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Poesie di Giuseppe Gianpaolo Casarini

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  • E così si conclude l’Elegia
     
    “Ora dice la gente:-Bisogna abbattere i ruderi e farne uno nuovo e diverso, che serva agli interessi più  di prima- Come se le opere d’arte nascessero per servire gli interessi,o, meglio non servissero all’interesse più vero che è quello dell’anima ossia della bellezza. Dice ancora la gente:-Bisogna costruire non guardando al passato che non torna, ma all’avvenire che incalza- Eppure ha scritto un grand’uomo che solo chi salva il passato e i suoi acquisti, può dirsi intenditore del presente e costruttore dell’avvenire. Signori del Comune,un giorno le ragioni della bellezza si affidavano ai poeti come a difensori  naturali. Ora, se mi guardo intorno , non vedo più poeti tra noi, o sono tutti nascosti. Quelle ragioni son quindi affidate a voi e al vostro sentimento. Salvare il ponte, pur nei suoi ruderi, è un modo di rimanere pavesi e di sentire la religione della città perché  quel ponte è solo di Pavia; un altro d’ogni altro luogo. Salvate quel ponte come il più grande monumento alla nostra sofferenza , come la lapide più attonita e viva che si possa incidere sull’acqua e sull’aria a memoria della nostra tragedia. Un giorno gli occhi dei poveri a guardarlo, si consolavano come di una cosa bella che anch’essi potevano godere.
    E in repubblica democratica sarà lecito vergognarsi di ponti ornamentali? Salvate quel ponte. Restituite quel sogno alle nuove generazioni. E’ un invito alla musica, alla bellezza che è parola uscita dalla bocca di Dio. Questa, la vedete. non è poesia.
    Non è nemmeno polemica. Forse è un grido di dolore. Certo è un grido d’amore: amore di Pavia.
    Cesare Angelini
    ………………………………………
    Diversi sono i pareri della gente: “Bisogna abbattere i ruderi e farne uno nuovo e diverso, che serva agli interessi più  di prima”, ”Bisogna costruire non guardando al passato che non torna, ma all’avvenire che incalza”, cancellare il passato, non guardarsi indietro, servire gli interessi  più di prima, guardare all’avvenire: questo dice la gente. Qui nascono all’animo, al cuore di Angelini  amarezza e delusione, perché “l’interesse più vero che è quello dell’anima ossia della bellezza” e segue poi un severo monito:” solo chi salva il passato e i suoi acquisti, può dirsi intenditore del presente e costruttore dell’avvenire.” Queste parole derivano da un passo delle "Considerazioni inattuali" di Friedrich Nietzsche contenuta ne "L'utilità e il danno della storia per la vita" e così tradotto da Benedetto Croce, “quel  grand’uomo” e suo carissimo o amico  "La parola del passato è sempre simile a una sentenza d'oracolo; e voi non la intenderete se non in quanto sarete gli intenditori del presente, i costruttori dell'avvenire”. Merita di ricordare al riguardo che, nel 1946, nel secondo dopoguerra il poliedrico intellettuale Giovanni Pugliese Carratelli fonda La Parola del Passato con Gaetano Macchiaroli, editore rigoroso, impegnato nel sociale e nella politica, rivista ottiene rapidamente un posto di primo piano nel mondo culturale italiano. Il significato e il profilo della rivista sono racchiusi e chiariti in tale frase, che troviamo in epigrafe nella terza di copertina di tutti i fascicoli; è un indirizzo di ricerca: lo studio delle Humanae Littarae non si deve limitare alla mera erudizione, ma alla promozione dell'istruzione morale ed estetica, perché non sia fuga dal presente, ma dia il suo contributo al dibattito contemporaneo; esso può modificare il presente e ha l'obbligo le basi del futuro. Il significato e il profilo della rivista sono racchiusi e chiariti in tale frase, che troviamo in epigrafe nella terza di copertina di tutti i fascicoli; è un indirizzo di ricerca: lo studio delle Humanae Littarae non si deve limitare alla mera erudizione, ma alla promozione dell'istruzione morale ed estetica, perché non sia fuga dal presente, ma dia il suo contributo al dibattito contemporaneo; esso può modificare il presente e ha l'obbligo le basi del futuro. Ritornando alla Elegia Angelini così amaramente  si sfoga “… un giorno le ragioni della bellezza si affidavano ai poeti come a difensori  naturali. Ora, se mi guardo intorno , non vedo più poeti tra noi, o sono tutti nascosti”. Ma come diremo un poeta vi è ancora e neanche tanto nascosto: è Cesare Angelini! Ed ecco nascere il suo accorato grido agli Amministratori di Pavia:”  Salvare il ponte, pur nei suoi ruderi, è un modo di rimanere pavesi e di sentire la religione della città perché  quel ponte è solo di Pavia; un altro d’ogni altro luogo”,  ma è pure un  grido, sì di dolore, per questo ponte dolente:”quel ponte come il più grande monumento alla nostra sofferenza”,   un grido infine  addolcito da quel nostalgico ricordo:”un  giorno gli occhi dei poveri a guardarlo, si consolavano come di una cosa bella che anch’essi potevano godere. E in repubblica democratica sarà lecito vergognarsi di ponti ornamentali?”
    Se nel grido che richiama  alla bellezza, al grido sofferente, al nostalgico grido volto  al passato e, infine, se  nella invocazione:”Restituite quel sogno alle nuove generazioni” si può far riferimento al  Foscolo dell’inno alla bellezza, dell’Ortis, dei Sepolcri, della pavese esortazione “ Italiani vi esorto alle storie” Nel  “ E’ un invito alla musica, alla bellezza che è parola uscita dalla bocca di Dio.” vi è  tutto il Poeta Cesare Angelini!
     
