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Poesie di Giuseppe Gianpaolo Casarini

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Giuseppe Gianpaolo Casarini

  • mercoledì alle ore 10:14
    Solo si sente il bosco

     
    Giungon d’inverno i mesi orfano
    solitario si sente il bosco sol
    neve e brina mattutina a fare
    compagnia non più le voci amiche
    quei rumori quel solletico dolce
    dello strisciar tra l’erbe rami
    spezzati salti tra foglie mosse
    canti sol nascoste e dormienti
    sotterranee vite lontan o migrati
    gli uccelli cercan lor pasture
    più i passi risuonan del cercator
    di funghi di chi il marron gustoso
    frutto autunnal alla raccolta muove,
    sol lo ridesta nel silenzio qualche sparo
    cacciator e  bracconier che son nemici!
     

  • 29 novembre alle ore 12:34
    Due fruscoli di pane

     
    Volata è stamani una capinera
    sulle foglie del nespolo
    in giardino e col becco fruga
    in cerca di un insetto, delusa
    poi in alto alza il suo capino,
    tra l’erba pallida che perso ha
    il verde colore della primavera
    buca il terreno un nero merlo
    vana la ricerca di un sotterraneo
    verme e le gialle zampette verso
    altro luogo muove, anche un passero
    saltella nel giardino che per lui
    pur la fame il grido alza ma se avara
    oggi è la natura come spesso avvien
    in questi giorni soccorso una man
    da la mia che qui e là lancia svelta
    due freschi gustosi fruscoli di pane 
     
     

  • 28 novembre alle ore 12:04
    Io e la selvatica calla

     
    La selvatica calla dopo il lungo
    sotterraneo sonno torna a veder
    la luce, prima un sottil germoglio
    un esplosione poi di larghe belle
    verdi foglie in attesa nel tempo,
    ai primi dell’estate, alla vista
    offrir il bianco fiore e la pannochia
    rossa, pur io infreddolito e prigione
    dell’inverno qual spento fiore
    la lieta stagion quando lo zefiro
    gentil pian sospira pazientemente
    attendo e nell’attesa penso ancor
    vedrà la luce il fior della vecchiaia mia?
     

  • Pomeriggio d’autunno tempo incerto
    alberi spogli a dar luce sul parco
    il poco sole ostacol  non vi trova:
    scivoli dondoli altalene e rotante
    una giostrina vi giocano i bimbi
    alcuni son stranieri mia nipote
    con lor contenta e gioiosa corre
    e in questo correre e giocare ecco
    calpestan  foglie lì morte cadute
    nel parco Teresio Olivelli in quel
    di Casorate Primo, sì corrono giocano
    di quel nome ignari, vide Teresio
    altri giochi correr altro in Hersbruck
    altre foglie calpestate, giovani
    verdi foglie non dal vento scosse
    ma dall’alber della vita tolte e là
    cadute in truculenti bestial giochi
    da viltà vile e da folle umana insana
    crudeltà  e di quelle la  vita dando
    si occupò raccolse e a se con amore trasse
     
     
    Teresio Olivelli (Bellagio 1916-Hersbruck 1945)
    Martire-Patriota-Beato
    Deportato morì nel Lager di Hersbruck a seguito di vessazioni e percosse a causa della sua fede religiosa e dell’abnegazione caritavole con cui si volgeva verso gli altri detenuti.
     
     
     

  • 24 novembre alle ore 8:45
    L'indemoniata

     
    Che fosse indemoniata da tempo  sospettavo
    sguardo torvo occhi luciferini brutta faccia
    quel parlottar maligno tra se e se della gente
    sconosciuta al suo passare del buio amante
    della scura notte dei temporali e grandini
    incurante della scrosciante pioggia lampi
    tuoni la facevan gioire si ancora incerto
    sospettavo la conferma all’improvviso ieri
    lontan dal vial condominiale soffiava le foglie
    un povero omarino a questo incaricato e nell’agir
    tre foglioline sì tre tre  foglioline proprio
    a cader vanno sulla soglia del cancello suo:
    urla urlacci gesta movimenti strani da questa
    poi il malcapitato fissa e dopo tre parole strane
    gli punta un dito e quello ecco in terra cade sì
    in terra cade e li vi riman riman morto stecchito
     
     
     

