte.”
     
    Da questa sua invocazione, ecco che solo a lui Ulisse  lancia un folgorante sguardo “il fólgore degli occhi suoi mi ferì per mezzo alla fronte.” poi mentre lo stesso Ulisse si allontana:
     “Poi tese la scotta allo sforzo
    del vento; e la vela regale
    lontanar pel Ionio raggiante
    guardammo in silenzio adunati.”,
     si ha come uno sdoppiamento dello stesso Ulisse  in quanto D’Annunzio si identifica con lui  e si erge a protagonista del poema “e fui solo” che” a me solo fedele io fui, al mio solo disegno”:
     
    “Ma il cuor mio dai cari compagni
    partito era per sempre;
    ed eglino ergevano il capo
    quasi dubitando che un giogo
    fosse per scender su loro
     intollerabile.

    in disparte, e fui solo;
    per sempre fui solo sul Mare.
    E in me solo credetti.
    Uomo, io non credetti ad altra
    virtù se non a quella
    inesorabile d’un cuore
    possente. E a me solo fedele
    io fui, al mio solo disegno.
    O pensieri, scintille
    dell’Atto, faville del ferro
    percosso, beltà dell’incude!”
     
     Da qui inizierà per il “ novello Ulisse”, un Ulisside, questo viaggio sospeso fra mito e realtà, simbolo della volontà di viaggiare, sperimentare e scoprire tutto ciò che è possibile conoscere.
     L'io del poeta  è volto a inseguire ogni presenza sensibile e spirituale e trasforma il ricordo del viaggio  in un'avventura epica vissuta nel segno di Ulisse:
    “E contemplai, di contro
    a Same dai foschi cipressi,
    Itaca petrosa,
    il Nèrito aspro nudato,
    la patria angusta
    di quella incoercibile Forza.
    E veder parvemi il tetto
    securo, la soglia polita,
    le stanze purgate dai morbi
    con fumido solfo,
    le fanti dai cinti vermigli
    intente a forbir seggi e deschi
    con le spugne lor cavernose
    o a torcere i lor fusi
    versatili o a scardassare
    le lane, e la tarda nutrice
    Euriclèa che valse già venti
     tauri, e l’economa Eurinòme,
    e Femio il cantore, e nell’orto
    cinto di pruni Laerte
    curvo a rincalzare l’arbusto.”
     
     Da qui un crescendo per l’esaltazione della vita, delle bellezze della natura quel che è noto come il panteismo dannunziano :
    “Cipresso, e parvemi allora
    soltanto conoscer la tua
    meditabonda bellezza,
    commisto al palmite ricco,
    sul fianco dei colli silenti,
    su le correnti dell’acque,
    in contro al zaffiro sublime
    dei monti creati alle soglie
    dell’aria dal flauto di Pan!
    Oleandro, e allora t’elessi
    in riva ai ruscelli fiorito
    per inghirlandar la mia Musa
    che ama danzare e lottare,
    che tratta l’incudine e il sistro,
    che onora la grazia e la forza,
    che loda il pastore e l’eroe;
    t’elessi, oleandro, ti colsi
    per redimir le mie tempie
    di rose e d’alloro in un ramo.
    Non mai parso m’eri sì bello!
    E un altro da me canto avrai.”

    e della storia e del mito:
    Peregrinammo da Patre
     alla città santa d’Olimpia,
    al tempio di Zeus Cronide
    con chiusa l’offerta nel cuore.
    E tacita era la via;
    e il Sole inclinavasi all’onda
    occidua, con riaccesa
    divinità, Elio nomato
    per noi, Elio d’Eurifaessa.
    Ed eramo senza parola,
    tacenti, ma d’una celeste
    melodìa pieni il petto
    mortale. E talora dai monti
    aerei venivan messaggi
    per l’aere; e noi rendevamo
    l’orecchio, attoniti, ai suoni
    di Pan. Disse un de’ cari
    compagni: “Nel plenilunio
    che segue il solstizio d’estate
    la Festa ha principio„. S’udiva
    dietro a noi fragore di carri.

     
    “Era su la via santa
    la forza dell’Ellade, mossa
    da un ramo d’ulivo selvaggio!
    Era il fior della stirpe
    quadruplice, la concorde
    e discorde anima ellèna
    protesa verso il serto
    leggiere d’ulivo selvaggio!
    Ionii e Dorii, Eolii ed Achei,
    il sangue d’Atene di Sparta
    di Tebe d’Elice d’Ege;
    le genti insulari di Nasso
    di Sèrifo d’Andro, di tutte
    le Cicladi; e i potenti
    di terra lontana, i tiranni
    sicelii, i re di Cirene,
    i grandi oligarchi
     delle città di Tessaglia
    e quei di Metaponto di Velia
    di Sibari di Posidonia
    lambivan l’ulivo selvaggio!”
    Alfine per il  Poeta e per  i compagni ormai forgiati  “Ulissidi” varrà un solo e continuo  navigare  forti di questa esperienza “pronti a combattere, certi
    di vincere, in quanto “Vivemmo, divinamente
    vivemmo!”  nuovi e diversi lidi li attendono:
     
    “Ecco, noi sciogliamo le vele
    a dipartirci. Il periplo
    è compiuto. Navigheremo
    verso Messàna falcata,
    verso la vorace Caribdi.
    Da questa patria a un’altra
    patria ch’è pur sacra agli iddii
    veleggeremo, colmi
    di vita i precordii, spumanti
    e traboccanti d’ebrezza,
    pronti a combattere, certi
    di vincere, poi che apprendemmo
    a cantare il peana
    nelle acque di Salamina,
    nei piani di Maratona,
    e a correre dando l’assalto.
    Vivemmo, divinamente
    vivemmo! All’antica mammella
    ci abbeverammo, ancor piena.
    La bestia inferma uccidemmo
    nel nostro fango penoso.”

     
    E il Carme si chiude con le lapidarie parole  l'esortazione che, secondo Plutarco Gneo Pompeo diede ai suoi marinai, i quali opponevano resistenza ad imbarcarsi alla volta di Roma a causa del cattivo tempo:
    “Son qua, Ulissìde.„
     
     “Su, svegliati! È l’ora.
    Sorgi. Assai dormisti. Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga!
    Riprendi il timone e la scotta;
    ché necessario è navigare,
    vivere non è necessario.„
     
     
    …………………………………………………………..
     