    ……………………………………………………………………………..
     
    Un sentito grazie al Dr. Fabio Maggi pronipote di Cesare Angelini per le varie documentazioni inviatemi 
     

  •  
    L’Elegia così prosegue:
     
    “Congiungeva le due rive -come dire la città e la campagna- con un senso vivo di umana solidarietà. E i boschi vicini, rimbiondendo in primavera, gli mandavano vento di giovinezza. Giunta qui, l’acqua del fiume-nato in alto e lontano- rimormorava attonita: “Nel mio percorso non ho visto cosa più bella”; e si metteva a giocare fanciullescamente coi piloni, coi sette archi, che parevano un invito alla danza. Poi più a valle, si cancellava nel Po, ma consolata d’aver visto tale maraviglia. Da piazza Leonardo, da via luigi Porta lo guardavano le torri coetanee con compiacenza di sorelle superstiti; e il tiburio di San Michele e di San Teodoro ogni giorno allungavano il collo per meglio vedere e assicurarsi che era sempre lì.
    Ed era sempre lì; un po’ vecchio, un po’ stanco, con quelle sue forme a dorso di mulo. Ma il mulo è sempre più tenace che stanco. E quella schiena curva che portava la dolcezza d’una chiesa fatta a barca, vinceva il peso e il passo dei secoli.
    In pace temevano che i suoi nemici fossero le piene che d’autunno aggredivano i piloni e invadevano gli archi ponendo quasi storcerli e ruinarli. Ma poi era niente.
    Le onde sfogavano le forze radunate a Sesto Calende e qui,rompendosi contro il tagliamare, scoppiavano in una fragorosa orchestra di tuoni sommersi. Ma in guerra i suoi nemici furono i mostri precipitanti da cieli apocalittici; e ne hanno slogato le vertebre, sciancate le arcate, mutilato il canto.”
    “Congiungeva le due rive -come dire la città e la campagna”, ecco la sua  funzionalità sociale e di comunicazione, quindi  non solo balaustra di freschezza per i poveri in estate, non solo monumento simbolo da ammirare e ammirato, ma quell’unire  le due rive  quel andirivieni di persone, di  merci, di  mezzi di trasporto di vario genere. un tempo impedito o difficoltoso , ora diventa  possibile grazie a lui che agisce  “ un  senso vivo di umana solidarietà” tra due mondi diversi, fin qui separati, l’opulenza della città e la povertà della campagna. E  nel commento giunge in soccorso, grazie a quanto inviato da  un suo pronipote, il Dr. Fabio Maggi, Angelini stesso che  nel capitolo "Pavia sotto la neve" così scrive "Dal Ponte vecchio arrivano lenti i carretti insaccati in tendoni carichi di neve; scendono dai paesi di collina dove ne è caduta di più, e ne sono una memoria poetica. Ma fate che un gregge di pecore, sceso da Zavatarello, da Varzi, passi lento sul Ponte coperto; Pavia prende l’aria d’essere ancora nella favola, o appena uscita da una stampa del nostro Giovita Garavaglia o del suo maestro Fausto Anderloni, incisori d’alta statura, che nel grande Ottocento, come i poeti, sapevano ancora commuoversi davanti a queste scene cosmiche, a queste nevi cristiane, vantamento e ricchezza dei nostri siti settentrionali." Poi ti par di sentire anche tu e di essere sfiorato come il ponte da quel vento di giovinezza che arriva dai boschi in quanto son queste  due righe di pura poesia! Acqua che nel suo lungo percorso, circa 200 km, prima di giungere a Pavia, il Ticino nasce nella lontana Svizzera, dalle due sorgenti dei passi di Novena e del Gottardo, ne bagnate di meraviglie con  il figlio suo il lago Maggiore ( Intra, Pallanza, le isole Borromee e altro )  ha da lontano visto  monumenti, torri, castelli, piazze,  abbazie delle lontane Stalvedro e Bellinzona o delle vicine Vigevano e Morimondo. ma…  “Nel mio percorso non ho visto cosa più bella”  acqua che poi  gioca “fanciullescamente coi piloni, coi sette archi, che parevano un invito alla danza” non è anche questa poesia? Acqua che infine muore, muore nel Po ma dolcemente e serenamente  dopo aver visto tanta “maraviglia” ! Bello quel animarsi, prender vita delle torri, delle chiese di Pavia che, come piene di timore, vogliono  tranquillizzarsi  e assicurarsi che sia sempre lì.
     E l’Elegia diventa elegia: stupenda la similitudine con il mulo: po’ vecchio, un po’ stanco”. ma “sempre più tenace che stanco”, “quella schiena curva che portava la dolcezza d’una chiesa fatta a barca, vinceva il peso e il passo dei secoli.” Sì le sue battaglie vinte vittoriosamente nei secoli e in tempo di pace durante le piene d’autunno che ” aggredivano i piloni e invadevano gli archi ponendo quasi storcerli e ruinarli. Ma poi era niente. Le onde sfogavano le forze radunate a Sesto Calende e qui, rompendosi contro il tagliamare, scoppiavano in una fragorosa orchestra di tuoni sommersi.” Vittorioso nei secoli e  in tempo di pace poi, in un sol giorno e in soli  pochi minuti, in guerra, “ i suoi nemici… i mostri precipitanti da cieli apocalittici.. ne hanno slogato le vertebre, sciancate le arcate, mutilato il canto.”
    Tutta la sofferenza di questo passo dell’Elegia è raccolta in questo  “mutilato canto.”
     