  • 22 novembre alle ore 9:52
    Altra mano

     
    Fuori nevica di bianco i campi
    ricoperti al calor del fuoco,
    schioppetta il legno nel camino,
    qui il vecchio contadino sospirando
    quel tempo ricorda di passati anni
    quando il vigor ancora lo reggeva
    e pensa che là sotto altra mano
    gettato ha la semente e altra man
    nella stagion futura taglierà
    le messi ma saggiamente poi
    ai quei ricordi antichi andando
    sorride che ben sa che della vita
    sempre e solo in avanti la ruota gira
     
     

  • 18 novembre alle ore 8:54
    Così in tempo breve

     
    Sulla soffice sabbia della duna
    del deserto soffia il vento
    e in breve tempo questo la modella
    dopo l’intensa pioggia forte scorre
    l’acqua del ruscello e la riva
    in tempo breve  aspetto cambia
    così in breve tempo presto mutan
    e tanto si modificano i pensier miei
    dalle vision correnti che scuotono la mente
     
     

  • 17 novembre alle ore 10:44
    Frangar non flectar il motto

    Sradica la quercia il vento
    come gli allori e gli alti pini
    che a quello fanno resistenza
    sol ondeggiano al furor suo
    le betulle gli arbusti il pruno
    e le salse tamerici che così a lor
    per stranezza ha dettato la natura,
    or getta uno sguardo sull’uman
    consorzio dove par non dettare
    la natura ma il personal agire
    che tanti ai tirannici della vita
    venti il dondolar con inchin
    profondo pur di star lì in piedi
    non divelti omaggio e preferenza
    danno, pochi inver a quelli portan
    combattimento e profonda guerra
    che frangar non flectar è il motto
    loro anche e poi a ben ricordar
    di Don Lisander quelle sue parole:
     “Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare”
     
     

  • 26 ottobre alle ore 9:59
    La pioggia non sa scrivere...ma

     
    Non sa scriver la pioggia
    d’amor parole che vadan
    dritte al cuore ma può
    d’amor compor canzoni,
    una nota per ogni fior
    su cui cade qui nel mio
    giardino tonalità varie
    diverse, un do dal ciclanimo,
    un fa dal bucaneve, più re
    da quelle rose, i sol ecco
    dal tuberoso elianto, sul
    geranio un la, i mi dalle mimose
    dalle ortensie i dolci si:
    che bella melodia per te
    al tuo cuor donata amata mia!
     

  • 22 ottobre alle ore 13:48
    Come nel mito di Proserpina

     
    Curioso il perpetuo vital ciclo
    dell’Arum italicum,il bianco gighero,
    che al mito di Proserpina fa memoria:
    di Pluton sposa nell’Ade buia tetra
    negli invernal mesi e di Cerere figlia
    nel mieter lieta biondi messi nell’estate,
    e di Fregoli il funanbolico mutar veloce
    che bucando il terren alla vita diurna
    lentamente  torna al giunger dell’autunnal
    stagione e  qui larghe foglie belle verdi
    rigogliose, in primavera poi sottil bianca
    elegante infiorescenza mostra del bianco
    fiore madre e in giugno al ciel calor
    donando il rosso frutto quell’insiem
    di bacche ostenta, lei che con quel calor
    poi si dissolve e dal terren scompare
    ma non muore e  lì sotto bulbo solitario
    vive per ritornar nel tempo a diurna vita
    ……………………………………………… 
     
     

  • 16 ottobre alle ore 8:13
    I due tappeti

     
    All’inizio della primavera i pappi
    i bianchi piumosi frutti della viorna
    nell’aria un poco danzan per poi cadere
    a terra e lì formar un niveo tappeto,
    al finir poi dell’autunno il vento
    di questa i rami  forte scuote e scendon
    tremanti nell’aria variopinte foglie
    e al lor cader a terra nuovo tappeto nasce:
    tappeti che spesso poi villan piede deturpa
    indifferente a questo ricamar della natura!
     
     

  • 14 ottobre alle ore 8:41
    Occhi gialli

    Gli occhi gialli del tuberoso elianto
    di quei fiori a me per ricordi familiari
    tanto vedo nel corso del giorno come
    mutar alquanto il lor fissare il cielo
    sì che all’animo mio che li osserva
    van recar mutevol sentimenti: al mattin
    dolcezza che al sol s’apron ridenti lieti,
    malinconia al scender della sera come tristi
    spauriti a cercar nel buio la paterna luce!
    Questo  chissà perché è questo il sentir mio
    che il fiore non si chiude nè muta di colore.