    Fonti e riferimenti
    1) Gabriele D'Annunzio Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi,  Libro Primo - Maia, Milano, Fratelli Treves Editori,1908. Fonte: Internet Archive
    2) G. D'Annunzio, Versi d'amore e di gloria, II, a cura di A. Andreoli e N. Lorenzini, Milano, Mondadori, 1984.
    3) I taccuini del viaggio di D'annunzio costituiscono la nuova edizione digitale, curata e commentata da Ornella Rella- da Internet
    4) Maia( Poesia-Wikipedia-da Internet
    5) Maia-Wikisource-da Internet
     
     

     
  • 03 maggio 2018 alle ore 9:27
    L'oro del Ticino

    Come comincia: Ma da dove arriva questo oro!?
     
    Così un tempo si favoleggiava: Vuole una prima leggenda, che sotto ad un “ramo” del Ticino, vi sia un tesoro lasciato da una popolazione ricchissima; questa, davanti ad un estinzione, decise di seppellire tutti i propri averi, in gran parte d'oro, sotto al letto del fiume, per permettere di salvarsi...; Questo tesoro, di tanto in tanto perde pezzi, dovuto alle inondazioni e continuo scorrere dell'acqua, lasciando così pezzi d'oro nel alveo del fiume...
    Altra leggenda tra le storie più popolari resta quella che racconta della costruzione di due tombe, nell’alveo del fiume  presso il Ponte, nelle quali furono deposti un re ed una regina sconosciuti e che dalla tomba della regina fossero fuoriusciti i suoi ori spargendosi nella sabbia del fiume.
    In realtà le cose stanno così:
     
     
    Fin dai tempi dei romani quasi tutti i corsi d’acqua che scendono dalle Alpi sono stati oggetto di ricerca dell’oro. Anche nel Ticino, come in tutti i fiumi pedemontani di Piemonte e parte della Lombardia, si può trovare oro. Dagli scritti di Plinio il Vecchio si desume che, già in epoca romana, circa 30 mila schiavi venissero impiegati nell’estrazione dell’oro nelle zone alluvionali e moreniche della bassa Gallia (l’area del Piemonte e Lombardia occidentale). Ne sono testimoni grandi discariche, ancora presenti nella zona. Nei giacimenti alluvionali, infatti, l’oro si presenta prevalentemente sotto forma di minute pagliuzze, di dimensioni difficilmente superiori al millimetro, anche se talvolta si possono rinvenire piccole pepite. Dopo l’epoca romana lo sfruttamento delle sabbie aurifere era gestito direttamente dalle Autorità del tempo e/o dato in concessione ad enti o operative locali.  Dall’interessante libro I tesori sotterranei dell'Italia. Le Alpi del 1873 di Guglielmo Jervis si hanno notizie interessanti circa le concessioni relativamente alla “pesca dell’oro” ( pagliuzze d’oro) relativamente al fiume Ticino:

    In tutto il fiume Ticino, dal Lago Maggiore al Po e relativa lanche, valli e martizze, esiste il diritto della pesca dei pesci e della sabbia a pagliuzze d'oro e d'argento ( oro argentifero) , e ciò per concessione del 1654 di Filippo IV re di Spagna, a favore del marchese Giovanni Pozzobonelli, diritto che già per sentenza del 1635 era dichiarato a favore della R. Camera. Al Pozzobonelli, per eredità e vendita, sono successi alla casa Clerici, i marchesi Arconati Visconti e Busca, il comune di Galliate ed il papa Urbano Crivelli, fondatore della soppressa abbazia di Santa Maria della Pace, in Magenta, ora dei nobili consorzi Crivelli.
    La competenza Clerici, consistente nella maggior parte di tutto il fiume, venne rivenduta ad enfiteusi perpetua a diversi, che ancora attualmente esercitano economicamente la pesca, e si estende dal Lago Maggiore al territorio di Galliate e Robecchetto con Induno, indi dopo Besate fino al Po.
    MARANO TICINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda destra, ossia piemontese.
    VARALLO POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze finissime nel fiume Ticino, sponda destra. - Scarsissimo.
    POMBIA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    OLEGGIO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, riva destra.
    GALLIATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    ROMENTINO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    TRACATE. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra, presso il ponte di San Martino.
    Il comune di Trecate è proprietario del diritto della pesca dell'oro nel suo territorio e tale diritto è concesso in affitto.
    CERANO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva destra.
    Anticamente la pesca dell'oro nel territorio di Cerano era riservata alla famiglia Lezzaldi.
    GOLASECCA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra o lombarda.
    SOMMA LOMBARDO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    VIZZOLA TICINO. Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    TURBIGO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    ROBECCHETTO con INDUNO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, presso il villaggio di Induno Ticino, riva sinistra.
    Il comune di Induno Ticino, soppresso nell'anno 1870, venne aggregato a Robecchetto.
    CUGGIONO. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    BERNATE TICINO. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La pesca sul territorio di Bernate Ticino è proprietà dei nobili consorzi Crivelli: sebbene ora di poca importanza pare che una volta fosse di gran lunga superiore, se sono esatte le informazioni date da Bossi. Questi riferisce che l'abbazia di Santa Maria della Pace in Magenta traeva dall'affitamento della pesca dell'oro nel Ticino uno dei suoi redditi principali - V. Mémoires de l'Académie impériale des Sciences de Turin, 1 ére Série, Tom. XIV. P. 270; Mémories Présentees, Turin, 1805.
    CASSOLNUOVO. - Oro nativo nel fiume Ticino, riva destra, piemontese.
    VIGEVANO. - Oro nativo nel fiume Ticino, sponda destra.
    ZERBOLO'. - Oro nativo in pagliette nel fiume Ticino, sponda destra.
    TRAVACO' SICCOMARIO. - Oro nativo in pagliuzze ; di fronte all'isola della Costa, sotto Pavia nel fiume Ticino, presso il suo sbocco nel Po.
    BEREGUARDO. - Oro nativo in pagliuzze, nel fiume Ticino, sponda sinistra, presso i villaggi di Bereguardo, Pissarello e Zelata. - I comuni di Pissarello e Zelata vennero soppressi nel 1872 ed aggregati a quello di Bereguardo, come indicato.
    TORRE D'ISOLA. - Oro nativo in pagliuzze nel fiume Ticino, riva sinistra, ossia lombarda.
    CORPI SANTI DI PAVIA. - Oro nativo in pagliette finissime nel fiume Ticino, sponda sinistra.
    La metodologia di ricerca si basava sulla principale caratteristica fisica del metallo: l’elevato peso specifico. Il fiume, soprattutto nel corso delle piene, accumula sabbie aurifere nei punti dove la corrente perde di energia, in corrispondenza di anse e rientranze denominate “punte”, per il loro aspetto. Sono zone di sedimentazione, di solito localizzate lungo le sponde, a forma approssimativa di triangolo con il vertice rivolto a monte: proprio qui si ha il massimo accumulo aurifero. Nel Parco del Ticino, nel territorio di Varallo Pombia, sono conosciute le vie Aureofondine: antiche miniere d’oro a cielo aperto che si presentano oggi come degli enormi cumuli di sassi ammonticchiati, lungo un percorso di quasi due chilometri. La storia della ricerca dell’oro ha attraversato tutte le civiltà e le popolazioni che si sono insediate lungo il fiume. La ricerca sui fiumi avviene utilizzando una attrezzatura semplice: stivali di gomma e una “batea” (la “padella” del cercatore) che abbiamo visto in tanti film americani. Talvolta vengono impiegati anche setacci e una “canalina”: lo scopo di ogni attrezzo è sempre quello di eliminare la ghiaia e le frazioni più grossolane del sedimento. La batea è lo strumento principale per “saggiare” la sabbia aurifera; ha dimensioni e foggia che variano a seconda delle tradizioni in uso nei vari Paesi. La tecnica d’uso è semplice: una volta riempita di sabbia aurifera viene agitata in senso rotatorio, mantenendola a pelo d’acqua per favorire la graduale estromissione, in superficie, dei materiali più leggeri, trascinati fuori dall’acqua. Sul fondo si ottiene, dopo prolungati lavaggi, un sedimento scuro e pesante, dentro al quale si possono individuare le pagliuzze d’oro. La ricerca  è definitivamente conclusa nel secolo scorso, dopo tentativi di tipo industriale-speculativo compiuti da multinazionali estere anche se nel corso della seconda guerra mondiale cercatori locali avevano ripreso l’attività, abbandonata pochi decenni prima. Da uno dei siti internet del Comune di Motta Visconti si ricorda che in località Maina dietro un palazzotto tipo castello ancora esistente  c' era  Battiloro dove si lavorava l'oro estratto dalla sabbia aurifera del Ticino riducendolo in sottili fogli. Oggi la ricerca dell’oro alluvionale è una attività di tipo naturalistico-amatoriale; la “potenzialità” del Ticino è inferiore a una decina di grammi di pagliuzze per tonnellata di sabbia setacciata: non remunerativa per procedimenti di tipo industriale, ma fonte di emozioni, divertimento e soddisfazioni per i cercatori dilettanti. Qualcuno ha calcolato che il fiume trasporta nelle sue acque, ogni giorno, pagliuzze d’oro per un valore tra 5.000 e 10.000 euro, a seconda della portata delle acque. Pochi lo sanno, ma annualmente si tengono campionati mondiali di pesca all’oro, nei quali gli italiani si classificano abitualmente ai primi posti e il Ticino, nel 1997, è stato sede di una di queste competizioni.
    Questa nota oltre che personali conoscenze  nasce anche  da una parziale spigolatura tra note, notizie, pagine di libri trovate su Internet alle voci: “Oro del Ticino, Cercatori d’oro del Ticino, Oro del Ticino nella Storia, L’oro nella sabbia del Ticino, La ricerca dell’oro nel Ticino”.
    ………………………………………………………………………
     

     
     