  • Nel corso della stesura di una nota volta alla ricerca di riferimenti al fiume Ticino nella vasta produzione letteraria del Vate di Albuzzano , Monsignor Cesare Angelini, nota apparsa in una versione preliminare su Ticino Notizie, un contatto epistolare con un pronipote del grande critico e scrittore, il Dr. Fabio Maggi,  mi  ha dato l’opportunità di “impreziosirla” tramite l’invio di prezioso materiale e in particolare, di una copia de  L’Elegia del ponte rotto, scritta, nel 1949, con bella e nitida calligrafia.  
    L’Elegia fa riferimento al bombardamenti delle forze alleate che  nel settembre 1944, durante la  seconda guerra mondiale, danneggiarono l'antico ponte trecentesco e ne fecero crollare un'arcata e nasce in quel clima particolare che si respirava in Pavia in quanto al termine della guerra  si svolse un aspro dibattito sull'opportunità di ripristinare il vecchio ponte o di demolirlo. Per timore di crolli che avrebbero potuto far straripare il Ticino, nel febbraio 1948, il  Ministero de Lavori Pubblici fece demolire con la dinamite l'antico manufatto. Alcuni resti dei piloni del vecchio ponte sono visibili nelle acque del fiume ed è rimasta anche la base del portale. Nel 1949 si iniziò la costruzione del nuovo ponte, che fu inaugurato nel 1951 . Sul portale d'ingresso dalla parte della città un'epigrafe cita: "Sull'antico varco del ceruleo Ticino, ad immagine del vetusto Ponte Coperto, demolito dalla furia della guerra, la Repubblica Italiana riedificò.
    Dell’Elegia se ne riporta  qui solo una prima perché merita, come spero di fare nel tempo,  di essere trattata  nella sua interezza con  un ampio commento, direi, quasi, con un saggio esegetico!
     “ E’ lì, da due anni, costernato nella sua sofferenza drammatica, nel silenzio improvviso delle sue arcate; ma con uno strano pudore d’esser guardato, come ogni bellezza devastata. I suoi diritti sono quelli dei mutilati, dei grandi mutilati di guerra, che vanno assistiti, guariti, rifatti. Se no,  è una ingiustizia in terra e in cielo. Ma ha pazienza ; nella sua maestosa stanchezza di rudere, dà tempo al tempo. Sa che un ponte non si rifà in un giorno  e in una notte, a meno d’affidarne la costruzione al diavolo come i vecchi favoleggiavano di lui, ma lui non vuole. Era, nei secoli, il motivo  lirico della nostra città; il suo volto, la sua distinzione; il simbolo nella geografia e nell’arte. Era la firma di Pavia. Un ponte coperto su un bel fiume, non è cosa di tutti i giorni né di ogni città. C’è  il ponte di Bassano, il vecchio ponte di Firenze, ma il nostro che era il terzo e basta ( “ i ponte dei sospiri” è un’arcata tenuta su dagli innamorati”) li batteva tutt’e due per imponenza e figura. E quelle cento colonne di granito che ne sorreggevano il tetto, se nelle notti di luna gli davan lievità di sogno  di visibile favola, di giorno creavano una balaustra di freschezza per i poveri che vi sostavan volentieri. Era l’edificio più ammirato dallo straniero, quando lo straniero si chiamava Petrarca che invitava un certo Boccaccio a vederlo come opera insigne; o si chiamava Leonardo che provava malinconia di non essere arrivato in tempo a metterci una mano anche lui; o si chiamava Montaigne che, ritornato in Francia, lo lodava tra i suoi. Era l’edificio più ammirato dai concittadini, quando i concittadini si chiamavano Cherubino Cornienti, Pasquale Massacra, Faruffini, Tranquillo Cremona, Ezechiele Acerbi, Erminio Rossi, Romeo Borgognoni: che Dio li ha tutti nella sua pace.”