  • 29 settembre alle ore 9:40
    Settembre le rondini

    Oggi cerco come un tempo le rondini
    A migrar già in volo o ferme lì fisse
    Tra i fili dei pali della luce prossime
    A partire, ma oggi il cielo è vuoto
    Sui quei fili nessuna nera figurina
    Son già partite domando, lasciato
    Han già questo mio paese? Triste,
    Ecco ricordo: chi non torna non
    Più poi ripartire che quest’anno
    Le rondini, non so perché, non son
     Ritornate  a farmi dolce compagnia
    Al mio paese  e con i  voli loro
    Là in alto  il mio cielo a rallegrare!

  • 29 settembre alle ore 9:16
    Kalymnos

    Tu che con le undici  sorelle  tue
    Dall’Egeo, il greco mar, ridente affiori, 
    Tu che appellò Ovidio latin isola
    Dai boschi ombrosa e il cieco Cantor
    Delle tre Calydnae una, per me tu 
    Sei qual allor tu fosti  nell’affacciarti
    Alla vista mia, vision che all’animo
    Respir dava e alla mente il pensar:
    Nell’aria profumi intensi d’erba
    Aromatica ch’al nome del re greco
    Chiama bianche spiaggie colore
    Blù del mare che a antiche fatiche
    Dolorose volge: giù sui fondali
    Vite lì in colonie fisse pescate tolte
    E poi da man ruvide ma sapienti
    Morte mutate in soffice materia
    Che qui in ogni dove al visitator
    Fan bella mostra o Kalymnos:
    Isola del basilico e delle scure spugne! 
     

