username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Autore

Katia Guido

in archivio dal 30 nov 2005

Bressanone - Italia

segni particolari:
Redattrice di Aphorism dal 2005. In tanti, troppi, mi dicono che sono come "Amélie"

mi descrivo così:
Unite eredità abruzzese, derivazione altoatesina, una presa veneta. Più tardi un pizzico d'Inghilterra. Servite: incorreggibile romantica, eterna sognatrice, moderatamente folle, rapita dalla luna, malinconica ma quasi sempre allegra, invaghita d'Irlanda.

30 novembre 2005

Sole - Luna

Intro: La storia di Marika raccontata negli anni. La sua vita, le varie fasi della sua crescita, dall'adolescanza alla maternità. Con un filo conduttore costante: il suo odio per il sole, perché?

Il racconto

"Marika! Marika svegliati! Ti prego… dai!!!"
"Si ora….. subito….. ancora un minuto…"

Era mattina. Avevo nove anni. Dalla finestra vedevo il sole che stava lì in mezzo al cielo, fisso a guardare. "Mamma? Che ha il sole da guardare così? Perché sta fermo e mi fissa?"
"Il sole non ti fissa. E' una cosa inanimata. Marika, dai allora! Finisci i tuoi cornflakes che sennò fai tardi a scuola!!"
Guardavo la mamma che correva di qua e di là in cerca delle ultime cose da mettere nella borsetta prima di infilarmi in macchina, scaricarmi a scuola e andare di corsa al lavoro. Mi girai ancora a guardare il sole e gli feci la linguaccia. Mi dava fastidio quella cosa lì che mi fissava tutto il giorno e ogni volta che pioveva saltavo per casa tutta felice e contenta. Nei giorni di pioggia mi piaceva uscire, ma la mamma mi diceva sempre che pioveva troppo e che se continuavo a uscire con la pioggia prima o poi mi sarei ammalata.
"Allora! Finiscila di fissare fuori dalla finestra! Muoviti! Mangia!"
Mi scossi dalla sedia. Uffa ma perché sempre tutto di corsa? Sempre tutta questa smania di arrivare puntuali? La scuola neanche mi piaceva. La mamma mi diceva che la gente che non va a scuola poi finisce sul marciapiede a piangere e chiedere i soldi come quel barbone davanti al centro commerciale.
Io avevo paura dei barboni. Mi guardavano sempre con quell'aria lì. Si, insomma, come se mi volessero prendere e nascondere dentro la giacca, per poi mangiarmi.
La mamma mi tirò via da sotto il naso la scodella con i cornflakes. Così senza dire nulla. Mi strattonò per un braccio, mi diede la cartella e mi trascinò, sempre senza dire una parola fuori di casa. Scavava in quella borsa in cerca delle chiavi, che cinque minuti prima aveva preso dalla mensola e infilato nella borsa. Io sbuffai. Eccole! Chiudeva la porta sempre due volte e poi controllava che fosse chiusa sul serio. Io esaminavo ogni più piccola mossa perché volevo capire cosa stesse facendo.
Mi prese per la manica della giacca e mi strattonò ancora fino alla macchina. Non facevo mai in tempo a sedermi che già mi allacciava quella fastidiosissima cintura. Sempre in silenzio. Metteva in moto la macchina e anche per uscire dal vialetto di casa, controllava che non arrivassero macchine. Chissà da dove sarebbero dovute spuntare queste benedette macchine.
Tutte le mattine la stessa storia.
Arrivata di fronte alla scuola aspettò e prima di scendere mi diede un bacio sulla fronte: "Fai la brava! Non come sempre!". E via se andava sgommando."
Prima o poi si ammazzerà. Pensavo.