    All’inizio dell’Elegia  ci viene presentato  un Ponte sofferente, stanco in quella “maestosa stanchezza di rudere”,  ma paziente in attesa di essere guarito..sa che ci vuole tempo …a meno che..” ma lui non vuole” con riferimento al diavolo e  alla favola della sua primitiva costruzione (da Wikipedia:” Secondo una leggenda, la notte di Natale dell'anno 999 molti pellegrini volevano recarsi alla messa di mezzanotte in città, ma, per la fitta nebbia, le barche non potevano effettuare il tragitto. All'improvviso arrivò un uomo vestito di rosso, che promise di costruire immediatamente un ponte in cambio dell'anima del primo passante. L'uomo era il diavolo e solo l'arcangelo Michele accorso dalla chiesa poco distante lo riconobbe; finse d'accettare il patto e, quando il ponte fu costruito, fece passare per primo un caprone. In realtà, il nuovo ponte fu costruito a partire dal 1351 sui ruderi del ponte romano, su progetto di Giovanni da Ferrera e di Jacopo di Cozzo”).
    Poi  dalla penna, dal cuore di Angelini, ecco uno slancio accorato,  un amore  forte immediato, per questa “creatura” mutilata  che “Era, nei secoli, il motivo  lirico della nostra città; il suo volto, la sua distinzione; il simbolo nella geografia e nell’arte. Era la firma di Pavia.”
    Sì solo amore, certezza, nessun dubbio, nessun sciocco campanilismo in quel affermare con decisione la sua supremazia nei confronti degli altri due ponti coperti “su un bel fiume” italiani:” . “ C’è  il ponte di Bassano, il vecchio ponte di Firenze, ma il nostro che era il terzo e basta ( “ i ponte dei sospiri” è un’arcata tenuta su dagli innamorati”) li batteva tutt’e due per imponenza e figura”
    E poi quel lirismo: “ se nelle notti di luna..”. Balaustra di freschezza per i poveri, bello questo riferimento, ai poveri forse poco importa la bellezza architettonica ma la sua funzionalità ..punto di ristoro, bellezza, imponenza architettonica che invece richiamano l’attenzione e lo stupore dei visitatori “stranieri” e che stranieri: Petrarca, Leonardo, Montaigne! Cosi nelle loro invocazioni qui parzialmente espresse e  a quegli inviti agli amici di venire in quel di Pavia per ammirarlo par di sentire  la trasmissione e la condivisione della  gioia  di chi ha trovato un tesoro ma che non lo tiene gelosamente per sé.. sì anche voi amici ne dovete godere quindi venite a vedere!
    “Era l’edificio più ammirato dai concittadini, quando i concittadini…”, qui Angelini sembra sospirare in quel nostalgico ricordo di quei concittadini, quei bei nomi di valenti pittori , tutti orbitanti in tempi diversi attorno della Civica Scuola di Disegno e di Incisione in seguito divenuta Civica Scuola di Pittura,  alcuni morti giovanissimi: Massacra patriota in combattimento, Cremona, l'iniziatore della scapigliatura in pittura,  avvelenato da coloranti tossici, e sembra dire “i tempi sono purtroppo cambiati” e diventa nel ricordo un “laudator temporis acti”
     