  • E così si conclude l’Elegia
     
    “Ora dice la gente:-Bisogna abbattere i ruderi e farne uno nuovo e diverso, che serva agli interessi più  di prima- Come se le opere d’arte nascessero per servire gli interessi,o, meglio non servissero all’interesse più vero che è quello dell’anima ossia della bellezza. Dice ancora la gente:-Bisogna costruire non guardando al passato che non torna, ma all’avvenire che incalza- Eppure ha scritto un grand’uomo che solo chi salva il passato e i suoi acquisti, può dirsi intenditore del presente e costruttore dell’avvenire. Signori del Comune,un giorno le ragioni della bellezza si affidavano ai poeti come a difensori  naturali. Ora, se mi guardo intorno , non vedo più poeti tra noi, o sono tutti nascosti. Quelle ragioni son quindi affidate a voi e al vostro sentimento. Salvare il ponte, pur nei suoi ruderi, è un modo di rimanere pavesi e di sentire la religione della città perché  quel ponte è solo di Pavia; un altro d’ogni altro luogo. Salvate quel ponte come il più grande monumento alla nostra sofferenza , come la lapide più attonita e viva che si possa incidere sull’acqua e sull’aria a memoria della nostra tragedia. Un giorno gli occhi dei poveri a guardarlo, si consolavano come di una cosa bella che anch’essi potevano godere.
    E in repubblica democratica sarà lecito vergognarsi di ponti ornamentali? Salvate quel ponte. Restituite quel sogno alle nuove generazioni. E’ un invito alla musica, alla bellezza che è parola uscita dalla bocca di Dio. Questa, la vedete. non è poesia.
    Non è nemmeno polemica. Forse è un grido di dolore. Certo è un grido d’amore: amore di Pavia.
    Cesare Angelini
    ………………………………………
    Diversi sono i pareri della gente: “Bisogna abbattere i ruderi e farne uno nuovo e diverso, che serva agli interessi più  di prima”, ”Bisogna costruire non guardando al passato che non torna, ma all’avvenire che incalza”, cancellare il passato, non guardarsi indietro, servire gli interessi  più di prima, guardare all’avvenire: questo dice la gente. Qui nascono all’animo, al cuore di Angelini  amarezza e delusione, perché “l’interesse più vero che è quello dell’anima ossia della bellezza” e segue poi un severo monito:” solo chi salva il passato e i suoi acquisti, può dirsi intenditore del presente e costruttore dell’avvenire.” Queste parole derivano da un passo delle "Considerazioni inattuali" di Friedrich Nietzsche contenuta ne "L'utilità e il danno della storia per la vita" e così tradotto da Benedetto Croce, “quel  grand’uomo” e suo carissimo o amico  "La parola del passato è sempre simile a una sentenza d'oracolo; e voi non la intenderete se non in quanto sarete gli intenditori del presente, i costruttori dell'avvenire”. Merita di ricordare al riguardo che, nel 1946, nel secondo dopoguerra il poliedrico intellettuale Giovanni Pugliese Carratelli fonda La Parola del Passato con Gaetano Macchiaroli, editore rigoroso, impegnato nel sociale e nella politica, rivista ottiene rapidamente un posto di primo piano nel mondo culturale italiano. Il significato e il profilo della rivista sono racchiusi e chiariti in tale frase, che troviamo in epigrafe nella terza di copertina di tutti i fascicoli; è un indirizzo di ricerca: lo studio delle Humanae Littarae non si deve limitare alla mera erudizione, ma alla promozione dell'istruzione morale ed estetica, perché non sia fuga dal presente, ma dia il suo contributo al dibattito contemporaneo; esso può modificare il presente e ha l'obbligo le basi del futuro. Il significato e il profilo della rivista sono racchiusi e chiariti in tale frase, che troviamo in epigrafe nella terza di copertina di tutti i fascicoli; è un indirizzo di ricerca: lo studio delle Humanae Littarae non si deve limitare alla mera erudizione, ma alla promozione dell'istruzione morale ed estetica, perché non sia fuga dal presente, ma dia il suo contributo al dibattito contemporaneo; esso può modificare il presente e ha l'obbligo le basi del futuro. Ritornando alla Elegia Angelini così amaramente  si sfoga “… un giorno le ragioni della bellezza si affidavano ai poeti come a difensori  naturali. Ora, se mi guardo intorno , non vedo più poeti tra noi, o sono tutti nascosti”. Ma come diremo un poeta vi è ancora e neanche tanto nascosto: è Cesare Angelini! Ed ecco nascere il suo accorato grido agli Amministratori di Pavia:”  Salvare il ponte, pur nei suoi ruderi, è un modo di rimanere pavesi e di sentire la religione della città perché  quel ponte è solo di Pavia; un altro d’ogni altro luogo”,  ma è pure un  grido, sì di dolore, per questo ponte dolente:”quel ponte come il più grande monumento alla nostra sofferenza”,   un grido infine  addolcito da quel nostalgico ricordo:”un  giorno gli occhi dei poveri a guardarlo, si consolavano come di una cosa bella che anch’essi potevano godere. E in repubblica democratica sarà lecito vergognarsi di ponti ornamentali?”
    Se nel grido che richiama  alla bellezza, al grido sofferente, al nostalgico grido volto  al passato e, infine, se  nella invocazione:”Restituite quel sogno alle nuove generazioni” si può far riferimento al  Foscolo dell’inno alla bellezza, dell’Ortis, dei Sepolcri, della pavese esortazione “ Italiani vi esorto alle storie” Nel  “ E’ un invito alla musica, alla bellezza che è parola uscita dalla bocca di Dio.” vi è  tutto il Poeta Cesare Angelini!
     
    ……………………………………………………………………………..
     
    Un sentito grazie al Dr. Fabio Maggi pronipote di Cesare Angelini per le varie documentazioni inviatemi 
     

  •  
    L’Elegia così prosegue:
     