     
  • 03 agosto 2012 alle ore 17:34
    La Beata Veronica da Binasco e Sant'Agostino

    Come comincia: Riflessioni di ritorno a Binasco dopo un viaggio nel Nord Africa sulle orme di S.Agostino
    (Veronica e Agostino)
    Mario Capodicasa curatore di una edizione delle Confessioni  così ci presenta nella prefazione  la figura di Agostino “ La sua grandezza, come teologo, filosofo, mistico, scrittore, psicologo, è data dalla sintesi armoniosa e splendente delle sue doti,.... se rifletti bene e lo segui nelle sue speculazioni e nella sua dialettica ravvisi Aristotele, Atanasio; se ti invade il fiume della sua eloquenza ravvisi Cicerone, Crisostomo; se ti commuove la genuina parola del cuore che è sempre alta poesia ravvisi Pindaro, Virgilio; se riesci a penetrare nel suo cuore lo vedrai simile a  quello di Paolo, generoso come quello di Pietro”.
    Veronica da Binasco, al contrario, una delle tante figlie spirituali del Santo di Tagaste è una povera ed ignorante contadina: quali dunque i punti di contatto, quale il possibile raffronto tra questi due Santi tanto dissimili per origine, cultura e periodi storici?
     Il cammino di fede parte per entrambi da Milano: la Milano romana di Ambrogio per il primo, la Milano ducale di Lodovico il Moro per la seconda; protagonista di spicco Agostino, difensore della fede cristiana a Cartagine, la nuova Roma, missionaria nella Roma dei Papi Veronica; singolare poi il fatto che la Diocesi di Pavia ne conservi le venerate spoglie sottoposte entrambe a varie vicissitudini e peregrinazioni: da Ippona in Sardegna nel Logoduro e da qui  in S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia quelle di S. Agostino e, a pochi chilometri, nella Parrocchiale di Binasco quelle della Beata Veronica dopo la traslazione dal Convento agostiniano di Santa Marta in Milano.
    Generato a nuova vita e abbandonate le giovanili dissolutezze, dopo l’incontro in Milano con Ambrogio ed aver ricevuto  il battesimo, Agostino il novello presbitero e poi vescovo di Ippona, ritornato in patria, all’epoca del  nascente culto cristiano, organizza nel 411 d.C. il primo  dei concilii di Cartagine. Oggi, nell’odierna Tunisia, uno dei luoghi che lo videro indiscusso protagonista, le Terme di Gargilius, sono ridotte a  pochi ruderi e si nota solo qualche sbrecciata colonna a rompere l’ondeggiare di selve di gialli ranuncoli e di solitari papaveri di color scarlatto. Così doveva essere questo  luogo, lontano e a lei sconosciuto, secoli dopo anche ai tempi di Giovannina ma non dissimile, quale immagine, dall’odorante e fiorita campagna di Cicognola dove la fanciulla rendeva con il suo lavoro mena faticosa la vita dei genitori ed attendeva nel silenzio di realizzare il suo sogno: una chiamata misteriosa farsi monaca!
    Così nell’immaginario della mente ora, chiudendo gli occhi, confondendo i luoghi, il passato con il presente e il presente con il passato, e come se vedessimo Agostino passar lieve su quel campo e prendere per mano Nina. Per lei ignorante ma dalla fede genuina accanto alle parole di Cristo “ Ti benedico o Padre Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” non valevano forse per lei, ferma nella fede cattolica, le parole di Agostino per il  manicheo Fausto ? : “ E’ vero che, benché ignorante, poteva benissimo possedere la verità in materia religiosa, …………….”
     Monito anche per noi portati a giudicare il prossimo ed a valutarne i comportamenti in termini di fede e religiosità.
    Se poi, non volessimo cedere all’immaginazione e riaprendo gli occhi cancellassimo questa intima visione, dalla cronaca e  dalla storia sappiamo per certo che da Milano, come già  detto,  punto di partenza della conversione di Agostino, Nina si avvia alla vita religiosa e spirituale, iniziando proprio da un  Convento agostiniano, quello di S. Marta la sua missione di conversa questuante e poi di missionaria per le vie di Milano, Como, Roma.  Nella provincia romana del Nord Africa,allora il colto e dotto Vescovo Agostino, formatosi nelle scuole di retorica di Cartagine e di Roma, riduceva al silenzio e disputava con successo  grazie anche alla  sua arte oratoria ( Aurelius Augustinus poi Doctor Gratiae)  le tesi ed argomentazioni di manichei,  donatisti ed altri scismatici oppositori della fede cattolica, così  Veronica nel nome di Cristo e della verità  parlerà ai ricchi ed ai potenti del suo tempo  siano essi i Duchi di Milano, Lodovico il Moro e Beatrice d’Este  nonché  lo stesso Vicario del suo amato Cristo: Papa Borgia,  richiamando ora in Milano a più onesti comportamenti  la poco morigerata corte ducale  e poi a Roma sede dei Papi, lei, l’analfabeta contadina di Cicognola, con umili e tremanti parole, ma per Divina Provvidenza toccanti e persuasive, indicherà la strada della conversione al poco raccomandabile in termini di virtù e costumi Papa Borgia-Alessandro VI.
     Artefici entrambi della luccicante e sempre rinnovata, da nuovi mattoni e nuovi castoni, casa del Padre, cercheremmo invano di differenziare il loro contributo a questa edificazione: tra gli operai e gli artefici del Regno di Dio non esiste distinzione tra orafi e badilanti!
    Allora in Africa,  il demonio sotto le sembianze di scellerati e debosciati giovani  cartaginesi induceva il giovane Agostino ai piaceri della carne nei lupanari della città e lo conduceva alle frivolezze dei giardini delle Terme di Antonino, ora, sconvolto dalla angelica purezza di Veronica,  il diavolo le si presenta, nel buio di una piccola cella, nel suo più reale e bestiale aspetto e ne lacera, ne percuote, ne trafigge le povere e misere carni.
    Nonostante queste diaboliche torture e tentazioni,  sia per Agostino che per Veronica le porte degli inferi non hanno prevalso; nel sorgere a vita nuova del primo scorgi il segno della misericordia divina nei confronti del singolo peccatore,  nella sofferenza corporale di Veronica, intimamente connessa con il sacrificio della Croce, vi trovi il tributo individuale alla redenzione e alla remissione dei peccati dell’umanità. Quando pecchi e ti smarrisci Agostino ti dice che puoi risorgere, Veronica ti aiuta a risorgere!
     

     
  • Come comincia: LA METALLURGIA NEI GRANDI POEMI DELL’ANTICHITA’
     
    La nascita della metallurgia : la lavorazione dei metalli e l’uso dei metalli
     
     Il poeta latino Tito Lucrezio Caro ( 98-54 A.C.) nel suo De Rerum Natuta (13),  fedele al pensiero di Epicureo e partendo dall’analisi delle particelle minime ed indivisibili, gli atomi, ed  analizzando  i processi della conoscenza umana ed i meccanismi che presiedono ai fenomeni naturali, ci introduce, poeticamente nel Libro V alla nascita della metallurgia ed alla lavorazione dei metalli.:”Comunque sia, quale che fosse la causa per cui l'ardore/delle fiamme aveva divorato con orrendo fragore le selve/dalle profonde radici e aveva cotto a fondo col fuoco la terra,/colavano dalle vene bollenti confluendo nelle cavità della terra/rivoli d'argento e d'oro e anche di rame e di piombo./E quando gli uomini li vedevano poi rappresi/risplendere sul suolo di lucido colore,/li raccoglievano, avvinti dalla nitida e levigata bellezza,/e vedevano che erano foggiati in forma simile a quella/che aveva l'impronta dell'incavo di ognuno./Allora in essi entrava il pensiero che questi, liquefatti al calore,/potessero colando plasmarsi in qualsiasi forma e aspetto di oggetti,/e che martellandoli si potesse forgiarli in punte di pugnali/quanto mai si volesse acute e sottili,/sì da procurarsi armi e poter tagliare selve/ed asciare il legname e piallare e levigare travi/ed anche trapanare e trafiggere e perforare/.
     