     

  • 14 marzo alle ore 9:44
    Arum Italicuma

    Sciolta l’ultima neve marzolina
    sulle rive del fossato maestosa
    torna al ciel mostrar l’ampie
    verdi foglie la selvatica calla
    e a giugno lì vi sarà di rosso
    color una esplosion vivace
    di rosse lucenti rosse bacche,
    invan lacrime calde attende
    la primula dell’amor, perenne
    è quel gelo qui nel cuor creato
    da parole d’addio qual neve
    nera su bianco foglio lì gettate:
    non un rosso fiore a primavera
    che avvizzito morto sarà il fiore!

     

  • 02 febbraio alle ore 9:58
    Notte di Natale

     
    Un palazzo patrizio bifore
    una finestra illuminata
     gioiosa lì ride una bimba
    bionda: quell’albero i regali,
    per la demolizione dirimpetto
    pronto un caseggiato vecchio,
    una finestra un vetro rotto
    rischiara la stanza una candela
    e da lì a guardar s’affaccia
    una bella bimba bruna il nulla
    la circonda, da lì quell’opulenza
    vede e un sospiro forte nasce
    poi si spegne che lì volando
    un pettiroso qual dono una
    bacca rossa lì depone, di ilex
    un ramo su quei neri capelli,
    il suo regalo, porta una capinera
    che nel giorno di Natale bandita
    in ogni dove  è dei bimbi la tristezza!
     
     

  • 01 luglio 2017 alle ore 14:07
    Umbria

     
    Del suol calpestato dall’antiche genti:
    etrusche umbre romane longobarde Patria,
    tu Umbria: patria di sante santi del pennello
    della  penna un tempo insigni gran maestri,
    qui dove il seme sacro all’atzeco trova forma
    e sotto  scorre veloce il fiume dell’ imper
    che il mondo antico al gioco suo sottomise,
    dove il calibo licor bollente e forma trova e
    e di durezza  tempra, dove Spoleto la dotta
    dei mondi offre spettacoli e cultura, dove
    dall’alto alla vista s’apre il borgo e qui
    lo sparvier di Federigo un di trovò rifugio
     e oggi  il rosso sagrandino al palato gentil
    di Bacco la letizia dona,  Bevagna ove al Sentin
    allor il roman diè dolore all’umbro e qui nel giugno
    quel viver medieval rivive, io dalla rocca di Spelto
    ove i floreal disegni a rallegrar la vista a gara
    fanno  a te Umbria un canto d’amore canto
    faccian eco a questo l’acque del lago dove
    Gaio Flaminio del punico subì l’onta e del Clitunno
    di cui Giosuè in versi incliti declamò le fonti.
     
     

  • 15 febbraio 2017 alle ore 12:35
    San Valentino: Povera prostituta

    Un giorno come un altro
    un angolo di via o una stanza
    d'alberguccio di periferia
    non vi per lei San Valentino
    alcuno nessun dono d’amore
    sol fallaci e carnal incontri
    dove quel che si vive e si gode
    è tutto fuor che un union di cuori

  • 07 ottobre 2016 alle ore 15:43
    Non qual lucertola al sole

     
    Prima al sole le lucertoline stanno
    ferme tra l’erbe e solo il capin lor
    si muove poi ecco lì un muro alto
    e pronte a danzar strisciando sono
    e con le crepe lì a nascondino tra
    i matton giocare  al sole io sto pure
    fermo coi miei pensieri e  tanti
    cupi pesanti e altri più leggeri
    strisciar non so ma striscian sì
    nei labirinti della mente quelli
    e a nascondersi vanno solo i belli
    ritornan dopo il gioco le lucertoline
    al sole ma alla mente più tornan più
    a rallegrarla i miei pensier più belli
     