Era pomeriggio. Avevo 18 anni. Ero appena uscita dalla scuola guida. La mamma mi aveva spinto ad iscrivermi perché da quando mio padre se n'era andato di casa 8 anni prima, era diventata una donna autonoma. Di quelle, per dirne una, che si servono degli uomini solo per soddisfare i loro bisogni sessuali. Studiavo ancora. Avevo ripetuto la quarta classe due volte. La mamma quell'anno era veramente fuori di sè! Mi diceva che sicuramente la mancanza di intelligenza, la svogliatezza e il mio essere ribelle l'avevo ereditato da quello lì. "Quello lì" era mio padre. Odiavo quando lo chiamava in quel modo e c'erano giorni che mi esasperava a tal punto che capivo il perché l'avesse lasciata. Non capivo però il perché avesse lasciato me senza portarmi, invece, via con lui.
Avevo fretta. Presi la bicicletta e infischiandomene del semaforo che era così rosso che sembrava scoppiare, attraversai la strada. Un'automobilista inchiodò e suonò il clacson così forte che pensavo sfondasse il parabrezza con la mano attaccata al volante. Gli sorrisi e tirai dritto.
C'era sempre il sole lì a guardarmi. Ogni passo che facevo. Che strazio pensavo. Non potrebbe piovere? Mi ricordai della prima volta con Ale. Quando sul prato dietro ai cespugli, durante la gita in terza, lui mi aprì i bottoni della camicetta. Sembrava come se volesse rompere tutto dalla fretta. "Ma sono sempre circondata da persone nevrotiche" pensavo tra me e me. Speravo che finisse presto. Lucia mi aveva detto che lei l'aveva fatto e che era stata la cosa più bella della sua vita. Che si è donna solo quando lo si prova. Mentre pensavo a quello che diceva Lucia, Ale già ansimante, mi ficcava la lingua in gola e con le mani, tutte e due, impastava i miei seni. Cominciava ad essere una rottura, ma perché Lucia si e io no. La sua mano destra era già alla cerniera dei miei jeans. "Piano" pensavo "che non posso mica permettermi di salire in bus con i jeans rotti". Sentivo le sue dita che massaggiavano le mie mutandine. Pensavo a Lucia. Poveretta. Se questo vuol dire "la cosa più bella della sua vita". Strinsi i denti quando alla fine si decise a fare quello per cui eravamo lì.
Ci provò una, due, tre volte prima di entrare.
Durò pochi secondi, anche se dal male mi sembravano ore. Poi si accasciò su di me. Ero sotto di lui che cercavo di togliere i suoi capelli dalla mia bocca. Lui era come morto. Per qualche secondo pensavo che dall'eccitazione qualche vena gli fosse scoppiata nella testa e fosse morto davvero. Poi si mosse. Mi guardò sorridendo e mi chiese "E' stato bello, vero?". "Si" risposi.

Era sera. Avevo 28 anni. Ero al lavoro. Marco mi aveva chiamata per dire che quella sera tardava. "Tanto per cambiare" pensai buttando giù il telefono. Mi chiedevo sempre che cosa avesse un bancario da fare fino alle nove, dieci di sera in banca. Mah.
Guardavo il monitor. Era estate e c'era un caldo bestiale. Erano quasi le sette e fra un po' sarei uscita per tornare a casa. Avrei cucinato per il mio fidanzato e poi mi sarei sdraiata davanti alla TV a guardare un film con George Clooney. Sperando che Marco si addormentasse e non mi chiedesse di fare l'amore con lui.
Fidanzato. Che cosa strana. Due anni fa, quando l'avevo conosciuto, era un punkettaro anarchico, che diceva di voler cambiare il mondo. Lui no che non si sarebbe mai piegato alle convenzioni dello stato di merda in cui vivevamo. A me piaceva a quel tempo. Mi piaceva la passione nei suoi occhi mentre parlava di politica e di quei sporchi giochi di potere, come li chiamava lui. Mia madre il giorno che lo vide, sbiancò. Aveva i jeans tutti strappati, come la maglietta. I capelli rasati ai lati con una cresta nel mezzo verde, che poco ci azzeccava con il colore viola dei sui anfibi vecchi di sette anni. Nell'orecchio non aveva un orecchino, bensì una spilla di sicurezza. Guardava mia madre con uno sguardo schifato. Io la guardavo con uno sguardo divertito.
Quel giorno era stato un incubo per lei, ma sperava che finisse presto.
Dopo nemmeno un anno, il cambio radicale. Marco mi disse che voleva essere accettato dalla mia famiglia, perché mi amava. Mi disse che mia madre gli aveva trovato un lavoro nella sua banca, ma che avrebbe dovuto cambiare un po' il suo look. Un po'?? da un giorno all'altro il mio allora ragazzo e a breve fidanzato sembrava come posseduto. Abiti scuri, scarpe laccate. Capelli né troppo corti, né troppo lunghi. Maniche delle camicie sempre lunghe (per nascondere i tanti tatuaggi). E quel sorriso da ebete che gli era cresciuto così… durante la notte. Forse per darmi fastidio.
Uscivo dall'ufficio sempre verso le sei, ma stasera dovevo fare gli straordinari. Alle sette ero davanti alla porta che dava sulla piazza a fumare una sigaretta. Guardai al cielo. Ed eccolo lì. Il sole a guardare come un allocco, più pallido del solito però. "Uffa" sbuffai. Mi perseguiterà in eterno.
Feci il giro largo. Non lo facevo mai. Passai davanti alla banca di Marco. Non c'era nessuno. Tutte le luci erano spente. Doveva essere già a casa. Dal giorno del nostro fidanzamento, era passato un anno ormai e lui continuava a fare straordinari per il mutuo, diceva, ma non avevamo nemmeno iniziato a cercare casa.
Girai l'angolo e salii le scale. Glielo dovevo dire. Fra un po' ormai se ne sarebbe accorto. Aprii la porta, che chiudevo sempre due volte, controllando fosse chiusa prima di andarmene. In casa non c'era nessuno. Aspettai fino alle nove. Arrivò Marco dicendomi "Questo lavoro mi ucciderà. Ho finito solo dieci minuti fa!" mi disse sorridendo "che c'è? Che mi devi dire di così importante tesoro?".
Lo guardavo, lo guardavo con lo sguardo di chi ha capito, ma se ne frega. Senza interesse: "Sono incinta. Da tre mesi".