    Le proprietà dei metalli
     
    Di seguito e sempre nel Libro V, Lucrezio mette in evidenza come, dopo la scoperta della metallurgia, gli uomini abbiano imparato a conoscerne subito  le caratteristiche e l’utilità:” E dapprima s'apprestavano a far queste cose con l'argento e l'oro/non meno che con la forza violenta del possente rame,/ma invano, poiché la tempra di quelli vinta cedeva,/né potevano sopportare ugualmente il duro sforzo./Difatti ‹il rame› era più pregiato e l'oro era trascurato/per l'inutilità, perché si smussava con la punta rintuzzata./”  ma, come mette in evidenza Lucrezio  i tempi cambiano :”/Ora è trascurato il rame, l'oro è asceso al più alto onore./Così il volgere del tempo tramuta le stagioni delle cose:/ciò che era in pregio, diventa alfine di nessun valore;/”…
     
     Usura e corrosione dei metalli
     
    L’osservazione di Lucrezio sui metalli e sul loro decadimento con specifico riferimento alla concezione atomistica delle cose, si fa ancora e più profonda ( Libro I) : qualsiasi sia la natura del metallo o della lega: oro, ferro, bronzo,  al pari delle pietre, tutto ciò,  con l’impiego e nel tempo,  si usura e si corrode senza che noi ne possiamo conoscerne il perché :“Per di più, nel corso di molti anni solari l'anello,/a forza d'essere portato, si assottiglia dalla parte che tocca il dito;/lo stillicidio, cadendo sulla pietra, la incava; il ferreo vomere/adunco dell'aratro occultamente si logora nei campi;/e le strade lastricate con pietre, le vediamo consunte/dai piedi della folla; e poi, presso le porte, le statue/di bronzo mostrano che le loro mani destre si assottigliano/al tocco di quelli che spesso salutano e passano oltre./Che queste cose dunque diminuiscano, noi lo vediamo,/perché son consunte. Ma quali particelle si stacchino in ogni/momento, l'invidiosa natura della vista ci precluse di vederlo./ “
     
    Riciclaggio
     
    Virgilio, nel Libro VII dell’Eneide, ci offre un saggio poetico sui riciclaggi del ferro e dell’acciaio: il nemico incombe e bisogna difendersi : attrezzi agricoli e mezzi per dissodare il terreno vengono rifusi e trasformati sotto forma di armi e di corazze: “ Cinque grosse città con mille incudi/ a fabbricare, a risarcir si dànno/ d'ogni sorte armi: la possente Atina,/ Ardea l'antica, Tivoli il superbo,/ e Crustumerio, e la torrita Antenna./ Qui si vede cavar elmi e celate;/ là torcere e covrir targhe e pavesi:/per tutto riforbire, aüzzar ferri,/ annestar maglie, rinterzar corazze,/ e per fregiar piú nobili armature,/ tirar lame d'acciar, fila d'argento./ Ogni bosco fa lance, ogni fucina/ disfà vomeri e marre, e spiedi e spade/ si forman dai bidenti e da le falci.”/
     
    Sfolgoranti descrizioni
     
    Omero (IX sec. A.C.),  nell’Iliade come nell’Odissea e parimenti Virgilio, nell’Eneide, quasi gareggiando tra di loro, ci offrono a profusione, “forgiando” indimenticabili versi, una sfolgorante descrizione di metalli in varie forme e dalle fogge e decorazioni le più diverse:armi, scudi, cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali;  per brevità  ci si dovrà  limitare solo ad alcuni rimandi: al lettore diligente la voglia ed il compito di dar seguito a personali approfondimenti.
     
    Gli scudi di Achille e di Enea
    Di seguito sono riportati i versi  che descrivono il lavoro di Efesto-Vulcano nell’atto di forgiare, su richiesta di Teti, la madre di Achille,  il nuovo scudo del Pelide dopo che quello indossato in sua vece da Patroclo era stato preda di Ettore a seguito dell’uccisione del fraterno amico.”Eran venti che dentro la fornace/per venti bocche ne venìan soffiando,/e al fiato, che mettean dal cavo seno,/or gagliardo or leggier, come il bisogno/chiedea dell'opra e di Vulcano il senno,/sibilando prendea spirto la fiamma./In un commisti allor gittò nel fuoco/argento ed auro prezïoso e stagno/ed indomito rame. Indi sul toppo/locò la dura risonante incude,/di pesante martello armò la dritta,/di tanaglie la manca; e primamente/un saldo ei fece smisurato scudo/di dèdalo rilievo, e d'auro intorno/tre ben fulgidi cerchi vi condusse,/poi d'argento al di fuor mise la soga./Cinque dell'ampio scudo eran le zone,/ (14 )
    Non da meno è l’abilità poetica di Virgilio, nell’VIII libro dell’Eneide, nel descrivere il lavoro dei Ciclopi, intenti nelle nere fucine etnee del dio Vulcano, a forgiare , su richiesta di Pallade-Atena, le armi di Enea: “Tosto che giunse: «Via, - disse a' Ciclopi -/ sgombratevi davanti ogni lavoro,/ e qui meco guarnir d'arme attendete/ un gran campione. E s'unqua fu mestiero/ d'arte, di sperïenza e di prestezza,/ è questa volta. Or v'accingete a l'opra/ senz'altro indugio». E fu ciò detto a pena,/ che, divise le veci e i magisteri,/ a fondere, a bollire, a martellare/ chi qua chi là si diede. Il bronzo e l'oro /corrono a rivi; s'ammassiccia il ferro,/ si raffina l'acciaio; e tempre e leghe/ in piú guise si fan d'ogni metallo./ Di sette falde in sette doppi unite,/ ricotte al foco e ribattute e salde,/ si forma un saldo e smisurato scudo,/ da poter solo incontro a l'armi tutte/ star de' Latini. Il fremito del vento /che spira da' gran mantici, e le strida/ che ne' laghi attuffati, e ne l'incudi/ battuti, fanno i ferri, in un sol tuono/ ne l'antro uniti, di tenore in guisa /corrispondono a' colpi de' Ciclopi,/ ch'al moto de le braccia or alte or basse/ con le tenaglie e co' martelli a tempo fan concerto, armonia, numero e metro/”
     
    Una profusione di oggetti metallici
     
    Poi in un crescendo di citazioni,  sia in Omero che in Virgilio, appaiono magnifiche descrizioni di: cocchi divini, vasellame, suppellettili, abitazioni, strumenti musicali: 
     