  • 05 ottobre 2016 alle ore 13:47
    Il crisantemo

     
    In segno d’amor e di pietà sen stava
    eran quelli giorni  a ricordo dei defunti
    su un marmoreo funereo monumento
    e quando  sfiorito gettato in un bidone
    una man la mia  da lì rapida poi tolse
    sta ora in un vaso lì nascosto nel giardino
    mio già  pronto a rifiorire il  dorato
    giallo crisantemo e certo son che
    qual occhi pietosi i fiori suoi al ciel
    andran guardando  e di quei morti
     i visi cercheranno  quelli in freddo
     marmo fissi eterni allora conosciuti
    come lui per giorni da nebbia fitta
    e da gelata brina nei  mattin velati
     

  • 28 settembre 2016 alle ore 9:14
    Gocce di nebbia settembrina

     
    Staman triste mi offro al giorno
    con i  tristi tanti  miei pensieri
    e par questo piangere il mio dolor
    sentendo ma  poi gocce son solo
    di nebbia leggera settembrina
    verso di lei ecco le braccia tendo
    cerco conforto alla disperazione
    al brucior mio dei sentimenti
    queste  dal palmo della man scivolan
    via ma  ancor lì fermi e  lì fissi
    nell’animo i tristi  pensier miei
    qual gocce pesanti di una nebbia
    della mente che da qui non scorron
    e sempre qui stanno a tormentare
     

  • 24 settembre 2016 alle ore 20:08
    Un foglio giallo stropicciato

     
    Un foglio giallo consunto dal tempo
    stropicciato poche le righe scritte
    incerta la grafia come se mano stanca
    dolente avesse dato allora loro vita
    sull’uscio di casa mi sono ritrovato:
    queste le scritte frasi e alla lettura
    di lor mi son forte e  tanto emozionato:
    “Dove tu sia ti porti il vento queste
     mie parole, perché forse ti chiedi
     chi sei io non ricordo, sì un tempo
    fu lontano della giovinezza nostra
    a ricordare prova, non gioie d’amore
    mi donasti d’amor nessun frammento
    che sempre pure un sorriso mi negasti
    e in frammenti il cuor mi fu ridotto”
    Amico lontano sconosciuto non so
    quanto ti possa questo consolare
    un tempo anch’io scrissi queste
    con mano incerta stesse tue parole
     

  • 19 settembre 2016 alle ore 14:23
    Un volo di gabbiani

    Punteggia il verde scuro degli abeti
    di San Pietro la collina, il mar laggiù
    d'un azzurro chiaro fermo, nel ciel
    nuvole bianche immote, leggiadro
    di gabbiani un volo anima il quadro.
     
    Ricordo dell’Isola d’Elba
     
     

  • 18 settembre 2016 alle ore 14:57
    A margine di un campo fiorito di Cicognola

    C’è un altro alitar in quei campi e nella bella stagione,
    un alitar lieve e soffuso di  nobili spiriti dal volto caro e familiare ?
    Con lento andare passa da qui amico e tu pure  forestiero e se un fremito forte senti
     lo saprai di certo e capirai chi lì s’aggira qual ombra tra l’ombre festanti e liete.  
    Non sono forse le anime buone, le tante anime giuste e pie
    che in vita a Veronica e a questo luogo  resero con opere e preghiere santa e cara devozione?
     Sì, sono d’una catena lunga, maglie robuste, alcuni anelli
     vi è poi  tra esse quella del curato santo e  poi ancora di ombre note e ombre  sconosciute.
     
     
    Cicognola frazione di Binasco (MI) dove fanciulla visse la Beata Veronica a ricordo in prossimità della sua festa (25 Settembre 2016) di Mons. Luigi De Felici santo curato e suo devoto
     
     

  • 15 settembre 2016 alle ore 9:33
    Abbandona della luna il chiaror

     
    Abbandona  il chiaror della luna
    la vallata già dorme il gregge
    lento della cena il fuoco muore
    sol veglia il can che fa di guardia
    che invan lassù di Selene il volto
    cerca così  al buio nero della notte
    s’abbandona il tutto pur s’abbandona
    ai sogni il pastor per la fatica stanco
     