E' notte. Ho 38 anni. Luna mi aspetta a casa. L'ho chiamata così per fare un dispetto al sole. Ha solo nove anni e avrà tantissima paura. Sono sdraiata sul pavimento. In una via laterale vicino alla piazza davanti alla mia ditta. Sono ormai cinque anni che mi ammazzo di lavoro. Marco ci ha lasciate. Per una neo hippy che vuole cambiare il mondo. Ora ha i pantaloni della tuta mezzi sporchi, la barba, suona il bongo e dice che lui, in fondo, non è mai cambiato. Che la nostra storia gli ha fatto capire che non ci si può nascondere dietro alle convenzioni per essere felici.
Il mio capo per darmi l'aumento mi ha chiesto se una sera avrei potuto andare a casa sua. "Sai… così… ehm… per parlarne" ha detto.
"Perché non ne possiamo parlare in ufficio?" gli ho chiesto seccata. "No".
Questa mattina Luna non voleva mangiare i suoi cornflakes. Io non trovavo il rossetto che dovevo mettere in borsetta. Le ho urlato contro che doveva muoversi o avremmo fatto tardi. Continuavo a cercare. Nei cassetti, nella mensola, sul divano in salotto. Sono tornata in cucina.
Le ho tirato via da sotto il naso la scodella con i cornflakes. Così senza dire nulla. L'ho strattonata per un braccio dandole la cartella e trascinandola, sempre senza dire una parola fuori di casa. Ho rimestato nella borsa in cerca delle chiavi. Cinque minuti prima di uscire le prendo sempre dalla mensola e le infilo nella borsa. Che stupida. Luna ha sbuffato. Ho chiuso la porta due volte e poi ho controllato che fosse chiusa sul serio. Mi sentivo osservata da lei in ogni mossa che facevo.
L'ho presa per la manica della giacca e strattonata fino alla macchina. Prima che fosse seduta cercavo di metterle la cintura. Ho messo in moto la macchina e controllato se arrivava qualcuno. "E' il vialetto di casa tua per la miseria!" ho pensato."Da dove dovrebbero spuntare queste benedette auto?" Tutte le mattine la stessa storia.
Arrivata di fronte alla scuola ho aspettato e le ho dato un bacio sulla fronte: "Fai la brava! Non come sempre!". E via sgommando. Prima o poi mi ammazzerò. Pensavo.
E il sole! Ancora lì. Che palle. Ma perché c'è sempre.
Pochi minuti fa uscivo dall'ufficio. E' buio. Cammino e sento dei passi dietro di me. Mi sento sola. Non so perché lancio uno sguardo al cielo, come per cercare qualcuno. Ma nulla solo stelle. Neanche la luna. Chissà dove sarà…
Quando mi butta a terra non capisco subito cosa mi succede. Sento il suo peso su di me. Il silenzio. Non grido nemmeno, io. Sento una cosa fredda e pungente sul mio collo. Mi strappa la camicetta e il reggiseno. Anche la gonna. Capisco cosa mi sta succedendo. Grido. Un pugno mi prende la guancia. La sento gonfiarsi e sento l'occhio come schizzare fuori dalla orbita. Il sapore del sangue nella bocca. Chiudo gli occhi. Mi gira la testa. Lui ha quasi finito. Lo sento. Prego che finisca presto. Svengo.

"Marika! Marika svegliati! Ti prego… dai!!!"
"Oh Dio!" "Oh Dio mio!"
Apro gli occhi. La luce mi acceca. E' Ale. Mi ha trovata lui. Qui. Sta chiamando la polizia con il cellulare. Non riesco a parlare. Mi fa male tutto. Guardo in cielo. Il sole mi sorride. Io gli sorrido. "Voglio tornare a casa. Voglio tornare a casa da Luna."
Chiudo di nuovo gli occhi. Non ce la faccio sono stanca. Ma fra un po' andrà meglio. Tutto andrà meglio. Sento la sirena.

Commenti
Accedi o registrati per lasciare un commento