    “Congiungeva le due rive -come dire la città e la campagna- con un senso vivo di umana solidarietà. E i boschi vicini, rimbiondendo in primavera, gli mandavano vento di giovinezza. Giunta qui, l’acqua del fiume-nato in alto e lontano- rimormorava attonita: “Nel mio percorso non ho visto cosa più bella”; e si metteva a giocare fanciullescamente coi piloni, coi sette archi, che parevano un invito alla danza. Poi più a valle, si cancellava nel Po, ma consolata d’aver visto tale maraviglia. Da piazza Leonardo, da via luigi Porta lo guardavano le torri coetanee con compiacenza di sorelle superstiti; e il tiburio di San Michele e di San Teodoro ogni giorno allungavano il collo per meglio vedere e assicurarsi che era sempre lì.
    Ed era sempre lì; un po’ vecchio, un po’ stanco, con quelle sue forme a dorso di mulo. Ma il mulo è sempre più tenace che stanco. E quella schiena curva che portava la dolcezza d’una chiesa fatta a barca, vinceva il peso e il passo dei secoli.
    In pace temevano che i suoi nemici fossero le piene che d’autunno aggredivano i piloni e invadevano gli archi ponendo quasi storcerli e ruinarli. Ma poi era niente.
    Le onde sfogavano le forze radunate a Sesto Calende e qui,rompendosi contro il tagliamare, scoppiavano in una fragorosa orchestra di tuoni sommersi. Ma in guerra i suoi nemici furono i mostri precipitanti da cieli apocalittici; e ne hanno slogato le vertebre, sciancate le arcate, mutilato il canto.”
    “Congiungeva le due rive -come dire la città e la campagna”, ecco la sua  funzionalità sociale e di comunicazione, quindi  non solo balaustra di freschezza per i poveri in estate, non solo monumento simbolo da ammirare e ammirato, ma quell’unire  le due rive  quel andirivieni di persone, di  merci, di  mezzi di trasporto di vario genere. un tempo impedito o difficoltoso , ora diventa  possibile grazie a lui che agisce  “ un  senso vivo di umana solidarietà” tra due mondi diversi, fin qui separati, l’opulenza della città e la povertà della campagna. E  nel commento giunge in soccorso, grazie a quanto inviato da  un suo pronipote, il Dr. Fabio Maggi, Angelini stesso che  nel capitolo "Pavia sotto la neve" così scrive "Dal Ponte vecchio arrivano lenti i carretti insaccati in tendoni carichi di neve; scendono dai paesi di collina dove ne è caduta di più, e ne sono una memoria poetica. Ma fate che un gregge di pecore, sceso da Zavatarello, da Varzi, passi lento sul Ponte coperto; Pavia prende l’aria d’essere ancora nella favola, o appena uscita da una stampa del nostro Giovita Garavaglia o del suo maestro Fausto Anderloni, incisori d’alta statura, che nel grande Ottocento, come i poeti, sapevano ancora commuoversi davanti a queste scene cosmiche, a queste nevi cristiane, vantamento e ricchezza dei nostri siti settentrionali." Poi ti par di sentire anche tu e di essere sfiorato come il ponte da quel vento di giovinezza che arriva dai boschi in quanto son queste  due righe di pura poesia! Acqua che nel suo lungo percorso, circa 200 km, prima di giungere a Pavia, il Ticino nasce nella lontana Svizzera, dalle due sorgenti dei passi di Novena e del Gottardo, ne bagnate di meraviglie con  il figlio suo il lago Maggiore ( Intra, Pallanza, le isole Borromee e altro )  ha da lontano visto  monumenti, torri, castelli, piazze,  abbazie delle lontane Stalvedro e Bellinzona o delle vicine Vigevano e Morimondo. ma…  “Nel mio percorso non ho visto cosa più bella”  acqua che poi  gioca “fanciullescamente coi piloni, coi sette archi, che parevano un invito alla danza” non è anche questa poesia? Acqua che infine muore, muore nel Po ma dolcemente e serenamente  dopo aver visto tanta “maraviglia” ! Bello quel animarsi, prender vita delle torri, delle chiese di Pavia che, come piene di timore, vogliono  tranquillizzarsi  e assicurarsi che sia sempre lì.
     E l’Elegia diventa elegia: stupenda la similitudine con il mulo: po’ vecchio, un po’ stanco”. ma “sempre più tenace che stanco”, “quella schiena curva che portava la dolcezza d’una chiesa fatta a barca, vinceva il peso e il passo dei secoli.” Sì le sue battaglie vinte vittoriosamente nei secoli e in tempo di pace durante le piene d’autunno che ” aggredivano i piloni e invadevano gli archi ponendo quasi storcerli e ruinarli. Ma poi era niente. Le onde sfogavano le forze radunate a Sesto Calende e qui, rompendosi contro il tagliamare, scoppiavano in una fragorosa orchestra di tuoni sommersi.” Vittorioso nei secoli e  in tempo di pace poi, in un sol giorno e in soli  pochi minuti, in guerra, “ i suoi nemici… i mostri precipitanti da cieli apocalittici.. ne hanno slogato le vertebre, sciancate le arcate, mutilato il canto.”
    Tutta la sofferenza di questo passo dell’Elegia è raccolta in questo  “mutilato canto.”
     