  • 09 settembre 2016 alle ore 19:17
    Abbandoni

    Marzo giunge  e abbandona il giardino
    il pettirosso  viene la fine di settembre
    e la rondine abbandona il tetto amico,
    del lor viver chi detta  i ritmi è la natura:
    in inverno in primavera ci sarà il ritorno.
    Ti ho amata or non più ti amo  l’abbandon
    questo governa del cuore un sentimento,
    patria cara addio paese mio ti abbandono:
    spingon a ciò guerre fame e disperazione
    ma  speranza pur vive di riamar la stessa
    amata come pur  gli amati lidi rivedere.
    Poi fatal all’uomo della vita l’abbandono
    giunge  e dalla morte  alla vita sappiamo
    non vi è certo ritorno ma qui  pur vivon
    son  sentimenti e per chi crede una speranza:
     non negra terra il buio il nulla, che vive
     il  ricordo un  fiore una tomba  una prece
    quando è sera  quella foto  che ti sorride
    ancora e poi ecco  vita nuova : della carne
    sfolgorante  la Resurrezion sarà  al suono
    quel dì imperioso forte  acuto della Tromba!
     
     

  • 08 settembre 2016 alle ore 20:01
    Redenzione

    Questa è la voce che giunge dalla Croce
    la stessa dolce che al buon ladrone disse
    non disperar se sei stato ladro, assassino
    o prostituta pur  per tutti voi vi è speranza
    e redenzione: ascolta attento è la voce di Cristo
    che ti toglie dal buio dall’errore dal passato
    che infonde nel tuo animo una luce grande
    luminosa che dal baratro al Cielo ti trasporta
     
     

  • 07 settembre 2016 alle ore 9:19
    Il volto di Dio

    Oggi non parla la scienza la filosofia
    né la teologia sull’Essenza di Dio
    né su quel Volto in risposta all’ardua
    un giorno postami  domanda “ Chi l’ha visto?”
    ma di fede una donnetta ieri da me
    su questo interrogata. Senti mi disse
    cosa rispose Gesù a Filippo a quel
    suo chieder “Orsù mostrami il Padre!?,”
    e prima ch’io tentassi d’aprir bocca
    queste pronte  le parole sue, come riporta
    nel suo libro tra i quattro San Giovanni,:
    ” Chi vede me Filippo  sappi vede il Padre
    e chi vedendo il Padre me vedrebbe”
    e poi da allor tanti gli esempi nell’umana
    storia che come sai vide il volto di Cristo
     il Beato Cottolengo, sì quello piemontese,
    in deformi membra e in alienate menti,
    oggi Francesco Papa nel migrante affranto
    nel rifugiato che senza Patria e che sol
    con la speranza di viver erra quel volto
    vede e che dir guarda oggi al Cielo lì vi è
    Teresa che in quei morenti visi per anni
    in  quella disperata città tanto di dolor dolente
    altro non accarezzò credimi di Cristo il viso,
    così concluse e questo a me suo dir riporto.
     

  • 30 agosto 2016 alle ore 19:56
    Ancor della Lentezza

    Nel viver nostro in questo tempo-spazio
    siam come molle in stato diverso di tensione:
    uno Ordinario un di Frenesia ed infin il migliore
    quello chiamato di Lentezza. Nel primo colori
    vari dove in genere il grigior prevale, caotico
    affannoso  il secondo che il respiro pure toglie,
    di memoria, riflessione e cognizione il terzo:
    ma spesso nel viver dosar non sappiam  la forza
     
     

  • 27 agosto 2016 alle ore 8:47
    La Lentezza

    Del tempo-spazio oggi negletta figlia
    è la Lentezza che nel viver nostro primeggia
    la Frenesia sua sorella, nell’oblio marcito
    quel frutto della antica popolar saggezza
    che suona  “Chi va piano va sano e va lontano”
     
     

  • 23 agosto 2016 alle ore 9:01
    Un lento triste pigolio

    Nulla m’è dato di saper quali i tuoi pensieri
    o dal giallo becco merlo nero che dal ramo
    alto del platano fronzuto oggi al ciel non
    lanci quel gioioso acuto trillo tuo ma un lento
    pigolio lento che come mesto pianto pare
     
     