    Iliade
     
    Nel bel mezzo della battaglia tra Achei e Troiani, ecco intervenire in aiuto dei due schieramenti, alcune divinità armate di tutto punto ( Iliade-Libro V):“Immantinente al cocchio Ebe le curve/ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna/d'otto raggi di bronzo, e si rivolve/sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto/d'incorruttibil oro, ma di bronzo/le salde lame de' lor cerchi estremi./Maraviglia a veder! Son puro argento/i rotondi lor mozzi, e vergolate/d'argento e d'ôr del cocchio anco le cinghie/con ambedue dell'orbe i semicerchi,/a cui sospese consegnar le guide./Si dispicca da questo e scorre avanti/pur d'argento il timone, in cima a cui/Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre/pettiere; e queste parimenti e quello/d'auro sono contesti. Desïosa/Giuno di zuffe e del rumor di guerra,/gli alipedi veloci al giogo adduce./Né Minerva s'indugia. Ella diffuso/il suo peplo immortal sul pavimento/delle sale paterne, effigïato/peplo, stupendo di sua man lavoro,/e vestita di Giove la corazza/di tutto punto al lagrimoso ballo/armasi. Intorno agli omeri divini/pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,/che il Terror d'ogn'intorno incoronava/”
     
    Odissea
     
     Oro, argento, rame: questa l’offerta, segno dell’opulenza delle case di Ilio,  di un prigioniero troiano onde aver salva la vita  come descritto nel libro VII: “L'aggiungono anelanti i due guerrieri,/l'afferrano alle mani, ed ei piangendo/grida: Salvate questa vita, ed io/riscatterolla. Ho gran ricchezza in casa/d'oro, di rame e lavorato ferro./Di questi il padre mio, se nelle navi/vivo mi sappia degli Achei, faravvi/per la mia libertà dono infinito.”
    Sempre nello stesso libro:“Palagio chiara, qual di sole o luna,/Mandava luce. Dalla prima soglia Sino al fondo correan due di massiccio/Rame pareti risplendenti, e un fregioDi ceruleo metal girava intorno./Porte d'ôr tutte la inconcussa casaChiudean: s'ergean dal limitar di bronzo/Saldi stìpiti argentei, ed un argenteo Sosteneano architrave, e anello d'oro/Le porte ornava; d'ambo i lati a cui,Stavan d'argento e d'ôr vigili cani:/Fattura di Vulcan, che in lor ripose” … “Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo/Sedia d'argento borchiettata a lui/Pose, e l'affisse ad una gran colonna:/Poi la cetra vocale a un aureo chiodo/Gli appese sovra il capo, ed insegnagli/,Come a staccar con mano indi l'avesse.”
    Ecco, nel libro X dello stesso poema, la munificenza di oro, argento, bronzo, che arreda le maritali stanze della maga Circe dove Ulisse riprende le vigorose forze:“Bei tappeti di porpora, cui sotto/Bei tappeti mettea di bianco lino:/L'altra mense d'argento innanzi ai seggi/Spiegava, e d'oro v'imponea canestri:/Mescea la terza nell'argentee brocche/Soavissimi vini, e d'auree tazze/Coprìa le mense: ma la quarta il fresco/Fonte recava, e raccendea gran fuoco/Sotto il vasto treppié, che l'onda cape./Già fervea questa nel cavato bronzo,/E me la ninfa guidò al bagno, e l'onda/Pel capo mollemente e per le spalle/Spargermi non cessò, ch'io mi sentii/Di vigor nuovo rifiorir le membra./Lavato ed unto di licor d'oliva,/E di tunica e clamide coverto,/Sovra un distinto d'argentini chiovi/Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,/Mi pose: lo sgabello i piè reggea/.E un'altra ninfa da bel vaso d'oro/Purissim'acqua nel bacil d'argento/ “
     
    Eneide
     
    E non da meno, come descrizioni di opulenza e di splendori metallici, risultano questi vrsi tratti dal libro II dell’Eneide:Poscia che ciò come profeta disse,/ comandò come amico ch'a le navi/ gli portassero i doni, opre e lavori/ ch'avea d'oro e d'avorio apparecchiati/, e gran masse d'argento e gran vaselli /di dodonèo metallo: una lorica/ di forbite azzimine; e rinterrate/ maglie, dentro d'acciaro e 'ntorno d'oro/, una targa, un cimiero, una celata,/ ond'era a pompa ed a difesa armato/ Nëottòlemo altero”.
     
     
     
     
     
     
     
    CONCLUSIONI
     
    La letteratura della classicità greco-latina, come messo in evidenza,  offre un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.
     
     BIBLIOGRAFIA
     
    1) G. Casarini :” Riferimenti ad arti e mestieri alchemici metallurgici nella Divina Commedia: Fabbri e Ferraioli”-28° Convegno Nazionale A.I.M.-Milano Novembre 2000-Atti-Vol.2-pagg 635-541
    2) G.Casarini:” Metallurgia e scienza nei gironi danteschi”-Civiltà degli Inossidabili-Ediz. Trafilerie Bedini-Dic.1992
     
    3) G. Casarini:” Dante Alighieri e la Metallurgia”- Pianeta Inossidabili-Ediz. Acciaierie Valbruna-Giu.1995
    4) G. Cozzo:” Le origini della metallurgia-I metalli e gli dei”-Editore G.Biardi-1945 Roma
    5) E. Crivelli:” La metallurgia degli antichi”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1913 Torino
    6) I. Guareschi :”Storia della Chimica-I colori degli antichi”- ”-Supplem. Ann. Enciclopedia della Chimica-Unione Tipografica Editrice- 1905 Torino
    7) A. Uccelli-G.Somigli:”Dall’alchimia alla chimica-Storia della Metallurgia e delle lavorazioni meccaniche nel medio-evo”-Enciclopedia storica delle scienze e loro applicazioni”-U. Hoepli Editore-Milano
    8) Esiodo: “ Le opere e i giorni”-Trad. G. Arrighetti-Ediz.Garzanti-1985
    9) Ovidio:” Metamorfosi”-Ediz.varie
    10) Tibullo: “Elegie”_Ediz.varie
    11) Virgilio:”Eneide”-Trad.A.Caro-Ediz.varie
    12) Virgilio: “Bucoliche”-Trad. L.Canali-Fabbri Editori
    13) Lucrezio: “De Rerum Natura”
    14) Omero: “Iliade”-Trad. V.Monti-Ediz.varie
    15) Omero: Odissea”-Trad.I.Pindemonte-Ediz.varie
    16) T. Tasso: “ La Gerusaleme Liberata”-Ediz. varie
    17) L. Ariosto: “ Orlando Furioso”-Ediz.varie
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
  • Come comincia:

    RICHIAMI DI METALLURGIA NELLA LETTERATURA

     

     

    G. Casarini-Binasco (MI)

     

     

     

    RIASSUNTO

     

    “ Fragile è il ferro allor ché non resiste/di fucina mortal tempra terrena/
    ad armi incorrottibili ed immise/d'eterno fabro)….”

    T. Tasso ( Gerusalemme Liberata-Canto VII-vv )

     

     

    “Ecco Rinaldo con la spada adosso/a Sacripante tutto s'abbandona;/
    e quel porge lo scudo, ch'era d'osso/,con la piastra d'acciar temprata e buona./

    L. Ariosto ( Orlando Furioso-Canto II)

     

     

    La scoperta dei metalli, delle leghe metalliche e il loro uso, dall’età del ferro all’era moderna, quella degli acciai inossidabili e delle superleghe, hanno accompagnato ed accompagnano  l’evoluzione e la storia dell’umanità nonché il suo modo di vivere. Nella pratica quotidiana, per limitarci al loro impiego in casa, in ufficio e nei  mezzi di trasporto, i metalli, sotto forma di oggetti e di manufatti, i più disparati, ci sfiorano e  ci sono a portata di mano anche tale continua  familiarità lo fa spesso dimenticare e porta alla ingrata indifferenza.  Tuttavia non solo nella praticità e nel campo della scienza e del mondo industriale  ma anche nel campo delle arti i metalli hanno dato e danno direttamente  un significativo contributo all’appagamento di altri  bisogni e necessità  dell’uomo, quelle dell’estetica e del bello: basti pensare alle statue bronzee della antichità classica ed alle moderne sculture in acciaio inossidabile. Indirettamente, e questo è il tema di questo excursus, vedremo come sempre  nel campo degli appagamenti culturali e dello spirito i metalli abbiano offerto ed offrano immenso materiale nel campo della letteratura. Spaziando in questo campo, dall’antichità ai tempi nostri è facile riscontrare, punto di riferimento la  Divina Commedia, nella quale sono state evidenziate e commentate a suo tempo le innumerevoli terzine con  riferimento ai metalli, come gli stessi metalli non siano sfuggiti alla penna di storici, pensatori e poeti per evocare immagini, suggestioni, riflessioni degne della nostra attenzione. Nella presente memoria, data la vastità dell’esplorazione, il campo di indagine è stato confinato  alla classicità greco-romana. Vedremo come questa, attraverso i versi di Esiodo, Omero, Ovidio, Lucrezio,Virgilio e Tibullo,  offra un immenso tesoro di riferimenti alla metallurgia ed alla lavorazione dei metalli: metalli come simbolismo tra dei, miti e leggende, suggestivi versi sull’origine della metallurgia, sull’impiego e l’uso dei metalli, le loro proprietà, l’usura, la corrosione, il riciclaggio, nonché sfolgoranti descrizioni e una profusione di oggetti metallici.Ai poemi cavallereschi della letteratura italiana, se ci sarà, il prossimo appuntamento a cominciare dal Tasso e dall’Ariosto.

     

     

     

     

    PAROLE CHIAVE

     

    Esiodo, Opere e Giorni, Omero, Iliade, Odissea, Ovidio, Metamorfosi, Tibullo, Virgilio, Eneide, Bucoliche, Lucrezio, De Rerum Natura. 

     

     

    INTRODUZIONE

     

    Fluit aes rivis aurique metallum, vulnificusque chalybs vasta fornace liquescit ( Scorrono a ruscelli il bronzo e l’oro, l’acciaio atto a ferire si liquefa nel vasto forno): questo frammento di un famoso distico tratto dall’Eneide virgiliana ,  risulta impresso, quale motto, sulla moneta etrusca raffigurante Vulcano, il dio dei metalli, adottata come stemma dall’Associazione degli Industriali Metallurgici, primo atto di quella che sarà in seguito l’Associazione Italiana di Metallurgia ed è apparso per la prima volta nel numero di settembre del 1917 della nostra rivista La Metallurgia Italiana a testimonianza del connubio che sempre dovrebbe ricercarsi tra  scienza ed arte.

    A partire da tale frammento,  già citato a suo tempo nelle ricerche su Dante, i suoi mentori e la Divina Commedia (1-3) cercheremo di scoprire, con riferimento alla classicità greco-latina, le  immagini, le  suggestioni e le riflessioni che i metalli hanno evocato e prodotto nei versi dei poeti di quel tempo antico. Tale breve ricerca, oltre che sprone per i giovani cultori della metallurgia ad una più approfondita ricerca in questo campo, vuole rendere un modesto omaggio a tutti quegli studiosi che in passato non hanno disgiunto l’amore della scienza con quello della letteratura, primo fra tutti l’Ing. Giuseppe Cozzo e poi: E. Crivelli, A. Uccelli, G. Somigli e I. Guareschi (4-7)

     

    I METALLI COME SIMBOLISMO: TRA DEI, MITO E LEGGENDA

     

    L’antropologia moderna analizzando la preistoria e la protostoria dell’umanità, classifica la sua evoluzione attraverso le seguenti età: età della pietra ( paleolitico, mesolitico, neolitico), età del bronzo e età del ferro in funzione della natura dei primi utensili impiegati dall’uomo e dalla cronologia della scoperta e dell’uso dei metalli. Anche nell’antichità seppure strettamente legata a superstizioni, suggestioni di interventi divini tra miti e leggende varie, l’importanza dei metalli, come fattori di progresso, era già stata fortemente sentita e percepita nonché tradotta anche in componimenti epici o liriche nostalgiche ed accorate.