  • Nel corso della stesura di una nota volta alla ricerca di riferimenti al fiume Ticino nella vasta produzione letteraria del Vate di Albuzzano , Monsignor Cesare Angelini, nota apparsa in una versione preliminare su Ticino Notizie, un contatto epistolare con un pronipote del grande critico e scrittore, il Dr. Fabio Maggi,  mi  ha dato l’opportunità di “impreziosirla” tramite l’invio di prezioso materiale e in particolare, di una copia de  L’Elegia del ponte rotto, scritta, nel 1949, con bella e nitida calligrafia.  
    L’Elegia fa riferimento al bombardamenti delle forze alleate che  nel settembre 1944, durante la  seconda guerra mondiale, danneggiarono l'antico ponte trecentesco e ne fecero crollare un'arcata e nasce in quel clima particolare che si respirava in Pavia in quanto al termine della guerra  si svolse un aspro dibattito sull'opportunità di ripristinare il vecchio ponte o di demolirlo. Per timore di crolli che avrebbero potuto far straripare il Ticino, nel febbraio 1948, il  Ministero de Lavori Pubblici fece demolire con la dinamite l'antico manufatto. Alcuni resti dei piloni del vecchio ponte sono visibili nelle acque del fiume ed è rimasta anche la base del portale. Nel 1949 si iniziò la costruzione del nuovo ponte, che fu inaugurato nel 1951 . Sul portale d'ingresso dalla parte della città un'epigrafe cita: "Sull'antico varco del ceruleo Ticino, ad immagine del vetusto Ponte Coperto, demolito dalla furia della guerra, la Repubblica Italiana riedificò.
    Dell’Elegia se ne riporta  qui solo una prima perché merita, come spero di fare nel tempo,  di essere trattata  nella sua interezza con  un ampio commento, direi, quasi, con un saggio esegetico!
     “ E’ lì, da due anni, costernato nella sua sofferenza drammatica, nel silenzio improvviso delle sue arcate; ma con uno strano pudore d’esser guardato, come ogni bellezza devastata. I suoi diritti sono quelli dei mutilati, dei grandi mutilati di guerra, che vanno assistiti, guariti, rifatti. Se no,  è una ingiustizia in terra e in cielo. Ma ha pazienza ; nella sua maestosa stanchezza di rudere, dà tempo al tempo. Sa che un ponte non si rifà in un giorno  e in una notte, a meno d’affidarne la costruzione al diavolo come i vecchi favoleggiavano di lui, ma lui non vuole. Era, nei secoli, il motivo  lirico della nostra città; il suo volto, la sua distinzione; il simbolo nella geografia e nell’arte. Era la firma di Pavia. Un ponte coperto su un bel fiume, non è cosa di tutti i giorni né di ogni città. C’è  il ponte di Bassano, il vecchio ponte di Firenze, ma il nostro che era il terzo e basta ( “ i ponte dei sospiri” è un’arcata tenuta su dagli innamorati”) li batteva tutt’e due per imponenza e figura. E quelle cento colonne di granito che ne sorreggevano il tetto, se nelle notti di luna gli davan lievità di sogno  di visibile favola, di giorno creavano una balaustra di freschezza per i poveri che vi sostavan volentieri. Era l’edificio più ammirato dallo straniero, quando lo straniero si chiamava Petrarca che invitava un certo Boccaccio a vederlo come opera insigne; o si chiamava Leonardo che provava malinconia di non essere arrivato in tempo a metterci una mano anche lui; o si chiamava Montaigne che, ritornato in Francia, lo lodava tra i suoi. Era l’edificio più ammirato dai concittadini, quando i concittadini si chiamavano Cherubino Cornienti, Pasquale Massacra, Faruffini, Tranquillo Cremona, Ezechiele Acerbi, Erminio Rossi, Romeo Borgognoni: che Dio li ha tutti nella sua pace.”
    All’inizio dell’Elegia  ci viene presentato  un Ponte sofferente, stanco in quella “maestosa stanchezza di rudere”,  ma paziente in attesa di essere guarito..sa che ci vuole tempo …a meno che..” ma lui non vuole” con riferimento al diavolo e  alla favola della sua primitiva costruzione (da Wikipedia:” Secondo una leggenda, la notte di Natale dell'anno 999 molti pellegrini volevano recarsi alla messa di mezzanotte in città, ma, per la fitta nebbia, le barche non potevano effettuare il tragitto. All'improvviso arrivò un uomo vestito di rosso, che promise di costruire immediatamente un ponte in cambio dell'anima del primo passante. L'uomo era il diavolo e solo l'arcangelo Michele accorso dalla chiesa poco distante lo riconobbe; finse d'accettare il patto e, quando il ponte fu costruito, fece passare per primo un caprone. In realtà, il nuovo ponte fu costruito a partire dal 1351 sui ruderi del ponte romano, su progetto di Giovanni da Ferrera e di Jacopo di Cozzo”).
    Poi  dalla penna, dal cuore di Angelini, ecco uno slancio accorato,  un amore  forte immediato, per questa “creatura” mutilata  che “Era, nei secoli, il motivo  lirico della nostra città; il suo volto, la sua distinzione; il simbolo nella geografia e nell’arte. Era la firma di Pavia.”
    Sì solo amore, certezza, nessun dubbio, nessun sciocco campanilismo in quel affermare con decisione la sua supremazia nei confronti degli altri due ponti coperti “su un bel fiume” italiani:” . “ C’è  il ponte di Bassano, il vecchio ponte di Firenze, ma il nostro che era il terzo e basta ( “ i ponte dei sospiri” è un’arcata tenuta su dagli innamorati”) li batteva tutt’e due per imponenza e figura”
    E poi quel lirismo: “ se nelle notti di luna..”. Balaustra di freschezza per i poveri, bello questo riferimento, ai poveri forse poco importa la bellezza architettonica ma la sua funzionalità ..punto di ristoro, bellezza, imponenza architettonica che invece richiamano l’attenzione e lo stupore dei visitatori “stranieri” e che stranieri: Petrarca, Leonardo, Montaigne! Cosi nelle loro invocazioni qui parzialmente espresse e  a quegli inviti agli amici di venire in quel di Pavia per ammirarlo par di sentire  la trasmissione e la condivisione della  gioia  di chi ha trovato un tesoro ma che non lo tiene gelosamente per sé.. sì anche voi amici ne dovete godere quindi venite a vedere!
    “Era l’edificio più ammirato dai concittadini, quando i concittadini…”, qui Angelini sembra sospirare in quel nostalgico ricordo di quei concittadini, quei bei nomi di valenti pittori , tutti orbitanti in tempi diversi attorno della Civica Scuola di Disegno e di Incisione in seguito divenuta Civica Scuola di Pittura,  alcuni morti giovanissimi: Massacra patriota in combattimento, Cremona, l'iniziatore della scapigliatura in pittura,  avvelenato da coloranti tossici, e sembra dire “i tempi sono purtroppo cambiati” e diventa nel ricordo un “laudator temporis acti”
     