  • 22 agosto 2016 alle ore 18:39
    Vite parallele

    Non son solo sbiadite foto sull’album dei ricordi
    ma forti vivide figure fisse nei ricordi della mente:
    qui  nel suol degli Emirati con il suo falcon amico
    davanti all’alta  nave da crociera in sosta  fiero
     alla vista dei turisti s’offre  un figlio del deserto,
    nella verde Irlanda eriche in fiore,  non lontano
    il mare,  sul  limitar d’una casupola dal muschioso
    tetto col suo caprone di bellezza rara al gitante
    sorride ed  orgogliosa quello indicar va una vecchia,
    gelido Capo Nord nella oscura notte gelida radura,
    tundra a punteggiar sparuti muschi e licheni verdi,
    un  biondo lappone la tremolante al vento tenda
    sua dal riposo al comando ecco  pigramente s’alza
    a salutar gli ospiti curiosi  la dolce pigra  renna,
    tre bimbe scure beduine  e lì dal vento del deserto
    mosse in Tunisia tra come scivolanti dune piccole
    volpi a quelle far allegra e  dispettosa compagnia,
    tra i canali d’una ridente Delft una piazza un mercato
    una cattedrale volta al cielo qui dallo scavato secco
     viso un mendico vecchio dalla  vecchia scura blusa
    scuciti e lisi i pantaloni  una scimmietta una cassetta
    e  colorati foglietti lì ove scritta sta la  futura sorte
    nostra al suon suonante di un organin col musino
    vispo  vispi gli  occhi la zampetta a darne uno pronta:
    oh quel caro civettuol ridente borgo dei tulipan paese,
     in Giordana infin dei Re la lunga lunga assolata strada
    una  sosta ai passegger viaggianti una piazzuola larga:
    banchetti monili in mostra e di ricordo cianfrusaglie,
    un serpente sibilante dalla scura pelle screziata al collo
    di un  berbero statuario dal turbante rosso attorcigliato:
    queste tra le tante qui presenti  tra i fogli dei ricordi
    vite parlanti parallele vite in simbiosi con  amiche
     vite,  vite vissute  a render  un viver  men tanto crudele,
    la miseria e i  morsi della fame,  lì in attesa di uno scatto:
    una foto poi un sorriso per quello  spicciolo in regalo.
     

  • 22 agosto 2016 alle ore 16:30
    Batteva dolce l'onda

    Batteva dolce l’onda contro la scogliera
    la Luna e le stelle a farci compagnia
    e sopra la costa  oleandri gerani l’aria
    a profumare di quella notte d’estate
    e noi amanti  d’un futuro sognatori
    la solitudine oggi a farmi compagnia
    perduti suoni luci profumi falso amore
     
     
     

  • 02 luglio 2016 alle ore 9:52
    Soffia la bimba

    Soffia la bimba allegra sul bianco pappo
    del tarassaco e lieta volar vede ciuffi  bianchi
    sottil e lievi al vento che la man tenta  di fermare
    ma rapidi fuggon quelli e sol rimane  il solo
    stelo con la capsula del frutto  lì messo a nudo
    e quel suo  primo sorriso si muta in delusione
    altra  s’aspettava dopo quel soffiare la sorpresa
    e poi  pronta è ancora con quel gioco a rigiocare
     

  • 02 luglio 2016 alle ore 9:49
    Quando vedrei le primule

    Quando vedrai le primule sbocciare
    saran per te dolci parol d’amore: le mie,
    ovunque sia nell’ora, presenti o perse
    ormai queste sembianze, perse nell’ombra
    o perse nella vita. Come primula, il gelo
    vinto, torna alla vita con tenui colori
    e cielo e aria con tremore sotto le foglie
    cerca o l’erba del giardino, seppure spento
    ad un terren sorriso , nell’eterno tempo
    come dormiente, sboccerà così il mio cuor,
    con ritmo lento, a cercar quel sorriso
    che a quel fior sorride, non so se triste
    o se di me si ride, dimentico di un tempo
    di una vita, lo cercherà comunque
    e l’illusione sarà che tu sorridi che mi pensi
    quando vedrai le primule sbocciare. Ove tu sia
    voglio che ricordi quando vedrai le primule
    sbocciare.“Simile a queste nelle stagioni
    il corso del nostro amore fu: carezze e baci,
    fiore bello fiorito, ma spesso, come all’ape
    poi profumo e colori prosciugati, spoglio
    al cuor e spento qual gelo ai sensi triste
    appariva come quelle spoglie che nell’inverno,
    avvolte e sepolte nel giardino, dispariscon
    e sembran morte, poi come quelle tornava
    a rifiorire!”. Ovunque sia a questo amore pensa.
     

  • 29 giugno 2016 alle ore 9:51
    Muto stanco il viver mio

    Muto stanco il viver mio
    Canta una lodola tra il cannetonello stagno a quello lì vicino
    si tuffa e poi gracida una rana
    sotto i miei occhi vive la natura
    m’interrogo e domando perché
    solo sia muto stanco il viver mio
     invano in me cerco la risposta
     la lodola canta e gracida la rana