    Inizialmente, sia nel  mondo greco e poi in quello latino, al pari della visione biblica dell’Eden o Paradiso terrestre, la prima fase della storia dell’umanità veniva confinata nell’età dell’oro, età ove regnano pace e serenità, seguita poi, come punizione divina, a periodi di guerre e di discordie: metalli sottratti all’aratura dei campi e trasformati in armi letali.

     

    Classicità Greca

     

     Per primo, Esiodo, epico greco della fine dell’VIII sec. A.C., nelle “Opere ed i giorni” (8) enumera cinque età del mondo, fondate proprio sull’uso dei metalli, ed nelle quali si sarebbero avvicendate altrettante “specie umane”, o in altre parole, altrettanti stadi della civiltà. La prima detta “età dell’oro” in cui vecchiaia, preoccupazioni ed affanni della vita erano stati risparmiati agli uomini e dove il suolo fertilissimo avrebbe offerto spontaneamente erbe e frutta in abbondanza. A questa sarebbe seguita la stirpe “ dell’età dell’argento” distrutta da Zeus per la pochezza della sua intelligenza e per il disprezzo verso gli Dei; terza “l’età del bronzo”, vigorosa ed indomabile e dal cuore duro conclusasi tra lotte tremende e crudeli.Ad esse seguiranno una quarta, come fase di transizione, per poi ultima “l’età del ferro”, quella in cui visse il poeta, piena di sofferenze, di miserie, di delitti e di empietà.“Prima una stirpe aurea di uomini mortali/ fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore...come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,.. il suo frutto dava la fertile terra../Come seconda una stirpe peggiore assai della prima,/argentea, fecero gli abitatori delle olimpie dimore,..vivevano ancora per poco, soffrendo dolori../né gli immortali venerare volevano,/ né sacrificare ai beati sui sacri altari,../ Zeus padre una terza stirpe di gente mortale/fece, di bronzo, in nulla simile a quella d'argento,..di bronzo eran le armi e di bronzo le case,/col bronzo lavoravano perché il nero ferro non c'eradi nuovo una quarta, sopra la terra feconda,/fece Zeus Cronide, più giusta e migliore,/di eroi, stirpe divina, che sono detti semidei, …/combattendo per le greggi di Edipo,…./là il destino di morte li avvolse;/ma poi lontano dagli uomini dando loro vitto e dimora/il padre Zeus Cronide della terra li pose ai confini./…Zeus, poi, pose un'altra stirpe di uomini mortali/dei quali, quelli che ora vivono.../perché ora la stirpe è di ferro; né mai di giorno/cesseranno da fatiche e affanni, né mai di notte,/affranti; e aspre pene manderanno a loro gli dèi.”

     

    Classicità Latina

     

    A quella medesima e felice età dell’oro ricordata da Esiodo si richiameranno più tardi anche  i poeti elegiaci latini. In particolare, Ovidio ( 43 A.C.-18 D.C.)  nel Libro I delle Metamorfosi sembra ripercorre, descrivendo le varie età dell’evolversi dell’umanità , gli stessi versi e le stesse evocazioni dell’epico greco: “Per prima fiorì l'età dell'oro, che senza giustizieri/o leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine./………non v'erano trombe dritte, corni curvi di bronzo,né elmi o spade: senza bisogno di eserciti,la gente viveva tranquilla in braccio all'ozio/Quando Saturno fu cacciato nelle tenebre del Tartaro/e cadde sotto Giove il mondo, subentrò l'età d'argento,/peggiore dell'aurea, ma più preziosa di quella fulva del bronzo./…….Terza a questa seguì l'età del bronzo: d'indole/più crudele e più proclive all'orrore delle armi/,ma non scellerata. L'ultima fu quella ingrata del ferro./E subito, in quest'epoca di natura peggiore, irruppe/ogni empietà; si persero lealtà, sincerità e pudore,/e al posto loro prevalsero frodi e inganni,/”.  (9)

    Tibullo ( 55-18 A.C.) nel suo accorato carme” In terre sconosciute” mette anch’egli a confronto il suo periodo e lo spensierato periodo di un tempo antico: l’umanità viveva in un mondo idilliaco, senza pericoli,  animali e piante elargivano doni  in abbondanza ed il metallo non era stato ancora forgiato sotto forma di armi dedite alla morte.“Com'era felice la vita sotto il regno di Saturno,/…nessuna casa aveva porte e/…Stillavano miele le querce/e spontaneamente le agnelle/gonfie di latte offrivano le poppe/…Non c'era esercito, né rabbia, guerre/o un fabbro disumano/che con arte crudele foggiasse le spade.”  ( 10 ).

    Anche Virgilio (70-19 A.C.),  nell’Eneide (LibroVIII), ricorda come Saturno e la sua età dell’oro abbiano influenzato la nascita della civiltà nel Lazio, civiltà poi degradatasi progressivamente:”Saturno il primo fu che in queste parti/ venne, dal ciel cacciato, e vi s'ascose/ E quelle rozze genti, che disperse/ eran per questi monti, insieme accolse/ e diè lor leggi: onde il paese poi /da le latèbre sue Lazio nomossi. Dicon che sotto il suo placido impero/ con giustizia, con pace e con amore si visse un secol d'oro, in fin che poscia/ l'età, degenerando, a poco a poco/ si fe' d'altro colore e d'altra lega. ( 11)

    Tema dell’età dell’oro ripreso poi dallo stesso Virgilio in  una sorta di profezia messianica, anche nelle Bucoliche ( IV Ecloga) :”O Muse sicule, cantiamo poesie più elevate: non a tutti piacciono gli arbusti e le basse tamerici;/se cantiamo i boschi, siano boschi degni di un console. /E' giunta l'ultima età / di nuovo nasce un grande ciclo di secoli e già torna la Vergine, tornano i regni di Saturno, già una nuova generazione viene fatta scendere dall'alto cielo./Tu, casta Lucina, sii propizia al bambino  che sta per nascere / al tempo del quale inizierà a scomparire la generazione del ferro/ e in tutto il mondo sorgerà quella dell'oro; il tuo Apollo regna già./”(12).