     

  • 14 marzo alle ore 9:44
    Arum Italicuma

    Sciolta l’ultima neve marzolina
    sulle rive del fossato maestosa
    torna al ciel mostrar l’ampie
    verdi foglie la selvatica calla
    e a giugno lì vi sarà di rosso
    color una esplosion vivace
    di rosse lucenti rosse bacche,
    invan lacrime calde attende
    la primula dell’amor, perenne
    è quel gelo qui nel cuor creato
    da parole d’addio qual neve
    nera su bianco foglio lì gettate:
    non un rosso fiore a primavera
    che avvizzito morto sarà il fiore!

     

  • 02 febbraio alle ore 9:58
    Notte di Natale

     
    Un palazzo patrizio bifore
    una finestra illuminata
     gioiosa lì ride una bimba
    bionda: quell’albero i regali,
    per la demolizione dirimpetto
    pronto un caseggiato vecchio,
    una finestra un vetro rotto
    rischiara la stanza una candela
    e da lì a guardar s’affaccia
    una bella bimba bruna il nulla
    la circonda, da lì quell’opulenza
    vede e un sospiro forte nasce
    poi si spegne che lì volando
    un pettiroso qual dono una
    bacca rossa lì depone, di ilex
    un ramo su quei neri capelli,
    il suo regalo, porta una capinera
    che nel giorno di Natale bandita
    in ogni dove  è dei bimbi la tristezza!
     
     

  • 01 luglio 2017 alle ore 14:07
    Umbria

     
    Del suol calpestato dall’antiche genti:
    etrusche umbre romane longobarde Patria,
    tu Umbria: patria di sante santi del pennello
    della  penna un tempo insigni gran maestri,
    qui dove il seme sacro all’atzeco trova forma
    e sotto  scorre veloce il fiume dell’ imper
    che il mondo antico al gioco suo sottomise,
    dove il calibo licor bollente e forma trova e
    e di durezza  tempra, dove Spoleto la dotta
    dei mondi offre spettacoli e cultura, dove
    dall’alto alla vista s’apre il borgo e qui
    lo sparvier di Federigo un di trovò rifugio
     e oggi  il rosso sagrandino al palato gentil
    di Bacco la letizia dona,  Bevagna ove al Sentin
    allor il roman diè dolore all’umbro e qui nel giugno
    quel viver medieval rivive, io dalla rocca di Spelto
    ove i floreal disegni a rallegrar la vista a gara
    fanno  a te Umbria un canto d’amore canto
    faccian eco a questo l’acque del lago dove
    Gaio Flaminio del punico subì l’onta e del Clitunno
    di cui Giosuè in versi incliti declamò le fonti.
     
     

  • 15 febbraio 2017 alle ore 12:35
    San Valentino: Povera prostituta

    Un giorno come un altro
    un angolo di via o una stanza
    d'alberguccio di periferia
    non vi per lei San Valentino
    alcuno nessun dono d’amore
    sol fallaci e carnal incontri
    dove quel che si vive e si gode
    è tutto fuor che un union di cuori

  • 07 ottobre 2016 alle ore 15:43
    Non qual lucertola al sole

     
    Prima al sole le lucertoline stanno
    ferme tra l’erbe e solo il capin lor
    si muove poi ecco lì un muro alto
    e pronte a danzar strisciando sono
    e con le crepe lì a nascondino tra
    i matton giocare  al sole io sto pure
    fermo coi miei pensieri e  tanti
    cupi pesanti e altri più leggeri
    strisciar non so ma striscian sì
    nei labirinti della mente quelli
    e a nascondersi vanno solo i belli
    ritornan dopo il gioco le lucertoline
    al sole ma alla mente più tornan più
    a rallegrarla i miei pensier più belli
     

  • 05 ottobre 2016 alle ore 13:47
    Il crisantemo

     
    In segno d’amor e di pietà sen stava
    eran quelli giorni  a ricordo dei defunti
    su un marmoreo funereo monumento
    e quando  sfiorito gettato in un bidone
    una man la mia  da lì rapida poi tolse
    sta ora in un vaso lì nascosto nel giardino
    mio già  pronto a rifiorire il  dorato
    giallo crisantemo e certo son che
    qual occhi pietosi i fiori suoi al ciel
    andran guardando  e di quei morti
     i visi cercheranno  quelli in freddo
     marmo fissi eterni allora conosciuti
    come lui per giorni da nebbia fitta
    e da gelata brina nei  mattin velati
     

  • 28 settembre 2016 alle ore 9:14
    Gocce di nebbia settembrina

     
    Staman triste mi offro al giorno
    con i  tristi tanti  miei pensieri
    e par questo piangere il mio dolor
    sentendo ma  poi gocce son solo
    di nebbia leggera settembrina
    verso di lei ecco le braccia tendo
    cerco conforto alla disperazione
    al brucior mio dei sentimenti
    queste  dal palmo della man scivolan
    via ma  ancor lì fermi e  lì fissi
    nell’animo i tristi  pensier miei
    qual gocce pesanti di una nebbia
    della mente che da qui non scorron
    e sempre qui stanno a tormentare
     

  • 24 settembre 2016 alle ore 20:08
    Un foglio giallo stropicciato

     
    Un foglio giallo consunto dal tempo
    stropicciato poche le righe scritte
    incerta la grafia come se mano stanca
    dolente avesse dato allora loro vita
    sull’uscio di casa mi sono ritrovato:
    queste le scritte frasi e alla lettura
    di lor mi son forte e  tanto emozionato:
    “Dove tu sia ti porti il vento queste
     mie parole, perché forse ti chiedi
     chi sei io non ricordo, sì un tempo
    fu lontano della giovinezza nostra
    a ricordare prova, non gioie d’amore
    mi donasti d’amor nessun frammento
    che sempre pure un sorriso mi negasti
    e in frammenti il cuor mi fu ridotto”
    Amico lontano sconosciuto non so
    quanto ti possa questo consolare
    un tempo anch’io scrissi queste
    con mano incerta stesse tue parole